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Archivi del mese: aprile 2014

CHIESA – Giovanni Paolo II ha avuto sempre un grande amore per il laicato cattolico e in particolare per i giovani. Questa sua predilezione verso i giovani lo ha spinto a dare vita alle Giornate Mondiali della Gioventù alle quali hanno partecipato nel corso degli anni migliaia di ragazzi. Il sentimento di benevolenza per le giovani generazioni non ha mancato di essere corrisposto. Sono nati così i “Papaboys”. In occasione della canonizzazione di Giovanni Paolo II abbiamo intervistato Daniele Venturi, Presidente Nazionale dei Papaboys

Daniele, vuoi raccontare ai nostri lettori come e quando è nato il movimento dei Papaboys?

Il sito internet www.papaboys.org è nato nel 2001, mentre l’Associazione Nazionale Papaboys è stata fondata nel 2004. I Papaboys però non vogliono essere tanto un movimento, ma sono soprattutto un’associazione al servizio della Chiesa e dei giovani.

Quanti associati raccoglie oggi la vostra associazione e quali sono le più importanti attività che svolgete?

Gli associati attualmente sono circa 15.000. Principalmente noi Papaboys siamo impegnati a sostenere tutte le attività di preghiera proposte dalla Chiesa. Spesso sono proprio i Papaboys ad animare le Adunanze Eucaristiche. A me piace dire che il nostro compito è quello di “apritori di porte delle chiese”: aprire le parrocchie e portarci dentro i fedeli a pregare, con Gesù al centro dell’altare, ed è a Lui che affidiamo tutti le nostre invocazioni.

I papaboys sono nati con Giovanni Paolo II. Quale è stato il rapporto con i suoi successori Benedetto XVI e Francesco?

I Papaboys sono nati con Giovanni Paolo II, cresciuti con Benedetto XVI e continuano a crescere con Francesco. A due mesi dall’elezione di Benedetto XVI, il 28 giugno 2005, partecipammo all’incontro “Tanti cuori attorno al Papa. Messaggero di Pace” presso l’Aula Paolo VI.

Proprio durante la sei giorni di intercessione per la pace che avevamo organizzato a febbraio 2013 arrivò la notizia delle dimissioni di Benedetto XVI; in quell’occasione Benedetto XVI ci fece recapitare dall’arcivescovo Konrad Krajewski, centinaia di corone del Rosario.

Con Francesco il feeling inizia in Terra Santa: noi seguiremo il Santo Padre con tutta una serie di iniziative. Per l’occasione abbiamo anche realizzato il sito www.terrasanctapax.org che conterrà momenti live e di preghiera.

Quale aspetto del carisma di Giovanni Paolo II ti affascina maggiormente?

Ti rispondo evidenziando la principale motivazione che mi ha convinto a mettermi in gioco: la continua conferma della sua credibilità. Giovanni Paolo II predicava il perdono ed ha perdonato; predicava l’amore per i giovani ed i giovani li ha amati… (ci ha amati n.d.r.); predicava il donarsi fino alla fine e fino all’ultimo istante si è donato senza risparmiarsi.

Hai avuto modo di incontrare personalmente Giovanni Paolo II? Cosa ricordi, quali sono state le tue emozioni?

Ho incontrato Giovanni Paolo II in occasione dell’ultimo concerto di Natale in Vaticano, nel 2004. Ho potuto vedere da vicino il volto della sofferenza e, nel suo volto, ho potuto intravvedere il volto di Gesù.

In poche parole gli dissi cosa stavo facendo e mi sono impegnato, in quell’occasione, a continuare anche nel futuro.

Raccontaci della tua partecipazione alle Giornate Mondiali della Gioventù? Quale è stata la tua prima? Quale quella che ti è rimasta più nel cuore?

Alla GMG per il Giubileo del 2000 arrivai soltanto all’ultimo minuto, poi partecipai a Colonia 2005 con Benedetto XVI. Toronto e Rio le ho seguite al servizio dei ragazzi coordinando i vari gruppi. Per Rio avevo anche un biglietto invito, ma nello stile di Papa Francesco ho preferito trasferirlo a chi aveva più merito di me di essere lì.

La GMG che mi è rimasta più nel cuore… sarà quella di Cracovia 2016.

