Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Nicola Rosetti

Per conoscere qualcosa riguardo all’Insegnamento della Religione Cattolica puoi guardare questo video

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Introduzione

Gentili genitori, anche se il testo che segue è piuttosto lungo, vi invito a leggerlo con attenzione, poiché riguarda importanti aspetti dell’ora di Religione Cattolica (IRC) che i vostri figli frequenteranno. L’idea di rivolgermi a voi all’inizio dell’anno scolastico mi è stata suggerita dall’esperienza, poiché vorrei evitare inutili e sterili polemiche che ogni anno puntualmente si ripresentano, che altro non fanno che minare il sereno svolgimento delle attività didattiche e che possono essere risolte se i genitori sono preventivamente informati su cosa è l’IRC e cosa si svolge durante questa ora.

Che cos’è l’IRC e perché studiarla a scuola

Come dice il nome stesso della disciplina, l’IRC è una materia confessionale (cioè impartita secondo gli insegnamenti della Chiesa Cattolica), tuttavia è laico il modo di insegnarla. Cosa significa ciò? Che può frequentare l’IRC qualsiasi alunno, in maniera indipendente dal suo credo religioso. Infatti, il fine dell’IRC non è quello di formare credenti (come avviene con il catechismo), ma di aiutare gli alunni a conoscere la Religione Cattolica, che è parte integrante del patrimonio storico, artistico e culturale dell’Italia e dell’Europa (cfr. Intesa per l’Insegnamento della Religione Cattolica nelle scuole pubbliche del 28 giugno 2012 1.1: «l’Insegnamento della Religione Cattolica è impartito, nel rispetto della libertà di coscienza degli alunni, secondo indicazioni didattiche che devono essere conformi alla dottrina della Chiesa e collocarsi nel quadro delle finalità della scuola»).
La religione cristiana ha plasmato la cultura occidentale che diventa difficilmente comprensibile se si è a digiuno dei più elementari contenuti della Religione Cattolica: è possibile pensare la Divina Commedia di Dante o i Promessi Sposi di Manzoni, il Giudizio Universale di Michelangelo o la Vocazione di San Matteo di Caravaggio fuori dal contesto del Cristianesimo? Evidentemente no! Scopo dell’IRC sarà quello di fornire agli studenti tutti gli opportuni strumenti per comprendere la realtà secondo le categorie proprie della Religione Cattolica. L’IRC sarà costantemente legato a tutte le altre discipline, in maniera tale da svilupparsi armonicamente assieme ad esse. In particolare, si lavorerà in stretto rapporto con i docenti dell’area umanistica (lettere, storia e geografia), di quella scientifica (matematica e scienze) e artistica (arte e musica) al fine di mostrare quali contributi culturali abbia apportato il cristianesimo in ogni singola disciplina.
In modo conforme a quanto stabilito dalla Intesa per l’Insegnamento della Religione Cattolica nelle scuole pubbliche del 28 giugno 2012 4.1, l’IRC «deve essere impartito in conformità alla dottrina della Chiesa da insegnanti riconosciuti idonei dall’autorità ecclesiastica e in possesso di qualificazione professionale adeguata. In tal senso, il sottoscritto, riconosciuto idoneo dalla Diocesi di Roma con decreto Prot SC/2011/18/ROSE, è in possesso della Licenza in Sacra Teologia (5+2 anni di studio universitario) conseguita presso la Pontificia Università Lateranense.

