Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Interviste

Fotografia Silvio VenieriSAN BENEDETTO DEL TRONTO – L’associazione culturale I Luoghi della Scrittura ha organizzato per il settimo anno consecutivo Piceno d’Autore. All’interno dell’evento, nella sezione L’uomo, il divino, il sacro insigni personaggi rifletteranno su varie tematiche religiose. Già il 12 luglio, il filosofo Massimo Cacciari ha riflettuto sul concetto di sacro. Fra gli altri segnaliamo Vito Mancuso, che il 18 luglio presenterà Dio e il suo destino; il vaticanista Andrea Tornielli che presenterà il 19 luglio il libro-intervista a Papa Francesco Il nome di Dio è Misericordia; il genetista Edoardo Boncinelli che presenterà il suo volume Contro il Sacro. Perché le fedi ci rendono stupidi. Per conoscere meglio finalità e obiettivi del ciclo L’uomo, il divino, il sacro, abbiamo intervistato l’Avv. Silvio Venieri, Segretario de I Luoghi della Scrittura.

Come mai la vostra associazione ha scelto di proporre quest’anno un tema così impegnativo in piena estate?

L’atteggiamento rilassato che è permesso vivere durante la stagione estiva può costituire una condizione propizia per dedicarsi all’approfondimento di temi impegnativi, che rischiano di essere trascurati a causa degli affanni quotidiani. Ritengo che non sia concepibile definire un’antropologia dell’uomo senza considerare la dimensione del divino e del sacro, con una valenza pregna di implicanze anche nella nostra contemporaneità; allora, si potrebbe ribaltare la domanda: perché mai non occuparsi del rapporto che l’uomo vive con il concetto del divino e del sacro ?

La prima serata che ha visto come protagonista il Prof. Cacciari è stato un assoluto successo con una straordinaria partecipazione di pubblico. Secondo lei è stato un nome così importante a richiamare così tante persone o c’è un reale interesse verso il tema del sacro e della religiosità?

Sicuramente il Prof. Massimo Cacciari costituisce una personalità di grande richiamo, ma, a parte la folta partecipazione di pubblico, quello che più conta in termini di soddisfazione per noi organizzatori dell’Associazione I Luoghi della Scrittura è aver riscontrato un clima di grande attenzione e concentrazione nell’uditorio. Raccogliendo le impressioni dei presenti, mi ha colpito la capacità di penetrazione che hanno avuto soprattutto le considerazioni svolte in riferimento alla figura di Gesù, trattata dal prof. Cacciari partendo dall’ottica storico-filologica e non su presupposti di fede, come ha spiegato lo stesso.

Scorrendo i nomi degli invitati sembra che ci sarà sul tema una polifonia di voci…

Abbiamo riscontrato che gli autori in questione, di sicuro spessore e con una fama già diffusa, avevano avuto modo nei loro ultimi lavori di trattare argomenti collegabili al tema della rassegna, non solo Mancuso, Tornielli, Boncinelli, con i loro saggi, ma anche Paolo Di Paolo, che, con la sua opera di narrativa Una storia quasi solo d’amore, ha modo di delineare la figura di una donna, co-protagonista del romanzo, che vive la sua esperienza di fede all’interno della Chiesa Cattolica all’epoca di Papa Francesco. Lo stesso scrittore ha riconosciuto che il tema prescelto si attagliava benissimo alla storia narrata nel suo libro.

Si parla di Sacro, ma non c’è una figura religiosa. Si tratta di una scelta mirata?

Il nome di Dio è Misericordia di Andrea Tornielli, come è noto, è un intervista a Papa Francesco sulla misericordia, per cui l’opera si dipana intorno al pensiero del Sommo Pontefice.
Non può disconoscersi che la teoria e la pratica della religione non possano ritenersi monopolio esclusivo dei religiosi appartenenti agli ordini ecclesiastici, ma che siano sicuramente patrimonio anche del cosiddetto “mondo laico”. Così come non si può negare che vi sia una religiosità popolare che bordeggia tra il sacro e il profano, come ci spiegherà, in relazione alle esperienze che fanno capo al nostro territorio, la prof.ssa Benedetta Trevisan in un altro incontro previsto in programma.

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Si è svolto a Madrid dal 9 all’11 dicembre un corso di formazione sui temi della comunicazione rivolto ai membri della Consiglio delle Conferenze E episcopali Europee (CCEE). Fra i vari esperti di comunicazione che hanno tenuto il corso, c’era anche Martina Pastorelli, fondatrice di Catholic Voices Italia (www.catholicvoicesitalia.it). L’abbiamo intervistata per fare un punto della situazione sul rapporto fra Chiesa e comunicazione.

Come è nato il corso che si è tenuto a Madrid?

Penso che il corso, che è stato promosso dalla Commissione Episcopale per le Comunicazioni Sociali del CCEE e organizzato dalla Fondazione Carmen de Noriega, sia frutto della volontà della Chiesa di “leggere i segni dei tempi”: si sta facendo strada la consapevolezza che per rispondere alle sfide poste dalla società attuale si debbano cercare modi che comunichino con linguaggio comprensibile la perenne novità del Cristianesimo. In questo senso, l’approccio di Catholic Voices rappresenta uno strumento prezioso a disposizione dei cattolici per dialogare con la cultura contemporanea, giacchè li aiuta a rendere vivibili e appetibili i valori cristiani anche per persone di sensibilità diverse. Si tratta di un passaggio fondamentale, perché come ci insegna Papa Francesco, è da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali. I vescovi hanno apprezzato molto come il reframing di Catholic Voices metta la comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro.

Quali temi in particolare sono stati affrontati?

Tutti quelli su cui la Chiesa e la società civile tendono ad entrare in collisione (aborto, famiglia, sessualità, procreazione assistita, libertà religiosa, ecc): Catholic Voices le chiama ‘questioni nevralgiche’ perché toccano i nervi scoperti delle persone, e le traduce in occasioni per vivere e comunicare la fede in un modo tale che gli altri percepiscano l’impegno della Chiesa e dei cattolici come contributo al bene comune e non come un pericolo da cui difendersi.

