Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

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L’anno scolastico è ormai avviato in tutte le regioni d’Italia e questo è forse il momento più opportuno per svolgere la riflessione che ora proponiamo. Ci si interroga spesso su quanto sia adeguato il nostro sistema scolastico nella preparazione degli alunni sia in ambito umanistico che scientifico. Più rara è la riflessione sui contenuti religiosi che la scuola, sia pur da un punto di vista laico, offre. Riflessione che è comunque ineludibile, visto che il cristianesimo, senza ignorare gli apporti di altri fattori, costituisce l’alfabeto della cultura italiana ed europea.

Non vogliamo parlare dell’ora di religione, ma del peso che la religione ha nelle altre discipline. Se si guarda con obiettività ai contenuti religiosi presenti in maniera trasversale nelle diverse discipline, il quadro è piuttosto desolante. Infatti, il clima culturale, non particolarmente favorevole al cristianesimo, non aiuta i ragazzi a formarsi un’idea completa su problematiche di tipo religioso.

Proviamo ad addentrarci nello specifico. Si potrebbe partire dall’ambito storico. Gli alunni italiani studiano abbastanza bene il Concilio di Trento e ciò che è legato alla Controriforma, ma, al termine del loro percorso scolastico, molto difficilmente avranno sentito anche solo nominare il Concilio Vaticano II. Ciò inevitabilmente porta ad avere una visione della Chiesa che non corrisponde alla realtà di oggi. Per fortuna, invece, in sede storica, al monachesimo è sempre riconosciuto un ruolo fondamentale nella conservazione della cultura durante il Medioevo.

Per quanto riguarda il contributo che il cristianesimo ha offerto alla nascita e alla crescita della scienza, esso è praticamente ignorato. Sebbene una moltitudine di uomini di Chiesa, chierici e laici, si siano occupati di scienze, nell’immaginario dei nostri ragazzi rimangono impressi solo quei momenti in cui fra scienza e fede ci sono stati dei contrasti, come nel caso Galilei o nella questione dell’evoluzione.

La quasi totalità degli studenti ritiene che i brani della genesi e le teorie scientifiche sull’origine dell’universo siano in assoluto contrasto, ignorando che la teoria del Big Bang sia stata formulata dal sacerdote belga Georges Lemaître. Si dica la stessa cosa per quanto riguarda l’eliocentrismo, riscoperto nel XVI secolo da un altro ecclesiastico, Nicolò Copernico.

Passando al campo delle arti figurative, il ritorno di un nuovo analfabetismo religioso rende a volte non completamente fruibili le opere d’arte sacra. I manuali magari si soffermano abbondantemente sui materiali utilizzati, sulle tecniche di realizzazione, ma raramente si interessano alle concezioni religiose che hanno dato vita a quelle espressioni artistiche. Un tale approccio risulta oggettivamente mutilo: non è possibile ignorare che quelle opere furono commissionate da ecclesiastici al fine di istruire il popolo e di alimentare in esso la devozione. Non è poi così raro trovare alunni che nel loro percorso scolastico non abbiano mai messo piede in una chiesa durante una gita!

Le cose vanno forse un po’ meglio nel campo della letteratura. Il Cantico delle creature viene in modo unanime riconosciuto come uno dei primi testi della lingua italiana. I due giganti della letteratura italiana, Dante e Manzoni, obbligano a misurarsi con delle concezioni religiose. Tuttavia, non di rado, le questioni espressive e stilistiche prevalgono sui contenuti, sulle domande di senso che questi autori gridano.

Sono quasi totalmente ignorati gli autori contemporanei che nella loro produzione letteraria si sono misurati con questioni attinenti alla fede, con la conseguenza che si ingeneri l’idea tali problematiche siano relegate al passato e l’uomo di oggi non si curi della dimensione religiosa.

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Lunedì 18 luglio presso la Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto, il prof. Vito Mancuso ha presentato il suo volume Dio e il suo destino. Questo è stato il secondo incontro, dopo quello avvenuto presso il Circolo Nautico Sambenedettese col filosofo Massimo Cacciari, nell’ambito della manifestazione Piceno d’Autore, evento organizzato dall’associazione culturale I Luoghi della Scrittura che quest’anno ha come filo conduttore il tema L’uomo, il divino, il sacro.

Rispetto all’intervento di Cacciari, quello di Mancuso è stato altrettanto erudito, ma meno pregno di significato, al di là delle intenzioni dell’autore. Nel suo discorso, ricco di numerose citazioni di filosofi e teologi, Mancuso ha ribadito l’importanza della religione come orizzonte di senso per la vita dell’uomo e della società, perché, laddove manca una visione condivisa sul senso dell’esistenza, si verifica un declino della civiltà, come quello che si sta verificando oggi in Europa, per certi versi molto simile a ciò che accadde all’antica Roma.