La scelta di avvalersi o meno dell’IRC

La scelta di avvalersi o meno dell’IRC è effettuata all’atto di iscrizione ed è valida per tutto l’anno scolastico: non è possibile richiedere di modificare la scelta in corso d’anno, sia per motivi organizzativi, sia per rispetto del lavoro dell’insegnante che ha avviato un lavoro per ogni singolo alunno. Ogni eventuale cambio rispetto alla scelta di avvalersi o non avvalersi dell’Insegnamento della Religione Cattolica è possibile solo dal 7 al 31 gennaio per l’anno scolastico successivo (cfr. Intesa per l’Insegnamento della Religione Cattolica nelle scuole pubbliche del 28 giugno 2012 2.1b: «la scelta operata su richiesta dell’autorità scolastica all’atto dell’iscrizione ha effetto per l’intero anno scolastico cui si riferisce e per i successivi anni di corso nei casi in cui è prevista l’iscrizione d’ufficio, fermo restando, anche nelle modalità di applicazione, il diritto di scegliere ogni anno se avvalersi o non avvalersi dell’Insegnamento della Religione Cattolica»).
È assolutamente errato parlare di “esonero”: si viene esonerati da una materia impartita in maniera obbligatoria (ad esempio da Scienza Motorie e Sportive per motivi di salute debitamente certificati). Per quanto riguarda l’IRC si parla di “avvalentesi” e “non avvalentesi” in quanto è la famiglia che sceglie, appunto, se avvalersi o meno di tale insegnamento. Una volta scelto di avvalersi, l’IRC diventa una materia curricolare come tutte le altre, con pari dignità educativa e culturale. L’insegnante di Religione Cattolica ha tutti i diritti e i doveri degli altri insegnanti e, essendo parte integrante del Consiglio di Classe, concorre alla fine dell’anno alla promozione o alla non promozione degli alunni che si avvalgono di tale materia.

Rapporti con l’insegnante

La collaborazione dei genitori con l’insegnante è un elemento indispensabile per la buona riuscita delle attività didattiche. Al fine di impostare i rapporti nella forma più corretta possibile, ogni volta che si presenta un dubbio, una perplessità, una richiesta di chiarimento, sarà necessario contattare il sottoscritto per richiedere un colloquio.
Risulta ad esempio del tutto sgradevole e scorretto che, per banali incomprensioni, del tutto risolvibili tramite colloquio, si faccia richiesta di parlare con la preside, la quale, giustamente, per il ruolo che ricopre, non è tenuta a sapere ciò che accade in classe per quanto riguarda la didattica.
Risulta anche poco piacevole che questioni personali vengano trattate su social network come Whatsapp o simili o che, per le stesse, si mandino avanti i rappresentanti di Classe i quali, come dice il nome stesso, rappresentano gli interessi generali della classe e non sono i portavoce dei singoli genitori.
Pertanto, poiché è compito degli insegnanti aiutare gli alunni nella loro crescita e affiancare i genitori nel loro primario diritto educativo, le signorie vostre sono caldamente invitate a istaurare un clima sereno e collaborativo evitando contrapposizioni e proteste che, rivelandosi spesso pretestuose e infondate, si ripercuotono negativamente prima di tutto sugli alunni.

Il materiale che occorre per svolgere l’IRC

Il libro di testo (il cui costo si aggira attorno ai 18 euro) è sostituito dal materiale cartaceo che gli alunni dovranno di volta in volta scaricare, stampare e incollare sul quaderno di Religione Cattolica (un quaderno grande a righe che dovrà essere conservato per tutti e tre gli anni). Chi è in possesso di una stampante potrà stampare il materiale a casa. Chi invece non è provvisto di stampante dovrà recarsi in una fotocopisteria col file da stampare salvato su una chiavetta. Le fotocopie possono essere tranquillamente stampate in bianco e nero. La spesa massima in un anno per questo tipo di lavoro è di 3 euro.
Le fotocopie in formato digitale saranno disponibili sul mio sito internet (www.nicolarosetti.it) e gli alunni saranno avvisati ogni volta attraverso il Registro Elettronico.

