Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Nicola Rosetti

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Giovanni Scifoni ha messo in scena la sua opera Santo Piacere nell’ambito del IXXX Convegno di Fides Vita. Prima dell’esibizione ha rilasciato al nostro giornale un’intervista nella quale ha raccontato se stesso e il suo lavoro, mixando temi alti e leggerezza, come è nel suo stile. Un’intervista lunga, ma da non perdere!

Visto che oggi è la festa di tutti i santi partirei proprio dai tuoi video che hanno come protagonisti i santi. Come è nata l’idea e come si è sviluppata?

Il tutto è nato su suggerimento di Paolo Ruffini, oggi direttore del Dicastero per la Comunicazione del Vaticano e all’epoca direttore di Tv2000. All’inizio era una noia infinita perché a parlare dei santi davanti a un cellulare non è stato facile e infatti non mi si filava nessuno! Poi un giorno ho iniziato a coinvolgere la famiglia, mia moglie e i miei tre figli, e la gente ha iniziato a seguirmi: dunque il problema ero io! Ero poco interessante, mentre era molto più interessante la mia famiglia! Le storie dei santi sono straordinarie, meravigliose e sempre diverse: i cattivi si assomigliano tutti nella storia, i santi invece sono tutti diversi. Queste storie sono un pretesto per parlare di qualcosa che ci riguarda un po’ tutti, infatti il santo ha la caratteristica di illuminare con la propria vita le grandi domande che hanno a che fare con ognuno di noi. Quando scrivo queste clip con mia moglie, nei ritagli di tempo fra una lavastoviglie e un’altra faccenda domestica, ci mettiamo a parlare del santo del giorno, di come possiamo raccontarlo e sempre ci chiediamo qual è nella vita di quel santo l’aspetto che parla a tutti: quello è il nostro punto di partenza!

Nel Santo Piacere tu affronti una questione religiosa come in altri testi teatrali che hai scritto. Perché questi temi fanno presa sulle persone? Quale bisogno vanno a intercettare?

Al centro non è tanto l’argomento religioso: è un po’ il contrario! Io non parlo di religione: sto dentro a un mondo che mi è stato consegnato dai miei genitori, dai tanti sacerdoti che ho incontrato nella mia vita, che mi hanno raccontato storie, mi hanno fatto conoscere la bellezza della Sacra Scrittura, dei Padri della Chiesa. Tutto ciò mi stimola tantissimo e mi suscita un processo creativo molto istintivo e naturale che fa sgorgare in me tante idee. Quando, ad esempio, mi metto a leggere la storia di un Padre della Chiesa mi vengono molte idee che non mi verrebbero leggendo altre storie! Io non parlo di religione, ma utilizzo i temi, le storie e i testi sacri per parlare di cose che hanno a che fare con le questioni esistenziali. Vedo che questo mio lavoro intercetta un bisogno. Una buona parte del mio pubblico è cattolico e dunque si avvicina per identificazione. Poi c’è un pubblico non credente che si avvicina incuriosito. Come anche c’è una fetta di pubblico che si avvicina con sospetto, perché si percepisce in qualche modo che io a queste cose ci credo. Spesso vengono affrontati temi religiosi o sacri, ma è comune vedere nell’artista un certo distacco rispetto a quanto viene trattato. Lo abbiamo visto in grandissimi personaggi come Dario Fo o come Pier Paolo Pasolini, giganti ai quali io non mi accosto e con i quali non voglio fare paragoni, però le persone percepivano un distacco da quello che raccontavano. Invece le persone che vengono a vedere me vedono un’aderenza che crea un cortocircuito strano nello spettatore. Molti sono insospettiti, quasi infastiditi, quasi come se sembrasse strano che un artista possa credere a queste storielle per vecchiette, per chiamarle come Sant’Agostino. Tuttavia questa aderenza suscita una strana sincerità per cui le persone che vengono a teatro vedono qualcosa a cui l’artista crede e questo a volte crea per un’ora mezza – e questa è proprio la magia del teatro – il fatto che in quel momento ci crediamo un po’ tutti. Il bisogno di domande esistenziali è molto presente nel pubblico, come il bisogno di affrontare il destino ultimo dell’uomo, soprattutto nei giovani, che hanno un desiderio incredibile di confrontarsi con questi temi. Su questo versante oggi c’è una scarsa offerta e quindi molti si avvicinano al mio teatro perché sono letteralmente affamati di domande impegnative che cerco di proporre con leggerezza. Questa è un po’ la sfida che mi pongo, quella di raccontare cose pesantissime come la teologia, la patristica con leggerezza.

Quello che fai ti permette di coniugare in maniera esplicita la fede col tuo lavoro. Ci vuoi dire qualcosa di più su questo aspetto?

