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Archivi del mese: febbraio 2014

ROMA – È stato presentato martedì 25 febbraio presso la Sala San Pio X il libro “Povera per i poveri. La missione della Chiesa” scritto dal neo cardinale Gerhard Muller ed edito dalla Libreria Editrice Vaticana.

Alla presentazione hanno preso parte, oltre all’autore, anche padre Federico Lombardi, Direttore della Sala Stampa Vaticana, Sua Eminenza il Card. Óscar Rodríguez Maradiaga, coordinatore del consiglio per la riforma della curia romana, e padre Gustavo Gutiérrez, fondatore della teologia della liberazione.

Ha aperto l’incontro padre Lombardi che ha specificato come il libro, che contiene una prefazione di Papa Francesco, sia una raccolta di scritti vecchi e nuovi composti dall’attuale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede con un significativo contributo di Gustavo Gutiérrez e la conclusione di Josef Sayer nella quale si racconta come sia nato l’interesse e l’impegno del Card. Muller per i poveri e per l’America Latina attraverso l’incontro con Gutiérrez nel 1998. Ha preso poi la parola il Card. Maradiaga che ha sottolineato come l’espressione “povera per i poveri” ricordi Giovanni XXIII. Il cardinale honduregno si è domandato quale sia l’anello di collegamento fra il teologo Muller e i poveri e ha illustrato come questo anello sia Gutiérrez, senza la sua teologia della liberazione, Muller non si sarebbe avvicinato ai poveri di Lima.

L’alto prelato ha poi spiegato come la chiesa abbia senza dubbio una missione liberatrice verso tutto ciò che opprime l’uomo come l’ingiustizia e il peccato. Muller non ha solo riflettuto sulla povertà, ma ha sperimentato di persona la gioia della fede della popolazione del Perù, anche nelle condizioni economicamente più sfavorevoli. Gesù, ha proseguito, non è il predicatore di una mistica distaccata dal mondo, ma nella sua persona c’è una sintonia fra trascendente e immanente. La prassi liberatrice dei cristiani è la civiltà dell’amore nella quale non ci può essere nessuno spazio per la violenza.

La parola è poi passata al teologo Gutiérrez che ha concentrato la sua attenzione sul concetto di “chiesa samaritana”. Questa frase è per il teologo peruviano una sintesi dell’idea di servizio, tema molto presente durante il Concilio. Per capire quest’epressione bisogna guardare alla parabola del “buon samaritano”. Un dottore della legge chiede a Gesù: “Chi è il mio prossimo?” La risposta che Gesù offre non è concettuale, ma è data attraverso un racconto. Alla fine di questa narrazione Gesù domanda chi dei tre protagonisti della parabola sia stato prossimo di colui che è caduto? Si passa dunque dall’iniziale domanda “Chi è il mio prossimo?” al conclusivo quesito “Chi si è fatto prossimo?”

Qual è il senso di ciò? Significa che il prossimo è colui che si avvicina, colui che attraverso gesti e movimenti si rende vicino a chi è lontano. Prossimo non è la persona che incontriamo, ma quella alla quale ci avviciniamo, lasciando il nostro cammino. Chi fa questo è il prossimo. L’uomo ferito della parabola non ha identità, non si sa se sia un samaritano, se sia buono oppure cattivo. Il samaritano sa solo che è bisognoso e si accosta a lui perchè ha compassione. Solo a questo punto possiamo dire che anche il ferito è diventato prossimo. Lo è diventato per la compassione del samaritano. La parabola è esigente perché sarebbe facile dire che il prossimo è qualcuno della mia famiglia, un collega di lavoro ecc. “Chiesa samaritana” dunque vuol dire Chiesa in movimento, che esce da sé, che è in uscita, che non è autoreferenziale. Tutto ciò è il fondamemto dell’opzione preferenziale per i poveri.

