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Catechesi della bellezza

La prima parte di questo articolo è stato pubblicato il 9 agosto La basilica di Santa Maria Maggiore (prima parte)

Nel mosaico della parete di fondo vediamo l’Agnello di Dio assiso su un trono. L’Agnello è attorniato da sette candelabri tre a destra e quattro a sinistra. Il numero sette nella bibbia richiama il compimento, la pienezza e dunque la perfezione. È la somma, proprio come possiamo vedere nel mosaico, del tempo simboleggiato dal numero tre (il passato, il presente e il futuro) e dello spazio simboleggiato dal numero quattro (i quattro punti cardinali).

All’Agnello fanno corona i simboli dei quattro evangelisti: toro (=Luca), angelo (=Matteo), aquila (=Giovanni) e leone (=Marco). Anche 24 uomini anziani stanno in piedi davanti all’Agnello: 12 a sinistra (rappresentano i 12 figli di Giacobbe e dunque l’Antico Testamento) e 12 a destra (rappresentano i 12 apostoli e dunque il Nuovo Testamento). Tutta la composizione evoca la pienezza dei tempi, la definitiva vittoria dell’Agnello di Dio sul peccato e sulla morte ed è tratta dal quarto e dal quinto capitolo dell’Apocalisse di Giovanni.

Venendo al mosaico dell’abside, vediamo un grande festone al cui centro c’è un clipeo col monogramma di Cristo (XP, iniziali in greco del nome CRISTOS), l’Alfa e l’Omega (prima e ultima lettera dell’alfabeto greco e che dunque significano che Cristo è inizio e fine di tutte le cose).

Al centro del mosaico, vediamo Cristo nell’atto di incoronare Maria. La Vergine condivide con suo figlio il trono della gloria. Entrambi poggiano i loro piedi su uno sgabello, simbolo della loro signoria sull’universo, rappresentato dal sole, dalla luna e dalle stelle visibili poco più in basso. Tutta la scena è sorretta da 18 angeli, 9 a destra e 9 a sinistra.

Sulla sinistra troviamo San Francesco con il saio e le 5 piaghe della passione. Non dobbiamo dimenticare che il mosaico è stato eseguito per volontà di Nicolò IV, primo francescano nella storia ad essere salito sul Soglio di Pietro, che ha voluto omaggiare i santi più importanti del proprio ordine: Francesco e Antonio da Padova (rappresentato simmetricamente rispetto a Francesco). Vediamo poi San Paolo con un cartiglio con scritto “Per me vivere è Cristo”; San Pietro con un cartiglio con scritto “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Infine, vediamo Nicolò IV, il papa che ha commissionato il mosaico, inginocchiato e più piccolo rispetto alle altre figure, in segno di umiltà. Il Pontefice indossa una casula e delle scarpe rosse, la tiara (con una sola corona), il pallio (simbolo della pecorella che il vescovo, come il buon pastore, deve mettersi sulle spalle) e le chiroteche, cioè dei guanti bianchi con delle croci.

Sulla destra invece troviamo il cardinale Pietro Colonna, arciprete della basilica quando il mosaico venne realizzato, che indossa la mitria (il copricapo dei vescovi) e la casula verde; San Giovanni Battista con un cartiglio con scritto “Ecco l’Agnello di Dio”; San Giovanni Evangelista con un cartiglio con scritto “In principio era il Verbo” (cioè con le prime parole del suo vangelo) e Sant’Antonio da Padova col saio.

Nella parte inferiore, fra le finestre dell’abside, ci sono 5 mosaici che narrano alcuni episodi legato alla Natività e a Maria. Nel primo vediamo l’angelo Gabriele che porta l’annuncio della nascita di Gesù a Maria che è seduta su un trono. Nel secondo Maria giace nella grotta dopo aver partorito Gesù. Il bambino è adagiato nella mangiatoia avvolto in fasce.

L’immagine è semplice e a tutti nota, eppure è piena di simbologie non sempre facili da cogliere. Questa immagine della Natività prefigura il destino di Gesù: la grotta ci ricorda il sepolcro; la mangiatoia, oltre a suggerirci che Gesù offrirà se stesso come cibo di salvezza, ricorda una bara; anche le fasce che lo avvolgono ricordano quelle funebri con le quali venivano avvolti i defunti. Il quinto mosaico, quello centrale, ci mostra la Dormizione della Madonna: la Vergine giace stesa sul letto, intorno a lei ci sono gli apostoli e Cristo prende in braccio l’anima della madre, rappresentata come una fanciulla, perché solo chi si fa piccolo come un bimbo entrerà nel Regno dei Cieli.