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È forse il relatore più laico che parteciperà al primo Meeting dei giornali cattolici on line che si terrà a Grottammare (AP) dal 12 al 14 giugno. Stiamo parlando di Daniele Bellasio, milanese, classe 1974. Dopo essersi laureato in giurisprudenza, ha lavorato per “Il Foglio”, per “Il Borghese”, per il gruppo Class ed è attualmente capo redattore dei commenti e social media editor de “Il Sole 24 ore”. Lo abbiamo abbiamo raggiunto e intervistato.

Lei che lavora per un giornale laico, non confessionale, che si occupa di economia, come ha accolto l’invito a partecipare al primo meeting di giornali che si richiamano espressamente alla visione cattolica? Con fiducia, che poi forse è la versione – lei direbbe – “laica” della fede. Mi sono detto: “Se mi chiamano, significa che ritengono che io possa essere utile. Se posso essere utile, ottimo, ci sarò!”. Ovviamente, come si dice nei profili di twitter, le mie opinioni sono soltanto le mie opinioni. Sinceramente, ho una naturale predisposizione alla curiosità. Il grande Maurizio Milani direbbe: “Sono un curioso fisso”. In questo caso, la curiosità è legata al tipo di dibattito che potrà essere fatto, ai tipi di dubbi e di idee che potranno essere sollevati e, perché no, al tipo di utilità che potrà essere riscontrata o no nel mio contributo.

Lei nel suo blog ha scritto: “Non posso più non dirmi cristiano e credo nel libero mercato e nella libera persona”. Cosa comporta l’essere cristiani in un ambiente di lavoro come il suo? Nel posto di lavoro, e in particolare in un posto di lavoro laico, autorevole e imparziale come il Sole 24 Ore, è bene essere soprattutto professionali. Cerco di fare al meglio il mio mestiere di giornalista. Sono profondamente convinto che essere un buon lavoratore, un buon professionista, tentare di essere un buon lavoratore, un buon professionista, sia un buon modo per essere e/o tentare di essere una brava persona. Io ci provo. Tutto qui. Ovviamente quella citazione vuole essere anche un mio particolare, piccolo e personale tributo a Benedetto Croce.

Lei ha accostato il suo richiamo alla fede cristiana ai temi del mercato e della persona. Qual è secondo il suo punto di vista il nesso fra queste tre realtà? Innanzitutto, vorrei dire che ho fatto quell’accostamento nella mia biografia per il blog che curo. Questa per me è una precisazione importante, perché, tra i compiti che svolgo, c’è anche quello di social media editor. Un blog è uno strumento “personale” di racconto e di esposizione, anche professionale, di idee, storie, notizie. La natura dello strumento “blog” implica la massima sincerità, per quanto lo si possa essere con e su se stessi, sulla descrizione della persona che lo cura. Non si può non dire chi si è, se si vuole avere un blog con un nome e cognome al fianco di un titolo.

La fede, il mercato e la persona sono tre realtà che hanno, ai miei occhi, una splendida e feconda mamma: la libertà. E “una buona mamma non solo accompagna i figli nella crescita, non evitando i problemi, le sfide della vita. Una buona mamma aiuta anche a prendere le decisioni definitive con libertà”. E’ un insegnamento che vale anche per i laici, anche se è di Papa Francesco.

Quale pensa sarà il suo maggior contributo al primo meeting dei giornali cattolici on line? Raccontare la mia esperienza. Nel mondo cosiddetto “on line”, una prateria, una frontiera davanti a noi, è bene soprattutto partire dall’esperienza e condividere le esperienze. Un po’ come nella nostra vita quotidiana, no?

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ROMA – Il primo meeting dei giornali cattolici on line si terrà dal 12 al 14 giugno a Grottammare. Per la prima volta le più importanti realtà cattoliche presenti in rete si incontreranno per confrontarsi, scambiare esperienze e individuare strategie comuni.

L’incontro è aperto a tutte le realtà pagine, blog, siti, radio, tv, presenti in rete o diffuse in forma stampata o via etere. Per conoscere più nel dettaglio cosa accadrà durante il meeting, nelle prossime settimane intervisteremo giornalisti, direttori di testate ed altre persone che a vario titolo parteciperanno all’evento. Iniziamo con l’intervista ad Antonio Gaspari, direttore di Zenit, una delle principali realtà che collaborano per la realizzazione di questo importante evento.

Durante la presentazione del meeting, lei ha detto che questo evento è nato durante una passeggiata. Ci può spiegare meglio cosa intendeva?

