Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: febbraio 2016

Sulla scia di una certa cultura ottocentesca, impastata di positivismo, a scuola abbiamo spesso imparato che fra religione e scienza ci sia una radicale opposizione riassunta nel motto “o si pensa o si crede”. Ma questa, appunto, è il punto di vista di una istanza culturale che vede solo nella materia il compimento dell’essere. Per i credenti la scienza è un modo per conoscere e avvicinarsi al Creatore di tutte le cose.

Generalmente si crede che gli scienziati siano atei poiché lo spirito religioso si opporrebbe alla ricerca. Ma le cose non stanno proprio così. Lo sa bene Francesco Agnoli che ha scritto diversi libri e opuscoli sul rapporto fra fede e scienza. Fra questi vorremmo segnalare La forza della preghiera nelle parole degli scienziati, edito da Fede & Cultura.

L’autore, oltre a riportare le preghiere di alcuni illustri scienziati come Newton, Galvani e Maxwell, ripropone un testo sulla preghiera di Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina nel 1912 che una decina di anni prima del conferimento del prestigioso riconoscimento si era convertito al cattolicesimo durante un viaggio a Lourdes.

Fra i testi che Agnoli prende in considerazione, ci vorremmo fermare su queste parole di Giovanni Keplero, scopritore delle leggi che trattano del moto dei pianeti e che portano il suo nome. Così scrive lo scienziato al termine della sua opera Harmonices mundi, pubblicata nel 1618:

“A te che con la luce della natura alimenti in noi il desiderio della tua grazia onde possiamo godere della tua gloria, a te rendo grazie, mio Signore e mio Dio, perché tu mi hai fatto provare gioie e godimento in tutto ciò che tu hai creato, in tutto tutto ciò che è frutto delle tue mani preziose. Vedi, o Signore, io ho completato questo lavoro per il quale ero stato chiamato. Per farlo ho utilizzato quella forza della mente che tu mi hai donato. Ho mostrato agli uomini la magnificenza della tua opera o almeno quella parte della tua infinita grandezza che la mia mente è riuscita a capire”.

Queste parole, in trasparenza, ci mostrano quale back-ground filosofico e culturale abbia permesso la nascita della scienza in ambito europeo e cristiano. L’universo viene concepito come un orologio meccanico (Creato), opera di un orologiaio (Dio). Non si tratta, come nell’antichità, di una natura divinizzata e abitata da spiriti ai quali sono attribuiti i fenomeni naturali.

Fare scienza allora significa, come per Galilei, cercare nel Creato le impronte del Creatore: la conoscenza delle leggi che Dio ha impresso nella natura, non può fare altro che farci conoscere meglio la volontà del Creatore.

Nelle parole dello scienziato, tutto sembra afferire alla logica del dono: l’intero universo, come le facoltà umane per comprenderlo, provengono dal Creatore. Il lavoro dello scienziato è considerato da Keplero come una vera e propria vocazione: è Dio che chiama l’uomo di scienza a scoprire le leggi che regolano l’universo e ciò può avvenire solo attraverso un atto di contemplazione e di stupore per le meraviglia delle cose create. Per un tale compito, Keplero ritiene che sia necessaria una buona dose di umiltà che nasce dalla sproporzione fra la grandezza dell’universo che si vuole conoscere e la piccolezza dell’uomo che la vuole comprendere.

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Padre Adolfo Nicolás, Superiore generale della Compagnia di Gesù, ha visitato il 14 gennaio 2016 il “Centro Astalli – Servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia”, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Riportiamo ampi stralci del suo intervento, definito coraggioso da Antonio Spadaro, Direttore de La Civiltà Cattolica. Sull’ultimo numero della celebre rivista, in uscita proprio oggi, potrete leggere il testo in versione integrale.

Il Generale dei Gesuiti ha così esordito: “Bisogna essere grati ai migranti venuti in Italia e in Europa certamente per un motivo: ci aiutano a scoprire il mondo. Ho vissuto in Giappone per più di trent’anni e ho lavorato per quattro anni in un centro per migranti, la cui maggioranza non ha documenti in regola. Parlo dunque per esperienza vissuta. E, proprio alla luce di ciò che ho vissuto, lo confermo: le migrazioni sono una sorgente di benefici per i vari Paesi, e lo sono state da sempre, nonostante le difficoltà e le incomprensioni. La comunicazione tra le varie civiltà avviene, infatti, attraverso i rifugiati e i migranti: è così che si è creato il mondo che conosciamo. Non si è trattato soltanto di aggiungere culture a culture: è avvenuto un vero e proprio scambio”.

