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Archivi del mese: aprile 2014

CHIESA – Giovanni Paolo II ha avuto sempre un grande amore per il laicato cattolico e in particolare per i giovani. Questa sua predilezione verso i giovani lo ha spinto a dare vita alle Giornate Mondiali della Gioventù alle quali hanno partecipato nel corso degli anni migliaia di ragazzi. Il sentimento di benevolenza per le giovani generazioni non ha mancato di essere corrisposto. Sono nati così i “Papaboys”. In occasione della canonizzazione di Giovanni Paolo II abbiamo intervistato Daniele Venturi, Presidente Nazionale dei Papaboys

Daniele, vuoi raccontare ai nostri lettori come e quando è nato il movimento dei Papaboys?

Il sito internet www.papaboys.org è nato nel 2001, mentre l’Associazione Nazionale Papaboys è stata fondata nel 2004. I Papaboys però non vogliono essere tanto un movimento, ma sono soprattutto un’associazione al servizio della Chiesa e dei giovani.

Quanti associati raccoglie oggi la vostra associazione e quali sono le più importanti attività che svolgete?

Gli associati attualmente sono circa 15.000. Principalmente noi Papaboys siamo impegnati a sostenere tutte le attività di preghiera proposte dalla Chiesa. Spesso sono proprio i Papaboys ad animare le Adunanze Eucaristiche. A me piace dire che il nostro compito è quello di “apritori di porte delle chiese”: aprire le parrocchie e portarci dentro i fedeli a pregare, con Gesù al centro dell’altare, ed è a Lui che affidiamo tutti le nostre invocazioni.

I papaboys sono nati con Giovanni Paolo II. Quale è stato il rapporto con i suoi successori Benedetto XVI e Francesco?

I Papaboys sono nati con Giovanni Paolo II, cresciuti con Benedetto XVI e continuano a crescere con Francesco. A due mesi dall’elezione di Benedetto XVI, il 28 giugno 2005, partecipammo all’incontro “Tanti cuori attorno al Papa. Messaggero di Pace” presso l’Aula Paolo VI.

Proprio durante la sei giorni di intercessione per la pace che avevamo organizzato a febbraio 2013 arrivò la notizia delle dimissioni di Benedetto XVI; in quell’occasione Benedetto XVI ci fece recapitare dall’arcivescovo Konrad Krajewski, centinaia di corone del Rosario.

Con Francesco il feeling inizia in Terra Santa: noi seguiremo il Santo Padre con tutta una serie di iniziative. Per l’occasione abbiamo anche realizzato il sito www.terrasanctapax.org che conterrà momenti live e di preghiera.

Quale aspetto del carisma di Giovanni Paolo II ti affascina maggiormente?

Ti rispondo evidenziando la principale motivazione che mi ha convinto a mettermi in gioco: la continua conferma della sua credibilità. Giovanni Paolo II predicava il perdono ed ha perdonato; predicava l’amore per i giovani ed i giovani li ha amati… (ci ha amati n.d.r.); predicava il donarsi fino alla fine e fino all’ultimo istante si è donato senza risparmiarsi.

Hai avuto modo di incontrare personalmente Giovanni Paolo II? Cosa ricordi, quali sono state le tue emozioni?

Ho incontrato Giovanni Paolo II in occasione dell’ultimo concerto di Natale in Vaticano, nel 2004. Ho potuto vedere da vicino il volto della sofferenza e, nel suo volto, ho potuto intravvedere il volto di Gesù.

In poche parole gli dissi cosa stavo facendo e mi sono impegnato, in quell’occasione, a continuare anche nel futuro.

Raccontaci della tua partecipazione alle Giornate Mondiali della Gioventù? Quale è stata la tua prima? Quale quella che ti è rimasta più nel cuore?

Alla GMG per il Giubileo del 2000 arrivai soltanto all’ultimo minuto, poi partecipai a Colonia 2005 con Benedetto XVI. Toronto e Rio le ho seguite al servizio dei ragazzi coordinando i vari gruppi. Per Rio avevo anche un biglietto invito, ma nello stile di Papa Francesco ho preferito trasferirlo a chi aveva più merito di me di essere lì.

