Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

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«Credo in una scuola laica, ritengo che le scuole debbano essere laiche e permettere a tutte le culture di esprimersi non esporre un simbolo in particolare». Con queste parole il Ministro Lorenzo Fioramonti ha sollevato un vespaio di polemiche sull’annosa questione che riguarda la presenza dei simboli religiosi – e in particolare il crocefisso – negli spazi pubblici.

Molti hanno osservato, anche sui social, che i veri problemi della scuola sono altri: strutture fatiscenti e pericolose, dispersione scolastica, mancanza di tecnologie avanzate o anche del materiale di base di cui ogni scuola dovrebbe essere fornita. Tutti problemi reali che chi vive nel mondo della scuola conosce.

Tuttavia la querelle sul crocefisso, per il suo alto valore simbolico, non va elusa e pertanto, volendo riflettere nel merito, ci domandiamo: la Croce mette a repentaglio la laicità della scuola?
Sembra che coloro che la invocano per rimuovere il crocefisso dalle aule ignorino il fatto che se oggi possono parlare di laicità è proprio grazie a colui che da quella croce pende. È stato infatti Gesù il primo nella storia a distinguere la sfera religiosa dalla sfera politica quando affermò: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). Fino alla sua venuta, nel mondo dominava una commistione fra religione e politica che tendeva a sacralizzare figure come quelle dell’Imperatore o del Faraone.

In che modo poi il Ministro concepisce la convivenza fra culture diverse?
Una risposta a tale domanda tocca inevitabilmente il tema dell’integrazione. Le mutate condizioni storiche e sociali mostrano un Paese diverso da quello del passato nel quale la quasi totalità della popolazione si riconosceva nella religione cattolica. I cattolici continuano a essere la maggioranza relativa: secondo rilevamenti statistici del 2017, il 74,4% degli italiani, pari a circa 45 milioni di persone, dichiara di appartenere alla religione cattolica. Solo il 3% degli italiani si professa di altra religione. Alla luce di questi dati è difficilmente sostenibile pensare che la proficua convivenza fra culture diverse possa passare attraverso la cancellazione di quel simbolo nel quale la stragrande maggioranza degli italiani ancora si riconosce.

A ben vedere tutto in Italia parla della presenza del cristianesimo: dal giorno di riposo settimanale, alle feste del Natale e della Pasqua, dalle opere d’arte nelle chiese al vasto repertorio di musica sacra, dalle opere sociali a quelle di carattere medico e sanitario. La nostra cultura è inscindibilmente legata al cattolicesimo e il crocefisso rappresenta una sintesi di tutto ciò. Di questo era ben cosciente il filosofo laico Benedetto Croce che nel 1942 scrisse il saggio Perché non possiamo non dirci “cristiani”.

Persino L’Unità, il quotidiano del Partito Comunista Italiano, difese la presenza del crocefisso a scuola in un articolo del 22 marzo 1988, firmato da Natalia Ginzburg. La scrittrice di origine ebraica, militante e deputata del PCI scrisse: «II crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo forse smettere di dire cosi?».

Se non si abbraccia una visione ideologica anche gli atei, gli agnostici o coloro che appartengono ad un altra religione riconoscono il valore storico e culturale del crocefisso e obiettivamente non si può che guardare che con immensa stima un uomo che in mezzo a atroci sofferenze ha saputo trovare parole di perdono e di riconciliazione per i suoi aguzzini.

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Si apre anche nella nostra Città il dibattito sul suicidio assistito e sull’eutanasia. L’occasione è data da una “vela” che da qualche giorno è esposta in Viale dello Sport e che mostra l’immagine di una donna e una scritta: «Lucia, 45 anni, disabile. Potrà farsi uccidere. E se fosse tua mamma? #NOEUTANASIA».

Leggi l’articolo #noeutanasia. Campagna per la Vita contro l’eutanasia, un video per dare la sveglia

Si tratta di una campagna che intende sensibilizzare (condivisibile o meno) le persone sulla possibile introduzione nel nostro ordinamento giuridico dell’eutanasia e del suicidio assistito. L’iniziativa è promossa da Pro Vita & Famiglia, un’organizzazione pro life che da anni si batte – sia in ambito culturale che legislativo – perché la vita sia rispettata dal concepimento fino alla morte naturale.