Secondo il religioso, l’immigrazione è stata determinante per la nascita e lo sviluppo della democrazia: “Sono i migranti che hanno creato un Paese come gli Stati Uniti, un Paese nel quale si è sviluppata la democrazia. Questo non è avvenuto per caso: è proprio perché si è creato un melting pot, una mescolanza di culture e di persone, che è nato un Paese così. E, ovviamente, potremmo fare altri esempi nel mondo: l’Argentina, ad esempio, e così via”.

In tal senso, ha continuato padre Nicolás, i migranti “ci possono aiutare ad aprire il cuore, ad essere più grandi di noi stessi. Si tratta di un grande dono. Quindi essi non sono semplicemente «ospiti», ma gente che può dare un contributo al vivere civile, e che offre un apporto notevole alla cultura e alle sue evoluzioni profonde”.

Il Superiore ha poi messo in evidenza il contributo che ogni continente dà a tutta l’umanità: “Un vescovo giapponese, riferendosi al versetto del Vangelo «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), diceva che l’insegnamento di Gesù si può applicare anche ad altre religioni. Adesso, come Superiore generale dei gesuiti, devo viaggiare spesso in tutto il mondo, e constato che questo vescovo aveva ragione. L’Asia, in particolare, si può considerare la «via». È infatti in Asia che si cerca sempre il percorso, il «come»: come fare yoga, come concentrarsi, come meditare. Yoga, zen, le religioni, il judo — ritenuto il cammino dei deboli, perché si serve della forza degli altri — sono tutti considerati come cammini. Senza creare opposizioni, bisogna considerare che l’Europa e gli Stati Uniti sono preoccupati soprattutto per la «verità»; l’America Latina e l’Africa sono preoccupate per la «vita»”.

Dalla particolare condizione dell’immigrato, ha concluso il religioso, emergono allo stesso tempo debolezze e punti di forza: “Inoltre, essi ci mostrano la parte più debole, ma anche la parte più forte dell’umanità. La più debole, perché hanno sperimentato. la paura, la violenza, la solitudine e i pregiudizi degli altri: questo fa parte della loro esperienza, lo sappiamo bene. Ma ci mostrano anche la parte più forte dell’umanità: ci fanno capire come superare la paura con il coraggio di correre dei rischi che non tutti sono in grado di correre. Essi hanno imparato a non essere bloccati dalle difficoltà nella loro voglia di futuro. Hanno saputo superare la solitudine con la solidarietà, aiutando gli altri, e hanno mostrato che l’umanità è debole, ma può anche essere forte. Ci hanno dimostrato persino che ci sono valori e realtà più profonde di quelle che abbiamo perduto. E questo accade quando si vivono situazioni estreme”.

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Oggi è il Darwin Day, il giorno nel quale nel mondo si ricorda la nascita dello scienziato e naturalista Charles Darwin (1809-1882), noto per aver formulato la teoria dell’evoluzione. Nell’immaginario comune, Darwin non è visto di buon occhio dalla Chiesa perché questi, con le sue scoperte scientifiche, avrebbe smontato la favoletta della creazione. Ma le cose stanno davvero così? È necessario ricordare che la Chiesa non ha condannato con un apposito documento le teorie di Darwin, anche per evitare un nuovo “caso Galilei”. Tuttavia, la Chiesa ha avuto nei confronti della teoria dell’evoluzione una certa prudenza, non tanto perché questa contraddice il racconto della Genesi, quanto piuttosto per le sue implicazioni antropologiche e filosofiche.

Il cuore della questione sembra essere magistralmente colto dalle parole dello scrittore inglese Chesterton che qui sotto riportiamo. Le parole che leggeremo sono contenute in un articolo (cfr. G.K.C., il pozzo e le pozzanghere, Lindau, Pavona 2012, pp. 80-81.) che in realtà parla della sopravvivenza della religione nel mondo moderno, ma è illuminante per mettere a fuoco le riserve che si possono avere, non tanto sulla teoria dell’evoluzione, quanto sulla sua errata interpretazione.

Infatti, Chesterton mette subito in luce il fatto che temi centrali della teoria darwiniana come “selezione naturale” e “lotta per la vita” siano stati generalmente compresi male, dando vita a logiche spietate. Ed egli ha proprio ragione se pensiamo a come il fraintendimento della teoria di Darwin abbia contribuito alla nascita e allo sviluppo di varie ideologie totalitarie come il nazismo, il comunismo e il liberismo, dove la lotta per la vita viene rispettivamente declinata in lotta della razza ariana contro le altre razze, dei proletari contro i borghesi e dei ricchi contro i poveri. Ma lasciamo la parola all’illustre scrittore.