Nel quarto mosaico i magi offrono i loro doni a Gesù oro (=regalità), incenso (=divinità) e mirra (=incorruttibilità del corpo). I magi hanno uno la barba bianca, uno la barba marrone e uno è imberbe, simbolo delle tre età dell’uomo (vecchiaia, maturità e giovinezza). Nel quinto ed ultimo mosaico i genitori di Gesù presentano il loro piccolo nel Tempio di Gerusalemme: Giuseppe offre due colombi, Maria sorregge in braccio Gesù Bambino, il vecchio Simeone, insieme alla profetessa Anna, si prepara ad accoglierlo con le mani coperte in segno di rispetto.

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Narra la leggenda che la notte fra il 4 e il 5 agosto 352 la Madonna apparve in sogno a Papa Liberio e, contemporaneamente, a un ricco patrizio chiamato Giovanni. La Vergine chiese a Giovanni di costruire una chiesa nel luogo dove la mattina seguente sarebbe nevicato. Giovanni corse allora dal Papa per raccontare il sogno e il Pontefice gli disse che anch’egli aveva visto la Madonna. Si recarono allora sull’Esquilino, dove trovarono molta neve, come la Madonna aveva preannunciato. Questa storia è narrata nel mosaico della facciata oggi in parte coperto dalla loggia settecentesca opera dell’architetto Ferdinando Fuga.

Nel registro superiore vediamo un altro mosaico, opera di Filippo Rusuti. Al centro, vediamo una mandorla (in basso è leggibile la firma del mosaicista) di colore azzurro, sorretta da 4 angeli: quelli in basso sorreggono due candele, mentre quelli in alto incensano Gesù con due turiboli. Cristo è assiso su un trono, la sua testa è ornata da un nimbo cruciforme. Indossa una tunica rossa e blu, con la mano destra benedice, mentre con la sinistra regge in mano il vangelo aperto sul quale è scritto: “Ego sum lux mundi” (Io sono la luce del mondo).

Sulla sinistra vediamo San Giacomo; San Paolo (stempiato, con la barba lunga a punta) che con una mano regge una spada, simbolo del suo martirio, e con l’altra tiene un cartiglio con scritto “Mihi vivere Christus est” (= per me vivere è Cristo) e la Madonna.

Sulla destra riconosciamo invece Giovanni Battista; Pietro (con la barba e i capelli corti) che regge un cartiglio con scritto “Tu es Christus filii Dei vivi” (= Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente) e Andrea (con i capelli lunghi e la barba a punta) che regge un cartiglio con scritto “Invenimus Messiam quod est interpretatum Christum” (= Abbiamo trovato il Messia, che significa Cristo).

Appena entrati, sulla sinistra vediamo la tomba di Papa Nicolò IV. A questo pontefice, primo francescano nella storia divenuto Papa, si deve la realizzazione del primo presepe in statuine nel 1291 (visibile nel museo della basilica) ad opera dello scultore Arnolfo di Cambio.

Sulla sinistra vediamo invece la tomba di Papa Clemente IX. Il Pontefice, seduto in trono, è nell’atto di benedire. Sulla sinistra notiamo la Carità, una donna che allatta i suoi bambini, mentre sulla destra c’è la Fede, una donna che sorregge con le sue mani la Croce, il Calice e l’Ostia.

Se volgiamo lo sguardo verso il basso, ci accorgiamo di camminare su uno splendido pavimento cosmatesco. Si tratta della pavimentazione tipica di molte chiese romane. Il suo nome deriva dai Cosmati, una famiglia di marmorari attiva fra il XII e XIII secolo.

Guardando ora in alto, osserviamo il soffitto a cassettoni, fatto costruire fra il 1493 e il 1498 da Papa Alessandro VI Borgia (il cui stemma compare nei cassettoni) e decorato col primo oro proveniente dall’America che proprio pochi anni prima era stata scoperta. Il soffitto a cassettoni va a coprire le antiche capriate.