Possiamo dire che la Chiesa è nata come strumento di comunicazione per annunciare a tutti la buona notizia di Cristo morto e risorto. Quali sono oggi i punti di forza della Chiesa nel campo della comunicazione?

A dispetto delle apparenze, i tempi che stiamo vivendo sono una grande opportunità per una nuova evangelizzazione. Per attuarla – ci spiega il Papa – alla Chiesa serve un nuovo slancio missionario, che richiede il coraggio e la pazienza di ascoltare l’altro per poi andargli incontro partendo da ciò che abbiamo in comune, in primis il bisogno di amare ed essere amati. Punto di forza della Chiesa è proprio il suo essere “esperta in umanità”. Se aggiungiamo anche quella straordinaria risorsa (vera e propria “medicina”) che è la misericordia – intesa come capacità di mostrare il volto misericordioso di Cristo – si capisce che la Chiesa ha davanti a sé un’occasione straordinaria per arrivare al mondo intero.

E invece quali sono le criticità? Quali sono gli errori più frequenti?

Sono diversi: ad esempio chiudersi nel recinto della rabbia e delle paure (per questo il Papa parla invece sempre di aprirsi); praticare quella che Francesco ha definito “fede da tabella” (che esclude chi dà fastidio o non rispetta i nostri ritmi); lavorare solo con formule che, pur vere, non vengono più intese nel mondo di oggi. Anzichè predicare complesse dottrine – il che ovviamente non esclude l’annuncio della Verità – oggi serve incontrare, dialogare e testimoniare per trasmettere la bellezza della proposta cristiana, la sua “convenienza” inclusiva, il suo impegno per la dignità di tutto l’uomo e di ogni uomo.

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La Compagnia di San Giovanni Damasceno, il gruppo facebook che raggruppa oltre trecento appassionati di arte sacra, compie un anno! È stata “fondata” infatti il 4 dicembre (giorno nel quale la Chiesa fa memoria di San Giovanni Damasceno) dello scorso anno dal nostro redattore Nicola Rosetti che abbiamo intervistato.

Nicola, come è nata l’idea di creare un gruppo facebook di questo tipo?

Da quando ho iniziato a insegnare religione, mi sono sempre servito delle immagini artistiche che mi hanno aiutato a raccontare, ad esempio, le storie della bibbia. La visione delle immagini facilita molto la comprensione dei testi sacri e dunque per me è diventato abituale fare lezione con parole e immagini. Molti colleghi lavorano nello stesso modo. Poi ho iniziato a vedere che c’erano tante persone che, in altri ambiti e per altre finalità, erano interessate all’arte sacra e così ho cercato di metterle in contatto nel modo oggi più semplice e cioè attraverso un gruppo facebook.

Perché il gruppo è dedicato a San Giovanni Damasceno?

San Giovanni Damasceno è una figura quasi del tutto sconosciuta e tuttavia è un personaggio fondamentale nella storia della Chiesa. È l’ultimo Padre della Chiesa vissuto a cavallo fra il VII e l’VIII secolo ed è l’uomo al quale dobbiamo essere grati se nelle nostre chiese possiamo trovare così tante belle opere d’arte. Infatti c’è stato un momento nella storia della Chiesa nel quale ogni immagine sacra sarebbe potuta sparire per sempre, infatti, l’imperatore bizantino Leone III Isaurico voleva che nei luoghi di culto non vi fossero immagini in ossequio alla trascendenza di Dio. San Giovanni Damasceno si oppose strenuamente a questa visione aniconica, spiegando che, nel momento in cui il Verbo di Dio si è fatto carne e ha preso il volto di Gesù di Nazaret, per i cristiani è possibile rappresentare il divino. Le tesi di San Giovanni Damasceno vennero riprese durante il secondo Concilio di Nicea che condannò l’iconoclastia e stabilì una volta per tutte la liceità delle immagini. Possiamo dire che col Secondo Concilio di Nicea, il tema dell’immagine è entrato a far parte del patrimonio dogmatico del cristianesimo: l’arte non è qualcosa di accessorio o secondario nella vita della Chiesa, anzi, essa svolge a pieno titolo una vera e propria azione evangelizzatrice! Infine, è importante notare che, anche a livello “laico”, se oggi viviamo nella “società dell’immagine”, lo dobbiamo a San Giovanni e al Secondo Concilio di Nicea!

Chi fa parte della Compagnia di San Giovanni Damasceno?

Oltre agli insegnanti di religione che ho già menzionato, fanno parte del gruppo tanti appassionati di iconografia, diverse persone che operano all’interno di musei diocesani ed esperti di arte sacra.

In che cosa consiste l’attività del gruppo?

Si tratta di un gruppo spontaneo, creato “dal basso” e pertanto non ci sono regole definite. Molto semplicemente, chi fa parte del gruppo posta sullo spazio comune temi che possono interessare agli altri membri. Condividiamo materiale fotografico, link su siti o articoli che parlano di arte sacra, titoli di libri, esperienze ed eventi. È bello quando, ad esempio, il responsabile di un museo ci parla di qualche iniziativa intrapresa per rendere più fruibili le opere d’arte di cui i musei diocesani sono pieni: l’esperienza di uno può stimolare e arricchire gli altri.

Concludiamo con una domanda più personale. Quale opera d’arte ti affascina di più o senti più vicina?

Per la profondità dei significati, credo che i dipinti di Caravaggio nella Cappella Contarelli siano qualcosa di insuperato! Però se dovessi scegliere un’opera d’arte che sintetizzi allo stesso tempo il mio lavoro e lo spirito della Compagnia, sceglierei senza ombra di dubbio il San Luca dipinto da El Greco. In questa opera, l’evangelista mostra un vangelo aperto su una pagina scritta e su una illustrazione: è come se il pittore ci volesse ribadire ancora una volta l’inscindibile binomio parola-immagine

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Il viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI nel Regno Unito che si svolse nel settembre 2010 fu preceduto da non poche polemiche, sia nelle piazze che sui media. Per quanto possa essere paradossale, in una cultura che si vanta delle proprie aperture, sembrava non esserci spazio per il capo della Chiesa Cattolica.