Sul fronte opposto si sono schierati alcuni militanti di Rifondazione Comunista che a loro volta hanno fatto una vela di risposta con scritto: «Se fosse nostra madre dovrebbe poter scegliere (e sì, anche se fosse la vostra) #PROVITADIGNITOSA».

In tale contro-campagna, si può vedere un’inedita convergenza fra le istanze dei comunisti e quelle dei radicali. Come è noto, sono proprio i radicali a portare avanti la battaglia a favore dell’eutanasia e del cosiddetto “diritto di scelta”, usato come un grimaldello per guadagnare consensi, evitare la complessità del problema e celare il vero fine di tutta l’operazione.

Al contrario, la questione andrebbe affrontata non solo in termini individuali, ma sociali, come ha fatto il Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della Cei, il quale ha affermato che «la volontà di togliersi la vita, anche se attraversata dalla sofferenza e dalla malattia, rivela una mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso. Il malato sperimenta, poi, di essere un peso perché l’assistenza assume un volto sempre meno umano e sociale; sulla bilancia dei costi e dei benefici, la cura di cui ha bisogno diventa sconveniente e gravosa».

L’alto prelato ha messo in evidenza il vero nodo della questione: al di là delle disposizioni soggettive del singolo individuo, il malato viene percepito dai fautori della visione liberista (alla quale i radicali fanno riferimento) come un costo sociale da abbattere. Per tale motivo, secondo Bassetti «dobbiamo guardarci dall’entrare anche noi, presto o tardi, nel vortice dell’indifferenza e dal cinismo economicista che genera una mentalità che guarda solo all’efficienza».

Viene dunque da chiedere ai militanti di Rifondazione Comunista che si sono uniti alla causa radicale: Che fine ha fatto la vostra lotta in difesa dei più deboli? Non sono anche i malati da annoverare fra gli indifesi? Ci si schiera con gli ultimi solo se sono ultimi in termini economici?

Bassetti non elude neppure la questione del cosiddetto diritto di autodeterminarsi: «Essi (i sostenitori dell’eutanasia, ndr) ritengono che esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale. In che modo, però, può dirsi accresciuta la libertà di una persona alla quale, proprio per esaudirla, si toglie la vita?».

«L’introduzione dell’eutanasia – ha affermato ancora il Presidente della Cei – aprirebbe anche ad altri scenari: indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto. Il caso di Charlie, il piccolo britannico al quale è stata negata, contro il parere dei genitori, l’opportunità delle cure, rappresenta in tal senso un caso emblematico».

La posizione della Chiesa in difesa della vita e dei malati, vale la pena sottolinearlo, non ha nulla di ideologico e non è neppure dettata in senso stretto da questioni di fede, ma si propone come una strenua e appassionata difesa della dignità umana, dignità compromessa sempre più da visioni utilitariste e di carattere economico che, senza esagerazione, fanno tornare in mente gli anni più bui dello scorso secolo, quando in Germania furono eliminate col programma Acktion T4 quelle che erano considerate “vite indegne di essere vissute”.

Anche Papa Francesco è intervenuto recentemente in merito affermando: “La pratica dell’eutanasia, divenuta legale già in diversi Stati, solo apparentemente si propone di incentivare la libertà personale; in realtà essa si basa su una visione utilitaristica della persona, la quale diventa inutile o può essere equiparata a un costo, se dal punto di vista medico non ha speranze di miglioramento o non può più evitare il dolore.
L’impegno nell’accompagnare il malato e i suoi cari in tutte le fasi del decorso, tentando di alleviarne le sofferenze mediante la palliazione, oppure offrendo un ambiente familiare negli hospice, sempre più numerosi, contribuisce a creare una cultura e delle prassi più attente al valore di ogni persona».”

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Il gesuita Giovanni Sale ha analizzato il concetto di laicità nel cristianesimo, nell’ebraismo e nell’islam e in un saggio apparso oggi sull’ultimo numero de La Civiltà Cattolica dal titolo Laicità dello stato e religioni monoteiste.

Il religioso è partito dalla constatazione che nell’Occidente cristiano si è affermata una distinzione fra sfera politica e sfera religiosa a partire dalle celeberrime parole di Gesù «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Secondo padre Sale, «questo “dualismo cristiano” ha impedito, già dai primi secoli della Chiesa, di identificare “le cose di Dio con quelle di Cesare”, cioè la teologia e la politica, le istituzioni religiose e quelle temporali».