Utilizzo del cellulare per finalità didattiche

Per quanto riguarda l’eventuale utilizzo del cellulare in classe per ricerche didattiche è importante ricordare che
– Il cellulare non verrà utilizzato durante tutte le lezioni
– L’uso del cellulare è consentito solo ed esclusivamente su richiesta dell’insegnante
– Il telefono deve essere appoggiato al tavolo, come se si stesse utilizzando un tablet o un pc
– Gli alunni che faranno uso scorretto del cellulare, verranno segnalati sul registro di classe e, se in seguito persisteranno, potranno anche essere sospesi per un giorno dalle lezioni
– Il cellulare dovrà essere tassativamente spento quando richiesto dal docente

IRC e visite didattiche

Ogni anno saranno almeno due le uscite che riguarderanno lezioni svolte in classe. Infatti, in termini generali, ogni uscita sarà preceduta da alcune lezioni introduttive e agli alunni sarà chiesto di essere le guide turistiche di se stessi, alla luce di quanto appreso in classe. Ecco indicativamente i luoghi che visiteremo durante i tre anni:
Prima media: San Clemente e Oratorio di San Silvestro / San Giovanni in Laterano, Battistero Lateranense, Santa Croce in Gerusalemme
Seconda media: Santa Maria Maggiore e Santa Prassede / Santa Maria del Popolo, San Giacomo in Augusta, Palazzo Chigi, Montecitorio, Nome di Gesù, Collegio Romano, Sant’Ignazio, Biblioteca Casanatense, Sant’Ivo alla Sapienza, Palazzo Madama, San Luigi dei Francesi, Sant’Agostino. Durante questa visita vedremo sei opere di Caravaggio esposte al pubblico / visita alla Parrocchia Ortodossa del quartiere
Terza media: Sinagoga e Ghetto / San Pietro / visita alla Moschea del quartiere

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Giovanni Scifoni ha messo in scena la sua opera Santo Piacere nell’ambito del IXXX Convegno di Fides Vita. Prima dell’esibizione ha rilasciato al nostro giornale un’intervista nella quale ha raccontato se stesso e il suo lavoro, mixando temi alti e leggerezza, come è nel suo stile. Un’intervista lunga, ma da non perdere!

Visto che oggi è la festa di tutti i santi partirei proprio dai tuoi video che hanno come protagonisti i santi. Come è nata l’idea e come si è sviluppata?

Il tutto è nato su suggerimento di Paolo Ruffini, oggi direttore del Dicastero per la Comunicazione del Vaticano e all’epoca direttore di Tv2000. All’inizio era una noia infinita perché a parlare dei santi davanti a un cellulare non è stato facile e infatti non mi si filava nessuno! Poi un giorno ho iniziato a coinvolgere la famiglia, mia moglie e i miei tre figli, e la gente ha iniziato a seguirmi: dunque il problema ero io! Ero poco interessante, mentre era molto più interessante la mia famiglia! Le storie dei santi sono straordinarie, meravigliose e sempre diverse: i cattivi si assomigliano tutti nella storia, i santi invece sono tutti diversi. Queste storie sono un pretesto per parlare di qualcosa che ci riguarda un po’ tutti, infatti il santo ha la caratteristica di illuminare con la propria vita le grandi domande che hanno a che fare con ognuno di noi. Quando scrivo queste clip con mia moglie, nei ritagli di tempo fra una lavastoviglie e un’altra faccenda domestica, ci mettiamo a parlare del santo del giorno, di come possiamo raccontarlo e sempre ci chiediamo qual è nella vita di quel santo l’aspetto che parla a tutti: quello è il nostro punto di partenza!

Nel Santo Piacere tu affronti una questione religiosa come in altri testi teatrali che hai scritto. Perché questi temi fanno presa sulle persone? Quale bisogno vanno a intercettare?