In questo contesto, Austen Ivereigh e Jack Valero, due cattolici che operano nel mondo della comunicazione, non si persero d’animo, raggrupparono una trentina di “ordinary catholics”, che in 6 mesi di Media Training trasformarono in capaci comunicatori della propria fede sui temi più scottanti dell’attualità. Fu un successo: le “voci cattoliche”, formate per trasmettere nel modo più efficace il messaggio cristiano attraverso i media, diedero oltre 100 interviste radio/tv, contribuendo a migliorare in modo significativo l’immagine della Chiesa nel Regno Unito.

Nasceva così Catholic Voices che nel corso di questi quattro anni si è estesa in ben 15 paesi. Fra questi, da poco, c’è anche l’Italia. Per conoscere meglio questa realtà abbiamo intervistato Martina Pastorelli, fondatrice di Catholic Voices Italia e curatrice del libro che ne spiega il metodo, intitolato “Come difendere la fede senza alzare la voce” (ed. Lindau).

Perché Catholic Voices Italia?

Tutto nasce da un’esperienza molto personale. Sposata con un non credente e circondata da amici di impronta liberal, mi sono trovata sempre più spesso chiamata in causa per la mia fede, quasi a dover “giustificare” certe posizioni della Chiesa. All’inizio erano confronti animati, da cui uscivo scoraggiata e sentendomi non capita, poi un bel giorno la reazione cambia e mi sento dire: “E’ così che quelli come voi riusciranno a portare dalla vostra parte, su certi temi, quelli come noi”. Cos’era successo? Che nel frattempo mi ero imbattuta in Catholic Voices e ne avevo applicato il metodo, che spiega come il linguaggio e il modo con cui ci si pone facciano la differenza. Si tratti della pausa caffè al bar coi colleghi piuttosto che di un dibattito pubblico, il cattolico del gruppo finisce spesso per dover rendere conto della propria fede. Ecco, in queste circostanze, sapere argomentare il maniera umana, chiara e pacata è essenziale. Papa Francesco, tra l’altro, ce lo dimostra ogni giorno.

Qual è il punto di forza del metodo di Catholic Voices?

Il metodo, chiamato reframing, insegna a individuare in ogni critica mossa alla Chiesa, anche la più ostile, un’intenzione positiva, un valore che è quasi sempre (anche se inconsciamente) cristiano e parte da questo terreno comune per riformulare l’argomento e far riflettere sulla posta in gioco. E’ un metodo che permette di uscire dalla logica del conflitto, a mettere da parte aggressività e vittimismi, a fare appello alla ragione, al buon senso. A entrare in un rapporto prima di tutto umano con l’altro. Crea empatia, che è il presupposto di ogni dialogo.

Possiamo dire che il progetto di Catholic Voices porta avanti una nuova forma apologetica?

Sì, una nuova apologetica, che sa parlare alla società di oggi, anche attraverso i suoi mezzi di comunicazione, così centrali. Si tratta di equipaggiare i cattolici, aiutarli a spiegare nel modo più efficace i valori in cui crediamo e l’impegno autentico della Chiesa per il bene comune. L’obiettivo è riuscire a dialogare con tutti, credenti e non, sui temi che toccano l’intera società, proprio perché è in gioco il bene della società stessa. In questo raccogliamo l’invito di Papa Francesco che ha chiamato i cristiani “a dialogare con quelli che non la pensano come noi, con quelli che hanno un’altra fede o che non hanno fede”. Il Papa ci ha ricordato che possiamo andare incontro a tutti senza paura e senza rinunciare alla nostra appartenenza.

Quali iniziative concrete sta portando avanti Catholic Voice in Italia?

Catholic Voices si articola in corsi di media training per quanti intervengono nel dibattito pubblico (il primo partirà a Roma tra pochi giorni) ma si rivolge anche a un pubblico più vasto con il libro “Come difendere la fede senza alzare la voce”, che applica il metodo del reframing ai temi più controversi e suggerisce i punti chiave da mettere in evidenza per spiegare la posizione della Chiesa, riuscire a vincere i pregiudizi e riavviare il dialogo con umanità e buon senso.

Qual è il rapporto di Catholic Voices con la gerarchia cattolica?

Catholic Voices non parla ufficialmente a nome della Chiesa ma ne ha la benedizione e ne rispetta in toto la leadership e la dottrina. In tutto il mondo ha ricevuto ampi consensi tra i vescovi e i massimi esponenti della Chiesa: penso ad esempio al Cardinale e Arcivescovo di New York, Dolan, grande fan del progetto o all’Arcivescovo di Westminster Nichols, che ha definito “cruciale” il tentativo di CV di mettere insieme fede e ragione nel dibattito pubblico.

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Lunedì 12 ottobre alle 19.25 andrà in onda su TV2000 (canale 23 del digitale terrestre) la prima puntata del programma settimanale “Buongiorno Professore” condotto da Andrea Monda, docente di Religione Cattolica (IRC) in un liceo di Roma, saggista e autore di vari libri su Tolkien, Lewis e Chesterton. Per capire meglio di cosa si tratta, abbiamo intervistato il Prof. Monda.

Professore, quale format è stato scelto per questo programma?

Nel primissimo pomeriggio, subito dopo il termine delle lezioni della mattina, in una classe del liceo Albertelli (dove insegno religione da diversi anni), rimarranno alcuni studenti con me per “rifare” insieme una lezione, questa volta però filmati dalle discrete telecamere di TV2000. Partendo dai primi di ottobre e finendo a maggio, il programma seguirà un intero anno scolastico, con i ritmi, le pause, i picchi e i programmi propri di un normalissimo anno scolastico (così ad esempio non ci saranno lezioni a Natale e a Pasqua).

È la prima volta che la tv si occupa in questo modo dell’Ora di Religione. Cosa significa ciò a livello culturale e mediatico?