La GMG che mi è rimasta più nel cuore… sarà quella di Cracovia 2016.

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È forse il relatore più laico che parteciperà al primo Meeting dei giornali cattolici on line che si terrà a Grottammare (AP) dal 12 al 14 giugno. Stiamo parlando di Daniele Bellasio, milanese, classe 1974. Dopo essersi laureato in giurisprudenza, ha lavorato per “Il Foglio”, per “Il Borghese”, per il gruppo Class ed è attualmente capo redattore dei commenti e social media editor de “Il Sole 24 ore”. Lo abbiamo abbiamo raggiunto e intervistato.

Lei che lavora per un giornale laico, non confessionale, che si occupa di economia, come ha accolto l’invito a partecipare al primo meeting di giornali che si richiamano espressamente alla visione cattolica? Con fiducia, che poi forse è la versione – lei direbbe – “laica” della fede. Mi sono detto: “Se mi chiamano, significa che ritengono che io possa essere utile. Se posso essere utile, ottimo, ci sarò!”. Ovviamente, come si dice nei profili di twitter, le mie opinioni sono soltanto le mie opinioni. Sinceramente, ho una naturale predisposizione alla curiosità. Il grande Maurizio Milani direbbe: “Sono un curioso fisso”. In questo caso, la curiosità è legata al tipo di dibattito che potrà essere fatto, ai tipi di dubbi e di idee che potranno essere sollevati e, perché no, al tipo di utilità che potrà essere riscontrata o no nel mio contributo.

Lei nel suo blog ha scritto: “Non posso più non dirmi cristiano e credo nel libero mercato e nella libera persona”. Cosa comporta l’essere cristiani in un ambiente di lavoro come il suo? Nel posto di lavoro, e in particolare in un posto di lavoro laico, autorevole e imparziale come il Sole 24 Ore, è bene essere soprattutto professionali. Cerco di fare al meglio il mio mestiere di giornalista. Sono profondamente convinto che essere un buon lavoratore, un buon professionista, tentare di essere un buon lavoratore, un buon professionista, sia un buon modo per essere e/o tentare di essere una brava persona. Io ci provo. Tutto qui. Ovviamente quella citazione vuole essere anche un mio particolare, piccolo e personale tributo a Benedetto Croce.

Lei ha accostato il suo richiamo alla fede cristiana ai temi del mercato e della persona. Qual è secondo il suo punto di vista il nesso fra queste tre realtà? Innanzitutto, vorrei dire che ho fatto quell’accostamento nella mia biografia per il blog che curo. Questa per me è una precisazione importante, perché, tra i compiti che svolgo, c’è anche quello di social media editor. Un blog è uno strumento “personale” di racconto e di esposizione, anche professionale, di idee, storie, notizie. La natura dello strumento “blog” implica la massima sincerità, per quanto lo si possa essere con e su se stessi, sulla descrizione della persona che lo cura. Non si può non dire chi si è, se si vuole avere un blog con un nome e cognome al fianco di un titolo.

La fede, il mercato e la persona sono tre realtà che hanno, ai miei occhi, una splendida e feconda mamma: la libertà. E “una buona mamma non solo accompagna i figli nella crescita, non evitando i problemi, le sfide della vita. Una buona mamma aiuta anche a prendere le decisioni definitive con libertà”. E’ un insegnamento che vale anche per i laici, anche se è di Papa Francesco.

Quale pensa sarà il suo maggior contributo al primo meeting dei giornali cattolici on line? Raccontare la mia esperienza. Nel mondo cosiddetto “on line”, una prateria, una frontiera davanti a noi, è bene soprattutto partire dall’esperienza e condividere le esperienze. Un po’ come nella nostra vita quotidiana, no?