Una decina di anni fa mi sono reso conto che ero uno a lavoro e uno nella mia vita privata. Ero diverso e diviso e sentivo che per me non andava bene, non mi piaceva e non ero contento di ciò. Ho cercato di capire come mettere me stesso, le cose a me più care nel lavoro ed è avvenuto tutto in maniera naturale e semplice. Mi sono messo a scrivere un primo testo, chiedendomi cosa mi interessasse più di tutto, ed è venuto fuori il mio primo spettacolo sulle ultime sette parole di Cristo e da lì tutti gli altri.

Cosa significa essere credente nel mondo dello spettacolo? La fede può essere un ostacolo in questo mondo?

Inevitabilmente negli ambienti di lavoro c’è una sorta di strano scetticismo e di snobismo da parte della critica teatrale ad esempio che difficilmente si avvicina al mio lavoro perché viene considerato un po’ di nicchia e il fatto che io sia un cattolico praticante può spiazzare. Qualsiasi tipo di coerenza è un problema nel mondo del lavoro. Se tu sei coerente con quello in cui credi, qualunque cosa sia quello in cui credi, ciò costituisce un problema quando si deve scendere a compromessi, perché il lavoro è sempre compromesso. Inevitabilmente non puoi fare tutto o accettare le condizioni che ti vengono date. La famiglia ti può precludere la strada perché gli artisti spesso si sposano col proprio lavoro. Da sempre gli artisti sono stati uomini senza patria, senza famiglia e senza radici, dagli attori girovaghi ai giullari. Avere una famiglia è un’impresa eccezionale per un artista. Ne conosco qualcuno che lo fa come me. Coinvolgere la mia famiglia nella mia vita di artista significa raccontare quello che sono. Torniamo al discorso della coesenza, del «Chi sei?», del «Cosa racconti?». Si dice che l’attore sia uno che si traveste, che finge… è vero, ma se non è profondamente sincero quando si maschera il pubblico se ne accorge e non è contento. Il pubblico vuole vedere nell’attore, anche nel più finto, nel più pagliaccio, nel più mascherato vuole vedere una verità. È il grande paradosso del teatro: tu vuoi vedere la verità nella finzione. Nella mia vita faccio tanti casini, sbaglio, ho fatto molte scelte incoerenti, ma la coerenza rimane per me un obiettivo.

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«Credo in una scuola laica, ritengo che le scuole debbano essere laiche e permettere a tutte le culture di esprimersi non esporre un simbolo in particolare». Con queste parole il Ministro Lorenzo Fioramonti ha sollevato un vespaio di polemiche sull’annosa questione che riguarda la presenza dei simboli religiosi – e in particolare il crocefisso – negli spazi pubblici.

Molti hanno osservato, anche sui social, che i veri problemi della scuola sono altri: strutture fatiscenti e pericolose, dispersione scolastica, mancanza di tecnologie avanzate o anche del materiale di base di cui ogni scuola dovrebbe essere fornita. Tutti problemi reali che chi vive nel mondo della scuola conosce.

Tuttavia la querelle sul crocefisso, per il suo alto valore simbolico, non va elusa e pertanto, volendo riflettere nel merito, ci domandiamo: la Croce mette a repentaglio la laicità della scuola?
Sembra che coloro che la invocano per rimuovere il crocefisso dalle aule ignorino il fatto che se oggi possono parlare di laicità è proprio grazie a colui che da quella croce pende. È stato infatti Gesù il primo nella storia a distinguere la sfera religiosa dalla sfera politica quando affermò: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). Fino alla sua venuta, nel mondo dominava una commistione fra religione e politica che tendeva a sacralizzare figure come quelle dell’Imperatore o del Faraone.

In che modo poi il Ministro concepisce la convivenza fra culture diverse?
Una risposta a tale domanda tocca inevitabilmente il tema dell’integrazione. Le mutate condizioni storiche e sociali mostrano un Paese diverso da quello del passato nel quale la quasi totalità della popolazione si riconosceva nella religione cattolica. I cattolici continuano a essere la maggioranza relativa: secondo rilevamenti statistici del 2017, il 74,4% degli italiani, pari a circa 45 milioni di persone, dichiara di appartenere alla religione cattolica. Solo il 3% degli italiani si professa di altra religione. Alla luce di questi dati è difficilmente sostenibile pensare che la proficua convivenza fra culture diverse possa passare attraverso la cancellazione di quel simbolo nel quale la stragrande maggioranza degli italiani ancora si riconosce.

A ben vedere tutto in Italia parla della presenza del cristianesimo: dal giorno di riposo settimanale, alle feste del Natale e della Pasqua, dalle opere d’arte nelle chiese al vasto repertorio di musica sacra, dalle opere sociali a quelle di carattere medico e sanitario. La nostra cultura è inscindibilmente legata al cattolicesimo e il crocefisso rappresenta una sintesi di tutto ciò. Di questo era ben cosciente il filosofo laico Benedetto Croce che nel 1942 scrisse il saggio Perché non possiamo non dirci “cristiani”.

