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Archivi del mese: giugno 2014

ROMA – Abbiamo intervistato Alessando Giosotti. Il Dottor Gisotti lavora da 14 anni presso la Radio Vaticana e da due anni ricopre il ruolo di vice-caporedattore. Insieme ai suoi colleghi, ogni giorno fa conoscere ai fedeli le parole che Papa Francesco pronuncia durante le omelie a Santa Marta.

Cosa si prova quando si partecipa ad una messa in Santa Marta?

Ho potuto partecipare ad una messa di Francesco a Santa Marta con i colleghi della Radio Vaticana e tra questi c’erano anche quelli che si occupano quotidianamente di redigere un servizio sull’omelia di Francesco.

Papa Francesco, come lui dice, è un pastore in mezzo alla gente e mi ha colpito perché la cappella di casa Santa Marta, che io conoscevo già, è molto piccola e quindi si crea fra il Pontefice e i fedeli un clima molto familiare.

Mi ha colpito anche il fatto che, alla fine della messa, Francesco vada a sedersi tra i fedeli per avere un momento di preghiera e di meditazione insieme a loro. Non si potrebbe mai capire Bergoglio senza questa dimensione di essere con il suo gregge.

Come avviene concretamente il vostro quotidiano lavoro che permette ai vostri ascoltatori di conoscere le omelie del Papa?

Mi fa molto piacere rispondere a questa domanda perché l’ascoltatore o il lettore del sito vede il nome Alessandro Gisotti, Alessandro De Carlolis e Sergio Centofanti, ormai sono anche in qualche modo abituati a questi redattori della Radio Vaticana che fanno questo lavoro, ma dietro questi nomi c’è un grandissimo lavoro di equipe.

In realtà, i miei colleghi ed io non siamo materialmente presenti alla messa della mattina a Santa Marta. Un tecnico registra materialmente l’omelia che il Papa pronuncia. Questa poi viene trascritta dalla segreteria di redazione. Infine quella trascrizione viene utilizzata per il servizio che ogni giorno coloro che sono affezionati a Radio Vaticana leggono o ascoltano.

Fra le tante omelie di Papa Francesco che hai ascoltato, quale ti ha maggiormente impressionato ed è rimasta impressa nella tua mente e nel tuo cuore?

Diciamo che è molto difficile rispondere a questa domanda, perché è come dire qual è il tuo passo del Vangelo preferito: sì, ce ne può essere uno, ma è anche vero che uno vede il Vangelo nella sua interezza.

Se proprio dovessi scegliere, direi che mi ha colpito quella in cui il Papa parla dei trafficanti d’armi che festeggiano nei saloni delle feste, mentre i bambini sono schiavizzati dalla guerra, oppure costretti a vagare nei campi profughi. Francesco ha dato un’immagine fortissima di quello che è la guerra: anche senza vederla, la vedevamo.

Nel post concilio alcuni settori della Chiesa, maggiormente legati alla tradizione e al conservatorismo, si sono lamentati della sempre più scarsa menzione del diavolo nelle catechesi e nelle omelie. Papa Francesco parla spesso del maligno, più dei suoi predecessori messi insieme, eppure curiosamente questi stessi settori oggi lo criticano. Puoi fare una riflessione su questo?

Sicuramente Francesco è un uomo che, già prima di essere il successore di Pietro, se uno va a vedere quale è stato il suo ministero come vescovo a Buenos Aires, ha sempre parlato in modo molto chiaro. Mi vengono in mente le parole di Karol Wojtyla che diceva che Cristo è misericordioso ed esigente allo stesso tempo, perché nomina il bene e il male per nome. È quello che fa Francesco: questo forse a volte è destabilizzante, perché davvero non ha delle mediazioni.

Per lui il demonio è una presenza, molto reale, molto presente nelle guerre, nelle crisi, nei conflitti, nelle chiacchiere. Francesco è un pastore e come tale mette in guardia il gregge dai vari pericoli che provengono dal maligno.

Secondo me Francesco sfugge alle categorie di “conservatore” e “progressista”: è un Papa estremamente originale, fin dal nome che ha scelto. Ciò richiede a noi credenti, a noi cattolici, una maggiore attenzione a quello che fa e a quello che dice prima di incasellarlo in categorie che poi vengono buttate all’aria ogni giorno.