Lungo tutta la navata ammiriamo mosaici che narrano le storie dell’Antico Testamento. Essi sono sormontate da delle tele nelle quali vengono rappresentati episodi del Nuovo Testamento che hanno in qualche modo come protagonista Maria (Angeli musicanti, l’Eterno Padre mostra a Gioacchino ed Anna l’Immacolata Concezione, la Natività di Maria, la Presentazione di Maria al Tempio, il Matrimonio di San Giuseppe e della Madonna, l’Annunciazione, la Visitazione, il sogno di Giuseppe, l’Adorazione dei Pastori, l’Adorazione dei Magi, la Presentazione di Gesù al Tempio, due scene della fuga in Egitto (in controfacciata), il Ritrovamento di Gesù nel Tempio, le Nozze di Cana, la Via Crucis, la Crocifissione, la Deposizione, la Resurrezione, l’Ascensione, la Pentecoste, la Morte della Madonna, l’Assunzione di Maria in Cielo, l’Incoronazione di Maria).

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imageLa Madonna Sistina è un’opera di Raffaello, dipinta fra il 1513 e il 1514, ovvero pochi anni prima dell’inizio della riforma protestante, che sarebbe scaturita nel 1517 con l’affissione delle 95 tesi di Lutero sul portone della cattedrale di Wittenberg. Raffaello morì nel 1520, l’anno in cui Lutero scrisse tre opuscoli con i quali ruppe definitivamente con la Chiesa cattolica.

Alla luce di questi dati cronologici, è evidente che fra il dipinto di Raffaello e la riforma protestante non ci possa essere nessun tipo di collegamento, eppure la Madonna Sistina sembra offrire in anticipo delle risposte a quelle che saranno le concezioni luterane sulla salvezza e sulla chiesa.

Nella visione protestante, la salvezza è offerta esclusivamente da Gesù Cristo, unico mediatore fra Dio e gli uomini. Qui invece Raffaello sembra esporre in immagini quella che è la visione cattolica: Gesù, principale mediatore fra Dio e gli uomini, è offerto ai fedeli-spettatori per il tramite di altri mediatori che in qualche modo cooperano all’opera di salvezza: sua madre, una santa e un papa.

Raffaello ha dipinto Maria nel gesto di donarci Gesù. Nella Madre che ci offre il Figlio, sta tutto il paradosso di un Dio che viene a salvarci attraverso una sua creatura: la nostra redenzione inizia con la mediazione di Maria.

Un ulteriore ruolo di mediazione è svolto dai santi. Questa azione di intercessione è rappresentata da Santa Barbara, riconoscibile dalla torre alle sue spalle. La Santa, inginocchiata alla sinistra della Madonna, rivolge il suo sguardo compassionevole verso l’umanità peccatrice.

Anche la Chiesa svolge una mediazione fra Dio e gli uomini. Questa sua funzione è rappresentata da Papa Sisto che possiamo vedere, anch’egli inginocchiato, alla destra di Maria. Il Pontefice rivolge lo sguardo verso verso Maria e Gesù, mentre con la mano destra mostra loro gli uomini.

Nella visione Luterana, la Chiesa è costituita dai santi che solo Dio conosce e dunque è una realtà esclusivamente spirituale. Per i cattolici invece, la chiesa è una realtà ben riconoscibile e visibile sintetizzata nel dipinto di Raffello dalla Madonna (da sempre icona della Chiesa), da Papa Sisto (aspetto istituzionale) e da Santa Barbara (aspetto carismatico).

Questa “triade” nel dipinto sovrasta due angioletti pensosi e che richiamano quella che nella storia dell’arte è il tema dell’invidia degli angeli. Nelle antiche icone della Natività gli angeli osservavano con una certa perplessità la nascita di Gesù, perché si stavano rendendo conto che la salvezza sarebbe venuta dal Verbo incarnato e non da una creatura puramente spirituale come loro.

Allo stesso modo, in questo dipinto l’idea di una chiesa visibile sembra trionfare su una realtà meramente spirituale. È la glorificazione del terreno, del materiale e del visibile in una logica che ricorda il motto “Caro cardi salutis” (= la carne è il cardi e della salvezza) di Tertulliano.

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La chiesa del Gesù si trova nel pieno centro di Roma e rappresenta a livello architettonico il cuore della spiritualità gesuita. Il tempio infatti fu voluto dallo stesso fondatore della Compagnia di Gesù, Ignazio di Loyola, che nel fra la fine del 1550 e l’inizio del 1551 vide la posa della prima pietra. Vari architetti misero mano al progetto, ma gli interventi più importanti si devono al Vignola e a Giacomo della Porta.