Persino L’Unità, il quotidiano del Partito Comunista Italiano, difese la presenza del crocefisso a scuola in un articolo del 22 marzo 1988, firmato da Natalia Ginzburg. La scrittrice di origine ebraica, militante e deputata del PCI scrisse: «II crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo forse smettere di dire cosi?».

Se non si abbraccia una visione ideologica anche gli atei, gli agnostici o coloro che appartengono ad un altra religione riconoscono il valore storico e culturale del crocefisso e obiettivamente non si può che guardare che con immensa stima un uomo che in mezzo a atroci sofferenze ha saputo trovare parole di perdono e di riconciliazione per i suoi aguzzini.

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Si apre anche nella nostra Città il dibattito sul suicidio assistito e sull’eutanasia. L’occasione è data da una “vela” che da qualche giorno è esposta in Viale dello Sport e che mostra l’immagine di una donna e una scritta: «Lucia, 45 anni, disabile. Potrà farsi uccidere. E se fosse tua mamma? #NOEUTANASIA».

Leggi l’articolo #noeutanasia. Campagna per la Vita contro l’eutanasia, un video per dare la sveglia

Si tratta di una campagna che intende sensibilizzare (condivisibile o meno) le persone sulla possibile introduzione nel nostro ordinamento giuridico dell’eutanasia e del suicidio assistito. L’iniziativa è promossa da Pro Vita & Famiglia, un’organizzazione pro life che da anni si batte – sia in ambito culturale che legislativo – perché la vita sia rispettata dal concepimento fino alla morte naturale.

Sul fronte opposto si sono schierati alcuni militanti di Rifondazione Comunista che a loro volta hanno fatto una vela di risposta con scritto: «Se fosse nostra madre dovrebbe poter scegliere (e sì, anche se fosse la vostra) #PROVITADIGNITOSA».

In tale contro-campagna, si può vedere un’inedita convergenza fra le istanze dei comunisti e quelle dei radicali. Come è noto, sono proprio i radicali a portare avanti la battaglia a favore dell’eutanasia e del cosiddetto “diritto di scelta”, usato come un grimaldello per guadagnare consensi, evitare la complessità del problema e celare il vero fine di tutta l’operazione.

Al contrario, la questione andrebbe affrontata non solo in termini individuali, ma sociali, come ha fatto il Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della Cei, il quale ha affermato che «la volontà di togliersi la vita, anche se attraversata dalla sofferenza e dalla malattia, rivela una mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso. Il malato sperimenta, poi, di essere un peso perché l’assistenza assume un volto sempre meno umano e sociale; sulla bilancia dei costi e dei benefici, la cura di cui ha bisogno diventa sconveniente e gravosa».

L’alto prelato ha messo in evidenza il vero nodo della questione: al di là delle disposizioni soggettive del singolo individuo, il malato viene percepito dai fautori della visione liberista (alla quale i radicali fanno riferimento) come un costo sociale da abbattere. Per tale motivo, secondo Bassetti «dobbiamo guardarci dall’entrare anche noi, presto o tardi, nel vortice dell’indifferenza e dal cinismo economicista che genera una mentalità che guarda solo all’efficienza».

Viene dunque da chiedere ai militanti di Rifondazione Comunista che si sono uniti alla causa radicale: Che fine ha fatto la vostra lotta in difesa dei più deboli? Non sono anche i malati da annoverare fra gli indifesi? Ci si schiera con gli ultimi solo se sono ultimi in termini economici?

Bassetti non elude neppure la questione del cosiddetto diritto di autodeterminarsi: «Essi (i sostenitori dell’eutanasia, ndr) ritengono che esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale. In che modo, però, può dirsi accresciuta la libertà di una persona alla quale, proprio per esaudirla, si toglie la vita?».

«L’introduzione dell’eutanasia – ha affermato ancora il Presidente della Cei – aprirebbe anche ad altri scenari: indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto. Il caso di Charlie, il piccolo britannico al quale è stata negata, contro il parere dei genitori, l’opportunità delle cure, rappresenta in tal senso un caso emblematico».

La posizione della Chiesa in difesa della vita e dei malati, vale la pena sottolinearlo, non ha nulla di ideologico e non è neppure dettata in senso stretto da questioni di fede, ma si propone come una strenua e appassionata difesa della dignità umana, dignità compromessa sempre più da visioni utilitariste e di carattere economico che, senza esagerazione, fanno tornare in mente gli anni più bui dello scorso secolo, quando in Germania furono eliminate col programma Acktion T4 quelle che erano considerate “vite indegne di essere vissute”.