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ROMA – Il primo meeting dei giornali cattolici on line si terrà dal 12 al 14 giugno a Grottammare. Per la prima volta le più importanti realtà cattoliche presenti in rete si incontreranno per confrontarsi, scambiare esperienze e individuare strategie comuni.

L’incontro è aperto a tutte le realtà pagine, blog, siti, radio, tv, presenti in rete o diffuse in forma stampata o via etere. Per conoscere più nel dettaglio cosa accadrà durante il meeting, nelle prossime settimane intervisteremo giornalisti, direttori di testate ed altre persone che a vario titolo parteciperanno all’evento. Iniziamo con l’intervista ad Antonio Gaspari, direttore di Zenit, una delle principali realtà che collaborano per la realizzazione di questo importante evento.

Durante la presentazione del meeting, lei ha detto che questo evento è nato durante una passeggiata. Ci può spiegare meglio cosa intendeva?

Eravamo a San Benedetto del Tronto, insieme al capo redattore del giornale diocesano “L’Ancora”, Simone Incicco. Stavamo riflettendo sul perché Papa Francesco avesse così tanto successo dal punto di vista comunicativo. Discutevamo anche di come riuscire a fare comunicazione evitando la tentazione della cattive notizie, degli scandali, delle denuncie, degli attacchi e delle critiche. Ci siamo interrogati se e come era possibile fare un informazione basata sulle buone notizie. Come far crescere un giornalismo di inchiesta che raccontasse di grandi ideali, di storie eroiche, di larghi orizzonti…

Eravamo anche un po’ annoiati dei racconti di un cristianesimo, troppo intellettuale, con una impostazione moralistica e con poca carità. Abbiamo sentito il desiderio di raccontare dell’incontro delle persone con Cristo e dell’amicizia come dono di Dio. Ci siamo chiesti anche come fossero piccoli i nostri progetti di fronte ad una tecnologia telematica che sta assumendo dimensioni galattiche. Abbiamo sentito la necessità di sfidarci e di chiamare a raccolta tutti gli amici che lavorano nella comunicazione, per discutere come favorire e diffondere la cultura dell’incontro proposta da Papa Francesco. Così abbiamo pensato ad un meeting nazionale, invitando però anche ospiti internazionali.

Lei è stato l’ideatore del titolo della prima edizione del meeting “Pellegrini nel cyberspazio”. Cosa l’ha spinta a formulare proprio questo titolo?

Coscienti o no, ogni persona compie una cammino terreno con grandi aspirazioni nel cuore. È vero che ognuno cerca l’infinito. In questo cammino siamo tutti pellegrini che cercano amore, felicità, gioia, senso, amicizia, famiglia, conoscenza, fratellanza, condivisione, buon vivere. Il cyberspazio è la dimensione più vicina ad una forma di comunicazione che non si ferma al sistema solare, ma che ha le potenzialità per comunicare con l’intera galassia. In questo pellegrinaggio ci siamo tutti credenti e non. Mi è sembrata l’immagine più consona all’idea di meeting che avevamo pensato.

Lei fa parte della squadra di Zenit da quando è nata, prima come inviato e poi come direttore editoriale. Alla luce della sua esperienza, quali sono i limiti e le risorse della stampa cattolica?

Le risorse sono enormi, direi senza limite. ZENIT è nata 16 anni fa, con un investimento di appena trentamila dollari. Si trattava di un’unica edizione in spagnolo spedita via mail a circa 400 utenti. Oggi usciamo ogni giorno in sette lingue (italiano, inglese, spagnolo, tedesco, francese, portoghese e arabo).

Pubblichiamo una media giornaliera tra le 75 e le 100 notizie via mail. Sono più di 500mila i sottoscrittori. Spediamo circa 16 milioni di mail al mese. Abbiamo un pubblico che frequenta la nostra pagina WEB (www.zenit.org) e le nostre pagine su Facebook e Twitter. Il venerdì santo della scorsa settimana le visualizzazioni sulle nostre pagine Facebook hanno superato i tre milioni di utenti.