In tale contesto, si situa la pretesa dell’autore di ripensare, e in un certo senso di rifondare, il sistema di pensiero del cristianesimo, che, secondo lo stesso, non è stato in grado di risolvere teoreticamente il problema del male. Infatti, secondo Mancuso, a livello speculativo, il problema del male si pone solo nel cristianesimo, poiché, mentre in altre esperienze religiose si risolve ricorrendo al volontarismo divino, oppure al fatalismo, oppure alla sua relativizzazione (quello che è male per me è bene per un altro). Al contrario, nel cristianesimo, sarebbe difficile conciliare l’onnipotenza di Dio, la sua provvidenza e la presenza del male nel mondo.

Nonostante i vari esercizi di retorica, il Prof. Mancuso, dopo aver diagnosticato quello che secondo lui sarebbe il problema dei problemi del cristianesimo, non è riuscito ad abbozzare una proposta risolutiva.

L’opera di Mancuso viene presentata, specialmente da chi non mastica di teologia, come quella di un teologo con idee innovative e audaci. In realtà si fa fatica ad iscrivere la sua produzione nell’ambito della teologia, se per questa si intende, in senso classico, una riflessione su Dio a partire dai dati della Rivelazione (Tradizione e Sacra Scrittura). Quella di Mancuso infatti è tutta una speculazione sul senso dell’esistenza a partire dalla sola ragione e dunque attiene alla filosofia più che alla teologia. In tal senso è indicativo che durante tutta la serata non sia quasi mai stato citato Gesù Cristo.

Inoltre è difficile parlare di intuizioni innovative se si è ascoltata con attenzione, ad esempio, la posizione di Mancuso sul destino dell’anima. Questa, secondo il professore, è la parte migliore dell’essere umano e sopravviverà al contrario del corpo. Ma questa affermazione altro non è che quella della Gnosi, la prima eresia combattuta e condannata dalla Chiesa.

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imageSAN BENEDETTO DEL TRONTO – Il filosofo Massimo Cacciari ha onorato con la sua presenza, per la terza volta consecutiva, l’estate sambenedettese. Il professore infatti è stato ospite del Circolo Nautico Sambenedettese nell’ambito della serata inaugurale della manifestazione Piceno d’Autore, che quest’anno ha come tema L’uomo, il sacro e il divino. L’incontro è stato introdotto da Mimmo Minuto, proprietario della libreria La Bibliofila e organizzatore di molti fra i più significativi eventi culturali in città, dall’Avv. Silvio Venieri, membro dell’associazione culturale I Luoghi della Scrittura, e dal Dott. Giovanni Desideri.

Il professor Cacciari ha intrattenuto per circa un’ora il numeroso pubblico sul tema del sacro. Analizzando il termine da un punto di vista etimologico, il filosofo ha fatto notare come nell’antica Grecia esistessero due termini distinti per indicare il sacro: hieron e aghios. Con il primo termine si esprime ciò che ci appare con una forza e con un vigore tali che ci fanno riconoscere il divino, qualcosa di altro rispetto all’umano, sul quale l’uomo non ha potere. Caratteristica di ciò che è hieron è la sua visibilità.

Al contrario, aghios è ciò che viene escluso dalla vista, che si cela, che si nasconde nella parte più intima del sacello del tempio. Per rendere l’idea, si può far riferimento al culto ortodosso, dove la celebrazione eucaristica avviene dietro l’iconostasi, sottratta allo sguardo dei fedeli. All’origine dunque, fra sacro-hieron e sacro-aghios esisteva una dualità di opposizione fra l’una e l’altra realtà.

Il filosofo si è dunque domandato in che modo il sacro, così definito, impatti con le nostre vite. Non è forse vero che l’uomo moderno abbia sempre più voglia di vedere e provi un senso di orrore verso ciò che si sottrae al suo sguardo?

Sembrerebbe dunque che l’uomo di oggi non abbia alcun rapporto col sacro inteso come aghios, come sacer. Eppure questo modo di percepire il sacro si perpetua nella nostra odierna civiltà quando, sicuramente in modo differente rispetto al passato, continuiamo ad espellere, ad escludere, a mettere fuori.