Anche Papa Francesco è intervenuto recentemente in merito affermando: “La pratica dell’eutanasia, divenuta legale già in diversi Stati, solo apparentemente si propone di incentivare la libertà personale; in realtà essa si basa su una visione utilitaristica della persona, la quale diventa inutile o può essere equiparata a un costo, se dal punto di vista medico non ha speranze di miglioramento o non può più evitare il dolore.
L’impegno nell’accompagnare il malato e i suoi cari in tutte le fasi del decorso, tentando di alleviarne le sofferenze mediante la palliazione, oppure offrendo un ambiente familiare negli hospice, sempre più numerosi, contribuisce a creare una cultura e delle prassi più attente al valore di ogni persona».”

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Il gesuita Giovanni Sale ha analizzato il concetto di laicità nel cristianesimo, nell’ebraismo e nell’islam e in un saggio apparso oggi sull’ultimo numero de La Civiltà Cattolica dal titolo Laicità dello stato e religioni monoteiste.

Il religioso è partito dalla constatazione che nell’Occidente cristiano si è affermata una distinzione fra sfera politica e sfera religiosa a partire dalle celeberrime parole di Gesù «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Secondo padre Sale, «questo “dualismo cristiano” ha impedito, già dai primi secoli della Chiesa, di identificare “le cose di Dio con quelle di Cesare”, cioè la teologia e la politica, le istituzioni religiose e quelle temporali».

Nel corso della sua evoluzione storica, il concetto di laicità si è differenziato in Occidente a seguito dei due eventi: la Rivoluzione Francese e la Rivoluzione America. Se in Francia la laicità si è tradotta in un distacco della politica dalla religione, negli Stati Uniti essa ha comportato un positivo riconoscimento di tutte le esperienze religiose.

Secondo l’insigne gesuita, per quanto riguarda il nostro continente «la laicizzazione dello Stato comportò, nella maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale, il trasferimento alle autorità secolari di competenze e di istituti che in precedenza erano considerati di esclusiva pertinenza delle autorità religiose. Infatti, nella società sacrale dell’ancien régime alcune funzioni, come la giustizia, l’ordine pubblico e la difesa dello Stato mediante l’esercito, erano riservate allo Stato; altre, invece, come la celebrazione del matrimonio, la conservazione dei registri anagrafici, la gestione dei cimiteri, la formazione scolastica (compresa quella di livello universitario) e la tutela della salute dei sudditi, nonché altre opere di impegno sociale, erano considerate di competenza della Chiesa».

Dopo aver analizzato cosa significhi laicità per l’ebraismo e per l’islam, padre Sale afferma: «il concetto di laicità degli ordinamenti politici secondo la prospettiva weberiana, alla luce della nostra analisi, risulta essere un principio ordinatore prettamente occidentale, frutto di un particolare processo storico attivato dalla concorrenza e, nello stesso tempo, dalla collaborazione tra due ordinamenti diversi – quello secolare e quello religioso – per la guida della cristianità». Questo significa che «lo Stato moderno e secolare è nato in Europa attraverso un processo di “sottrazione” di compiti che in passato rientravano nell’ambito del sacro». Di conseguenza «questo processo, nel suo divenire storico, è stato a volte traumatico e doloroso, ma alla fine ha posto le basi per una pacifica convivenza tra Chiesa e Stato, tra la sfera religiosa e quella politica, nel reciproco riconoscimento e legittimazione».

Pertanto, conclude padre Sale, «questo modello non può essere esteso in modo indiscriminato ad altre culture giuridico-istituzionali, come quella tradizionale islamica, senza correre il rischio – come è accaduto in passato – di innescare processi storico-sociali di forte opposizione e di netto rifiuto nei confronti dei valori occidentali». In particolare «deve essere esso stesso a creare, con le sue categorie giuridiche, religiose e culturali, una propria sintesi, cioè una ricomposizione «tutta islamica» dei rappor- ti tra autorità politica e autorità religiosa, tanto più che il Corano a tale riguardo, soprattutto nella materia dell’organizzazione dello Stato, lascia ampia libertà di scelta».

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«L’uomo da sempre si pone domande sulla sua origine, sul significato della sua vita e sul suo destino. In questa sua sete di conoscenza vanno distinti due ambiti, quello della religione e quello della scienza, che attengono rispettivamente alla fede e alla ragione.

Vorrei brevemente porre l’attenzione sul verbo “distinguere”. Religione e scienza non vanno fuse, come se fossero un’unica cosa e neppure separate come se fossero cose completamente incomunicabili fra loro. Esse sono distinte, cioè indagano la realtà da due punti di vista diversi, con metodi diversi. In particolare la religione risponde alle domande che riguardano il senso della vita, il significato dell’esistenza, il perché delle cose, mentre la scienza si occupa di capire il meccanismo della realtà visibile, il come delle cose.