Nel corso della sua evoluzione storica, il concetto di laicità si è differenziato in Occidente a seguito dei due eventi: la Rivoluzione Francese e la Rivoluzione America. Se in Francia la laicità si è tradotta in un distacco della politica dalla religione, negli Stati Uniti essa ha comportato un positivo riconoscimento di tutte le esperienze religiose.

Secondo l’insigne gesuita, per quanto riguarda il nostro continente «la laicizzazione dello Stato comportò, nella maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale, il trasferimento alle autorità secolari di competenze e di istituti che in precedenza erano considerati di esclusiva pertinenza delle autorità religiose. Infatti, nella società sacrale dell’ancien régime alcune funzioni, come la giustizia, l’ordine pubblico e la difesa dello Stato mediante l’esercito, erano riservate allo Stato; altre, invece, come la celebrazione del matrimonio, la conservazione dei registri anagrafici, la gestione dei cimiteri, la formazione scolastica (compresa quella di livello universitario) e la tutela della salute dei sudditi, nonché altre opere di impegno sociale, erano considerate di competenza della Chiesa».

Dopo aver analizzato cosa significhi laicità per l’ebraismo e per l’islam, padre Sale afferma: «il concetto di laicità degli ordinamenti politici secondo la prospettiva weberiana, alla luce della nostra analisi, risulta essere un principio ordinatore prettamente occidentale, frutto di un particolare processo storico attivato dalla concorrenza e, nello stesso tempo, dalla collaborazione tra due ordinamenti diversi – quello secolare e quello religioso – per la guida della cristianità». Questo significa che «lo Stato moderno e secolare è nato in Europa attraverso un processo di “sottrazione” di compiti che in passato rientravano nell’ambito del sacro». Di conseguenza «questo processo, nel suo divenire storico, è stato a volte traumatico e doloroso, ma alla fine ha posto le basi per una pacifica convivenza tra Chiesa e Stato, tra la sfera religiosa e quella politica, nel reciproco riconoscimento e legittimazione».

Pertanto, conclude padre Sale, «questo modello non può essere esteso in modo indiscriminato ad altre culture giuridico-istituzionali, come quella tradizionale islamica, senza correre il rischio – come è accaduto in passato – di innescare processi storico-sociali di forte opposizione e di netto rifiuto nei confronti dei valori occidentali». In particolare «deve essere esso stesso a creare, con le sue categorie giuridiche, religiose e culturali, una propria sintesi, cioè una ricomposizione «tutta islamica» dei rappor- ti tra autorità politica e autorità religiosa, tanto più che il Corano a tale riguardo, soprattutto nella materia dell’organizzazione dello Stato, lascia ampia libertà di scelta».

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«L’uomo da sempre si pone domande sulla sua origine, sul significato della sua vita e sul suo destino. In questa sua sete di conoscenza vanno distinti due ambiti, quello della religione e quello della scienza, che attengono rispettivamente alla fede e alla ragione.

Vorrei brevemente porre l’attenzione sul verbo “distinguere”. Religione e scienza non vanno fuse, come se fossero un’unica cosa e neppure separate come se fossero cose completamente incomunicabili fra loro. Esse sono distinte, cioè indagano la realtà da due punti di vista diversi, con metodi diversi. In particolare la religione risponde alle domande che riguardano il senso della vita, il significato dell’esistenza, il perché delle cose, mentre la scienza si occupa di capire il meccanismo della realtà visibile, il come delle cose.

In tal senso rimane insuperata la lezione del cardinale Cesare Baronio il quale ha affermato che la Bibbia ci insegna come si va in cielo e non come va il cielo. Il celebre porporato intendeva dire che le verità della bibbia ci indicano la strada per incontrare Dio (verità di senso), ma non ci possono illuminare su aspetti dell’astronomia o della natura (verità scientifiche). Il contributo del porporato si inseriva nel dibattito fra i sostenitori della teoria geocentrica e quelli della teoria eliocentrica, ma per analogia ha validità anche per il discorso che stiamo affrontando.

Realtà distinte dunque che tuttavia non possono mai giungere a una completa opposizione poiché, come insegna la Costituzione Dogmatica Dei Filius del Concilio Vaticano I «non vi potrà mai essere vera divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso». Alla luce di questo possiamo dire che i risultati a cui giunge la scienza entrano in armonico dialogo con le riflessioni della teologia.