In tale contesto si inserisce il discorso dirompete dell’evento cristiano che si qualifica come sacro hieron. Infatti, tutta la testimonianza evangelica ci porta a vedere nell’avvento di Cristo, qualcosa di vivo, di potente, che scuote dal profondo, hieron appunto. In fin dei conti, secondo Cacciari, tutta la vita di Cristo può essere letta come una lotta verso il sacer, verso ogni forma di sacralità. Egli non vuole nulla di segreto, di arcano, di celato, ma, al contrario, tutto dice con parresia (=franchezza). Il Vangelo di Gesù è per natura contro la Gnosi, cioè contro quel fenomeno religioso che si esprime in un ristretto numero di adepti, che si considerano illuminati e unici detentori della verità.
C’è qualcosa di inaudito nel messaggio di Gesù, e cioè che egli identifichi se stesso con verità: egli che è un uomo, sta lì a dire che la verità non è un concetto, ma una persona. Cristo dice di essere la verità, nel senso etimologico della parola greca aletheia (composta da alpha privativo e letheia=nascondimento) e dunque uno che non tiene nascosta, la verità ma che la svela.

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imageA volte il nostro essere cristiani per abitudine ci porta a sottovalutare la forza dirompente che il cristianesimo ha manifestato nella storia della civiltà umana. Questo atteggiamento è probabilmente favorito dal fatto che siamo immersi in un contesto cristiano o che comunque del cristianesimo porta in qualche modo i segni. È utile allora ogni tanto rispolverare quelli che sono i tratti caratteristici della religione cristiana. Ce ne sono ovviamente molti. Vorremmo soffermarci in particolare su un aspetto: la desacralizzazione e la conseguente secolarizzazione.

“Desacralizzare”, come dice la parola stessa, vuol dire “togliere il sacro”, mentre “secolarizzazione” indica il processo per il quale una realtà, da divina, viene considerata nel suo aspetto “profano”, “laico”. Può sembrare paradossale affermare che una religione conduca alla desacralizzazione e alla secolarizzazione, ma è quanto è accaduto nell’ambito del cristianesimo, almeno in 4 ambiti: quello delle realtà naturali, quello della malattia, quello dei luoghi religiosi e quello del potere politico.

In primo luogo, nel cristianesimo, Dio e il mondo sono due realtà distinte, il mondo è immanente, mentre Dio è trascendente. Dio crea il mondo come “altro da sé”. Con questa visione, che tutti abbiamo imparato leggendo le prime pagine della bibbia, è tramontata l’idea che avevano gli antichi e cioè che il mondo fosse abitato dagli dei e rispondesse ai loro desideri e capricci. Solo laddove si è affermata l’idea di una distinzione fra Dio e il mondo e di un’autonomia di quest’ultimo rispetto al Creatore, è potuta nascere la scienza.

Un secondo ambito nel quale il cristianesimo ha prodotto una desacralizzazione è quello medico. Nell’antichità la malattia era spesso collegata al peccato, come possiamo leggere in Gv 9. Ai rabbini che gli domandano se un cieco fosse tale per colpa sua o dei suoi genitori, Gesù risponde che il suo stato di cecità non è dovuto né a lui, né ai suoi genitori. In questo modo Gesù spezza un legame plurisecolare fra malattia e peccato. Non solo. La malattia diventa nella pericope evangelica luogo della manifestazione divina. Questo significa un cambio totale di mentalità verso l’infermità. Infatti se ne passato il malato veniva considerato un maledetto che, per tale motivo doveva essere escluso dalle funzioni religiose, con l’avvento del cristianesimo il malato diventa oggetto di attenzione e amore. Se è vero che la medicina è nata con i greci, è altrettanto vero che gli ospedali sono nati con i cristiani.

Un’altra opera di desacralizzazione avviene per quanto riguarda lo spazio sacro. Alla samaritana che dice di adorare Dio sul monte Garazim, Gesù risponde che è venuto il tempo in cui i veri adoratori adoreranno Dio in spirito e verità. Allo stesso modo egli si scaglia contro i mercanti del Tempio, il luogo più sacro per gli ebrei, perché la persona di Gesù pone fine agli antichi sacrifici per inaugurare un nuovo culto nella sua persona. Possiamo immaginare tutta la costernazione degli ebrei davanti all’identificazione che Gesù opera fra il Tempio e il suo corpo.

Infine vediamo un’ultima importantissima opera di desacralizzazione nella sfera politica. Prima dell’avvento del cristianesimo, potere religioso e potere politico erano un’unica cosa. Basta pensare alla figura del Faraone in Egitto o dell’Imperatore romano. Entrambi erano considerati delle divinità. Gesù è stato il primo nella storia dell’umanità a distinguere il potere politico da quello religioso quando ha affermato: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Sulla scia di questo insegnamento, i suoi discepoli si rifiuteranno di rendere all’imperatore romano un culto divino, pur rispettando la sua autorità civile. È sempre a causa di questa desacralizzazione operata da Gesù che nel Medioevo si affermano due poteri distinti, per quanto correlati, quello del Papa (potere religioso) e quello dell’Imperatore (potere politico). È poi con la Rivoluzione Francese che si sancisce la separazione fra politica e religione.