In tal senso rimane insuperata la lezione del cardinale Cesare Baronio il quale ha affermato che la Bibbia ci insegna come si va in cielo e non come va il cielo. Il celebre porporato intendeva dire che le verità della bibbia ci indicano la strada per incontrare Dio (verità di senso), ma non ci possono illuminare su aspetti dell’astronomia o della natura (verità scientifiche). Il contributo del porporato si inseriva nel dibattito fra i sostenitori della teoria geocentrica e quelli della teoria eliocentrica, ma per analogia ha validità anche per il discorso che stiamo affrontando.

Realtà distinte dunque che tuttavia non possono mai giungere a una completa opposizione poiché, come insegna la Costituzione Dogmatica Dei Filius del Concilio Vaticano I «non vi potrà mai essere vera divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso». Alla luce di questo possiamo dire che i risultati a cui giunge la scienza entrano in armonico dialogo con le riflessioni della teologia.

Fatte tutte queste necessarie premesse, dobbiamo ancora ricordare che a proposito dell’origine dell’universo e dell’uomo la bibbia ci offre due racconti della Creazione diversi fra loro. Semplificando al massimo il discorso, nel primo racconto l’uomo e la donna vengono creati per ultimi contemporaneamente dalla Parola di Dio, mentre nel secondo racconto viene creato prima l’uomo e poi, dalla costola di questi, la donna. Non dobbiamo meravigliarci di ciò perché, come abbiamo detto, la bibbia non ci fornisce una “verità materiale” ma un orizzonte di senso. Per lo stesso motivo, fra l’altro, possiamo dire che esistono 4 vangeli e non uno solo.

Alla luce di tutto quello che abbiamo detto possiamo affermare che il credente afferma che tutto (l’essere umano e l’intero universo) in ultima analisi dipende dal disegno intelligente e pieno d’amore di Dio, il “come” tutto questo sia potuto accadere rimane un discorso aperto, nella consapevolezza che, anche quando la scienza avesse spiegato tutto quello che c’è da spiegare, rimarrebbe comunque insoluta la domanda sul senso di tutto quello che esiste, perché in questo campo spetta a un’altra disciplina indagare».

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ROMA – Nel contesto della LIII Giornata delle Comunicazioni Sociali, che si è celebrata domenica 2 giugno, si è tenuto martedì 4 giugno nella chiesa di Santa Maria in Monsanto a Piazza del Popolo (chiamata “la chiesa degli artisti, perché qui ruotano parecchie persone legate al mondo dello spettacolo, della cultura e dell’informazione) un incontro dal titolo Siamo membra gli uni degli altri. Dalle social network communities alla comunità umana. Durante questo evento è stato conferito a Mons. Marco Frisina il Premio Paoline Comunicazione e Cultura 2019. Il noto musicista ha gentilmente risposto a qualche domanda per il nostro giornale diocesano L’Ancora.

Con quelle spirito accoglie questo riconoscimento?

Con un po’ di sorpresa perché fino a qualche mese fa non sapevo nulla di ciò. Dall’altra parte accolgo questo riconoscimento come una sintesi del gran lavoro che ho fatto in questi anni in diversi campi della comunicazione: dalla liturgia, che è il luogo normale della mia attività, al cinema, alla televisione, al teatro. In questi campi ho dato con la mia musica un messaggio ed è bello vedere che questo viene in qualche modo compreso e riconosciuto, perché io ho visto la straordinaria potenza della comunicazione del Vangelo, quando viene a contatto con l’arte, con la bellezza, con la musica. È bello che ci si accorga che la comunicazione è per noi cristiani importante e ha un valore artistico notevole. Credo che il Vangelo dia qualche cosa di più alla comunicazione

Può dire ai nostri lettori di quanti brani si compone il suo repertorio e a quale fra questi si sente più legato?

Per la liturgia ho scritto più di 500 canti, 36 oratori, ho scritto musica per 34 film (sulla Bibbia, sulle vite dei Papi e sui Santi, ndr) e 4 opere per il teatro, tra cui la Divina Commedia che è ancora in scena. Sono affezionato alle musiche del primo film che ho musicato, Abramo, il primo della serie di film sulla Bibbia, oppure a quelle di Preferisco il Paradiso con Gigi Proietti nei panni di San Filippo Neri. Sono affezionato a Benedici il Signore anima mia che è stato il mio primo canto scritto la bellezza di 42 anni fa, quando ero un giovane ragazzo. Sono legato anche al musical La Divina Commedia, che mi sta dando tanta soddisfazione, ma la cui composizione è stata faticosa e difficile, ma a cui assegno una grande importanza, perché amo Dante e credo che, tanto da cristiano che da musicista, sia il più bel testo da musicare, dopo la Bibbia.