Fatte tutte queste necessarie premesse, dobbiamo ancora ricordare che a proposito dell’origine dell’universo e dell’uomo la bibbia ci offre due racconti della Creazione diversi fra loro. Semplificando al massimo il discorso, nel primo racconto l’uomo e la donna vengono creati per ultimi contemporaneamente dalla Parola di Dio, mentre nel secondo racconto viene creato prima l’uomo e poi, dalla costola di questi, la donna. Non dobbiamo meravigliarci di ciò perché, come abbiamo detto, la bibbia non ci fornisce una “verità materiale” ma un orizzonte di senso. Per lo stesso motivo, fra l’altro, possiamo dire che esistono 4 vangeli e non uno solo.

Alla luce di tutto quello che abbiamo detto possiamo affermare che il credente afferma che tutto (l’essere umano e l’intero universo) in ultima analisi dipende dal disegno intelligente e pieno d’amore di Dio, il “come” tutto questo sia potuto accadere rimane un discorso aperto, nella consapevolezza che, anche quando la scienza avesse spiegato tutto quello che c’è da spiegare, rimarrebbe comunque insoluta la domanda sul senso di tutto quello che esiste, perché in questo campo spetta a un’altra disciplina indagare».

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L’anno scolastico è ormai avviato in tutte le regioni d’Italia e questo è forse il momento più opportuno per svolgere la riflessione che ora proponiamo. Ci si interroga spesso su quanto sia adeguato il nostro sistema scolastico nella preparazione degli alunni sia in ambito umanistico che scientifico. Più rara è la riflessione sui contenuti religiosi che la scuola, sia pur da un punto di vista laico, offre. Riflessione che è comunque ineludibile, visto che il cristianesimo, senza ignorare gli apporti di altri fattori, costituisce l’alfabeto della cultura italiana ed europea.

Non vogliamo parlare dell’ora di religione, ma del peso che la religione ha nelle altre discipline. Se si guarda con obiettività ai contenuti religiosi presenti in maniera trasversale nelle diverse discipline, il quadro è piuttosto desolante. Infatti, il clima culturale, non particolarmente favorevole al cristianesimo, non aiuta i ragazzi a formarsi un’idea completa su problematiche di tipo religioso.

Proviamo ad addentrarci nello specifico. Si potrebbe partire dall’ambito storico. Gli alunni italiani studiano abbastanza bene il Concilio di Trento e ciò che è legato alla Controriforma, ma, al termine del loro percorso scolastico, molto difficilmente avranno sentito anche solo nominare il Concilio Vaticano II. Ciò inevitabilmente porta ad avere una visione della Chiesa che non corrisponde alla realtà di oggi. Per fortuna, invece, in sede storica, al monachesimo è sempre riconosciuto un ruolo fondamentale nella conservazione della cultura durante il Medioevo.

Per quanto riguarda il contributo che il cristianesimo ha offerto alla nascita e alla crescita della scienza, esso è praticamente ignorato. Sebbene una moltitudine di uomini di Chiesa, chierici e laici, si siano occupati di scienze, nell’immaginario dei nostri ragazzi rimangono impressi solo quei momenti in cui fra scienza e fede ci sono stati dei contrasti, come nel caso Galilei o nella questione dell’evoluzione.

La quasi totalità degli studenti ritiene che i brani della genesi e le teorie scientifiche sull’origine dell’universo siano in assoluto contrasto, ignorando che la teoria del Big Bang sia stata formulata dal sacerdote belga Georges Lemaître. Si dica la stessa cosa per quanto riguarda l’eliocentrismo, riscoperto nel XVI secolo da un altro ecclesiastico, Nicolò Copernico.

Passando al campo delle arti figurative, il ritorno di un nuovo analfabetismo religioso rende a volte non completamente fruibili le opere d’arte sacra. I manuali magari si soffermano abbondantemente sui materiali utilizzati, sulle tecniche di realizzazione, ma raramente si interessano alle concezioni religiose che hanno dato vita a quelle espressioni artistiche. Un tale approccio risulta oggettivamente mutilo: non è possibile ignorare che quelle opere furono commissionate da ecclesiastici al fine di istruire il popolo e di alimentare in esso la devozione. Non è poi così raro trovare alunni che nel loro percorso scolastico non abbiano mai messo piede in una chiesa durante una gita!