“Tra i 1000 pasticci che la moda materialista riuscì a cavare dalla famosa teoria (di Darwin), ci fu l’idea, condivisa da molti, che la lotta per l’esistenza dovesse essere necessariamente una vera lotta tra i candidati alla sopravvivenza: letteralmente, una competizione all’ultimo sangue. Aleggiava nell’aria l’idea che la creatura più forte avrebbe primeggiato sulle altre con la violenza. L’idea che questo fosse l’unico metodo di miglioramento venne ovunque accolta come una buona notizia per gli uomini cattivi; cattivi governanti, cattivi dirigenti, sfruttatori, truffatori e tutti gli altri.

L’energico promotore finanziario si sentì in diritto di paragonarsi modestamente a un mammut che calpesta altri mammut in una specie di giungla primordiale. Uomini d’affari distrussero altri uomini d’affari, nella straordinaria consolazione che anche i cavalli preistorici divorarono altri cavalli preistorici. Il ricco scoprì tutto a un tratto che affamare e derubare i poveri non era soltanto conveniente, ma anche cosmico, perché gli pterodattili possono avere usato le loro piccole mani per strapparsi gli occhi l’un l’altro. La scienza, questo essere senza nome, dichiarò che il più debole dovesse essere messo al muro, in particolare a Wall Street.

Dall’ingenuo razionalismo del XVIII secolo al puro scientismo del XIX secolo si è verificato un rapido declino e degrado nel senso di responsabilità del ricco. Il grande Jefferson quando, con riluttanza, legalizzò la schiavitù, disse di temere per il suo paese, poiché sapeva che Dio è giusto. Qualche tempo dopo, il profittatore fu fiero di se stesso quando legalizzò l’usura e la frode finanziaria, poiché sapeva che la natura è ingiusta.

Comunque siano andate le cose la gente che parlava in questo modo di cavalli cannibali e di ostriche competitive non comprese la tesi di Darwin. Per il darwinismo il punto non era che un uccello dal becco più lungo riesce a infilzare gli altri uccelli e ha il vantaggio del duellante che combatte con la spada più lunga. Il punto era che l’uccello con il becco più lungo arriva ai vermi che stanno in un buco più profondo e che gli uccelli senza quel becco muoiono, e così, una volta rimasto solo, quell’uccello fondò la razza degli “uccelli dal becco lungo”.

Il punto allora è che il più adatto all’ambiente non ha avuto bisogno di lottare contro il meno adatto. Colui che è destinato a sopravvivere non deve fare altro che sopravvivere, mentre gli altri non possono farlo. Egli è sopravvissuto perché lui solo alle caratteristiche e gli organi necessari alla sopravvivenza”.

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Come ogni anno, in questo periodo le famiglie stanno iscrivendo i loro figli a scuola. All’atto dell’iscrizione, va anche effettuata la scelta se avvalersi o meno dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC). È dunque questo un tempo particolarmente opportuno per riflettere sulla presenza di questa materia all’interno dell’ordinamento scolastico italiano.

Partiamo proprio dal dato della scelta. Nell’anno scolastico 2014/2015, circa l’88% degli studenti che frequentano le scuole statali italiane si è avvalso dell’IRC. Il dato è molto interessante perché, se si considera che la pratica religiosa in Italia si attesta attorno al 15%, possiamo affermare che gli studenti si avvalgono dell’IRC non necessariamente a seguito della propria adesione alla Chiesa. E in effetti l’IRC, nel rispetto della laicità dello stato, ha sì dei contenuti confessionali, ma impartiti in modo laico: si tratta di un’ora di cultura (e non di catechesi) aperta agli alunni di qualsiasi credo religioso o che anche non ne abbiano alcuno.

L’IRC è l’unica materia scolastica che può essere scelta e, se volessimo parlare di “indice di gradimento”, dovremmo arrenderci all’evidenza che l’88% è segno di un alto interesse per questa disciplina. Eppure attorno a questa materia da sempre c’è un grande dibattito: c’è chi la vede incompatibile con la laicità dello stato e vorrebbe dunque abolirla e chi invece vorrebbe sostituirla con Storia delle religioni.

Vorremmo riflettere su quest’ultima proposta. Coloro che si fanno promotori di tale cambiamento, vorrebbero che (1) si studiasse una più generica storia delle religioni, (2) obbligatoria per tutti gli alunni e (3) impartita da insegnanti formati solo dallo stato.