Ha concluso l’incontro l’intervento l’autore del libro, il neo cardinale Muller, che ha illustrato il percorso che lo ha portato ad avere questa particolare sensibilità verso il tema della povertà. Il porporato ha ricordato le sue umili origini, infatti il padre era operaio mentre la era madre casalinga. Ha ricordato poi come la città nella quale viveva, Magonza, sia stata la sede del vescovo Emmanuel von Ketteler, considerato uno dei padri fondatori della dottrina sociale della Chiesa.

Il prefetto ha ricordato come la sua famiglia cercò di aiutare nel dopoguerra altre famiglie in difficoltà. Divenuto professore di religione nei licei si rese conto che era necessario contrastare non solo la povertà materiale, ma anche quella spirituale. Durante la metà degli anni Ottanta ha avuto modo di vivere in mezzo ai poveri che mostravano una gioia e una fede viva, abbandonarsi alla divina providenza, sapendo di essere del tutto bisognosi e dipendenti da Dio.

Durante il suo episcopato nella città di Ratisbona, il Card. Muller ha avuto modo di conoscere tanti sacerdoti provenienti dai paesi più poveri del mondo.

Da queste esperienze il prefetto ha maturato la convinzione che essere poveri di spirito significa rifiutare l’idea di una chiesa separata dal mondo e autosufficiente, perché la chiesa è sacramento di salvezza per gli uomini e fra gli uomini e la sua azione non può che essere allo stesso tempo evengelizzatrice e liberatrice.

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La chiesa di San Benedetto Martire è la più antica della nostra città. Essa sorge sul luogo dove da tempo immemorabile si conservano i resti mortali del santo eponimo. L’edificio che oggi vediamo risale al XVIII secolo ed è opera dell’architetto Pietro Augustoni.

La chiesa è a navata unica. Oltre all’altare maggiore, vi sono altri sei altari, tre a destra e tre a sinistra. Varcata la porta, troviamo, murata nella controfacciata, la parte di una lapide che in origine era posta sul sepolcro di San Benedetto e che, secondo le ricostruzioni che sono state fatte, ci fornisce qualche dato sulla vita di San Benedetto. Il martire aveva una sorella gemella di nome Frutta che visse 58 anni, egli invece morì all’età di 28 anni il giorno 13 ottobre (probabilmente 304), quando erano Augusti Diocleziano e Massimiano.

Osservando poi il primo altare sulla parete destra possiamo notare due statue lignee: quella della Madonna Addolorata del 1950 e, in basso, quella del Cristo Morto del 1880.

Sopra al secondo altare della parete destra, vediamo una tela del XVIII secolo nella quale è raffigurata la Madonna del Carmelo che regge Gesù Bambino. Il divin fanciullo sta donando gli “abitini” a Santa Apollonia, riconoscibile dalle tenaglie che ha in mano, suo caratteristico simbolo iconografico. Assistono alla scena anche Santa Lucia, che regge in mano i suoi occhi, e San Nicola di Bari che ha in mano tre palle d’oro.

Sopra al terzo altare della parete destra possiamo ammirare la Pala della Madonna del Rosario, opera del XVI secolo. In questo dipinto distinguiamo due mandorle: in quella più esterna sono rappresentati i 15 misteri del Rosario, mentre in quella interna vediamo la Vergine e Gesù Bambino nell’atto di donare le corone del Rosario a San Domenico e a Santa Caterina da Siena.

Fra le due mandorle corre una fascia, sulla quale troviamo la frase del Salmo 45: “Astitit regina a dextris tuis in vestitu deaurato, circumdata varietate”. Al di sopra della mandorla scorgiamo due angeli oranti, mentre sotto di essa possiamo vedere due uomini che sorreggono dei cartigli: su quello di sinistra si legge “Egredietur virga de radice jesse” (Is 11,1) mentre su quello di destra è scritto “Ecce virgo concipiet et pariet filium” (Is 7,14).