Le cose vanno forse un po’ meglio nel campo della letteratura. Il Cantico delle creature viene in modo unanime riconosciuto come uno dei primi testi della lingua italiana. I due giganti della letteratura italiana, Dante e Manzoni, obbligano a misurarsi con delle concezioni religiose. Tuttavia, non di rado, le questioni espressive e stilistiche prevalgono sui contenuti, sulle domande di senso che questi autori gridano.

Sono quasi totalmente ignorati gli autori contemporanei che nella loro produzione letteraria si sono misurati con questioni attinenti alla fede, con la conseguenza che si ingeneri l’idea tali problematiche siano relegate al passato e l’uomo di oggi non si curi della dimensione religiosa.

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Lunedì 18 luglio presso la Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto, il prof. Vito Mancuso ha presentato il suo volume Dio e il suo destino. Questo è stato il secondo incontro, dopo quello avvenuto presso il Circolo Nautico Sambenedettese col filosofo Massimo Cacciari, nell’ambito della manifestazione Piceno d’Autore, evento organizzato dall’associazione culturale I Luoghi della Scrittura che quest’anno ha come filo conduttore il tema L’uomo, il divino, il sacro.

Rispetto all’intervento di Cacciari, quello di Mancuso è stato altrettanto erudito, ma meno pregno di significato, al di là delle intenzioni dell’autore. Nel suo discorso, ricco di numerose citazioni di filosofi e teologi, Mancuso ha ribadito l’importanza della religione come orizzonte di senso per la vita dell’uomo e della società, perché, laddove manca una visione condivisa sul senso dell’esistenza, si verifica un declino della civiltà, come quello che si sta verificando oggi in Europa, per certi versi molto simile a ciò che accadde all’antica Roma.

In tale contesto, si situa la pretesa dell’autore di ripensare, e in un certo senso di rifondare, il sistema di pensiero del cristianesimo, che, secondo lo stesso, non è stato in grado di risolvere teoreticamente il problema del male. Infatti, secondo Mancuso, a livello speculativo, il problema del male si pone solo nel cristianesimo, poiché, mentre in altre esperienze religiose si risolve ricorrendo al volontarismo divino, oppure al fatalismo, oppure alla sua relativizzazione (quello che è male per me è bene per un altro). Al contrario, nel cristianesimo, sarebbe difficile conciliare l’onnipotenza di Dio, la sua provvidenza e la presenza del male nel mondo.

Nonostante i vari esercizi di retorica, il Prof. Mancuso, dopo aver diagnosticato quello che secondo lui sarebbe il problema dei problemi del cristianesimo, non è riuscito ad abbozzare una proposta risolutiva.

L’opera di Mancuso viene presentata, specialmente da chi non mastica di teologia, come quella di un teologo con idee innovative e audaci. In realtà si fa fatica ad iscrivere la sua produzione nell’ambito della teologia, se per questa si intende, in senso classico, una riflessione su Dio a partire dai dati della Rivelazione (Tradizione e Sacra Scrittura). Quella di Mancuso infatti è tutta una speculazione sul senso dell’esistenza a partire dalla sola ragione e dunque attiene alla filosofia più che alla teologia. In tal senso è indicativo che durante tutta la serata non sia quasi mai stato citato Gesù Cristo.

Inoltre è difficile parlare di intuizioni innovative se si è ascoltata con attenzione, ad esempio, la posizione di Mancuso sul destino dell’anima. Questa, secondo il professore, è la parte migliore dell’essere umano e sopravviverà al contrario del corpo. Ma questa affermazione altro non è che quella della Gnosi, la prima eresia combattuta e condannata dalla Chiesa.

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imageSAN BENEDETTO DEL TRONTO – Il filosofo Massimo Cacciari ha onorato con la sua presenza, per la terza volta consecutiva, l’estate sambenedettese. Il professore infatti è stato ospite del Circolo Nautico Sambenedettese nell’ambito della serata inaugurale della manifestazione Piceno d’Autore, che quest’anno ha come tema L’uomo, il sacro e il divino. L’incontro è stato introdotto da Mimmo Minuto, proprietario della libreria La Bibliofila e organizzatore di molti fra i più significativi eventi culturali in città, dall’Avv. Silvio Venieri, membro dell’associazione culturale I Luoghi della Scrittura, e dal Dott. Giovanni Desideri.