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Le reliquie di Santa Croce in Gerusalemme possono essere considerate un autentico trattato di teologia della salvezza.

Un primo reliquiario contiene un frammento della grotta di Betlemme dove Gesù venne alla luce. Questa reliquia, qui inserita in modo più che opportuno, ci fa meditare non solo sul mistero dell’incarnazione, ma anche sul suo fine: il Verbo si è fatto carne per la nostra salvezza, realizzata attraverso l’altro mistero, quello della morte e resurrezione.

Quella della grotta di Betlemme ci ricorda l’umiltà di Cristo, come anche un’altra reliquia presente in Santa Croce costituita da due spine della corona che fu messa sul capo del Signore. Come si evince dalle pericopi evangeliche, Gesù è, sì, un re, ma non secondo le categorie del mondo.

La sua regalità è espressa dalla terza reliquia che prendiamo in considerazione: il titolo. Si tratta della tavoletta di legno posta sul capo di Gesù, sul quale era scritto il motivo della condanna: “Gesù Nazareno re dei Giudei”. Il vangelo di Giovanni ci informa che questa scritta era presente in tre lingue ebraico (ישוע הנוצרי ומלך היהודים), greco (Ἰησοῦς ὁ Ναζωραῖος ὁ Bασιλεὺς τῶν Ἰουδαίω) e latino (Iesus Nazarenus Rex Iudeormum). Se facciamo l’acronimo di ognuna delle scritte, cioè se prendiamo le prime lettere di ogni parola, avremo il ben noto INRI (latino), poi INBI (greco) e infine יהוה (ebraico). Se analizziamo l’ultimo acronimo, cioè quello in ebraico, possiamo osservare che le quattro lettere formano il Sacro Tetragramma, cioè il nome che Dio ha rivelato a Mosè nell’episodio del roveto ardente. Questo Tetragramma viene traslitterato in italiano YHWH e tradotto con l’espressione “Io sono”. Alla luce di ciò diventano comprensibili le parole che Gesù pronuncia nell’ottavo capitolo del vangelo di Giovanni: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo allora riconoscerete che Io Sono (=YHWH)”. Nell’evento della croce si manifesta la paradossale divinità del Dio cristiano.

La quarta reliquia della quale vogliamo parlare è il chiodo della croce. Se consideriamo che gli altri due chiodi sono stati fusi per realizzare il Sacro Morso, che si venera a Milano, e la Corona Ferrea, custodita a Monza, questo è l’unico che presenta ancora la forma originale.

Oggi non possiamo più vedere la croce nella sua interezza, perché essa fu ridotta in tanti piccoli pezzi, che oggi sono sparsi un po’ per ogni dove. Il bel reliquiario presente in Santa Croce ne contiene tre.

È invece ben visibile patibolo (cioè il palo orizzontale della croce) del buon ladrone. Questo oggetto ci sta ad indicare la misericordia di Gesù Cristo che ha offerto il paradiso al peccatore pentito. Esso presenta un foro al centro, che serviva ad innestare il palo orizzontale su quello verticale, già piantato nel luogo dell’esecuzione. Non presenta fori laddove dovrebbero essere stesi le mani e i polsi e questo ci può fare intuire che i ladroni furono appesi alle croci con delle corde.

L’ultima reliquia ci parla della vittoria di Cristo sulla morte. Parliamo infatti del dito di San Tommaso che l’apostolo avrebbe messo nelle piaghe del Signore, constatando la veridicità della sua resurrezione, anche se di tale atto nulla si dice nel vangelo di Giovanni. Infatti, l’apostolo, colto dallo stupore, esclamò a gran voce: “Mio Signore e Mio Dio!”.

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Lo storico Tacito, nella sua opera “Annales”, riferisce di come Nerone, per scrollarsi di dosso la responsabilità dell’incendio di Roma avvenuto nel luglio del 64, incolpò ingiustamente i cristiani. L’autore prosegue dicendo: “Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell’incendio, quanto per odio del genere umano”.

Su queste ultime parole, che ci colpiscono particolarmente, vorremmo fermare la nostra riflessione. I cristiani vengono accusati di odiare il genere umano, eppure la loro religione si fonda sulla certezza che Dio è padre di tutti gli uomini, sull’amore verso il prossimo e verso Dio, sulla emulazione della vita di Cristo che si è offerto per amore. Tutto il cristianesimo può essere sintetizzato nell’espressione giovannea “Dio è Amore”.

Siamo all’inizio della storia del Cristianesimo, con tutta quella freschezza e quella vivacità che sono tipiche di ogni cosa nuova. Siamo lontani dalle efferatezze che verranno compiute parecchi secoli dopo nel nome di Cristo. Come possono dunque i cristiani essere accusati dagli antichi romani di odiare il genere umano?