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ROMA – Lunedì 16 Giugno, nella prestigiosa sede de “La Civiltà Cattolica” si è tenuta la presentazione del libro “La verità è un incontro. Omelie da Santa Marta”, il volume che raccoglie 186 omelie di Papa Francesco. L’evento è stato moderato da padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana, che ha esordito riflettendo sulla vivacità e la concretezza dello stile comunicativo del Papa. Tanto per fare capire al pubblico quanto sia energico Papa Francesco, e quanto sia difficile stargli dietro, padre Lombardi ha fatto un lungo e dettagliato resoconto di tutte le cose che Papa Francesco ha fatto nelle ultime 24 ore!

Antonio Spadaro, non solo curatore, ma anche magistrale interprete di Papa Francesco, ha iniziato la sua relazione descrivendo quella che lui stesso ha definito “sensazione di collasso” quando il 13 marzo 2013 ha capito che il gesuita Jorge Mario Bergoglio era stato eletto Papa. La stessa sensazione, avvertita con ancora maggiore intensità, quando il 14 maggio 2013 il Papa lo ha chiamato al telefono dicendo: “Ciao, sono Papa Francesco!”. Il religioso, dopo aver chiesto al Santo Padre in che modo avrebbe dovuto chiamarlo, si è sentito rispondere: “Lascia stare!”. Questo episodio mostra, secondo il direttore de “La Civiltà Cattolica”, come il Papa imponga la sua autorevolezza abolendo la distanza, contrariamente a quanto normalmente avviene.

Per Padre Spadaro, il Papa non è un comunicatore, ma è prima di tutto presenza. Non compie sforzo comunicativo: è semplicemente se stesso. Non è un emittente di informazione dogmatiche. Non comunica un messaggio, ma è un testimone che condivide con gli altri la sua esperienza. Non dice cose, ma crea incontro. Non trasmette a mo’ di un broadcasting, ma fa shering. Si tratta di un modo di comunicare moderno, adatto ai tempi di oggi.

Secondo Spadaro, le sue parole restano volutamente aperte e inconcluse, perché la sua comunicazione è esortativa, interpella chi ascolta ed è compito dell’uditore, reso partecipe, chiudere il discorso. Non ama organizzare, ma preferisce avviare processi.

Da un punto di vista comunicativo Giovanni Paolo II e Francesco sono molto diversi. Mentre Papa Wojtyla era un cultore della densità della parola e si muoveva al ritmo delle sue parole, per Bergoglio avviene il contrario: parte dall’azione e dal movimento del suo corpo e su questi modula il suo linguaggio. L’azione prevale sul detto, lo possiamo anche riscontrare nelle sue catechesi molto brevi seguite da un lungo incontro con i fedeli.

Nel suo intervento, il Presidente del Senato Pietro Grasso ha notato come le frasi corte e incisive di Papa Francesco siano dettate dall’esigenza di farsi capire e di scuotere i suoi ascoltatori. Egli arriva al cuore, va in profondità e porta in superficie i contenuti più autentici.

Essendo il nostro immaginario prevalentemente visivo, il Papa recupera il linguaggio di Gesù che si esprimeva in parabole: conosciamo ormai tutti le espressioni “ospedale da campo”, “periferie esistenziali”, “cristiani da salotto”, ecc.

Essendo stato per molto tempo impegnato nella lotta alla mafia, il “numero due” dello Stato è rimasto particolarmente colpito dalle parole usate da Papa Francesco contro la delinquenza organizzata: “Il potere e il denaro che avete è denaro insanguinato e non potrete portarlo nell’altra vita”. Un messaggio simile al forte “Convertitevi!” di Giovanni Paolo II gridato ad Agrigento.

Secondo il Presidente del Senato, molto diversa è stata la comunicazione con i parlamentari quando questi hanno partecipato alla messa del Papa. Il Santo Padre ha stigmatizzato l’ipocrisia, il fariseismo e il distacco dal popolo che spesso albergano in coloro che fanno politica.

Per quanto riguarda il registro linguistico, quello del Papa è molto diverso da quello dei politici, che è spesso autoreferenziale, chiuso ed astratto. La politica inoltre adotta slogan vuoti, mentre il Papa parla dei temi che toccano la vita delle persone.