Volgendo la nostra attenzione ora sull’altare che troviamo nella parete di fronte, possiamo ammirare la statua del santo patrono: Benedetto è rappresentato come un giovane soldato romano. Sopra la sua armatura indossa un mantello di colore rosso. Con la mano sinistra tiene una palma, simbolo del martirio, mentre con la destra regge un modellino del Paese Alto. Presso questo altare, visibili al pubblico, possono essere venerati il cranio e le ossa del santo.

Sul secondo altare della parete sinistra troviamo il simulacro della Immacolata Concezione, una immagine molto venerata perché, grazie alla sua intercessione, nel 1855 cessò nella nostra città la piaga della peste. Ogni anno l’8 dicembre, come segno di gratitudine verso la Vergine, questa statua viene portata in processione.

Fra questi due altari non possiamo non notare il luogo dove riposa Padre Giovanni dello Spirito Santo, al secolo Giacomo Bruni, sacerdote passionista sambenedettese che si spense a soli 23 anni e che la chiesa ha riconosciuto come Venerabile. Il dipinto è opera dell’artista don Luigi Sciocchetti, fratello di Mons. Francesco Sciocchetti, benemerito parroco della Madonna della Marina dal 1890 al 1920.

L’ultima pala d’altare che osserviamo risale al XVIII secolo e mostra le anime del purgatorio che grazie all’intercessione di San Giacomo della Marca e di San Pietro d’Alcantera si protendono verso la Madonna e Gesù Bambino nella speranza di raggiungere il cielo.

Se ora spostiamo la nostra attenzione nella zona del presbiterio e più precisamente sull’abside, possiamo notare la pala d’altare, realizzata nel 1707 dal pittore fermano Ubaldo Ricci, raffigurante la scena dell’Ultima Cena. Il Signore Gesù e gli apostoli sono radunati attorno alla mensa. Giovanni è appoggiato sul petto di Gesù e alla sua figura si contrappone quella di Giuda che, voltando le spalle a Gesù, abbandona la mensa.

Nell’abside si possono scorgere alcuni angeli che reggono in mano i simboli della passione: la colonna, la canna con la spugna, il martello, la corona di spine, il calice, la scala, le tenaglie e la croce. La pala d’altare e i putti ci introducono, attraverso il linguaggio delle immagini, al mistero che sull’altare viene celebrato: con il pane e il vino consacrati Gesù ci invita alla sua mensa che è memoriale del suo sacrificio.

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In un articolo dell’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica” uscito sabato 15 febbraio, padre Diego Fares, uno dei teologi più stimati dall’attuale pontefice, ha illustrato la visione antropologica di Papa Francesco, che è in gran parte ispirata, secondo l’autore, all’esortazione apostolica “Evangelii nuntiandi” scritta nel 1975 da Paolo VI (p. 351).Desideriamo riprendere questo testo, che per la sua profondità, è ancora estremamente attuale.

Scrive Paolo VI: “occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo, nel senso ricco ed esteso che questi termini hanno nella Costituzione «Gaudium et Spes»”.

Secondo il Pontefice, è necessario che il messaggio del vangelo si incontri con la cultura e le culture dell’uomo moderno. Per cultura non si intende qui l’erudizione, il puro sapere, ma, secondo quanto affermato appunto dalla Gaudium et Spes al numero 53, “tutti quei mezzi con i quali l’uomo affina e sviluppa le molteplici capacità della sua anima e del suo corpo; procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la conoscenza e il lavoro; rende più umana la vita sociale, sia nella famiglia che in tutta la società civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni; infine, con l’andar del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze e aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano”.

Se dunque la cultura è tutto ciò che ruota attorno all’uomo e alla sua vita, il vangelo non può non interagire con essa. Quando il Verbo si è fatto carne nella persona di Gesù di Nazaret, il divino ha assunto completamente la natura umana, ivi compreso l’aspetto culturale. Gesù infatti fu in tutto un uomo di cultura ebraica: parlava in aramaico, osservava le leggi del suo popolo, onorava le festività giudaiche, pregava nel Tempio di Gesusalemme, ecc.