Al centro non è tanto l’argomento religioso: è un po’ il contrario! Io non parlo di religione: sto dentro a un mondo che mi è stato consegnato dai miei genitori, dai tanti sacerdoti che ho incontrato nella mia vita, che mi hanno raccontato storie, mi hanno fatto conoscere la bellezza della Sacra Scrittura, dei Padri della Chiesa. Tutto ciò mi stimola tantissimo e mi suscita un processo creativo molto istintivo e naturale che fa sgorgare in me tante idee. Quando, ad esempio, mi metto a leggere la storia di un Padre della Chiesa mi vengono molte idee che non mi verrebbero leggendo altre storie! Io non parlo di religione, ma utilizzo i temi, le storie e i testi sacri per parlare di cose che hanno a che fare con le questioni esistenziali. Vedo che questo mio lavoro intercetta un bisogno. Una buona parte del mio pubblico è cattolico e dunque si avvicina per identificazione. Poi c’è un pubblico non credente che si avvicina incuriosito. Come anche c’è una fetta di pubblico che si avvicina con sospetto, perché si percepisce in qualche modo che io a queste cose ci credo. Spesso vengono affrontati temi religiosi o sacri, ma è comune vedere nell’artista un certo distacco rispetto a quanto viene trattato. Lo abbiamo visto in grandissimi personaggi come Dario Fo o come Pier Paolo Pasolini, giganti ai quali io non mi accosto e con i quali non voglio fare paragoni, però le persone percepivano un distacco da quello che raccontavano. Invece le persone che vengono a vedere me vedono un’aderenza che crea un cortocircuito strano nello spettatore. Molti sono insospettiti, quasi infastiditi, quasi come se sembrasse strano che un artista possa credere a queste storielle per vecchiette, per chiamarle come Sant’Agostino. Tuttavia questa aderenza suscita una strana sincerità per cui le persone che vengono a teatro vedono qualcosa a cui l’artista crede e questo a volte crea per un’ora mezza – e questa è proprio la magia del teatro – il fatto che in quel momento ci crediamo un po’ tutti. Il bisogno di domande esistenziali è molto presente nel pubblico, come il bisogno di affrontare il destino ultimo dell’uomo, soprattutto nei giovani, che hanno un desiderio incredibile di confrontarsi con questi temi. Su questo versante oggi c’è una scarsa offerta e quindi molti si avvicinano al mio teatro perché sono letteralmente affamati di domande impegnative che cerco di proporre con leggerezza. Questa è un po’ la sfida che mi pongo, quella di raccontare cose pesantissime come la teologia, la patristica con leggerezza.

Quello che fai ti permette di coniugare in maniera esplicita la fede col tuo lavoro. Ci vuoi dire qualcosa di più su questo aspetto?

Una decina di anni fa mi sono reso conto che ero uno a lavoro e uno nella mia vita privata. Ero diverso e diviso e sentivo che per me non andava bene, non mi piaceva e non ero contento di ciò. Ho cercato di capire come mettere me stesso, le cose a me più care nel lavoro ed è avvenuto tutto in maniera naturale e semplice. Mi sono messo a scrivere un primo testo, chiedendomi cosa mi interessasse più di tutto, ed è venuto fuori il mio primo spettacolo sulle ultime sette parole di Cristo e da lì tutti gli altri.

Cosa significa essere credente nel mondo dello spettacolo? La fede può essere un ostacolo in questo mondo?

Inevitabilmente negli ambienti di lavoro c’è una sorta di strano scetticismo e di snobismo da parte della critica teatrale ad esempio che difficilmente si avvicina al mio lavoro perché viene considerato un po’ di nicchia e il fatto che io sia un cattolico praticante può spiazzare. Qualsiasi tipo di coerenza è un problema nel mondo del lavoro. Se tu sei coerente con quello in cui credi, qualunque cosa sia quello in cui credi, ciò costituisce un problema quando si deve scendere a compromessi, perché il lavoro è sempre compromesso. Inevitabilmente non puoi fare tutto o accettare le condizioni che ti vengono date. La famiglia ti può precludere la strada perché gli artisti spesso si sposano col proprio lavoro. Da sempre gli artisti sono stati uomini senza patria, senza famiglia e senza radici, dagli attori girovaghi ai giullari. Avere una famiglia è un’impresa eccezionale per un artista. Ne conosco qualcuno che lo fa come me. Coinvolgere la mia famiglia nella mia vita di artista significa raccontare quello che sono. Torniamo al discorso della coesenza, del «Chi sei?», del «Cosa racconti?». Si dice che l’attore sia uno che si traveste, che finge… è vero, ma se non è profondamente sincero quando si maschera il pubblico se ne accorge e non è contento. Il pubblico vuole vedere nell’attore, anche nel più finto, nel più pagliaccio, nel più mascherato vuole vedere una verità. È il grande paradosso del teatro: tu vuoi vedere la verità nella finzione. Nella mia vita faccio tanti casini, sbaglio, ho fatto molte scelte incoerenti, ma la coerenza rimane per me un obiettivo.