Cosa deve assolutamente evitare un coro?

Bisogna innanzitutto vedere di che coro si parla. Se si tratta di un coro liturgico, bisogna evitare di fare l’opera o di fare un concerto. Se invece è un concerto per l’opera, si tratta di evitare soprattutto la retorica che nel nostro mondo non ha più significato ed è invece necessario ritrovare la purezza dell’interpretazione. Questa antiretorica bisognerebbe sempre averla presente, altrimenti si celebra se stessi, invece la musica deve sempre veicolare un grande contenuto.

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È stata da poco celebrata la LIII Giornata delle Comunicazioni Sociali. Abbiamo parlato del tema della comunicazione con Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede.

Quale parte del messaggio che il Santo Padre ha scritto per questa occasione l’ha colpita maggiormente?

Ci deve colpire ciò che il Papa scrive nel titolo del messaggio, cioè Siamo membra gli uni degli altri che è un richiamo all’unità che ci contraddistingue come genere umano e come Chiesa. Questo titolo vuol dire che se la rete, anziché unirci ci divide; se l’identità costruita in rete, anziché portarci alla comprensione ci porta a identità costruite sulla negazione dell’altro; anziché creare occasioni di incontro, ci porta alla solitudine; ci fa perdere il senso di quello che siamo, bisogna avere un sovrappiù di responsabilità. Bisogna sentisi chiamati a riportare gli uomini e le donne del nostro tempo a incontrarsi in carne ed ossa, a riscoprire il valore della condivisione e della comunità.

Dal punto di vista del suo ruolo di Prefetto del Dicastero per la Comunicazione, come vede la realtà dell’informazione nelle diocesi? Riescono i mezzi di comunicazione delle 226 diocesi italiane a raccogliere la sfida della comunicazione?

Si tratta sempre di un cammino: guai a pensare di essere arrivati! Penso che nelle diocesi si stia facendo proprio questo cammino, fondato sull’incontro delle persone. La parte più interessante, appunto, è quella di riuscire ad offrire insieme un servizio, un luogo d’incontro e un luogo di testimonianza della verità e dell’essere cristiani. Quando la rete riesce a essere questo, cioè a non costruire un mondo a parte, ma ad essere parte reale del nostro mondo, quando la parola disincarnata della rete, prende forma in uomini in carne ed ossa che si incontrano, allora la sua efficacia è reale. È questo quello che ci viene richiesto e mi pare che il lavoro che si fa nelle diocesi sia tutto in questa direzione.

Ci può fare un esempio concreto di quello che ha appena affermato?

Si può vedere ciò nell’accompagnamento di chi per età padroneggia con scioltezza i mezzi di comunicazione più moderni e che può insegnarne l’uso a chi non è un nativo digitale e deve essere pertanto aiutato in questo mondo. Allo stesso tempo sono gli anziani che devono insegnare ai più giovani a capire i contenuti. Insomma è necessario essere presenti nella rete e far sì che la connessione sia una comunione e non soltanto un collegamento sterile.

Da quello che si apprende dai mezzi di informazione, la riforma della Curia farà sì che questa sia sempre di più a servizio di tutte le diocesi è non solo in modo esclusivo del Papa. Il Dicastero delle Comunicazioni sarà coinvolto in questo tipo di processo?

Al di là della riforma della Curia in corso, io credo che il Dicastero della Comunicazione nel suo essere a servizio del Papa è anche a servizio delle Chiese locali e a servizio dei cristiani che parlano diverse lingue e così rende evidente questo legame che ci unisce, questo nostro essere una comunità che, attraverso la comunicazione, condivide la ricerca della verità e la testimonianza della fede

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Se nel nostro territorio diocesano sono numerosi gli edifici riaperti al culto grazie agli interventi di restauro resi necessari dopo gli eventi sismici del 2016, non si può dire la stessa cosa per l’intera regione Marche. È quello che emerge da quanto ci ha detto Mons. Stefano Russo, Segretario Generale della Cei e fino al mese scorso Vescovo della diocesi di Fabriano-Matelica.

In che condizioni sono i beni culturali di pertinenza ecclesiastica colpiti dal terremoto? Come procede la loro ricostruzione?

Tutte le diocesi si sono date da fare per collaborare affinché si arrivasse a un piano condiviso di intervento. Pertanto è stato fatto un lavoro straordinario da parte delle diocesi di inventariazione e catalogazione del patrimonio devastato, in collaborazione anche con gli enti e le istituzioni pubbliche. Adesso siamo bloccati rispetto alla ricostruzione delle chiese che stenta ad avviarsi: sono stati fatti dei lavori di messa in sicurezza, ma la ricostruzione vera e propria non ha avuto ancora inizio. Speriamo che la situazione si sblocchi e che non sia necessario aspettare ancora tanto tempo, perché comunque parliamo di oltre 2000 edifici di culto resi inagibili a causa degli eventi sismici che si sono verificati nel 2016.