Non sono molto bravo nelle critiche. Se devo pensare ai limiti della stampa cattolica, posso dire che a volte sembra che manchi il coraggio e la convinzione delle grandi visioni. Pur essendo più ardimentosa della stampa che gioca sulla cronaca nera e sugli scandali, l’editoria cattolica dovrebbe osare di più.

La stampa cattolica è più facilmente diffusa fra gli adulti rispetto alle generazioni più giovani. Cosa si può fare secondo lei per raggiungere anche questa importante fascia d’età?

La prima cosa da fare è offrire ai giovani la possibilità di entrare in redazione per raccontare e scrivere delle aspirazioni della nuova generazione. Nella redazione di ZENIT ci sono giovani liceali e universitari ai primi anni che scrivono articoli, fanno interviste, recensiscono libri, film, mostre, concerti.

Non è giusto che persone adulte continuino a scrivere cosa dovrebbero fare i giovani. Va bene proteggerli e sostenerli nella crescita, ma bisogna incoraggiarli e cercare di alimentare in grande libertà la loro sete del vero del buono e del bello.

Nella redazione di ZENIT abbiamo chiesto ai giovani di scrivere e raccontare della loro generazione. Li abbiamo aiutati con amicizia, facendoli sentire parte della compagnia della buona notizia. La collaborazione con i colleghi più esperti li sta facendo crescere spingendoli a volare sempre più in alto.

La tecnologia telematica ci sta aiutando, perché analizzando il pubblico che frequenta le pagine di Facebook per esempio, abbiamo constatato che l’età di chi segue e interviene di più va dai sedici fino ai 32 anni.

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GERUSALEMME – Quello che vi stiamo per raccontare ha dell’incredibile. Il cadavere di Gesù di Nazaret non si trova più nel luogo dove era stato posto l’altro ieri a seguito dell’esecuzione della condanna a morte eseguita per ordine del Prefetto di Giudea Ponzio Pilato.

Come i nostri lettori ricorderanno, il decesso di Gesù, originario di Betlemme, ma vissuto per molti anni a Nazaret, è avvenuto attorno alle ore 15.00 di venerdì scorso, in una zona sita fuori dal centro abitato di Gerusalemme, dopo il verificarsi di non pochi tafferugli in città. Il corpo era stato poi trasportato via e adagiato in un sepolcro, lontano solo poche decine di metri dal luogo dell’esecuzione.

Ma veniamo ai fatti odierni. Secondo le prime ricostruzioni, stamattina, alle prime luci dell’alba, alcune followers di Gesù si sono recate al sepolcro, dove avrebbero avuto la visione di un angelo che annunciava loro la resurrezione del loro maestro.

Dai primi rilievi eseguiti sul posto, si evince che la pesante pietra posta a chiusura del sepolcro è stata rotolata, tuttavia, si esclude ogni possibile forma di dolo, poiché gli agenti della polizia ebraica che erano di guardia non hanno notato la presenza di estranei nei paraggi. Nella zona si sono altresì registrate scosse sismiche la cui entità non è ancora stata resa nota.

Siamo riusciti a contattare Giovanni, una delle persone più vicine a Gesù, e ai nostri microfoni ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Il nostro capo Pietro ed io, dopo essere stati avvisati, siamo andati di fretta al sepolcro. Una volta entrati, abbiamo visto il fazzoletto che era stato avvolto sul suo capo come irrigidito, come se avesse ancora conservato i lineamenti della faccia. Il lenzuolo che avvolgeva il suo corpo, invece, era afflosciato, come se il corpo di Gesù si fosse smaterializzato”.

Un’altra eccezionale dichiarazione è stata resa da Maria Maddalena (altra attivista del gruppo molto vicina a Gesù, ndr) la quale asserisce addirittura di avere visto e parlato con Gesù Risorto.

Da Gerusalemme per il momento è tutto. Se ci saranno ulteriori sviluppi ve ne daremo subito notizia.