È in questo contesto culturale che egli annunciò il messaggio di salvezza. Non vi è dubbio che il suo Vangelo, espresso nell’idioma ebraico, con categorie culturali tipiche del suo popolo, non solo avvicinò gli uomini a Dio, ma contribuì anche ad elevare la cultura del suo tempo. Infatti Gesù, come egli stesso afferma, non è venuto ad abolire, ma a portare compimento (cfr. Mt 5,17).

Guardiamo,  ad esempio, al discorso della montagna. Gesù dice: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere, chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio.  Inoltre io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio” (Mt 5,21-22). Gesù inserisce il suo insegnamento nel quadro normativo legale e religioso del suo tempo: se la Legge vietava giustamente l’omicidio, egli rafforza questo comandamento dicendo che è ingiusto anche offendere il proprio fratello. Egli porta a perfezione un comando già buono. Per dirla con le parole di Paolo VI, Gesù interagisce con la cultura del suo tempo, “partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio”.

Allo stesso modo, oggi i cristiani sono chiamati a continuare l’opera che egli ha iniziato, giacché la Chiesa prolunga nel tempo il Mistero dell’Incarnazione. Quando i cristiani annunciano il Vangelo, devono  necessariamente tenere conto del contesto culturale delle persone alle quali si rivolgono, avendone ben presenti i pregi e i difetti, per elevare i primi e correggere i secondi.

E qual è il contesto culturale dell’uomo di oggi? Sicuramente l’uomo moderno vive immerso nella tecnologia, ama il mondo di internet, desidera essere informato in continuazione grazie ai sempre più potenti mezzi di comunicazione, sente come tema centrale quello della libertà.

Sono tutti dati che i cristiani, nel proporre la nuova evangelizzazione, non possono ignorare. Tutti questi elementi della cultura moderna ci parlano del desiderio dell’uomo di superarsi, di andare oltre le sue barriere, di conoscere, di sentirsi libero e quindi felice. È compito dei cristiani di oggi non abolire tutte queste cose, ma portarle a compimento orientandole a Dio.

Solo così si potrà evitare “la rottura tra Vangelo e cultura” che secondo Paolo VI  “è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre”.

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“Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo che è dato per voi. Fate questo in memoria di me”. Queste sono le parole che hanno accompagnato l’istituzione dell’Eucaristia secondo il racconto dell’evangelista Luca.

Vorremmo soffermarci sull’ultima espressione di Gesù: “Fate questo in memoria di me” e in particolare sul termine “memoria”. In ogni Santa Messa ripetiamo ciò che Gesù fece durante l’Ultima Cena, facciamo memoria di quella notte del Giovedì Santo, della sua morte e della sua resurrezione, una memoria che non è mera rievocazione storica.

Infatti, attraverso la riproposizione di quei gesti e la riproduzione di quelle parole, Gesù si rende presente nel sacramento dell’altare in modo tale che, mangiando il suo Corpo e bevendo il suo Sangue, entriamo in rapporto e in comunione con Lui.

Il Corpo e il Sangue di Cristo poi ci conservano per la vita futura. La memoria ha dunque un carattere dinamico. Per dirla con le parole che Gustav Maheler ha usato per la tradizione, la memoria non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco.

La Chiesa vive di memoria, è custode di una tradizione, è per sua natura conservatrice, nel senso più nobile che possiamo attribuire a queste parole. Questo suo rapporto vivo e vivificante col passato, con l’evento che l’ha costituita, ha fatto sì che la conservazione della memoria non fosse confinata al solo ambito liturgico, ma si riverberasse anche su altri aspetti della sua vita: ecco allora la nascita degli archivi ecclesiastici, dei musei di arte sacra e delle biblioteche con i loro preziosi e antichi codici.

Ma quello che la Chiesa vive ha una corrispondenza nella vita degli uomini di oggi?