Vittorio Sermonti, saggista e scrittore, ha definito il linguaggio di Papa Francesco esatto come quello dei bambini e allo stesso tempo grande come quello dei poeti. Essendo uno dei massimi esperti di Dante e della Divina Commedia, Sermonti ha tracciato un parallelismo fra il San Francesco dell’undicesimo canto del Paradiso e Papa Francesco.

Monica Maggioni, direttore di Rainews24, ha definito Papa Francesco “uno straordinario prodotto televisivo” al quale, solo con un grande affanno, si riesce a stare dietro, essendo così ricco in quantità e profondità. Secondo la giornalista, Papa Francesco ha scelto di concentrare il suo messaggio in parole chiave.

La Maggioni ha avuto modo di partecipare in forma anonima il 14 novembre scorso ad una messa del Papa a Santa Marta ed è rimasta disarmata dalla semplicità di Papa Francesco che sembra un semplice prete che celebra la messa ed è rimasta colpita da come, una volta terminata la celebrazione, il Papa si sieda fra gli altri fedeli, contemplando insieme a loro il Crocifisso.

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ROMA – Juan Carlos Scannone, gesuita ottantaduenne, è stato uno dei professori dell’attuale pontefice. Il Prof. Scannone, infatti, nel 1957 è stato docente di greco e letteratura presso il seminario di Villa Devoto dove Jorge Mario Bergoglio mosse i suoi primi passi verso il sacerdozio.  Scannone è il più grande esponente in vita della “teologia del popolo”, una particolare scuola di pensiero religioso sviluppatasi soprattutto in Argentina, distintasi per aver rivalutato i temi dell’inculturazione e della pietà popolare all’interno della riflessione teologica. Dalla metà di aprile vive presso il collegio degli scrittori de “La Civiltà Cattolica” dove lo abbiamo incontrato.

Che tipo di studente era Jorge Mario Bergoglio? Che approccio aveva con lo studio?

Era un bravo studente. Io gli ho insegnato sia greco che letteratura prima che diventasse gesuita, quando ancora era un seminarista.  Era diligente, non era il più bravo della classe, ma, sicuramente, era uno dei migliori!

Si applicava, ma non ricordo nessun fatto nello specifico. Logicamente, in quel periodo, non sapevo che sarebbe diventato né gesuita, né Papa! Ricordo che in quel periodo si ammalò gravemente. Infatti, un semplice raffreddore si trasformò in una polmonite e lo dovettero addirittura operare e superò questa prova con molta forza.

Si aspettava l’elezione del Card. Bergoglio a Papa?

No, sinceramente, non me lo aspettavo. Sapevo che aveva ricevuto molti voti quando venne eletto Benedetto XVI nel conclave del 2005, ma pensavo che,  dopo la rinuncia di Papa Ratzinger, i cardinali avrebbero eletto un Papa molto più giovane. Quindi no, non me lo aspettavo, principalmente a causa dell’età.

La provvidenza ha dato alla Chiesa il primo Papa latino-americano. Cosa comporta ciò per la chiesa universale?

L’America Latina, un continente per la maggioranza cattolico e povero, ha una certa e speciale sensibilità evangelica verso l’opzione preferenziale per i poveri. Ciò che già venne reso esplicito durante la Conferenza di Medellìn, divenne ancora più importante durante quella di Puebla per culminare poi in quella di Aparecida, in Brasile, nel 2007. Tutti gli ultimi Papi hanno seguito questa linea.

Quando, Giovanni Paolo II andò a Puebla, lui fece dell’amore per i poveri uno dei capisaldi del suo pontificato. Lo espresse chiaramente nell’enciclica “Sollicitudo rei socialis”. E quando Benedetto XVI andò nel 2007 ad Aparecida, in Brasile, per inaugurare la conferenza, confermò che le radici di questa opzione sono cristologiche. Perché  fu Cristo per primo ad avere un’opzione preferenziale verso i poveri.

Le parole di Papa Francesco nei riguardi degli ultimi e dei più poveri sono state spesso ritenute espressioni vicine alla “teologia della liberazione”, lei invece ha più volte ribadito che sono ascrivibili alla “teologia del popolo”. Può tornare su questo argomento, chiarendo quali sono le differenze fra queste due correnti teologiche dell’America Latina?