L’accusa pare tanto più illogica se si seguita a leggere cosa scrive Tacito: “Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte”.

Sembra di leggere il copione di un film horror: nei confronti dei cristiani viene messa in atto una vera e propria macchina di morte. Ed è impossibile non cogliere il paradosso: le vittime cristiane vengono accusate di odiare il genere umano dai loro perfidi carnefici!

Con tutti gli opportuni distinguo, si può tracciare un parallelismo con quanto accade ai nostri giorni. Certo, i cristiani non subiscono le terribili sorti dei loro “antenati nella fede” (almeno in Occidente), ma sembra che l’accusa di odio verso il genere umano sia comunque rimasta.

Oggi i cristiani sono gli unici (o i pochi) a difendere la cultura della vita e si sforzano, con tutti i loro limiti, di proporre uno stile pienamente umano. Eppure, molto spesso, sono dipinti nel dibattito pubblico come nemici del genere umano, proprio da coloro che sono forieri di una cultura che è contro l’uomo stesso.

Come ai tempi antichi Nerone non poteva presentarsi ai membri del popolo dicendo di aver bruciato le loro case per ingigantire il proprio palazzo, così oggi, chi propone una cultura contraria alla dignità della persona umana non può farlo esplicitamente e maschera i propri interessi sotto la bandiera della libertà, individuando come nemici della stessa libertà i cristiani.

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Lo storico Tacito, nella sua opera “Annales”, riferisce di come Nerone, per scrollarsi di dosso la responsabilità dell’incendio di Roma avvenuto nel luglio del 64, incolpò ingiustamente i cristiani. L’autore prosegue dicendo: “Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell’incendio, quanto per odio del genere umano”.

Su queste ultime parole, che ci colpiscono particolarmente, vorremmo fermare la nostra riflessione. I cristiani vengono accusati di odiare il genere umano, eppure la loro religione si fonda sulla certezza che Dio è padre di tutti gli uomini, sull’amore verso il prossimo e verso Dio, sulla emulazione della vita di Cristo che si è offerto per amore. Tutto il cristianesimo può essere sintetizzato nell’espressione giovannea “Dio è Amore”.

Siamo all’inizio della storia del Cristianesimo, con tutta quella freschezza e quella vivacità che sono tipiche di ogni cosa nuova. Siamo lontani dalle efferatezze che verranno compiute parecchi secoli dopo nel nome di Cristo. Come possono dunque i cristiani essere accusati dagli antichi romani di odiare il genere umano?

L’accusa pare tanto più illogica se si seguita a leggere cosa scrive Tacito: “Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte”.

Sembra di leggere il copione di un film horror: nei confronti dei cristiani viene messa in atto una vera e propria macchina di morte. Ed è impossibile non cogliere il paradosso: le vittime cristiane vengono accusate di odiare il genere umano dai loro perfidi carnefici!

Con tutti gli opportuni distinguo, si può tracciare un parallelismo con quanto accade ai nostri giorni. Certo, i cristiani non subiscono le terribili sorti dei loro “antenati nella fede” (almeno in Occidente), ma sembra che l’accusa di odio verso il genere umano sia comunque rimasta.

Oggi i cristiani sono gli unici (o i pochi) a difendere la cultura della vita e si sforzano, con tutti i loro limiti, di proporre uno stile pienamente umano. Eppure, molto spesso, sono dipinti nel dibattito pubblico come nemici del genere umano, proprio da coloro che sono forieri di una cultura che è contro l’uomo stesso.

Come ai tempi antichi Nerone non poteva presentarsi ai membri del popolo dicendo di aver bruciato le loro case per ingigantire il proprio palazzo, così oggi, chi propone una cultura contraria alla dignità della persona umana non può farlo esplicitamente e maschera i propri interessi sotto la bandiera della libertà, individuando come nemici della stessa libertà i cristiani.

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Padre Adolfo Nicolás, Superiore generale della Compagnia di Gesù, ha visitato il 14 gennaio 2016 il “Centro Astalli – Servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia”, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Riportiamo ampi stralci del suo intervento, definito coraggioso da Antonio Spadaro, Direttore de La Civiltà Cattolica. Sull’ultimo numero della celebre rivista, in uscita proprio oggi, potrete leggere il testo in versione integrale.