È una novità in effetti. Lo prendo come un segnale positivo, innanzitutto di un rinnovato interesse da parte dei vescovi italiani. Forse si è acquisita una nuova consapevolezza. Nei fatti un prof di religione incontra ogni settimana tra i 400 e i 500 bambini o ragazzi, nel mio caso io incontro circa 500 adolescenti a cui mi è chiesto di parlare loro di Dio, del senso religioso e dell’avventura del cristianesimo. Quale parroco oggi può vantare simili numeri? È un punto privilegiato di osservazione (e di azione) quello del prof di religione, non può essere trascurato: davanti a me ogni anno sfila l’Italia del futuro, io vedo il nostro paese con 5-10 anni di anticipo. Non è poco.

Qual è il segreto per una buona riuscita dell’Ora di Religione?

Da una parte il segreto è lo stesso che vale anche per le altre materie: la competenza e la passione del professore. Si deve essere bravi nella materia, ma anche bravi a comunicare. E non si comunica solo con l’arte oratoria, ma con la vita. Qui forse la religione segna un po’ una differenza con le altre materie. Io se non sono motivato non riesco a motivare i miei alunni, se non ho passione per quello che insegno non appassiono nessuno, e forse qui si tratta anche di crederci. Se manca quella trasparenza della vita, quella coerenza tra ciò che si dice e ciò che si è, tutto crolla. I ragazzi, anche quelli meno capaci a scuola, hanno un fiuto raffinatissimo per cogliere subito se un professore è motivato, appassionato o se è uno che sta lì a scaldare la sedia, attenendosi al mansionario per intascare lo stipendio a fine mese. Il prof burocrate è diffuso ma è anche un evidente e fastidioso controsenso.

Qual è il maggiore contributo che l’IRC offre nella scuola italiana?

La libertà. È l’unica ora facoltativa. Da questo punto di vista è l’unica affidata totalmente alla bravura del professore. La matematica è quella cosa lì e la devi studiare così come è, anche se sei al classico e non ti piace.. è obbligatoria. L’ora di religione, quando tra il prof e l’alunno può nascere un vero rapporto educativo (perché non c’è il terrore dell’interrogazione, del voto, della media…), è il momento in cui gli alunni si aprono, si sciolgono, affrontano temi che toccano da vicino i nodi della loro esistenza di adolescenti, molto agitata dunque. Il cristianesimo è poi la religione della libertà, perché il volto di Dio è il volto dell’amore: liberamente dato e liberamente accolto, o rifiutato. A fianco di questa libertà, è fin troppo ovvio che l’IRC permette di “leggere” il passato e il presente con una profondità e precisione che non si trovano nelle altre discipline. Pensiamo soltanto alla storia dell’arte, alla poesia, alla letteratura.. Il cristianesimo è la chiave di lettura del mondo occidentale, è il “grande codice” come diceva Northrop Frye.

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ROMA – Sabato 10 ottobre alle 15.20 andrà in onda su TV2000 (canale 23 del digitale terrestre) la prima puntata del programma settimanale “Il prof. di religione” condotto da Andrea Monda, docente di Religione Cattolica (IRC) in un liceo di Roma, saggista e autore di vari libri su Tolkien, Lewis e Chesterton. Per capire meglio di cosa si tratta, abbiamo intervistato il Prof. Monda.

Professore, quale format è stato scelto per questo programma?

Nel primissimo pomeriggio, subito dopo il termine delle lezioni della mattina, in una classe del liceo Albertelli (dove insegno religione da diversi anni), rimarranno alcuni studenti con me per “rifare” insieme una lezione, questa volta però filmati dalle discrete telecamere di TV2000. Partendo dai primi di ottobre e finendo a maggio, il programma seguirà un intero anno scolastico, con i ritmi, le pause, i picchi e i programmi propri di un normalissimo anno scolastico (così ad esempio non ci saranno lezioni a Natale e a Pasqua).

È la prima volta che la tv si occupa in questo modo dell’Ora di Religione. Cosa significa ciò a livello culturale e mediatico?

È una novità in effetti. Lo prendo come un segnale positivo, innanzitutto di un rinnovato interesse da parte dei vescovi italiani. Forse si è acquisita una nuova consapevolezza. Nei fatti un prof di religione incontra ogni settimana tra i 400 e i 500 bambini o ragazzi, nel mio caso io incontro circa 500 adolescenti a cui mi è chiesto di parlare loro di Dio, del senso religioso e dell’avventura del cristianesimo. Quale parroco oggi può vantare simili numeri? È un punto privilegiato di osservazione (e di azione) quello del prof di religione, non può essere trascurato: davanti a me ogni anno sfila l’Italia del futuro, io vedo il nostro paese con 5-10 anni di anticipo. Non è poco.

Qual è il segreto per una buona riuscita dell’Ora di Religione?

Da una parte il segreto è lo stesso che vale anche per le altre materie: la competenza e la passione del professore. Si deve essere bravi nella materia, ma anche bravi a comunicare. E non si comunica solo con l’arte oratoria, ma con la vita. Qui forse la religione segna un po’ una differenza con le altre materie. Io se non sono motivato non riesco a motivare i miei alunni, se non ho passione per quello che insegno non appassiono nessuno, e forse qui si tratta anche di crederci. Se manca quella trasparenza della vita, quella coerenza tra ciò che si dice e ciò che si è, tutto crolla. I ragazzi, anche quelli meno capaci a scuola, hanno un fiuto raffinatissimo per cogliere subito se un professore è motivato, appassionato o se è uno che sta lì a scaldare la sedia, attenendosi al mansionario per intascare lo stipendio a fine mese. Il prof burocrate è diffuso ma è anche un evidente e fastidioso controsenso.

Qual è il maggiore contributo che l’IRC offre nella scuola italiana?