(1) Per quanto riguarda il primo punto è subito necessario un chiarimento. La Storia delle religioni non sarebbe semplicemente un’estensione dell’oggetto di studio (da una sola religione, il cristianesimo, a tutte le religioni), ma proprio un’altra materia. Si tratterebbe di un cambiamento non tanto quantitativo, ma qualitativo.

Infatti, la Storia delle religioni illustra l’aspetto fenomenico delle varie esperienze religiose, senza la pretesa di volerne spiegare l’essenza, si sofferma sugli aspetti visibili, negando la propria competenza sulla sfera invisibile. Una materia così strutturata non renderebbe ragione della complessità del mondo religioso per come esso si autocomprende nelle sue molteplici declinazioni.

Inoltre, da un punto di vista culturale e didattico, non avrebbe molto senso dedicare lo stesso numero di ore all’insegnamento del cristianesimo e, per esempio, del buddismo, perché, come è noto, è stato il cristianesimo a plasmare la civiltà occidentale: non è possibile parlare di letteratura, di storia, di arte, di musica italiane ed europee senza conoscere il cristianesimo. Sarebbe un po’ come chiedere l’insegnamento di tutte le lingue del mondo e non solo dell’italiano e delle principali lingue comunitarie. Questo non implica nessun giudizio di valore su altre esperienze religiose.

A tal proposito, possiamo citare il caso della Gran Bretagna, dove per molto tempo c’è stato un insegnamento religioso molto simile a quello della Storia delle religioni. Pochi anni fa, il governo è intervenuto per far sì che il 75% delle ore di lezione fossero dedicate al cristianesimo.

Chi invoca l’introduzione della Storia delle religioni, molto spesso accompagna questa richiesta esprimendo il desiderio di adeguarsi a quanto avviene in Europa, ma, in realtà, nella metà degli stati europei si insegna religione con modalità analoghe a quelle italiane e, dunque, o ignora la realtà dei fatti o mente sapendo di mentire.

(2) Per quanto riguarda l’obbligatorietà, è importante notare che il mondo della religione si interessa delle più importanti questioni che riguardano l’uomo: da dove proviene, quale sia il suo destino, il senso della vita, ecc. È importante salvaguardare la libertà di scelta in materia religiosa, proprio come prevede l’attuale normativa. Una Storia delle religioni obbligatoria per tutti, andrebbe a ledere in un certo senso il principio della libertà religiosa.

Chi oggi si avvale dell’IRC è cosciente di scegliere una materia i cui contenuti fanno esplicito riferimento all’insegnamento della Chiesa Cattolica, al punto che, se l’insegnante non li proponesse in tal modo, perderebbe l’idoneità all’insegnamento. Questi contenuti potranno essere liberamente rielaborati dagli alunni che potranno farli propri, accettarli in parte o rifiutarli in toto.

Un insegnante di Storia delle religioni (appunto storia) saprebbe trasmettere in modo oggettivo e imparziale i contenuti della religione cattolica, secondo il modo nel quale la chiesa si autoconcepisce? Infine, chi ha detto che la Storia delle religioni sarebbe unanimemente accettata? Siamo sicuri che, ad esempio, uno studente musulmano accetterebbe di farsi insegnare cosa sia l’Islam da uno che non sia il suo imam?

(3) Per quanto riguarda il personale che insegna religione, è opportuno ricordare quanto afferma l’articolo 7 della nostra Costituzione: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.

Questo articolo, che non riguarda solo il campo dell’insegnamento ma più in generale i rapporti fra lo Stato e la Chiesa, riconosce che lo Stato non ha un campo di azione illimitato: c’è una zona nella quale l’autorità dello Stato si deve fermare.

In questa zona rientra sicuramente tutto ciò che riguarda l’istruzione e l’educazione religiosa. Giustamente in Italia non esistono facoltà di teologia (cattolica) statali, perché è compito specifico della Chiesa promuovere e coltivare questo tipo di studi.

Spesso, in maniera polemica e strumentale, ci si chiede quanto costino gli insegnanti di religione (che, è bene ricordare, sono pagati perché svolgono un lavoro!), ma nessuno fa mai notare che per la loro formazione lo stato non ha speso un centesimo.

Per quanto possa essere paradossale per la sensibilità moderna, è molto più laico gestire l’insegnamento religioso con le comunità religiose presenti in uno stato, piuttosto che affidare in maniera esclusiva allo stato una materia che si vorrebbe, solo nelle intenzioni, neutra e per tutti.

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