Il Generale dei Gesuiti ha così esordito: “Bisogna essere grati ai migranti venuti in Italia e in Europa certamente per un motivo: ci aiutano a scoprire il mondo. Ho vissuto in Giappone per più di trent’anni e ho lavorato per quattro anni in un centro per migranti, la cui maggioranza non ha documenti in regola. Parlo dunque per esperienza vissuta. E, proprio alla luce di ciò che ho vissuto, lo confermo: le migrazioni sono una sorgente di benefici per i vari Paesi, e lo sono state da sempre, nonostante le difficoltà e le incomprensioni. La comunicazione tra le varie civiltà avviene, infatti, attraverso i rifugiati e i migranti: è così che si è creato il mondo che conosciamo. Non si è trattato soltanto di aggiungere culture a culture: è avvenuto un vero e proprio scambio”.

Secondo il religioso, l’immigrazione è stata determinante per la nascita e lo sviluppo della democrazia: “Sono i migranti che hanno creato un Paese come gli Stati Uniti, un Paese nel quale si è sviluppata la democrazia. Questo non è avvenuto per caso: è proprio perché si è creato un melting pot, una mescolanza di culture e di persone, che è nato un Paese così. E, ovviamente, potremmo fare altri esempi nel mondo: l’Argentina, ad esempio, e così via”.

In tal senso, ha continuato padre Nicolás, i migranti “ci possono aiutare ad aprire il cuore, ad essere più grandi di noi stessi. Si tratta di un grande dono. Quindi essi non sono semplicemente «ospiti», ma gente che può dare un contributo al vivere civile, e che offre un apporto notevole alla cultura e alle sue evoluzioni profonde”.

Il Superiore ha poi messo in evidenza il contributo che ogni continente dà a tutta l’umanità: “Un vescovo giapponese, riferendosi al versetto del Vangelo «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), diceva che l’insegnamento di Gesù si può applicare anche ad altre religioni. Adesso, come Superiore generale dei gesuiti, devo viaggiare spesso in tutto il mondo, e constato che questo vescovo aveva ragione. L’Asia, in particolare, si può considerare la «via». È infatti in Asia che si cerca sempre il percorso, il «come»: come fare yoga, come concentrarsi, come meditare. Yoga, zen, le religioni, il judo — ritenuto il cammino dei deboli, perché si serve della forza degli altri — sono tutti considerati come cammini. Senza creare opposizioni, bisogna considerare che l’Europa e gli Stati Uniti sono preoccupati soprattutto per la «verità»; l’America Latina e l’Africa sono preoccupate per la «vita»”.

Dalla particolare condizione dell’immigrato, ha concluso il religioso, emergono allo stesso tempo debolezze e punti di forza: “Inoltre, essi ci mostrano la parte più debole, ma anche la parte più forte dell’umanità. La più debole, perché hanno sperimentato. la paura, la violenza, la solitudine e i pregiudizi degli altri: questo fa parte della loro esperienza, lo sappiamo bene. Ma ci mostrano anche la parte più forte dell’umanità: ci fanno capire come superare la paura con il coraggio di correre dei rischi che non tutti sono in grado di correre. Essi hanno imparato a non essere bloccati dalle difficoltà nella loro voglia di futuro. Hanno saputo superare la solitudine con la solidarietà, aiutando gli altri, e hanno mostrato che l’umanità è debole, ma può anche essere forte. Ci hanno dimostrato persino che ci sono valori e realtà più profonde di quelle che abbiamo perduto. E questo accade quando si vivono situazioni estreme”.

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Oggi è il Darwin Day, il giorno nel quale nel mondo si ricorda la nascita dello scienziato e naturalista Charles Darwin (1809-1882), noto per aver formulato la teoria dell’evoluzione. Nell’immaginario comune, Darwin non è visto di buon occhio dalla Chiesa perché questi, con le sue scoperte scientifiche, avrebbe smontato la favoletta della creazione. Ma le cose stanno davvero così? È necessario ricordare che la Chiesa non ha condannato con un apposito documento le teorie di Darwin, anche per evitare un nuovo “caso Galilei”. Tuttavia, la Chiesa ha avuto nei confronti della teoria dell’evoluzione una certa prudenza, non tanto perché questa contraddice il racconto della Genesi, quanto piuttosto per le sue implicazioni antropologiche e filosofiche.

Il cuore della questione sembra essere magistralmente colto dalle parole dello scrittore inglese Chesterton che qui sotto riportiamo. Le parole che leggeremo sono contenute in un articolo (cfr. G.K.C., il pozzo e le pozzanghere, Lindau, Pavona 2012, pp. 80-81.) che in realtà parla della sopravvivenza della religione nel mondo moderno, ma è illuminante per mettere a fuoco le riserve che si possono avere, non tanto sulla teoria dell’evoluzione, quanto sulla sua errata interpretazione.