La libertà. È l’unica ora facoltativa. Da questo punto di vista è l’unica affidata totalmente alla bravura del professore. La matematica è quella cosa lì e la devi studiare così come è, anche se sei al classico e non ti piace.. è obbligatoria. L’ora di religione, quando tra il prof e l’alunno può nascere un vero rapporto educativo (perché non c’è il terrore dell’interrogazione, del voto, della media…), è il momento in cui gli alunni si aprono, si sciolgono, affrontano temi che toccano da vicino i nodi della loro esistenza di adolescenti, molto agitata dunque. Il cristianesimo è poi la religione della libertà, perché il volto di Dio è il volto dell’amore: liberamente dato e liberamente accolto, o rifiutato. A fianco di questa libertà, è fin troppo ovvio che l’IRC permette di “leggere” il passato e il presente con una profondità e precisione che non si trovano nelle altre discipline. Pensiamo soltanto alla storia dell’arte, alla poesia, alla letteratura.. Il cristianesimo è la chiave di lettura del mondo occidentale, è il “grande codice” come diceva Northrop Frye.

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Jessica Redeghieri insegna presso la scuola dell’infanzia di Novellara e lavora con gli adulti come formatrice. Fa parte di docenti virtuali, il gruppo facebook che raccoglie oltre 11.000 insegnanti che integrano la didattica tradizionale con le più​ n​uove tecnologie. Sul suo canale youtube ha realizzato oltre 160 video tutorial per aiutare altri insegnanti a destreggiarsi nella didattica virtuale. L’abbiamo intervistata per capire meglio le potenzialità​ c​he il web offre nel campo della didattica.

Quando e come ha iniziato ad appassionarsi alla didattica virtuale?

Le tecnologie sono da sempre una mia passione personale prima ancora che professionale. Ho sempre avuto sin da bambina una predilezione per i giochi elettronici, i videogiochi e il computer. Questa passione mi ha accompagnato negli anni e mi ha portato ad approfondire il grande tema delle tecnologie parallelamente agli studi pedagogici.

Durante gli anni di formazione universitaria e anche successivamente sono entrata in contatto con le teorie che prevedono un apporto attivo e creativo e una costruzione del proprio sapere da parte del bambino.

Avendo provato in prima persona quanto gli strumenti digitali possano essere uno stimolo per imparare in modo attivo, creativo e piacevole ho cercato di inserirli da subito, quando e dove possibile, all’interno dei percorsi e delle attività proposte ai ragazzi e ai bambini.

Non direi, quindi, di essermi appassionata alla didattica virtuale. Direi piuttosto che, l’utilizzo degli strumenti tecnologici, ovviamente accanto ad altri tipi di strumenti, è stato una naturale conseguenza delle mie scelte didattiche reali.

Come è​ p​ossibile utilizzare le moderne tecnologie a scuola?

Al di là dei singoli strumenti tecnologici che sono e rimangono mezzi, tutto dipende dalle scelte progettuali, metodologiche e strategiche, dell’insegnante.

A mio parere gli strumenti tecnologici (e pedagogici) da privilegiare sono quelli che permettono al bambino di creare qualcosa dando spazio quindi alla progettazione, alla ricerca, alla produzione e alla presentazione del proprio prodotto.

Solo alcuni esempi sono gli strumenti per la creazione di mappe mentali e concettuali (es. Bubbl.us, Mindomo), bacheche per la cura dei contenuti (es. Padlet, Symbaloo), presentazioni dinamiche (es. Prezi, Powtoon), video-racconti (es. Animoto, Slidestory), mappe geografiche (es. MyMaps, HistoryPin), lezioni (es. Blendspace, Edpuzzle).

Importante poi è favorire la relazione sostenendo il lavoro di gruppo, la condivisione e la creazione condivisa e avvalendosi anche di strumenti che privilegiano, quindi, l’interazione tra i ragazzi. Rispetto a questo tipo di strumenti vorrei citare tra tutti Google Drive, ambiente che permette, tra le altre funzioni, di creare documenti, fogli di lavoro, presentazioni (e molto altro) in modo condiviso quindi a più mani.

Se pensiamo, poi, alle relazioni non solo tra gli alunni ma anche tra gli alunni e l’insegnante possiamo citare gli strumenti che permettono di creare e gestire aule virtuali come Edmodo e Google Classroom e gli strumenti di videoconferenza come Hangouts e Skype.

Se, infine, vogliamo far sperimentare ai ragazzi le potenzialità dei reali strumenti tecnologici e quindi farli avvicinare ai “nuovi” ambiti di ricerca possiamo aprire le porte a temi come la robotica, l’animazione 3D, l’elettronica, la programmazione. Questo permetterà ai ragazzi non solo di apprendere attivamente ma anche di toccare con mano le tecnologie con cui, probabilmente, avranno a che fare nella loro vita futura sia professionale che personale.

Quale app utilizza maggiormente a scuola?

Per quanto riguarda la scuola negli ultimi anni abbiamo sfruttato soprattutto le potenzialità della robotica e della programmazione quindi utilizzo strumenti che mi permettano di affrontare questo tipo di tematiche che, anche per i bambini più piccoli, sono sempre un validissimo spunto di riflessione soprattutto se i percorsi proposti sono orientati alla scoperta attiva, alla creazione di prodotti e alla riflessione a piccolo e grande gruppo. Tra i software per laprogrammazione, ad esempio, ha avuto un forte impatto Kodu Game Lab e tra i robot il preferito per i più piccoli rimane BeeBot.

Quali sono i vantaggi nell’usare una didattica di questo tipo?

All’interno di un impianto didattico che privilegi l’apprendimento attivo da parte del bambino le tecnologie, se intese come strumenti di creazione, possono essere una fonte preziosa perché prima di ogni altra cosa permettono ai bambini di creare prodotti originali frutto di percorsi di progettazione unici e quindi estremamente personalizzati.

Secondo lei, la classe docente italiana è ​p​ronta ad affrontare questo nuovo approccio alla didattica?

Penso che al momento i docenti abbiano a disposizione una serie immensa di strumenti di formazione, informazione e approfondimento sia rispetto all’utilizzo tecnico delle tecnologie sia rispetto ai metodi e alle strategie più adeguati. Uno strumento prezioso è proprio il web perché, attraverso gruppi di discussione, siti, blog, canali e forum, ognuno può trovare infiniti spunti, risorse e occasioni di confronto. Numerosissimi sono, poi, i corsi che hanno come obiettivo quello di riflettere sull’utilizzo delle tecnologie nella didattica.