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«Credo in una scuola laica, ritengo che le scuole debbano essere laiche e permettere a tutte le culture di esprimersi non esporre un simbolo in particolare». Con queste parole il Ministro Lorenzo Fioramonti ha sollevato un vespaio di polemiche sull’annosa questione che riguarda la presenza dei simboli religiosi – e in particolare il crocefisso – negli spazi pubblici.

Molti hanno osservato, anche sui social, che i veri problemi della scuola sono altri: strutture fatiscenti e pericolose, dispersione scolastica, mancanza di tecnologie avanzate o anche del materiale di base di cui ogni scuola dovrebbe essere fornita. Tutti problemi reali che chi vive nel mondo della scuola conosce.

Tuttavia la querelle sul crocefisso, per il suo alto valore simbolico, non va elusa e pertanto, volendo riflettere nel merito, ci domandiamo: la Croce mette a repentaglio la laicità della scuola?
Sembra che coloro che la invocano per rimuovere il crocefisso dalle aule ignorino il fatto che se oggi possono parlare di laicità è proprio grazie a colui che da quella croce pende. È stato infatti Gesù il primo nella storia a distinguere la sfera religiosa dalla sfera politica quando affermò: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). Fino alla sua venuta, nel mondo dominava una commistione fra religione e politica che tendeva a sacralizzare figure come quelle dell’Imperatore o del Faraone.

In che modo poi il Ministro concepisce la convivenza fra culture diverse?
Una risposta a tale domanda tocca inevitabilmente il tema dell’integrazione. Le mutate condizioni storiche e sociali mostrano un Paese diverso da quello del passato nel quale la quasi totalità della popolazione si riconosceva nella religione cattolica. I cattolici continuano a essere la maggioranza relativa: secondo rilevamenti statistici del 2017, il 74,4% degli italiani, pari a circa 45 milioni di persone, dichiara di appartenere alla religione cattolica. Solo il 3% degli italiani si professa di altra religione. Alla luce di questi dati è difficilmente sostenibile pensare che la proficua convivenza fra culture diverse possa passare attraverso la cancellazione di quel simbolo nel quale la stragrande maggioranza degli italiani ancora si riconosce.

A ben vedere tutto in Italia parla della presenza del cristianesimo: dal giorno di riposo settimanale, alle feste del Natale e della Pasqua, dalle opere d’arte nelle chiese al vasto repertorio di musica sacra, dalle opere sociali a quelle di carattere medico e sanitario. La nostra cultura è inscindibilmente legata al cattolicesimo e il crocefisso rappresenta una sintesi di tutto ciò. Di questo era ben cosciente il filosofo laico Benedetto Croce che nel 1942 scrisse il saggio Perché non possiamo non dirci “cristiani”.

Persino L’Unità, il quotidiano del Partito Comunista Italiano, difese la presenza del crocefisso a scuola in un articolo del 22 marzo 1988, firmato da Natalia Ginzburg. La scrittrice di origine ebraica, militante e deputata del PCI scrisse: «II crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo forse smettere di dire cosi?».

Se non si abbraccia una visione ideologica anche gli atei, gli agnostici o coloro che appartengono ad un altra religione riconoscono il valore storico e culturale del crocefisso e obiettivamente non si può che guardare che con immensa stima un uomo che in mezzo a atroci sofferenze ha saputo trovare parole di perdono e di riconciliazione per i suoi aguzzini.