Il professor Cacciari ha intrattenuto per circa un’ora il numeroso pubblico sul tema del sacro. Analizzando il termine da un punto di vista etimologico, il filosofo ha fatto notare come nell’antica Grecia esistessero due termini distinti per indicare il sacro: hieron e aghios. Con il primo termine si esprime ciò che ci appare con una forza e con un vigore tali che ci fanno riconoscere il divino, qualcosa di altro rispetto all’umano, sul quale l’uomo non ha potere. Caratteristica di ciò che è hieron è la sua visibilità.

Al contrario, aghios è ciò che viene escluso dalla vista, che si cela, che si nasconde nella parte più intima del sacello del tempio. Per rendere l’idea, si può far riferimento al culto ortodosso, dove la celebrazione eucaristica avviene dietro l’iconostasi, sottratta allo sguardo dei fedeli. All’origine dunque, fra sacro-hieron e sacro-aghios esisteva una dualità di opposizione fra l’una e l’altra realtà.

Il filosofo si è dunque domandato in che modo il sacro, così definito, impatti con le nostre vite. Non è forse vero che l’uomo moderno abbia sempre più voglia di vedere e provi un senso di orrore verso ciò che si sottrae al suo sguardo?

Sembrerebbe dunque che l’uomo di oggi non abbia alcun rapporto col sacro inteso come aghios, come sacer. Eppure questo modo di percepire il sacro si perpetua nella nostra odierna civiltà quando, sicuramente in modo differente rispetto al passato, continuiamo ad espellere, ad escludere, a mettere fuori.

In tale contesto si inserisce il discorso dirompete dell’evento cristiano che si qualifica come sacro hieron. Infatti, tutta la testimonianza evangelica ci porta a vedere nell’avvento di Cristo, qualcosa di vivo, di potente, che scuote dal profondo, hieron appunto. In fin dei conti, secondo Cacciari, tutta la vita di Cristo può essere letta come una lotta verso il sacer, verso ogni forma di sacralità. Egli non vuole nulla di segreto, di arcano, di celato, ma, al contrario, tutto dice con parresia (=franchezza). Il Vangelo di Gesù è per natura contro la Gnosi, cioè contro quel fenomeno religioso che si esprime in un ristretto numero di adepti, che si considerano illuminati e unici detentori della verità.
C’è qualcosa di inaudito nel messaggio di Gesù, e cioè che egli identifichi se stesso con verità: egli che è un uomo, sta lì a dire che la verità non è un concetto, ma una persona. Cristo dice di essere la verità, nel senso etimologico della parola greca aletheia (composta da alpha privativo e letheia=nascondimento) e dunque uno che non tiene nascosta, la verità ma che la svela.

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imageA volte il nostro essere cristiani per abitudine ci porta a sottovalutare la forza dirompente che il cristianesimo ha manifestato nella storia della civiltà umana. Questo atteggiamento è probabilmente favorito dal fatto che siamo immersi in un contesto cristiano o che comunque del cristianesimo porta in qualche modo i segni. È utile allora ogni tanto rispolverare quelli che sono i tratti caratteristici della religione cristiana. Ce ne sono ovviamente molti. Vorremmo soffermarci in particolare su un aspetto: la desacralizzazione e la conseguente secolarizzazione.

“Desacralizzare”, come dice la parola stessa, vuol dire “togliere il sacro”, mentre “secolarizzazione” indica il processo per il quale una realtà, da divina, viene considerata nel suo aspetto “profano”, “laico”. Può sembrare paradossale affermare che una religione conduca alla desacralizzazione e alla secolarizzazione, ma è quanto è accaduto nell’ambito del cristianesimo, almeno in 4 ambiti: quello delle realtà naturali, quello della malattia, quello dei luoghi religiosi e quello del potere politico.

In primo luogo, nel cristianesimo, Dio e il mondo sono due realtà distinte, il mondo è immanente, mentre Dio è trascendente. Dio crea il mondo come “altro da sé”. Con questa visione, che tutti abbiamo imparato leggendo le prime pagine della bibbia, è tramontata l’idea che avevano gli antichi e cioè che il mondo fosse abitato dagli dei e rispondesse ai loro desideri e capricci. Solo laddove si è affermata l’idea di una distinzione fra Dio e il mondo e di un’autonomia di quest’ultimo rispetto al Creatore, è potuta nascere la scienza.