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“Colui che esisteva prima che Abramo fosse nato, che volle diventare vicino nel cammino con noi, il Buon Samaritano che ci sceglie sconfitti dalla vita e dalla nostra labile libertà, che morì e fu sepolto, e il suo sepolcro sigillato, è risorto e vive per sempre”.

Sono queste le parole, pronunciate dall’allora arcivescovo di Buenos Aires durante l’omelia di Pasqua del 2000, con le quali si apre l’editoriale dell’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica”.

Un po’ come è stato fatto per lo scorso Natale, la celebre rivista dei gesuiti ha raccolto alcune parole che il Card. Bergoglio ha pronunciato in occasione delle feste pasquali. Queste espressioni sono diventate poi “parole-chiave” del pontificato del Papa venuto dalla fine del mondo.

Una prima riflessione si svolge sulla pietra che ostruiva l’ingresso del sepolcro. Nel pensiero del Card. Bergoglio, questa pietra rappresenta il fallimento delle attese, delle speranze di ogni singolo uomo e di tutti gli uomini. Si tratta di un ostacolo che sembra insormontabile e che induce l’uomo a chiedersi chi potrà mai rimuoverlo.

La riflessione del futuro pontefice si sofferma poi sul grido di Gesù sulla croce e sul terremoto. Secondo Bergoglio, l’ultimo grido di Gesù ha permesso al centurione di fare la sua professione di fede, ad alcuni di manifestare il proprio affetto verso Gesù in un momento così doloroso: è come se, anche in mezzo al massimo del male, ci potesse essere ancora spazio per un barlume di bene.

Per quanto riguarda il terremoto, i vangeli ci parlano di due eventi di questo genere: il primo avvenuto durante la morte di Gesù, il secondo dopo la sua resurrezione: esso è allo stesso tempo angoscia per il dramma dell’esistenza e scuotimento profondo dell’essere umano quando accoglie in se stesso il mistero della morte e resurrezione.

Un altro elemento su cui l’arcivescovo di Buenos Aires si è soffermato è il movimento. L’evento della resurrezione mette tutti in moto: i vangeli ci mostrano un andirivieni “verso il” e “dal” sepolcro. Dunque non si tratta di contemplare un evento distante nel tempo, perché questo avvenimento “non è relegato ad una storia lontana che è accaduta duemila anni fa…, è una realtà che continua a darsi ogni volta che ci mettiamo in cammino verso Dio e ci lasciamo da Lui incontrare”.

La formazione gesuita del Card. Bergoglio lo ha portato a fare un’analisi introspettiva dei protagonisti dei brani della resurrezione. Egli in particolare si è soffermato davanti alla paura delle donne davanti alla tomba vuota: “Si tratta di quella paura istintiva ad ogni speranza di felicità e di vita, la paura che non sia vero quello che sto vivendo o quello che mi dicono, la paura della gioia che ci è donata da una effusione di gratitudine”.

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Dopo aver visto quali sono i cibi che vengono consumati durante la cena di Pasqua, vediamo come si svolge il seder pasquale cercando di fissare l’attenzione su quei passaggi di questo rito che sono finiti nella narrazione evangelica.

Il capo famiglia beve dal primo calice e dà così inizio alla festa. Ci si lava poi le mani. Ognuno lo fa per conto suo, perché in questa festa di liberazione, nessuno deve essere servo di un altro. Vediamo qui un primo intervento, diremmo di “discontinuità” di Gesù. Infatti Cristo, così come ci racconta il Vangelo di Giovanni, prese un catino e, avvoltosi un panno attorno alla vita, si mise a lavare i piedi dei discepoli. Possiamo immaginare tutta la meraviglia e lo stupore degli apostoli davanti a questo gesto di Gesù, compiuto in un momento così particolare per la religione ebraica. In maniera chiara ed inequivocabile, ancora di più per un lettore ebreo, Gesù si rende servo dei suoi discepoli.