Quale è stata la reazione della popolazione dei territori colpiti dal sisma in particolare rispetto ai beni artistici della propria terra?

La gente che abita questi territori è fortemente appassionata: ce lo dimostrano le tante storie di persone che, nonostante abbiano avuto il proprio paese devastato, sono rimaste lì vicino ai loro luoghi. Questo attaccamento alla propria terra deve comunque essere accompagnato da azioni di ricostruzione, soprattutto nei luoghi più significativamente colpiti, affinché le persone possano tornare lì e non trovare soltanto una casa, ma delle forme e dei motivi di sussistenza. Si tratta di un lavoro in parte iniziato, ma che deve essere necessariamente accelerato.

C’è qualche edificio interessato dal terremoto che le sta particolarmente a cuore?

Anche se sono amministratore di Fabriano-Matelica, dove abbiamo comunque avuto diversi danni, sono originario del Piceno, un territorio che ha avuto paesi rasi a terra. Ci sono edifici che sono stati messi in sicurezza come la Madonna del Sole a Capodacqua e che certamente costituisce un bene che è stato salvaguardato. Ci sono invece edifici in cui non è stato possibile fare ciò, come ad esempio Santa Maria in Pantano, in località Montegallo: questa chiesa che aveva un grandissimo valore da un punto di vista storico, artistico e paesaggistico, perché è inserita proprio in mezzo alle montagne, praticamente non c’è più.

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Martedì 21 maggio presso la chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, luogo di culto a pochi passi da Piazza di Spagna, è stato presentato il volume Salvare l’Europa. Il mistero delle dodici stelle scritto dal vaticanista del Tg2 Enzo Romeo. Sono intervenuti Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, Ernesto Preziosi, storico del Movimento Cattolico. L’incontro è stato moderato dal giornalista Mimmo Sacco e ha visto la presenza di Andrea Monda, direttore de L’Osservatore Romano, e Mons. Giuseppe Fiorini Morosini, Arcivescovo di Reggio Calabria – Bova. Per conoscere meglio la genesi e il significato di questo libro, L’Ancora ha intervistato l’autore.

Quali sono le circostanze che l’hanno portata a scrivere questo libro?

Ci stiamo avvicinando a un appuntamento molto importante e delicato, quello delle elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo discutendo con gli amici della casa editrice Ave (che è l’editrice dell’Azione Cattolica Italiana, ndr) abbiamo pensato che offrire un’occasione di riflessione sull’Europa partendo anche da un dato di appartenenza cristiana fosse utile. Io avevo nel cassetto da tanti anni del materiale che avevo recuperato a Strasburgo presso gli archivi del Consiglio d’Europa che mi permettevano appunto di ricostruire la storia della bandiera europea, quella che tutti conosciamo e che ha 12 stelle su sfondo azzurro. Da questi documenti emerge un dato che pochi conoscono e cioè che questo simbolismo si richiama alla devozione mariana dell’Immacolata Concezione.

In questa ricerca che lei ha svolto, c’è qualche particolare che l’ha colpita maggiormente?

La storia è costruita da tante casualità che però in una chiave di credenti diventano segni della Provvidenza. A me ha colpito molto che per una serie di moltissime circostanze la bandiera fu adottata l’8 dicembre 1955, proprio nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa dell’Immacolata Concezione. Nessuno lo aveva preventivato e nessuno tra coloro che erano incaricati di votare l’adozione della bandiera aveva in mente questa cosa, eppure avvenne così. Scovando le carte e leggendo lo scambio di lettere, si capisce che alcuni che avevano lavorato per l’adozione di questa bandiera in cuor suo sperava che questo avvenisse. Non ci fu mai un’esplicitazione di questo perché non si voleva dare una coloritura confessionale.

Che valore ha il suo libro nell’attuale dibattito culturale nel quale c’è un vivace confronto fra i sostenitori dell’identità e quelli dell’accoglienza?

È indispensabile che noi non neghiamo quelle che sono le radici cristiane, anzi, dobbiamo valorizzarle. Però bisogna capirsi su un fatto: cosa vuol dire recuperare la propria identità cristiana? Vuol dire sguainare una spada per colpire qualcuno, un presunto avversario, un nemico, un concorrente oppure significa essere più inclusivi, più accoglienti e quindi costruire un’Europa più ispirata all’insegnamento del Vangelo?

Da protagonista del mondo dell’informazione, secondo lei in questa campagna elettorale si è veramente parlato di Europa oppure il dibattito si è appiattito su questioni nazionali?