Un secondo ambito nel quale il cristianesimo ha prodotto una desacralizzazione è quello medico. Nell’antichità la malattia era spesso collegata al peccato, come possiamo leggere in Gv 9. Ai rabbini che gli domandano se un cieco fosse tale per colpa sua o dei suoi genitori, Gesù risponde che il suo stato di cecità non è dovuto né a lui, né ai suoi genitori. In questo modo Gesù spezza un legame plurisecolare fra malattia e peccato. Non solo. La malattia diventa nella pericope evangelica luogo della manifestazione divina. Questo significa un cambio totale di mentalità verso l’infermità. Infatti se ne passato il malato veniva considerato un maledetto che, per tale motivo doveva essere escluso dalle funzioni religiose, con l’avvento del cristianesimo il malato diventa oggetto di attenzione e amore. Se è vero che la medicina è nata con i greci, è altrettanto vero che gli ospedali sono nati con i cristiani.

Un’altra opera di desacralizzazione avviene per quanto riguarda lo spazio sacro. Alla samaritana che dice di adorare Dio sul monte Garazim, Gesù risponde che è venuto il tempo in cui i veri adoratori adoreranno Dio in spirito e verità. Allo stesso modo egli si scaglia contro i mercanti del Tempio, il luogo più sacro per gli ebrei, perché la persona di Gesù pone fine agli antichi sacrifici per inaugurare un nuovo culto nella sua persona. Possiamo immaginare tutta la costernazione degli ebrei davanti all’identificazione che Gesù opera fra il Tempio e il suo corpo.

Infine vediamo un’ultima importantissima opera di desacralizzazione nella sfera politica. Prima dell’avvento del cristianesimo, potere religioso e potere politico erano un’unica cosa. Basta pensare alla figura del Faraone in Egitto o dell’Imperatore romano. Entrambi erano considerati delle divinità. Gesù è stato il primo nella storia dell’umanità a distinguere il potere politico da quello religioso quando ha affermato: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Sulla scia di questo insegnamento, i suoi discepoli si rifiuteranno di rendere all’imperatore romano un culto divino, pur rispettando la sua autorità civile. È sempre a causa di questa desacralizzazione operata da Gesù che nel Medioevo si affermano due poteri distinti, per quanto correlati, quello del Papa (potere religioso) e quello dell’Imperatore (potere politico). È poi con la Rivoluzione Francese che si sancisce la separazione fra politica e religione.

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Le reliquie di Santa Croce in Gerusalemme possono essere considerate un autentico trattato di teologia della salvezza.

Un primo reliquiario contiene un frammento della grotta di Betlemme dove Gesù venne alla luce. Questa reliquia, qui inserita in modo più che opportuno, ci fa meditare non solo sul mistero dell’incarnazione, ma anche sul suo fine: il Verbo si è fatto carne per la nostra salvezza, realizzata attraverso l’altro mistero, quello della morte e resurrezione.

Quella della grotta di Betlemme ci ricorda l’umiltà di Cristo, come anche un’altra reliquia presente in Santa Croce costituita da due spine della corona che fu messa sul capo del Signore. Come si evince dalle pericopi evangeliche, Gesù è, sì, un re, ma non secondo le categorie del mondo.

La sua regalità è espressa dalla terza reliquia che prendiamo in considerazione: il titolo. Si tratta della tavoletta di legno posta sul capo di Gesù, sul quale era scritto il motivo della condanna: “Gesù Nazareno re dei Giudei”. Il vangelo di Giovanni ci informa che questa scritta era presente in tre lingue ebraico (ישוע הנוצרי ומלך היהודים), greco (Ἰησοῦς ὁ Ναζωραῖος ὁ Bασιλεὺς τῶν Ἰουδαίω) e latino (Iesus Nazarenus Rex Iudeormum). Se facciamo l’acronimo di ognuna delle scritte, cioè se prendiamo le prime lettere di ogni parola, avremo il ben noto INRI (latino), poi INBI (greco) e infine יהוה (ebraico). Se analizziamo l’ultimo acronimo, cioè quello in ebraico, possiamo osservare che le quattro lettere formano il Sacro Tetragramma, cioè il nome che Dio ha rivelato a Mosè nell’episodio del roveto ardente. Questo Tetragramma viene traslitterato in italiano YHWH e tradotto con l’espressione “Io sono”. Alla luce di ciò diventano comprensibili le parole che Gesù pronuncia nell’ottavo capitolo del vangelo di Giovanni: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo allora riconoscerete che Io Sono (=YHWH)”. Nell’evento della croce si manifesta la paradossale divinità del Dio cristiano.