Infatti, Chesterton mette subito in luce il fatto che temi centrali della teoria darwiniana come “selezione naturale” e “lotta per la vita” siano stati generalmente compresi male, dando vita a logiche spietate. Ed egli ha proprio ragione se pensiamo a come il fraintendimento della teoria di Darwin abbia contribuito alla nascita e allo sviluppo di varie ideologie totalitarie come il nazismo, il comunismo e il liberismo, dove la lotta per la vita viene rispettivamente declinata in lotta della razza ariana contro le altre razze, dei proletari contro i borghesi e dei ricchi contro i poveri. Ma lasciamo la parola all’illustre scrittore.

“Tra i 1000 pasticci che la moda materialista riuscì a cavare dalla famosa teoria (di Darwin), ci fu l’idea, condivisa da molti, che la lotta per l’esistenza dovesse essere necessariamente una vera lotta tra i candidati alla sopravvivenza: letteralmente, una competizione all’ultimo sangue. Aleggiava nell’aria l’idea che la creatura più forte avrebbe primeggiato sulle altre con la violenza. L’idea che questo fosse l’unico metodo di miglioramento venne ovunque accolta come una buona notizia per gli uomini cattivi; cattivi governanti, cattivi dirigenti, sfruttatori, truffatori e tutti gli altri.

L’energico promotore finanziario si sentì in diritto di paragonarsi modestamente a un mammut che calpesta altri mammut in una specie di giungla primordiale. Uomini d’affari distrussero altri uomini d’affari, nella straordinaria consolazione che anche i cavalli preistorici divorarono altri cavalli preistorici. Il ricco scoprì tutto a un tratto che affamare e derubare i poveri non era soltanto conveniente, ma anche cosmico, perché gli pterodattili possono avere usato le loro piccole mani per strapparsi gli occhi l’un l’altro. La scienza, questo essere senza nome, dichiarò che il più debole dovesse essere messo al muro, in particolare a Wall Street.

Dall’ingenuo razionalismo del XVIII secolo al puro scientismo del XIX secolo si è verificato un rapido declino e degrado nel senso di responsabilità del ricco. Il grande Jefferson quando, con riluttanza, legalizzò la schiavitù, disse di temere per il suo paese, poiché sapeva che Dio è giusto. Qualche tempo dopo, il profittatore fu fiero di se stesso quando legalizzò l’usura e la frode finanziaria, poiché sapeva che la natura è ingiusta.

Comunque siano andate le cose la gente che parlava in questo modo di cavalli cannibali e di ostriche competitive non comprese la tesi di Darwin. Per il darwinismo il punto non era che un uccello dal becco più lungo riesce a infilzare gli altri uccelli e ha il vantaggio del duellante che combatte con la spada più lunga. Il punto era che l’uccello con il becco più lungo arriva ai vermi che stanno in un buco più profondo e che gli uccelli senza quel becco muoiono, e così, una volta rimasto solo, quell’uccello fondò la razza degli “uccelli dal becco lungo”.

Il punto allora è che il più adatto all’ambiente non ha avuto bisogno di lottare contro il meno adatto. Colui che è destinato a sopravvivere non deve fare altro che sopravvivere, mentre gli altri non possono farlo. Egli è sopravvissuto perché lui solo alle caratteristiche e gli organi necessari alla sopravvivenza”.

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Come ogni anno, in questo periodo le famiglie stanno iscrivendo i loro figli a scuola. All’atto dell’iscrizione, va anche effettuata la scelta se avvalersi o meno dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC). È dunque questo un tempo particolarmente opportuno per riflettere sulla presenza di questa materia all’interno dell’ordinamento scolastico italiano.

Partiamo proprio dal dato della scelta. Nell’anno scolastico 2014/2015, circa l’88% degli studenti che frequentano le scuole statali italiane si è avvalso dell’IRC. Il dato è molto interessante perché, se si considera che la pratica religiosa in Italia si attesta attorno al 15%, possiamo affermare che gli studenti si avvalgono dell’IRC non necessariamente a seguito della propria adesione alla Chiesa. E in effetti l’IRC, nel rispetto della laicità dello stato, ha sì dei contenuti confessionali, ma impartiti in modo laico: si tratta di un’ora di cultura (e non di catechesi) aperta agli alunni di qualsiasi credo religioso o che anche non ne abbiano alcuno.

L’IRC è l’unica materia scolastica che può essere scelta e, se volessimo parlare di “indice di gradimento”, dovremmo arrenderci all’evidenza che l’88% è segno di un alto interesse per questa disciplina. Eppure attorno a questa materia da sempre c’è un grande dibattito: c’è chi la vede incompatibile con la laicità dello stato e vorrebbe dunque abolirla e chi invece vorrebbe sostituirla con Storia delle religioni.