Sembrerebbe proprio di no. Infatti uno dei più grandi drammi dell’uomo contemporaneo è quello di essere senza radici. L’uomo oggi fa fatica a ricostruire il suo albero genealogico. Ad esempio, con non poche difficoltà un ragazzo saprebbe dirci il nome dei propri bisnonni! Nel campo del linguaggio parole come “tradizione” e “conservazione” sono percepite come lontane, se non addirittura come vere e proprie parolacce! Viene etichettato come “conservatore” una persona non al passo con i tempi.

Qual è allora il compito della Chiesa davanti a questo limite della (post)modernità?

La Chiesa è chiamata a svolgere un’azione pedagogica e di supporto nei confronti dell’uomo, in maniera tale da aiutarlo a riscoprire il suo legame col passato. Chi meglio della Chiesa, così legata col passato, può sostenere l’uomo nella ricerca del suo passato?

È per questo motivo che dedicheremo alcuni nostri articoli alla storia della nostra diocesi, alla vita dei santi che vi sono vissuti, ai luoghi sacri che in essa si trovano, perché i nostri lettori possano riscoprire il legame con la loro storia locale.

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BOLOGNA – “La bellezza della festa. Iconografia e arte nel mistero cristiano”. È questo il titolo di un’interessante iniziativa promossa dalla Pinacoteca Nazionale di Bologna in collaborazione con l’Arcidiocesi di Bologna. Da gennaio a maggio, con cadenza mensile, si terranno degli incontri presso la sede della pinacoteca e ai visitatori sarà proposto un percorso di lettura di opere d’arte che rapresentano varie feste cristiane.

Franco Faranda, direttore della pinacoteca, ha dichiarato al quotidiano “La Repubblica”: “L’iniziativa è stata nostra di fronte all’evidenza di un numero sempre crescente di persone che non hanno più consuetudine coi riti della Chiesa ed hanno così perso le conoscenze di base per leggere un quadro religioso. Un danno vistoso, considerato che l’80 per cento della nostra raccolta è a tema sacro. Ci siamo resi conto che molti visitatori non sanno che cosa è la Pentecoste e che pure iconografie come l’Annunciazione non sono così immediate”.

Per conoscere meglio questa iniziativa, abbiamo intervistato Don Gianluca Busi, membro della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra e ideatore con Franco Faranda della mostra.

Don Gianluca, quando e come è nata questa iniziativa?

L’iniziativa comincia in maniera singolare! Ho tenuto una conferenza nella biblioteca storica dei francescani della mia città, lo scorso anno, dal titolo: “Capolavori mariani alla Pinacoteca Nazionale di Bologna”. Mi proponevo di condurre una sorta di “visita virtuale” al Museo nell’ambito di un programma di spiritualità, attraverso l’arte a tema mariano, che è stata filmata e pubblicata su youtube sul mio canale “gianluca busi”. Con mia grandissima sorpresa ho ricevuto entro breve tempo una telefonata personale da parte del direttore della Pinacoteca, il dottor. Franco Faranda, che, molto contento del mio intervento, mi invitava ad una collaborazione.

In che modo è stato coinvolto nella preparazione di questo evento?

Dopo un primo incontro, abbiamo fissato i termini per un reciproco patrocinio, coinvolgendo la mia diocesi ed il ministero per i beni culturali. Si è trattato soprattutto di evidenziare le reciproche competenze. Per motivi storici risaputi, la critica artistica in occidente vive all’interno di una frattura non sanata. Infatti l’approccio accademico risente della critica vasariana, ripresa nel secolo scorso dal Longhi e presente nei manuali che tende a privilegiare la ricerca filologica delle opere d’arte. Al contrario l’approccio ecclesiale, riproposto di recente, soprattutto attraverso l’opera miliare di Mons. Timothy Verdon di Firenze, tenta di ricollocare l’opera d’arte nel cosiddetto “contesto nativo”. Cerca cioè di leggere un dipinto o una scultura, ripensandola nel luogo originario per cui fu eseguita.