Si è parlato di Europa però partendo sempre dai propri problemi e in un certo senso è anche giusto così, però io segnalo questa contraddizione: da una parte si accusa l’Europa di essere una grande ed inutile macchina burocratica che non solo non ci aiuta a risolvere i problemi, ma che vuol farci i conti, ci toglie sovranità, respiro dall’altra però è all’Europa che si chiede la soluzione dei problemi che ci angosciano. Come fare a mettere insieme queste due cose? L’ho notato durante la campagna elettorale, ma lo noto anche in quello che è l’umore delle persone. Probabilmente sono le grandi paure di questo momento che spingono ad avere questa visione. Si capisce poi che senza una visione alta di approccio comunitario ai problemi, questi problemi sono irrisolvibili nella società globalizzata nella quale viviamo

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Qual è oggi la posta in gioco sul tema dell’immigrazione?

Prima di qualsiasi analisi, riflessione, proposta, anche prima di qualsiasi denuncia, bisogna sempre tenere a mente che si tratta di esseri umani. Alle volte si parla delle persone come fossero delle cose. Già nel nostro lessico stabiliamo delle separazioni. E questo ci riguarda tutti. Ogni volta che parliamo di noi stessi come di “consumatori”, solo per fare un esempio, stiamo spersonalizzzando. In questa ottica, le persone vengono misurate secondo la loro “funzionalità” e chiunque non sia in qualche modo “conveniente” diventa per forze di cose un peso. I migranti non fanno eccezione ed anzi diventano il parafulmine di paure e frustrazioni. Paura per la nostra sicurezza, timori per la nostra già precaria condizione economica, con il risultato di generare tensioni spesso irrazionali che possono fare breccia soprattutto nei soggetti meno controllabili, come è avvenuto proprio a Macerata con la mancata strage di migranti.

La formula “Aiutiamoli a casa loro” adottata in modo trasversale da più di un politico può essere valida in qualche modo?

Dipende da cosa si intende per “aiutare” e per “casa loro”. Io direi prima di tutto “ascoltiamoli”. Siamo davvero sicuri di conoscerli, di interpretarne i bisogni, le risorse, le potenzialità, tanto nelle loro terre d’origine che qui “a casa nostra”? Se guardo a come si espande il traffico internazionale di armi, i conflitti per il controllo delle risorse energetiche (come in Libia), la cosiddetta “esportazione della democrazia” avvenuta a colpi di aggressioni militari, la delocalizzazione di tante aziende (anche molte italiane) al solo scopo di produrre di più spendendo di meno, ecco tutto questo deve interrogarci sul nostro modello di sviluppo e su come questo influenza direttamente anche i flussi migratori.

Ultimamente il dramma dell’immigrazione è stato accostato a quello della Shoah. Secondo lei queste due tragedie sono assimilabili?

Le Nazioni Unite ci dicono che il numero complessivo di profughi di guerra registrati nel mondo nel nostro tempo è superiore a quanti se ne contarono durante il Secondo conflitto mondiale. E nell’ottica della “Terza guerra mondiale combattuta a pezzi”, secondo la definizione che ne ha dato Papa Francesco, vi sono ovunque dei lager in forme che facciamo fatica ad accettare come tali. Non sono forse “campi di concentramento” le miniere di cobalto nelle quali vengono mandati a morte bambini anche piccolissimi e dei quali pochissimo sappiamo? Non sono forse dei lager i campi di prigionia dei trafficanti di esseri umani libici che schiavizzano, stuprano uccidono? E che dire del Sahara, diventato un immenso cimitero nel quale ogni giorno muoiono migranti abbandonati dai trafficanti? La Shoah è stata certo un Olocausto e gli accostamenti rischiano d’essere sempre fuori luogo o fuorvianti, ma resta un monito perché mai più, in nessuna forma, si possa ripetere l’eliminazione sistematica di migliaia e migliaia di persone solo perché “diverse” da come le vorremmo.

C’è il rischio concreto in Italia di tornare a qualcosa di simile alle leggi razziali?

Non credo che l’Italia sia un Paese razzista. Ma ciò non vuol dire che non vi siano dei razzisti. Il punto non è il rischio di riproporre norme come le leggi razziali, ma permettere, tollerare, in qualche modo chiudere un occhio davanti a forme più o meno plateali di discriminazione. Quello che la Storia ci insegna è che una volta avviata la macchina dell’odio, diventa poi difficile fermarla per tempo. In nome della giusta richiesta di sicurezza, di stabilità economica, in altre parole di benessere, non possiamo dilapidare un patrimonio di valori e testimonianze. La vera sfida è quella di restare fedeli ai propri principi senza diventare, questo sì, schiavi della paura e di chi lucra grazie ad essa.

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