La struttura della chiesa è quella tipica degli edifici religiosi costruiti nel periodo della Riforma Cattolica: la chiesa ha una pianta a croce latina; un’unica navata, tale da favorire il raccoglimento e la concentrazione durante le sacre funzioni; sei cappelle laterali, tre a destra e tre a sinistra; e una cupola.

Si accede alla chiesa per mezzo di tre porte. Sopra quella centrale è possibile vedere il simbolo della Compagnia di Gesù, che è composto dalle lettere JHS (le prime lettere del nome di Gesù in greco), da una croce sopra la H e dai tre chiodi della croce sotto di essa. Sopra le porte laterali troviamo invece le statue di Sant’Ignazio, a sinistra, e di San Francesco Saverio, a destra.

Sulla trabeazione leggiamo la scritta “Alexander Cardinalis Farnesius S.R.E. vicecanc fecit MDLXXV (=Il Cardinale Alessandro Farnese, vicecancelliere di Santa Romana Chiesa, fece costruire nell’anno 1575). Il Card. Farnese infatti fu munifico donatore verso la Chiesa del Gesù.

Portandoci all’interno della chiesa, possiamo subito ammirare uno dei massimi capolavori di Giovan Battista Gaulli: il trionfo del nome di Gesù. Il monogramma di Gesù (JHS) è adorato da una moltitudine di angeli e di santi. Fra questi possiamo notare Ignazio con i paramenti liturgici, sulla destra, e i magi, sulla sinistra.

Tutta la composizione è ispirata al verso paolino “perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (cfr. Fil 2,10-11) che è possibile leggere su un cartiglio tenuto da alcuni angeli. Infatti le figure, disposte dentro la cornice, su di essa e fuori, rispecchiano proprio la tripartizione del citato passo biblico.

I Gesuiti volevano che la loro chiesa rispondesse a criteri di funzionalità e per questo dotarono la navata di un pulpito. Avrebbero anche voluto un soffitto piatto, in modo tale da poter propagare meglio la voce del predicatore, ma in questo non furono assecondati dal pur generoso cardinale Farnese il quale preferiva una volta a botte, come quella che appunto oggi possiamo ammirare.

Spostando ora la nostra attenzione verso il presbiterio, possiamo concentrarci sulla pala dell’altare maggiore. Essa è opera del pittore romano Alessandro Capalti che ha raffigurato l’episidio della circoncisione di Gesù. Come sappiamo, durante questo rito, che avveniva otto giorni dopo la nascita, veniva dato anche il nome, in questo caso “il nome di Gesù” al quale è dedicata la chiesa. La tela, attraverso un ingegnoso meccanismo, si può abbassare e mostrare la statua del Sacro Cuore.

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La Solennità dei santi Pietro e Paolo ci dà l’opportunità di riflettere su un’immagine che ricorre spesso nella storia dell’arte: la concordia apostolorum. Si tratta di un’immagine tanto semplice quanto profonda nel suo significato. Essa rappresenta i due apostoli Pietro e Paolo nell’atto di abbracciarsi.

Pietro, generalmente sulla sinistra, viene rappresentato come un anziano canuto con i capelli ricci e corti. Paolo invece ha la fronte stempiata e una lunga barba “a punta”. I due nimbi degli apostoli si uniscono a formare un cuore: da qui il nome “concordia” che vuol appunto dire “con un unico cuore”.

Il nuovo testamento ci prestenta i due apostoli come personaggi molto diversi fra loro, sia per il loro carattere che per la loro funzione nella primitiva comunità cristiana. Mentre Pietro aveva conosciuto di persona Gesù e aveva da lui ricevuto il primato sugli altri apostoli, Paolo è diventato discepolo dopo avere avuto una “visione” del Signore. Pietro è stato un “apostolo della prima ora” che ha conosciuto il “Gesù storico”, Paolo ha invece fatto esperienza del “Cristo della fede”.

Nel seguire Gesù non c’ è stata solo una diversità di tempi, ma anche di modi: mentre Pietro, con tutte le umane difficoltà, ha aderito senza riserve, Paolo all’inizio era un persecutore dei cristiani.