Penso che il cambiamento di approccio debba partire per lo più da una riflessione sui metodi di insegnamento che anche alla spinta delle tecnologie all’interno della didattica ha contribuito ad aprire, o meglio riaprire.

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Jessica Redeghieri insegna presso la scuola dell’infanzia di Novellara e lavora con gli adulti come formatrice. Fa parte di docenti virtuali, il gruppo facebook che raccoglie oltre 11.000 insegnanti che integrano la didattica tradizionale con le più​ n​uove tecnologie. Sul suo canale youtube ha realizzato oltre 160 video tutorial per aiutare altri insegnanti a destreggiarsi nella didattica virtuale. L’abbiamo intervistata per capire meglio le potenzialità​ c​he il web offre nel campo della didattica.

Quando e come ha iniziato ad appassionarsi alla didattica virtuale?

Le tecnologie sono da sempre una mia passione personale prima ancora che professionale. Ho sempre avuto sin da bambina una predilezione per i giochi elettronici, i videogiochi e il computer. Questa passione mi ha accompagnato negli anni e mi ha portato ad approfondire il grande tema delle tecnologie parallelamente agli studi pedagogici.

Durante gli anni di formazione universitaria e anche successivamente sono entrata in contatto con le teorie che prevedono un apporto attivo e creativo e una costruzione del proprio sapere da parte del bambino.

Avendo provato in prima persona quanto gli strumenti digitali possano essere uno stimolo per imparare in modo attivo, creativo e piacevole ho cercato di inserirli da subito, quando e dove possibile, all’interno dei percorsi e delle attività proposte ai ragazzi e ai bambini.

Non direi, quindi, di essermi appassionata alla didattica virtuale. Direi piuttosto che, l’utilizzo degli strumenti tecnologici, ovviamente accanto ad altri tipi di strumenti, è stato una naturale conseguenza delle mie scelte didattiche reali.

Come è​ p​ossibile utilizzare le moderne tecnologie a scuola?

Al di là dei singoli strumenti tecnologici che sono e rimangono mezzi, tutto dipende dalle scelte progettuali, metodologiche e strategiche, dell’insegnante.
A mio parere gli strumenti tecnologici (e pedagogici) da privilegiare sono quelli che permettono al bambino di creare qualcosa dando spazio quindi alla progettazione, alla ricerca, alla produzione e alla presentazione del proprio prodotto.

Solo alcuni esempi sono gli strumenti per la creazione di mappe mentali e concettuali (es. Bubbl.us, Mindomo), bacheche per la cura dei contenuti (es. Padlet, Symbaloo), presentazioni dinamiche (es. Prezi, Powtoon), video-racconti (es. Animoto, Slidestory), mappe geografiche (es. MyMaps, HistoryPin), lezioni (es. Blendspace, Edpuzzle).

Importante poi è favorire la relazione sostenendo il lavoro di gruppo, la condivisione e la creazione condivisa e avvalendosi anche di strumenti che privilegiano, quindi, l’interazione tra i ragazzi. Rispetto a questo tipo di strumenti vorrei citare tra tutti Google Drive, ambiente che permette, tra le altre funzioni, di creare documenti, fogli di lavoro, presentazioni (e molto altro) in modo condiviso quindi a più mani.

Se pensiamo, poi, alle relazioni non solo tra gli alunni ma anche tra gli alunni e l’insegnante possiamo citare gli strumenti che permettono di creare e gestire aule virtuali come Edmodo e Google Classroom e gli strumenti di videoconferenza come Hangouts e Skype.

Se, infine, vogliamo far sperimentare ai ragazzi le potenzialità dei reali strumenti tecnologici e quindi farli avvicinare ai “nuovi” ambiti di ricerca possiamo aprire le porte a temi come la robotica, l’animazione 3D, l’elettronica, la programmazione. Questo permetterà ai ragazzi non solo di apprendere attivamente ma anche di toccare con mano le tecnologie con cui, probabilmente, avranno a che fare nella loro vita futura sia professionale che personale.

Quale app utilizzi maggiormente a scuola?

Per quanto riguarda la scuola negli ultimi anni abbiamo sfruttato soprattutto le potenzialità della robotica e della programmazione quindi utilizzo strumenti che mi permettano di affrontare questo tipo di tematiche che, anche per i bambini più piccoli, sono sempre un validissimo spunto di riflessione soprattutto se i percorsi proposti sono orientati alla scoperta attiva, alla creazione di prodotti e alla riflessione a piccolo e grande gruppo. Tra i software per laprogrammazione, ad esempio, ha avuto un forte impatto Kodu Game Lab e tra i robot il preferito per i più piccoli rimane BeeBot.

Quali sono i vantaggi nell’usare una didattica di questo tipo?

All’interno di un impianto didattico che privilegi l’apprendimento attivo da parte del bambino le tecnologie, se intese come strumenti di creazione, possono essere una fonte preziosa perché prima di ogni altra cosa permettono ai bambini di creare prodotti originali frutto di percorsi di progettazione unici e quindi estremamente personalizzati.

Secondo lei, la classe docente italiana è​p​ronta ad affrontare questo nuovo approccio alla didattica?

Penso che al momento i docenti abbiano a disposizione una serie immensa di strumenti di formazione, informazione e approfondimento sia rispetto all’utilizzo tecnico delle tecnologie sia rispetto ai metodi e alle strategie più adeguati. Uno strumento prezioso è proprio il web perché, attraverso gruppi di discussione, siti, blog, canali e forum, ognuno può trovare infiniti spunti, risorse e occasioni di confronto. Numerosissimi sono, poi, i corsi che hanno come obiettivo quello di riflettere sull’utilizzo delle tecnologie nella didattica.
Penso che il cambiamento di approccio debba partire per lo più da una riflessione sui metodi di insegnamento che anche lla spinta delle tecnologie all’interno della didattica ha contribuito ad aprire, o meglio riaprire.