Viene poi intinto il sedano nell’acqua, le gocce che cadono ricordano le lacrime versate in Egitto. Delle tre focacce di pane azzimo, si prende quella di mezzo e la si spezza in due. Si beve poi dal secondo calice e si narra come Dio abbia liberato il popolo ebraico dalla schiavitù degli egizi. Ci si lava ancora una volta le mani.

Il capo famiglia prende poi il pane azzimo, lo spezza e lo distribuisce ai commensali. È a questo punto della cena che Gesù ha detto le parole “Questo è il mio corpo”. Quel pane, che già aveva un significato positivo di libertà e di liberazione, acquista in maniera ancora più forte questo significato, divenendo il corpo di colui che libera dal peccato e dalla morte.

Si intinge poi nella salsa karoset. È a questo punto che Gesù ha smascherato il traditore. Seguiamo la narrazione di Giovanni. Gesù ha detto durante la cena che qualcuno lo avrebbe tradito, provocando un momento di gelo fra i suoi discepoli. Pietro ha così chiesto a Giovanni che sedeva vicino a Gesù di domandargli chi fosse il traditore. E così fece appoggiandosi sul petto di Gesù. Il maestro disse a Giovanni che il traditore era colui al quale avrebbe passato un boccone intinto (nella salsa karoset).

Dopo tutti questi “antipasti”, si passa alla cena vera e propria, quando si mangia l’agnello, in ricordo di quello che si è sacrificato per la salvezza degli ebrei. Dopo aver mangiato la carne arrostita. Si beve il terzo calice, quello della redenzione. È a questo punto che Gesù ha detto le parole: “Questo è il mio sangue”. Ne abbiamo un eco nella formula di consacrazione, quando il sacerdote dice: “Dopo la cena (cioè dopo aver consumato l’agnello), allo stesso modo prese il calice…”.

Si brinda poi col quarto calice, quello col quale si ringrazia Dio per aver scelto il popolo ebraico fra tutti i popoli della terra e si conclude la cena recitando un inno. Di questa preghiera ci parlano i vangeli quando ci dicono “E dopo aver recitato l’inno, uscirono verso il monte degli ulivi” (Cfr. Mc 14,26).

C’è un quinto calice, riservato al profeta Elia, che secondo una tradizione ancora viva presso gli ebrei, sarebbe dovuto venire prima dell’avvento del Messia. È a questo calice che probabilmente Gesù allude quando nell’orto degli ulivi prega dicendo “Padre, allontana da me questo calice”.

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Nel Vangelo di Giovanni leggiamo che il Verbo di Dio si è fatto carne. Ciò implica che il divino ha in qualche modo assunto tutte le coordinate dell’umano: lo spazio, il tempo, il linguaggio, la cultura. Infatti Gesù è nato circa 2000 anni fa, quando era Imperatore Augusto, a Betlemme, in seno al popolo ebraico. Tutto ciò ha ovviamente influito sulla sua persona, nella misura in cui l’ambiente può influire sul vissuto di qualsiasi altra persona. Possiamo quindi dire che delle categorie culturali di questo popolo sono totalmente imbevuti i suoi pensieri e le sue azioni.

Se stiamo attenti, in ogni pagina del Vangelo possiamo scorgere il back-ground socio culturale ebraico di Gesù e questo, lungi dall’essere un esercizio di erudizione, ci permette di penetrare ancora più in profondità il Mistero dell’Incarnazione e di comprendere più pienamente la figura di Gesù ed il suo messaggio.

Vogliamo soffermarci su un episodio fondamentale della vita di Gesù, l’istituzione dell’eucaristia, per leggerlo alla luce della sua cultura ebraica. Gesù ha istituito l’eucaristia in un contesto di liberazione. Infatti, nella notte in cui Gesù fu tradito, egli, come ogni buon israelita, stava festeggiando con i suoi discepoli il memoriale della fuga dalla schiavitù degli egiziani. Questo memoriale avveniva, e avviene tutt’ora presso gli ebrei di oggi, consumando determinati cibi che avevano altrettanti significati durante una speciale cena chiamata “seder (=ordine) pasquale”.