Diversa era anche la loro formazione: Pietro era un pescatore, appartenente a quello che oggi definiremmo “ceto medio” e molto probabilmente non aveva avuto una grande preparazione teologica come invece era accaduto a Paolo che apparteneva al partito dei farisei e dunque, fin da giovane, si era prodigato nello studio delle Scritture.

Diverso fu anche il loro tipo di apostolato nel seno della Chiesa: mentre Pietro aveva ricevuto da Gesù stesso l’autorità di guidare la neonata comunità cristiana, Paolo si distinse per il suo zelo missionario e per il desiderio di portare l’annuncio di Cristo morto e risorto per ogni dove.

Pietro, soprattutto in un primo momento, annunciò la buona novella ai Giudei. Paolo invece fece scoprire Cristo ai Gentili, cioè a coloro che non appartenevano al popolo eletto, ma alle “genti”. I due apostoli diventano così le icone delle due anime della chiesa primitiva l’ecclesia ex circumcisione, (proveniente dai Giudei) e l’ecclesia ex gentibus (proveniente dai pagani).

Due figure completamente diverse dunque, eppure unite dall’unico amore per Cristo, un amore che giungerà fino all’effusione del sangue: Pietro morirà crocifisso a testa in giù, non ritenendosi degno di morire come il suo maestro, Paolo, invece, godendo del privilegio concesso ai cittadini romani, verrà decapitato.

Insomma, la concordia apostolorum evoca la cattolicità dell’evento cristiano, il suo tenere insieme anche realtà molto diverse e si può dire che la concordia apostolorum si manifesta nella conciliatio oppositorum.

La coppia dei santi Pietro e Paolo sostituisce quella dei fratelli Romolo e Remo: come Romolo e Remo fondarono la Roma Pagana, i Santi Pietro e Paolo, fratelli nella fede, fortificarono e contribuirono a fondare la Roma Cristiana.

È inoltre interessante notare come questo tema iconografico sia stato ripreso molti secoli dopo per rappresentare San Domenico e San Francesco: il primo, fondatore dell’ordine dei predicatori, mosso dal desiderio di annunciare Cristo attraverso la sapienza e lo studio, l’altro, fondatore dei frati minori, ardente di carità verso gli ultimi. Due carismi diversi che vivono nell’unica chiesa come plasticamente rappresentato, ad esempio, dal Beato Angelico.

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Nell’imminenza della Pasqua, proponiamo questo video nel quale don Gianluca Busi, iconografo, membro della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra di Bologna e uno dei principali animatori della Compagnia di San Giovanni Damasceno, spiega come il mistero pasquale sia stato rappresentato nel corso dei secoli.

Secondo il sacerdote, siamo abituati ad immaginare la resurrezione così come ce la propone Piero della Francesca e cioè col Cristo che esce dalla tomba glorioso e vincitore. Tuttavia, una simile rappresentazione è lontana dalle fonti evangeliche e dalle raffigurazioni dei primi cristiani.

Infatti, stando ai vangeli, nessuno ha visto Gesù nell’atto di risorgere. Piuttosto la Sacra Pagina si sofferma sulle esperienze che i discepoli hanno fatto del Risorto che a loro si è manifestato. Nei primi secoli poi, i cristiani hanno rappresentato il principale mistero cristiano attraverso simboli e metafore.

A partire dal VI secolo si afferma l’immagine di Cristo che scende negli inferi e libera Adamo ed Eva. Nel XIV secolo Ambrogio Lorenzetti dipinge per la prima volta il Cristo che esce dal sepolcro. Questa modo di parlare della resurrezione si afferma in modo ancora più compiuto con Andrea del Castagno che rappresenta il risorto osservato da un uomo.

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n occasione della festa dell’Annunciazione proponiamo un video di don Gianluca Busi, iconografo, membro della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra di Bologna e uno dei principali animatori della Compagnia di San Giovanni Damasceno.

Nella prima parte, don Gianluca mostra come il tema dell’annunciazione sia stato rappresentato da artisti come Simone Martini, il Beato Angelico, Filippo Lippi e Leonardo da Vinci.

Nella seconda parte Don Claudio Arletti, parroco di Maranello e biblista, si sofferma sul tema della libertà, senza la quale non ci sarebbe stata l’Incarnazione.

Infine don Gianluca analizza un’icona dell’annunciazione realizzata dagli iconografi contemporanei Laura Renzi e Giovanni Raffa che si sono ispirati a quella realizzata nel XIV secolo da Andrej Rublëv.