Colto questo punto, abbiamo pensato ad interventi a due voci, in cui la soprintendenza si prende cura di descrivere l’aspetto filologico di un’opera, mentre per noi della Diocesi si tratta di ricollocare  le opere d’arte alla luce della storia del popolo di Dio e di come le percepiva nel contesto della Liturgia celebrata.

Lei ha guidato già il primo dei 5 appuntamenti che sono in programma. Quali sono le sue impressioni e come hanno risposto i visitatori?

In realtà io ho soltanto introdotto l’iniziativa per il primo appuntamento, mentre l’introduzione vera e propria è stata di un delegato del mio Cardinale Arcivescovo Carlo Caffarra. Io stesso però compaio fra i relatori e terrò due conferenze dedicate al tema dei “crocifissi” e della “Pasqua”, nel taglio peculiare che come diocesi abbiamo scelto, quello cioè della cosiddetta “spiritualità attraverso l’arte”.

La cosa che ci ha sopreso è stata il numero dei partecipanti! Non sono bastati i posti a sedere nella già ampia Aula Magna della Pinacoteca! La mia impressione è che l’inziativa sia soltanto agli inizi, e che riceverà nel tempo un notevole sviluppo, anche perché il contatto con i destinatari ci consente di elaborare una strategia sempre più efficace ed “a misura” del nostro uditorio. Faccio notare  che le conferenze vengono filmate in modo professionale da un operatore che ha lavorato per la RAI e che sappiamo raggiungere migliaia di utenti in rete.

Credo che il punto di forza sia la formula coinvolgente che vede all’inizio le due conferenze concertate come dicevo a “due voci”, che poi prosegue nella visita “in situ” alle opere cui era dedicato il tema della giornata, nella fattispecie per il primo incontro, il tema del “Battesimo di Gesù”.

Una cosa di cui soffre spesso il visitatore di un Museo infatti è quella specie di distacco, “gap” incolmabile, fra il fruitore e l’opera d’arte. Questo avviene perché la ricerca accademica tende ad un eccessivo rispetto del visitatore, cercando di non comunicargli mai un’ermeneutica dell’opera d’arte che sia realmente fruibile. Questo avviene a mio parere a causa di un eccesso di rispetto pensando erroneamente che il visitatore abbia già una conoscenza adeguata dell’opera e che non debba essere influenzato da nessuna interpretazione.

Al contrario l’approccio di questa iniziativa si pone proprio l’obiettivo di comunicare una interpretazione nel contesto, quindi molto precisa, in vista di una sorta di “ri-alfabetizzazzione” del visitatore che spesso non ha più nessuno strumento per ricongiungersi con un dipinto che non appartiene alla sua cultura di riferimento.

Quando è nata la sua vocazione artistica?

Dipingo da quando ho tre anni, la mia prima maestra di pittura è stata mia madre che nello studio di Sartoria casalingo mi correggeva i primi disegni. Tuttavia mi sento un iconografo. Ho cominciato a dipingere icone in età adulta verso i trent’anni, a causa di un soggiorno presso di una comunità religiosa fondata da don Dossetti, vicina alla spiritualità orientale e all’iconografia canonica. Da circa vent’anni divido il mio ministero sacerdotale fra l’attività di Parroco ed insegnante con la pittura di icone.

Possiamo dare ai nostri lettori tutti i riferimenti per potervi raggiungere?

Certamente: le conferenze come ho già avuto modo di dire sono disponibili sul canale youtube “gianluca busi” in una playlist dal nome “bolognafedearte”. Ma possono essere reperite, insieme ad immagini di repertorio, sulle pagine fb della “Pinacoteca Nazionale di Bologna” e alla pagina “bolognafedearte”. Pensiamo anche di aprire un forum ed un gruppo fb in futuro, nel desiderio di cercare un contatto con i nostri destinatari per affinare continuamente questo progetto.

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