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Si apre anche nella nostra Città il dibattito sul suicidio assistito e sull’eutanasia. L’occasione è data da una “vela” che da qualche giorno è esposta in Viale dello Sport e che mostra l’immagine di una donna e una scritta: «Lucia, 45 anni, disabile. Potrà farsi uccidere. E se fosse tua mamma? #NOEUTANASIA».

Leggi l’articolo #noeutanasia. Campagna per la Vita contro l’eutanasia, un video per dare la sveglia

Si tratta di una campagna che intende sensibilizzare (condivisibile o meno) le persone sulla possibile introduzione nel nostro ordinamento giuridico dell’eutanasia e del suicidio assistito. L’iniziativa è promossa da Pro Vita & Famiglia, un’organizzazione pro life che da anni si batte – sia in ambito culturale che legislativo – perché la vita sia rispettata dal concepimento fino alla morte naturale.

Sul fronte opposto si sono schierati alcuni militanti di Rifondazione Comunista che a loro volta hanno fatto una vela di risposta con scritto: «Se fosse nostra madre dovrebbe poter scegliere (e sì, anche se fosse la vostra) #PROVITADIGNITOSA».

In tale contro-campagna, si può vedere un’inedita convergenza fra le istanze dei comunisti e quelle dei radicali. Come è noto, sono proprio i radicali a portare avanti la battaglia a favore dell’eutanasia e del cosiddetto “diritto di scelta”, usato come un grimaldello per guadagnare consensi, evitare la complessità del problema e celare il vero fine di tutta l’operazione.

Al contrario, la questione andrebbe affrontata non solo in termini individuali, ma sociali, come ha fatto il Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della Cei, il quale ha affermato che «la volontà di togliersi la vita, anche se attraversata dalla sofferenza e dalla malattia, rivela una mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso. Il malato sperimenta, poi, di essere un peso perché l’assistenza assume un volto sempre meno umano e sociale; sulla bilancia dei costi e dei benefici, la cura di cui ha bisogno diventa sconveniente e gravosa».

L’alto prelato ha messo in evidenza il vero nodo della questione: al di là delle disposizioni soggettive del singolo individuo, il malato viene percepito dai fautori della visione liberista (alla quale i radicali fanno riferimento) come un costo sociale da abbattere. Per tale motivo, secondo Bassetti «dobbiamo guardarci dall’entrare anche noi, presto o tardi, nel vortice dell’indifferenza e dal cinismo economicista che genera una mentalità che guarda solo all’efficienza».

Viene dunque da chiedere ai militanti di Rifondazione Comunista che si sono uniti alla causa radicale: Che fine ha fatto la vostra lotta in difesa dei più deboli? Non sono anche i malati da annoverare fra gli indifesi? Ci si schiera con gli ultimi solo se sono ultimi in termini economici?

Bassetti non elude neppure la questione del cosiddetto diritto di autodeterminarsi: «Essi (i sostenitori dell’eutanasia, ndr) ritengono che esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale. In che modo, però, può dirsi accresciuta la libertà di una persona alla quale, proprio per esaudirla, si toglie la vita?».

«L’introduzione dell’eutanasia – ha affermato ancora il Presidente della Cei – aprirebbe anche ad altri scenari: indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto. Il caso di Charlie, il piccolo britannico al quale è stata negata, contro il parere dei genitori, l’opportunità delle cure, rappresenta in tal senso un caso emblematico».

La posizione della Chiesa in difesa della vita e dei malati, vale la pena sottolinearlo, non ha nulla di ideologico e non è neppure dettata in senso stretto da questioni di fede, ma si propone come una strenua e appassionata difesa della dignità umana, dignità compromessa sempre più da visioni utilitariste e di carattere economico che, senza esagerazione, fanno tornare in mente gli anni più bui dello scorso secolo, quando in Germania furono eliminate col programma Acktion T4 quelle che erano considerate “vite indegne di essere vissute”.