Don Gianluca, grazie all’ausilio delle immagini e a una profonda lettura iconologica, ci introduce nel mistero dell’incarnazione e ci fa apprezzare il valore catechetico delle opere d’arte.

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È il simbolo stesso della nostra religione, la troviamo rappresentata nei più svariati modi, gli artisti hanno intrapreso una sorta di gara per raffigurarla. Stiamo parlando della Croce. Don Gianluca Busi, iconografo e membro della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra di Bologna, ci aiuta con questo video a leggere alcune opere d’arte per introdurci al mistero della morte e resurrezione di Cristo.

Se è importante saper collocare ogni opera d’arte in situ, lo è tanto più per le opere sacre che sono state pensate per uno spazio liturgico. Ciò, ovviamente, vale anche per la croce. Nelle antiche chiese trovava spazio sopra una sorta di tramezzo che divideva il presbiterio dal resto della chiesa. In una simile posizione, la croce veniva a sovrapporsi col volto del Cristo glorioso collocato. In tal modo, il fedele riusciva a percepire il mistero della morte e resurrezione con straordinario equilibrio.

Le cose cambiano con l’affermarsi della spiritualità francescana a partire dal XIII secolo. Il Poverello di Assisi aveva una grande venerazione per il Cristo crocifisso e così la rappresentazione del Nazareno prende sempre più le forme di quello che gli storici dell’arte chiamano “Christus patiens” (= Cristo che soffre).

Attraverso le più svariate raffigurazioni della croce, don Gianluca Busi condurrà le persone a meditare sulla ricchezza del mistero pasquale.

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Nella seconda parte dell’intervista, Rodolfo Papa continua a rispondere alle domande del giornalista Francis Denis che gli ha domandato se nella storia dell’arte ci sia un culmine, un’età di massimo splendore, da ritenere unica e irripetibile.

Il professor Papa passa poi a descrivere la visione estetica di Papa Francesco il quale, riprendendo i temi del decreto conciliare Inter Mirifica sugli strumenti di comunicazione sociale, insiste sull’inscindibile binomio etica-estetica.

In particolare, Papa Francesco, al numero 167 della Evangelii Gaudium esorta i pastori a utilizzare nelle loro omelie le immagini presenti in chiesa.

Secondo Rodolfo Papa, nonostante viviamo immersi in quella che da più parti è stata definita la società delle immagini, la nostra cultura è profondamente “iconofoba”, poiché le immagini sono prevalentemente realizzate per essere consumate. Di qui la responsabilità degli artisti sacri nel produrre immagini che non siano oggetto di consumo ma che sappiano rimandare a qualcosa di altro.

Il pittore si intrattiene inoltre sulla grande responsabilità che la Chiesa ha nella produzione di opere d’arte che riescano ad “educare” l’uomo contemporaneo al Vero, al Bene e al Bello e fa delle considerazioni perché ciò possa concretamente avvenire.

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Rodolfo Papa, pittore, docente di estetica, perito nella XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi e membro della Compagnia di San Giovanni Damasceno (il gruppo facebook che racoglie tutti coloro che diffondono la cultura religiosa attraverso l’arte) si racconta in questo video all’emittente televisiva canadese Sel Lumière.

Rispondendo alle domande del giornalista, Rodolfo Papa ripercorre dapprima le tappe della sua vocazione artistica, per illustrare poi come nella sua esperienza studio, ricerca, pittura e insegnamento universitario siano tutte attività strettamente legate.

Rodolfo Papa, da storico dell’arte, si interessa in particolare di iconologia, e cioè la disciplina che tenta di interpretare le opere d’arte alla luce della simbologia. Una tale lettura richiede delle conoscenze di botanica, di astronomia, di medicina, di gastronomia e dunque consente di spaziare in tanti altri campi del sapere.

L’intervista continua con un’interessante distinzione fra arte, arte religiosa ed arte sacra. Quest’ultima diventa un modo per tradurre in linguaggio pittorico le verità della fede, che devono essere colte dal pittore nella loro essenza, al fine di trasmettere i corretti contenuti della rivelazione cristiana.

La prima parte dell’intervista termina con l’affermazione di Papa sulla centralità del mistero dell’incarnazione che ha reso possibile lo sviluppo dell’arte cristiana. Questo mistero, secondo il docente, assieme a quello della morte di Gesù, stanno alla base della nascita della prospettiva.

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