La quarta reliquia della quale vogliamo parlare è il chiodo della croce. Se consideriamo che gli altri due chiodi sono stati fusi per realizzare il Sacro Morso, che si venera a Milano, e la Corona Ferrea, custodita a Monza, questo è l’unico che presenta ancora la forma originale.

Oggi non possiamo più vedere la croce nella sua interezza, perché essa fu ridotta in tanti piccoli pezzi, che oggi sono sparsi un po’ per ogni dove. Il bel reliquiario presente in Santa Croce ne contiene tre.

È invece ben visibile patibolo (cioè il palo orizzontale della croce) del buon ladrone. Questo oggetto ci sta ad indicare la misericordia di Gesù Cristo che ha offerto il paradiso al peccatore pentito. Esso presenta un foro al centro, che serviva ad innestare il palo orizzontale su quello verticale, già piantato nel luogo dell’esecuzione. Non presenta fori laddove dovrebbero essere stesi le mani e i polsi e questo ci può fare intuire che i ladroni furono appesi alle croci con delle corde.

L’ultima reliquia ci parla della vittoria di Cristo sulla morte. Parliamo infatti del dito di San Tommaso che l’apostolo avrebbe messo nelle piaghe del Signore, constatando la veridicità della sua resurrezione, anche se di tale atto nulla si dice nel vangelo di Giovanni. Infatti, l’apostolo, colto dallo stupore, esclamò a gran voce: “Mio Signore e Mio Dio!”.

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Lo storico Tacito, nella sua opera “Annales”, riferisce di come Nerone, per scrollarsi di dosso la responsabilità dell’incendio di Roma avvenuto nel luglio del 64, incolpò ingiustamente i cristiani. L’autore prosegue dicendo: “Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell’incendio, quanto per odio del genere umano”.

Su queste ultime parole, che ci colpiscono particolarmente, vorremmo fermare la nostra riflessione. I cristiani vengono accusati di odiare il genere umano, eppure la loro religione si fonda sulla certezza che Dio è padre di tutti gli uomini, sull’amore verso il prossimo e verso Dio, sulla emulazione della vita di Cristo che si è offerto per amore. Tutto il cristianesimo può essere sintetizzato nell’espressione giovannea “Dio è Amore”.

Siamo all’inizio della storia del Cristianesimo, con tutta quella freschezza e quella vivacità che sono tipiche di ogni cosa nuova. Siamo lontani dalle efferatezze che verranno compiute parecchi secoli dopo nel nome di Cristo. Come possono dunque i cristiani essere accusati dagli antichi romani di odiare il genere umano?

L’accusa pare tanto più illogica se si seguita a leggere cosa scrive Tacito: “Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte”.

Sembra di leggere il copione di un film horror: nei confronti dei cristiani viene messa in atto una vera e propria macchina di morte. Ed è impossibile non cogliere il paradosso: le vittime cristiane vengono accusate di odiare il genere umano dai loro perfidi carnefici!

Con tutti gli opportuni distinguo, si può tracciare un parallelismo con quanto accade ai nostri giorni. Certo, i cristiani non subiscono le terribili sorti dei loro “antenati nella fede” (almeno in Occidente), ma sembra che l’accusa di odio verso il genere umano sia comunque rimasta.

Oggi i cristiani sono gli unici (o i pochi) a difendere la cultura della vita e si sforzano, con tutti i loro limiti, di proporre uno stile pienamente umano. Eppure, molto spesso, sono dipinti nel dibattito pubblico come nemici del genere umano, proprio da coloro che sono forieri di una cultura che è contro l’uomo stesso.

Come ai tempi antichi Nerone non poteva presentarsi ai membri del popolo dicendo di aver bruciato le loro case per ingigantire il proprio palazzo, così oggi, chi propone una cultura contraria alla dignità della persona umana non può farlo esplicitamente e maschera i propri interessi sotto la bandiera della libertà, individuando come nemici della stessa libertà i cristiani.

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