Ricordo che nel 1982, un padre della gregoriana, il padre Neufeld, mi chiese un articolo riguardante la teologia della liberazione per il libro “Problemi e prospettiva dell’ideologia dogmatica”. Questo mio contributo venne inizialmente pubblicato in italiano, poi tradotto anche in tedesco e quindi spagnolo.

Nell’articolo, facevo la distinzione tra 4 correnti ed una di queste era ciò che oggi è chiamata la Teologia del Popolo. In quel periodo, io rappresentavo una delle correnti della teologia della liberazione.

Due anni dopo, nel 1984, la Congregazione per la Dottrina della Fede, presentò il primo documento su alcuni aspetti della teologia e liberazione, la “Libertatis nuntius”. Antonio Quarracino, che sarebbe poi diventato Arcivescovo di Buenos Aires e che in quel periodo era segretario della Celam, ribadì l’esistenza di queste 4 correnti. Quindi, si può dire, che furono riconosciute come una linea all’interno della teologia della liberazione. Gustavo Guitierrez conferma, in maniera esplicita, che è una corrente dalla caratteristica propria.

La caratteristica principale della teologia del popolo è che non si è mai utilizzato né il metodo, né le categorie dell’analisi marxista della realtà, ma, senza negare la radice sociale, si è preferita un’analisi storico-culturale. L’aspetto storico-culturale prende il sopravvento, senza togliere importanza a quello storico-politico. Inoltre, viene rivalorizzata fortemente la pietà popolare e si arriva addirittura a parlare di “spiritualità e mistica popolare”.

Papa Francesco, nell’Evangelii Gaudium, dà molta importanza al tema della spiritualità popolare e tratta il tema due volte, per l’importanza che l’inculturizzazione ha nella cultura latino-americana. La cultura popolare evangelizza se stessa e va evangelizzando le prossime generazioni.

Lei, in qualità di massimo esponente della teologia del popolo, cosa pensa della religiosità italiana, ancora così impregnata di devozione? Trova delle assonanze fra la religiosità popolare italiana e quella argentina?

Per prima cosa…. Non sono il massimo esponente! Non conosco sufficientemente la religiosità italiana, perché non ho vissuto a lungo in Italia, ma credo che, quando c’è una vera devozione e spiritualità popolare, è la fede che si incarna e si rende operativa attraverso la carità. Una caratteristica della pietà popolare è che non si tratta di una spiritualità individualista, ma aperta verso chi soffre, verso i peccatori e, se è così, è realmente evangelica.

Nel 1975 ci fu una riunione a Roma e venne fatto un lavoro, dividendosi per continenti, ed uno dei temi era quello della valorizzazione della saggezza popolare, che è un elemento della pietà popolare.  Questo tema emerse specialmente in tre gruppi:  più fortemente in quello latino-americano, poi in quello africano ed anche in quello dell’Europa Meridionale (costituito quindi da italiani logicamente, ma anche da spagnoli e da portoghesi).

In Italia, anche se sono passati parecchi anni ed io non ho un’esperienza diretta, credo che si sia conservata una vera e propria spiritualità popolare che bisogna saper valorizzare, per evangelizzare una secolarizzazione che non sia secolarista.

In Argentina, a Buenos Aires, dove il Papa era Vescovo, ci sono devozioni che discendono dall’Italia, anche se poi magari lì, diventarono ancora più forti che in Italia. Ad esempio, ogni 7 agosto si celebra San Gaetano, patrono del pane e del lavoro, e ci sono milioni di persone che visitano la chiesa del Santo e toccano la sua statua, per “prenderne la grazia”, così come ho visto fare con la statua della Vergine dallo stesso Papa. Glielo ho visto fare il giorno della canonizzazione. La stessa cosa succede con la Vergine di Pompei, il santuario mariano più importante dentro la città di Buenos Aires.

Che rapporto c’é oggi fra lei e il suo ex alunno?

Molto buono. Io sono venuto a lavorare a “La Civiltà Cattolica”, proprio per collaborare con la rivista nella comprensione del pensiero, del carisma e dell’azione del Papa. Ho scritto, da poco, un articolo su Papa Francesco e la teologia del popolo e ne sto scrivendo un altro.

Sto scrivendo altri articoli e sono stato con lui in due occasioni. Sono stato con lui a Santa Marta e dopo mi ha invitato a fare colazione con lui ed abbiamo proseguito la conversazione. Grazie a Dio si tratta di un rapporto molto buono.

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