Eravamo a San Benedetto del Tronto, insieme al capo redattore del giornale diocesano “L’Ancora”, Simone Incicco. Stavamo riflettendo sul perché Papa Francesco avesse così tanto successo dal punto di vista comunicativo. Discutevamo anche di come riuscire a fare comunicazione evitando la tentazione della cattive notizie, degli scandali, delle denuncie, degli attacchi e delle critiche. Ci siamo interrogati se e come era possibile fare un informazione basata sulle buone notizie. Come far crescere un giornalismo di inchiesta che raccontasse di grandi ideali, di storie eroiche, di larghi orizzonti…

Eravamo anche un po’ annoiati dei racconti di un cristianesimo, troppo intellettuale, con una impostazione moralistica e con poca carità. Abbiamo sentito il desiderio di raccontare dell’incontro delle persone con Cristo e dell’amicizia come dono di Dio. Ci siamo chiesti anche come fossero piccoli i nostri progetti di fronte ad una tecnologia telematica che sta assumendo dimensioni galattiche. Abbiamo sentito la necessità di sfidarci e di chiamare a raccolta tutti gli amici che lavorano nella comunicazione, per discutere come favorire e diffondere la cultura dell’incontro proposta da Papa Francesco. Così abbiamo pensato ad un meeting nazionale, invitando però anche ospiti internazionali.

Lei è stato l’ideatore del titolo della prima edizione del meeting “Pellegrini nel cyberspazio”. Cosa l’ha spinta a formulare proprio questo titolo?

Coscienti o no, ogni persona compie una cammino terreno con grandi aspirazioni nel cuore. È vero che ognuno cerca l’infinito. In questo cammino siamo tutti pellegrini che cercano amore, felicità, gioia, senso, amicizia, famiglia, conoscenza, fratellanza, condivisione, buon vivere. Il cyberspazio è la dimensione più vicina ad una forma di comunicazione che non si ferma al sistema solare, ma che ha le potenzialità per comunicare con l’intera galassia. In questo pellegrinaggio ci siamo tutti credenti e non. Mi è sembrata l’immagine più consona all’idea di meeting che avevamo pensato.

Lei fa parte della squadra di Zenit da quando è nata, prima come inviato e poi come direttore editoriale. Alla luce della sua esperienza, quali sono i limiti e le risorse della stampa cattolica?

Le risorse sono enormi, direi senza limite. ZENIT è nata 16 anni fa, con un investimento di appena trentamila dollari. Si trattava di un’unica edizione in spagnolo spedita via mail a circa 400 utenti. Oggi usciamo ogni giorno in sette lingue (italiano, inglese, spagnolo, tedesco, francese, portoghese e arabo).

Pubblichiamo una media giornaliera tra le 75 e le 100 notizie via mail. Sono più di 500mila i sottoscrittori. Spediamo circa 16 milioni di mail al mese. Abbiamo un pubblico che frequenta la nostra pagina WEB (www.zenit.org) e le nostre pagine su Facebook e Twitter. Il venerdì santo della scorsa settimana le visualizzazioni sulle nostre pagine Facebook hanno superato i tre milioni di utenti.

Non sono molto bravo nelle critiche. Se devo pensare ai limiti della stampa cattolica, posso dire che a volte sembra che manchi il coraggio e la convinzione delle grandi visioni. Pur essendo più ardimentosa della stampa che gioca sulla cronaca nera e sugli scandali, l’editoria cattolica dovrebbe osare di più.

La stampa cattolica è più facilmente diffusa fra gli adulti rispetto alle generazioni più giovani. Cosa si può fare secondo lei per raggiungere anche questa importante fascia d’età?

La prima cosa da fare è offrire ai giovani la possibilità di entrare in redazione per raccontare e scrivere delle aspirazioni della nuova generazione. Nella redazione di ZENIT ci sono giovani liceali e universitari ai primi anni che scrivono articoli, fanno interviste, recensiscono libri, film, mostre, concerti.

Non è giusto che persone adulte continuino a scrivere cosa dovrebbero fare i giovani. Va bene proteggerli e sostenerli nella crescita, ma bisogna incoraggiarli e cercare di alimentare in grande libertà la loro sete del vero del buono e del bello.

Nella redazione di ZENIT abbiamo chiesto ai giovani di scrivere e raccontare della loro generazione. Li abbiamo aiutati con amicizia, facendoli sentire parte della compagnia della buona notizia. La collaborazione con i colleghi più esperti li sta facendo crescere spingendoli a volare sempre più in alto.

La tecnologia telematica ci sta aiutando, perché analizzando il pubblico che frequenta le pagine di Facebook per esempio, abbiamo constatato che l’età di chi segue e interviene di più va dai sedici fino ai 32 anni.

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