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Dopo l’intervista dell’anno scorso a un suo ex professore, in occasione del secondo anniversario dell’elezione di Papa Francesco, abbiamo intervistato Jorge Milia, giornalista, scrittore ed ex alunno di quello che sarebbe poi diventato Papa Francesco. Il signor Milia infatti ha frequentato l’Istituto dell’Immacolata Concezione di Santa Fe, dove il professor Bergoglio insegnava letteratura. Su quell’esperienza, lo scrittore, molto conosciuto in Argentina, ha scritto anche un libro edito da Mondadori, Maestro Francesco

Come era il professor Bergoglio in classe?

“El Padre Bergoglio”, Jorge Mario Bergoglio S.I. o “Carucha”, è stato un insegnante speciale in una scuola speciale. L’Immacolata è il più antico istituto dell’Argentina, una storia dentro la storia. Questo istituto non voleva essere una culla di leader. La Compagnia di Gesù aveva un’altra idea: quella di educare i giovani per diventare uomini che pensano con un senso cristiano della vita ed essere in definitiva di formare testimoni della fede.

Tutto questo ha coinciso con l’idea del professor Bergoglio. Ma lui è andato anche oltre. Aveva un nuovo modo di vedere le cose, improntato ad una grande apertura mentale che ci lasciava la libertà di indagare ciò che ci interessava. Non solo ci faceva leggere la letteratura, ma ci permetteva anche di “creare” la nostra scrittura. Ci ha anche dato la possibilità di parlare con gli autori di spicco del momento.

Dove si trovava quando Bergoglio è stato eletto Papa? Se lo aspettava?

Non, non mi aspettavo la sua elezione. Avevo parlato con lui poco prima del conclave e mi aveva detto che allo suo ritorno da Roma mi avrebbe chiamato. Invece, il 13 marzo ero a casa, in giardino con un elettricista che stava piazzando degli apparecchi. Mia moglie mi ha detto dalla finestra: “C’è il fumo bianco”. Io, che aveva per un attimo dimenticato il Conclave, risposi si spegnere il forno, pensando di aver lasciato dei semi di zucca a cuocere, ma lei mi ripose: “No, non è qui, è a Roma!”. Mi sono dunque precipitato davanti alla TV per vedere chi fosse il nuovo Papa e quando ho sentito che il cardinale Tauran pronunciava le parole “Georgium Marium …” ho cominciato a piangere. Da quel momento in poi il mio telefono ha iniziato a squillare e non ha smesso più per due giorni!

Qual è il più importante contributo che un Papa argentino può dare alla Chiesa del XXI secolo?

Penso che, anche se molte persone sono già scioccate da ciò che Francesco ha già fatto, i cambiamenti potranno essere valutati solo alla fine del suo pontificato. Il cambiamento non sta nel suo essere latino-americano, argentino o gesuita, ma nella scelta dei cardinali elettori. Questo è stato preso in considerazione da pochissime persone fino ad ora, ma se non ci fosse stato un cambiamento di prospettiva nel collegio cardinalizio, oggi non avremmo avuto Papa Francesco. L’importante è che la maggior parte dei cardinali ha ritenuto che un tale cambiamento fosse necessario. Dopo, da quel “Buonasera”, il nuovo vescovo di Roma, ha iniziato le altre modifiche, ma non dimentichiamo che il primo grande cambiamento è avvenuto la sera dell’elezione.

È vero che per tutto il mondo l’essere latino-americano, argentino e gesuita sono fattori importanti. In tutti e tre i casi si tratta di una prima volta. E si potrebbero fare molte disquisizioni su quale di questi tre aspetti sia Di maggior rilievo nella figura di Papa Francesco. Ma il vero segreto di Bergoglio sta nella sua personalità, nella sua capacità di lavoro e nella fede.

Che cosa ha significato per l’Argentina l’elezione di Papa Bergoglio?

La questione è difficile, perché può avere molte risposte. In primo luogo è necessario specificare di quale Argentina parliamo. Se parliamo di Bergoglio bisogna sapere che ci sono quelli che lo vogliono e quelli che lo odiano. Alcuni di questi ultimi ora si sono travestiti da amici, ma è solo una cosa facciata. Certamente l’elezione ha cambiato molte sotto l’aspetto politico. La più importante è stata quella di evitare il disegno di legge per modificare la Costituzione. Questo ha significato l’impossibilità della rielezione per Cristina Fernández (il Capo di Stato dell’Argentina, ndr). Così si capisce l’ira del suo governo nei primi due primi giorni. Dopo hanno recuperato il buon senso (o si sono anch’essi vestiti di ipocrisia) dimenticando le quattordici sollecitazioni da parte del Cardinale Primate per avere un’udienza, sempre negata dalla Fernàndez. Per quanto riguarda l’aspetto ecclesiale invece, gli argentini hanno la stessa adesione a Francesco di tutto il mondo. Ma nella chiesa di Argentina ancora non si vede un cambiamento eclatante. E questo è logico, sono strutture molto grandi che dovevano fare un cambiamento. Per la gente comune è sempre più facile.

Ha sentito ultimamente il Papa? Cosa vi siete detti?

No, ad eccezione di qualcuna risposta via e-mail, non ho parlato con lui. L’ultima volta è stato a settembre scorso. Ma non è stata più che una chiacchierata di amici poiché io non sono un uomo di stato che ha da discutere di questioni importanti. Sono un uomo comune che solo ha avuto la fortuna di essere amico del Papa. Quando ci siamo sentiti, lui mi chiedeva sempre delle mie figlie, e ricorda ogni cosa che gli ho raccontato in precedenza e non lascia mai di darmi consigli. Quando gli ho raccontato come si aiutano fra loro, mi ha detto che con mia moglie abbiamo fatto un buon lavoro, perché le nostre figlie hanno il senso della solidarietà. Essere solidali tra sorelle o fratelli non significa fornire denaro l’uno a l’altro, è il suo buon consiglio, ma stare insieme per combattere la solitudine.