Vorremmo riflettere su quest’ultima proposta. Coloro che si fanno promotori di tale cambiamento, vorrebbero che (1) si studiasse una più generica storia delle religioni, (2) obbligatoria per tutti gli alunni e (3) impartita da insegnanti formati solo dallo stato.

(1) Per quanto riguarda il primo punto è subito necessario un chiarimento. La Storia delle religioni non sarebbe semplicemente un’estensione dell’oggetto di studio (da una sola religione, il cristianesimo, a tutte le religioni), ma proprio un’altra materia. Si tratterebbe di un cambiamento non tanto quantitativo, ma qualitativo.

Infatti, la Storia delle religioni illustra l’aspetto fenomenico delle varie esperienze religiose, senza la pretesa di volerne spiegare l’essenza, si sofferma sugli aspetti visibili, negando la propria competenza sulla sfera invisibile. Una materia così strutturata non renderebbe ragione della complessità del mondo religioso per come esso si autocomprende nelle sue molteplici declinazioni.

Inoltre, da un punto di vista culturale e didattico, non avrebbe molto senso dedicare lo stesso numero di ore all’insegnamento del cristianesimo e, per esempio, del buddismo, perché, come è noto, è stato il cristianesimo a plasmare la civiltà occidentale: non è possibile parlare di letteratura, di storia, di arte, di musica italiane ed europee senza conoscere il cristianesimo. Sarebbe un po’ come chiedere l’insegnamento di tutte le lingue del mondo e non solo dell’italiano e delle principali lingue comunitarie. Questo non implica nessun giudizio di valore su altre esperienze religiose.

A tal proposito, possiamo citare il caso della Gran Bretagna, dove per molto tempo c’è stato un insegnamento religioso molto simile a quello della Storia delle religioni. Pochi anni fa, il governo è intervenuto per far sì che il 75% delle ore di lezione fossero dedicate al cristianesimo.

Chi invoca l’introduzione della Storia delle religioni, molto spesso accompagna questa richiesta esprimendo il desiderio di adeguarsi a quanto avviene in Europa, ma, in realtà, nella metà degli stati europei si insegna religione con modalità analoghe a quelle italiane e, dunque, o ignora la realtà dei fatti o mente sapendo di mentire.

(2) Per quanto riguarda l’obbligatorietà, è importante notare che il mondo della religione si interessa delle più importanti questioni che riguardano l’uomo: da dove proviene, quale sia il suo destino, il senso della vita, ecc. È importante salvaguardare la libertà di scelta in materia religiosa, proprio come prevede l’attuale normativa. Una Storia delle religioni obbligatoria per tutti, andrebbe a ledere in un certo senso il principio della libertà religiosa.

Chi oggi si avvale dell’IRC è cosciente di scegliere una materia i cui contenuti fanno esplicito riferimento all’insegnamento della Chiesa Cattolica, al punto che, se l’insegnante non li proponesse in tal modo, perderebbe l’idoneità all’insegnamento. Questi contenuti potranno essere liberamente rielaborati dagli alunni che potranno farli propri, accettarli in parte o rifiutarli in toto.

Un insegnante di Storia delle religioni (appunto storia) saprebbe trasmettere in modo oggettivo e imparziale i contenuti della religione cattolica, secondo il modo nel quale la chiesa si autoconcepisce? Infine, chi ha detto che la Storia delle religioni sarebbe unanimemente accettata? Siamo sicuri che, ad esempio, uno studente musulmano accetterebbe di farsi insegnare cosa sia l’Islam da uno che non sia il suo imam?

(3) Per quanto riguarda il personale che insegna religione, è opportuno ricordare quanto afferma l’articolo 7 della nostra Costituzione: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.

Questo articolo, che non riguarda solo il campo dell’insegnamento ma più in generale i rapporti fra lo Stato e la Chiesa, riconosce che lo Stato non ha un campo di azione illimitato: c’è una zona nella quale l’autorità dello Stato si deve fermare.

In questa zona rientra sicuramente tutto ciò che riguarda l’istruzione e l’educazione religiosa. Giustamente in Italia non esistono facoltà di teologia (cattolica) statali, perché è compito specifico della Chiesa promuovere e coltivare questo tipo di studi.

Spesso, in maniera polemica e strumentale, ci si chiede quanto costino gli insegnanti di religione (che, è bene ricordare, sono pagati perché svolgono un lavoro!), ma nessuno fa mai notare che per la loro formazione lo stato non ha speso un centesimo.

Per quanto possa essere paradossale per la sensibilità moderna, è molto più laico gestire l’insegnamento religioso con le comunità religiose presenti in uno stato, piuttosto che affidare in maniera esclusiva allo stato una materia che si vorrebbe, solo nelle intenzioni, neutra e per tutti.

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