Sulla tavola troviamo questi alimenti: il pane azzimo, 4 calici di vino, il sedano da intingere nell’acqua, le erbe amare, la salsa karoset e l’agnello.

Partiamo dal pane azzimo. Si tratta di pane senza lievito. Racconta il libro dell’esodo che gli ebrei fuggirono di notte, andavano di fretta e non avevano tempo di far lievitare il pane. Fu così che prepararono delle focacce fatte solo di farina, di acqua e di sale.

I calici di vino sono 4 e ognuno di essi ha un preciso significato: col primo si consacra la festa della Pasqua, col secondo si ricorda come Dio ha liberato gli ebrei dall’Egitto, col terzo si ricorda l’agnello che fu immolato per segnalare all’angelo della morte le case degli ebrei, col quarto si ringrazia Dio per avere eletto il popolo di Israele fra tutti i popoli della terra.

Un bastoncino di sedano viene intinto nell’acqua e le goccioline che cadono sulla tavola ricordano le lacrime versate in Egitto.

Un analogo triste significato hanno le erbe amare: ricordano l’amarezza del tempo in cui gli ebrei erano schiavi.

La salsa karoset, fatta di nocciole, fichi secchi, arance e miele, ricorda l’impasto che serviva per fabbricare i mattoni.

L’agnello (oggi sostituito da molte comunità ebraiche col pollo, ma non a Roma) ricorda quello ucciso dagli ebrei per segnalare le proprie case all’angelo della morte. Il sacrificio di questo animale permetteva agli israeliti di salvarsi

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Si è svolto sabato 29 marzo presso l’auditorium comunale “G. Tebaldini” di San Benedetto del Tronto l’incontro dal tema “Pace e sviluppo insieme ai paesi arabi” promosso dal giornale diocesano “L’Ancora”. La professoressa Valentina Colombo, arabista ed islamista di fama internazionale, ha risposto alle domande della dottoressa Luana Ciaralli del movimento “Con la gioia nel cuore”.

Ci si potrebbe chiedere perché un giornale diocesano si occupi di un tema di “politica internazionale”. E ancora, che cosa c’entri la fede con la politica. Le risposte, nell’attuale contesto storico e culturale, sono tutt’altro che scontate. Infatti l’uomo di oggi tende a confinare il suo credo religioso nel privato e un simile accostamento potrebbe quindi sembrare addirittura un’ingerenza.

Ma, come ci ha ricordato Papa Francesco nella sua enciclica “Lumen fidei”, la fede è come la luce: essa tutto illumina e nulla sfugge al suo chiarore. Nell’ottica della fede, tutto ciò che appartiene alla realtà, e in particolare all’umano, è abbracciato e illuminato dalla luce di Cristo ed è per questo che, anche un dibattito come quello proposto, può giovarsi dell’ausilio che proviene dalla fede.

Nella sua introduzione, la professoressa Colombo ha ricordato come l’islam sia professato da 1.600.000 fedeli in tutto il mondo ed è quindi normale che un musulamno marocchino sia diverso da uno saudita o da uno indonesiano.

La professoressa ha poi ricordato come la parola “arabo” sia diversa da “musulmano” in quanto il primo è un termine etnico che comprende musulmani, cristiani ed ebrei, mentre “musulmano” si riferisce a chi pratica l’islam. L’arabo è anche la lingua del Corano e la lingua sacra di tutti i musulmani. Bisogna però sapere che solo il 13% dei musulmani è arabo.

Come abbiamo detto, il nostro movimento ha una spiritualità mariana. Ci puoi parlare di Maria nell’islam?

Secondo Mario Scialoja, italiano convertito all’islam, la Maria islamica è la stessa del cristianesimo. Se è vero che Maria è la figura islamica più vicina al cristianesimo, ed è anche quella a partire dalla quale si può istaurare un dialogo, bisogna dire che per lei, come per molti altri personaggi del Corano, si ha uno stesso nome, ma un contenuto completamente diverso.