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Abdoulaye Mbodj è un giovane avvocato, il primo africano iscritto dal 2012 all’Ordine degli Avvocati di Milano. L’Avv. Mbodj, 30enne, infatti è nato a Dakar, in Senegal, e nel 1991 si è trasferito in Italia, vicino a Lodi, raggiungendo i suoi genitori. Dopo il liceo scientifico, si è laureato con lode in Giurisprudenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Da quasi tre anni sta dando vita a dei progetti che sostengano lo sviluppo nel suo Paese d’origine. A tal fine ha costituito una Onlus, “Associazione Amici di Babacar Mbaye e Awa Fall Onlus”, dedicata alla memoria dei propri nonni materni. Per conoscere meglio questa realtà lo abbiamo intervistato.

Lei è da molti anni in Italia, ma quali sono i legami con la sua terra natale?

I legami con il mio Paese d’origine, il Senegal, sono molto forti e saldi. Infatti, quasi ogni anno torno nel mio Paese ed ho frequenti contatti con i miei cugini che sento spesso telefonicamente e su skype. Come avvocato ho anche seguito qualche pratica legale per il Consolato senegalese in Milano. Inoltre, conosco perfettamente la lingua senegalese, il wolof. Infine, sono molto legato alla comunità senegalese di Zingonia in Provincia di Bergamo, a cui storicamente io e la mia famiglia siamo legati.

Come è nata l’onlus che ha fondato?

L’idea della Onlus è piuttosto recente, essendo stata costituita il 27 maggio 2014. Tuttavia l’idea originaria parte da molto lontano. Infatti, nel 2008 durante la mia vacanza-studio americana di due mesi a Chicago per scrivere la tesi di laurea, ebbi modo di conoscere un caro amico di Crema, Alberto Piantelli, con il quale durante una conversazione lanciammo l’idea di poter fare qualcosa di concreto per il mio Paese, al quale desideravo restituire un po’ della mia fortuna.

Quindi, nell’estate 2013, con il supporto del Rotaract Terre Cremasche di Crema, io e Alberto organizzammo due aperitivi di fundraising in cui coinvolgemmo tanti giovani, unendo il divertimento con una giusta e nobile causa: aiutare il mio Paese d’origine.

Con i fondi raccolti (3.000,00 €) nei due aperitivi a Crema, in Provincia di Cremona, abbiamo pagato i container che da Genova hanno trasportato i beni donati dall’Ospedale di Crema (dispositivi e presidi medico-sanitari) alla volta del Senegal, per ristrutturare il reparto di ginecologia dell’Ospedale Roi Bauodin di Guediawaye Samh Notaire, una circoscrizione di 40.000 abitanti della capitale del Senegal, Dakar.

Dopo questo inizio come avete proseguito?

Ci siamo concentrati su altri due settori con difficoltà croniche in Senegal: quello della Pubblica Amministrazone e quello dell’istruzione. Pertanto, abbiamo rivolto i nostri sforzi anche all’Ufficio anagrafe del Comune senegalese, fornendo stampanti, computer e scanner al fine di informatizzare e digitalizzare l’Ufficio comunale con una più sicura archiviazione elettronica della documentazione, che con l’archiviazione cartacea spesso si deteriova o addirittura veniva smarrita. Mentre per la scuola elementare abbiamo fornito beni di prima necessità per l’attività scolastica ordinaria: penne, pastelli, matite, quaderni, cancellini, gessi, registri ecc.

Quali sono i progetti per il futuro?

Per il 2015 abbiamo fatto un ambizioso “action plan”, e ci siamo prefissati degli obiettivi strutturali: ci piacerebbe portare in Italia due persone del personale infermieristico e paramedico dell’Ospedale senegalese da formare durante una settimana di training sanitario presso un Ospedale lombardo (Lodi o Crema). Inoltre, ci piacerebbe reperire tramite una locale Croce Bianca, un’ambulanza per l’ospedale senegalese, oltre a recuperare materiali e beni per la prima infanzia per rendere più moderno il reparto di ginecologia.

Quale è la filosofia che soggiace a tutto ciò?

IL motto della nostra Onlus, assai educativo, è: “non regalarmi il pesce ma insegnami a pescarlo che mangio tutta la vita”. Un motto che ribalta radicalmente la tradizionale forma di cooperazione internazionale basata sui fondi dati a pioggia.

Il nostro scopo, infatti, è quello di implementare una politica di sviluppo: alla fornitura alla comunità delle attrezzature necessarie, si affianca infatti la formazione della medesima, propedeutica, in particolare, all’acquisizione delle conoscenze tecniche necessarie per l’utilizzo delle attrezzature sanitarie e amministrative donate.

Ai membri della comunità viene quindi data la preziosa occasione di “aiutarsi”, di divenire coscienti delle proprie potenzialità e, responsabilizzandosi, di migliorare le proprie future condizioni sociali, sanitarie e educative.

E’ un progetto credibile poiché i beni vengono consegnati direttamente dai miei genitori Alioune e Anta che supervisionano affinché i beni vengano destinati ai fini specifici. Inoltre, periodicamente io mi reco direttamente sul posto per fare dei sopralluoghi di verifica e dei controlli sul campo.

Ci sono realtà italiane che sostengono la vostra onlus?

Gli enti che sostengono da quasi tre anni la Onlus e a cui va il mio più vivo e sentito ringraziamento sono: l’Ospedale Maggiore di Crema (in provincia di Cremona), la Parrocchia San Giovanni Bosco di Codogno (in provincia di Lodi) e il Rotaract Terre Cremasche di Crema.

Magari ci sono fra i nostri lettori dei tuoi connazionali o persone che sono interessate a sostenere la sua iniziativa. Come possono fare?

Sicuramente la modalità che raccomando a tutti è la consultazione del sito internet della Onlus: www.aabaonlus.org Iscrivendosi alla newsletter sarà garantito il costante aggiornamento con riferimento alle attività ed iniziative della Onlus, quali ad esempio le cene di fundraising o la presentazione dei risultati associativi. Inoltre, è possibile contattarci mediante l’indirizzo mail dell’associazione associazioneabaonlus@gmail.com

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