Anche Papa Francesco è intervenuto recentemente in merito affermando: “La pratica dell’eutanasia, divenuta legale già in diversi Stati, solo apparentemente si propone di incentivare la libertà personale; in realtà essa si basa su una visione utilitaristica della persona, la quale diventa inutile o può essere equiparata a un costo, se dal punto di vista medico non ha speranze di miglioramento o non può più evitare il dolore.
L’impegno nell’accompagnare il malato e i suoi cari in tutte le fasi del decorso, tentando di alleviarne le sofferenze mediante la palliazione, oppure offrendo un ambiente familiare negli hospice, sempre più numerosi, contribuisce a creare una cultura e delle prassi più attente al valore di ogni persona».”

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Il gesuita Giovanni Sale ha analizzato il concetto di laicità nel cristianesimo, nell’ebraismo e nell’islam e in un saggio apparso oggi sull’ultimo numero de La Civiltà Cattolica dal titolo Laicità dello stato e religioni monoteiste.

Il religioso è partito dalla constatazione che nell’Occidente cristiano si è affermata una distinzione fra sfera politica e sfera religiosa a partire dalle celeberrime parole di Gesù «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Secondo padre Sale, «questo “dualismo cristiano” ha impedito, già dai primi secoli della Chiesa, di identificare “le cose di Dio con quelle di Cesare”, cioè la teologia e la politica, le istituzioni religiose e quelle temporali».

Nel corso della sua evoluzione storica, il concetto di laicità si è differenziato in Occidente a seguito dei due eventi: la Rivoluzione Francese e la Rivoluzione America. Se in Francia la laicità si è tradotta in un distacco della politica dalla religione, negli Stati Uniti essa ha comportato un positivo riconoscimento di tutte le esperienze religiose.

Secondo l’insigne gesuita, per quanto riguarda il nostro continente «la laicizzazione dello Stato comportò, nella maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale, il trasferimento alle autorità secolari di competenze e di istituti che in precedenza erano considerati di esclusiva pertinenza delle autorità religiose. Infatti, nella società sacrale dell’ancien régime alcune funzioni, come la giustizia, l’ordine pubblico e la difesa dello Stato mediante l’esercito, erano riservate allo Stato; altre, invece, come la celebrazione del matrimonio, la conservazione dei registri anagrafici, la gestione dei cimiteri, la formazione scolastica (compresa quella di livello universitario) e la tutela della salute dei sudditi, nonché altre opere di impegno sociale, erano considerate di competenza della Chiesa».

Dopo aver analizzato cosa significhi laicità per l’ebraismo e per l’islam, padre Sale afferma: «il concetto di laicità degli ordinamenti politici secondo la prospettiva weberiana, alla luce della nostra analisi, risulta essere un principio ordinatore prettamente occidentale, frutto di un particolare processo storico attivato dalla concorrenza e, nello stesso tempo, dalla collaborazione tra due ordinamenti diversi – quello secolare e quello religioso – per la guida della cristianità». Questo significa che «lo Stato moderno e secolare è nato in Europa attraverso un processo di “sottrazione” di compiti che in passato rientravano nell’ambito del sacro». Di conseguenza «questo processo, nel suo divenire storico, è stato a volte traumatico e doloroso, ma alla fine ha posto le basi per una pacifica convivenza tra Chiesa e Stato, tra la sfera religiosa e quella politica, nel reciproco riconoscimento e legittimazione».

Pertanto, conclude padre Sale, «questo modello non può essere esteso in modo indiscriminato ad altre culture giuridico-istituzionali, come quella tradizionale islamica, senza correre il rischio – come è accaduto in passato – di innescare processi storico-sociali di forte opposizione e di netto rifiuto nei confronti dei valori occidentali». In particolare «deve essere esso stesso a creare, con le sue categorie giuridiche, religiose e culturali, una propria sintesi, cioè una ricomposizione «tutta islamica» dei rappor- ti tra autorità politica e autorità religiosa, tanto più che il Corano a tale riguardo, soprattutto nella materia dell’organizzazione dello Stato, lascia ampia libertà di scelta».

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