È di rilievo il fatto che a dicembre nella nuova costituzione egiziana sia stato inserito il nome della vergine Maria. Nel preambolo si ripercorre la storia dell’Egitto a partire dai faraoni e si parla anche del passaggio di Maria in questo paese durante “la fuga in Egitto”. Ciò può essere un segnale di come l’Egitto si stia muovendo verso il rispetto della minoranza copta (10 milioni).

Ci sono poi, in alcuni paesi come il Libano, dei santuari dedicati alla Madonna, dove vi si recano fidanzati, sia cristiani che musulmani. Però se ci si sposta già nella vicina Siria, le cose non stanno così. Ad esempio, poche settimane fa, alcuni estremisti islamici hanno distrutto una statua della Madonna in una chiesa.

Abbiamo sentito parlare molto di primavera araba. Quali sono le cause che l’hanno generata e come è andata a finire? Si è trattato veramente di una primavera?

Il termine è stato usato all’inizio e c’è chi si esprime ancora in questo modo. Tutto è iniziato nel dicembre del 2011, quando Mohamed Bouazizi, giovane laureato e disoccupato tunisino, di è dato fuoco in segno di protesta ed è morto. Questo evento ha scatenato le proteste di piazza che hanno visto protagonisti i giovani tunisini contro il regime di Ben Alì. In modo totalmente inaspettato i giovani tunisini hanno ottenuto la fuga del dittatore.

Ad un certo punto però al-Qaradawi, il teologo di riferimento dei fratelli musulmani, si è appropriato della protesta di piazza e, quando si è domandato quale sarebbe stata l’alternativa al dittatore laico, si è risposto che l’unica alternativa possibile poteva essere la guida dei fratelli musulmani.

Quando si è passati dalla rivoluzione (tunisina) dei gelsomini a quella (egiziana) del loto, la rivoluzione è stata fagocitata proprio da questo movimento. Quando Mubarak è stato cacciato, al-Qaradawi ha celebrato la funzione del venerdì e allora si è capito che i Fratelli Musulmani avrebbero monopolizzato la rivoluzione.

I fratelli musulmani alle elezioni hanno raccolto 13 milioni di voti e sono riusciti ad eleggere Morsi, ma, in seguito, il movimento “Ribellione” ha raccolto 30 milioni di firme per cacciarlo e grazie all’aiuto dell’esercito ciò è stato possibile.

Qual è oggi la situazione dei cristiani nei paesi a maggioranza musulmana e in che modo possono essere considerati una risorsa?

Dipende dai paesi. In Libano, fino ad un recente passato, i cristiani sono stati una maggiornanza, ma oggi iniziano ad essere sempre meno. In questo paese la costituzione assegna la presidenza della repubblica ai cristiani. Essi sono parte integrante della memoria e della storia del Libano.

Diversamente, in Siria i cristiani sono il bersaglio degli estremisti musulmani. Generalmente nel Corano i cristiani vengono trattati meglio degli ebrei. Nel momento in cui però alcuni teologi vedono il dogma cristiano della Trinità come una forma di politeismo, essi vengono equiparati ai politeisti della mecca e vengono trattati come tali. Così ad esempio ragionano i salafiti.

Ciaralli: È possibile un dialogo fra cristianesimo e islam?

Credo molto nei rapporti personali e penso che sia possibile un’amicizia profonda a livello umano come quella descritta nel brano “Il Paradiso dei bambini” del premio nobel egiziano Naguib Mahfouz. In questo brano una bambina musulmana chiede al proprio papà come mai lei e Nadia, la sua amica del cuore cristiana, stiano sempre insieme tranne che durante l’ora di religione. Davanti alle tante spegazioni fornite dal padre, la bimba desidera comunque rimanere sempre con la sua amica!

Più difficile è istaurare un dialogo con l’islam, sia per la pluralità delle sue espressioni, sia per la mancanza di una autorità corrispondente a quella del Papa e dei vescovi cattolici.

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