Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: febbraio 2015

Abdoulaye Mbodj è un giovane avvocato, il primo africano iscritto dal 2012 all’Ordine degli Avvocati di Milano. L’Avv. Mbodj, 30enne, infatti è nato a Dakar, in Senegal, e nel 1991 si è trasferito in Italia, vicino a Lodi, raggiungendo i suoi genitori. Dopo il liceo scientifico, si è laureato con lode in Giurisprudenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Da quasi tre anni sta dando vita a dei progetti che sostengano lo sviluppo nel suo Paese d’origine. A tal fine ha costituito una Onlus, “Associazione Amici di Babacar Mbaye e Awa Fall Onlus”, dedicata alla memoria dei propri nonni materni. Per conoscere meglio questa realtà lo abbiamo intervistato.

Lei è da molti anni in Italia, ma quali sono i legami con la sua terra natale?

I legami con il mio Paese d’origine, il Senegal, sono molto forti e saldi. Infatti, quasi ogni anno torno nel mio Paese ed ho frequenti contatti con i miei cugini che sento spesso telefonicamente e su skype. Come avvocato ho anche seguito qualche pratica legale per il Consolato senegalese in Milano. Inoltre, conosco perfettamente la lingua senegalese, il wolof. Infine, sono molto legato alla comunità senegalese di Zingonia in Provincia di Bergamo, a cui storicamente io e la mia famiglia siamo legati.

Come è nata l’onlus che ha fondato?

L’idea della Onlus è piuttosto recente, essendo stata costituita il 27 maggio 2014. Tuttavia l’idea originaria parte da molto lontano. Infatti, nel 2008 durante la mia vacanza-studio americana di due mesi a Chicago per scrivere la tesi di laurea, ebbi modo di conoscere un caro amico di Crema, Alberto Piantelli, con il quale durante una conversazione lanciammo l’idea di poter fare qualcosa di concreto per il mio Paese, al quale desideravo restituire un po’ della mia fortuna.

Quindi, nell’estate 2013, con il supporto del Rotaract Terre Cremasche di Crema, io e Alberto organizzammo due aperitivi di fundraising in cui coinvolgemmo tanti giovani, unendo il divertimento con una giusta e nobile causa: aiutare il mio Paese d’origine.

Con i fondi raccolti (3.000,00 €) nei due aperitivi a Crema, in Provincia di Cremona, abbiamo pagato i container che da Genova hanno trasportato i beni donati dall’Ospedale di Crema (dispositivi e presidi medico-sanitari) alla volta del Senegal, per ristrutturare il reparto di ginecologia dell’Ospedale Roi Bauodin di Guediawaye Samh Notaire, una circoscrizione di 40.000 abitanti della capitale del Senegal, Dakar.

Dopo questo inizio come avete proseguito?

Ci siamo concentrati su altri due settori con difficoltà croniche in Senegal: quello della Pubblica Amministrazone e quello dell’istruzione. Pertanto, abbiamo rivolto i nostri sforzi anche all’Ufficio anagrafe del Comune senegalese, fornendo stampanti, computer e scanner al fine di informatizzare e digitalizzare l’Ufficio comunale con una più sicura archiviazione elettronica della documentazione, che con l’archiviazione cartacea spesso si deteriova o addirittura veniva smarrita. Mentre per la scuola elementare abbiamo fornito beni di prima necessità per l’attività scolastica ordinaria: penne, pastelli, matite, quaderni, cancellini, gessi, registri ecc.

Quali sono i progetti per il futuro?

Per il 2015 abbiamo fatto un ambizioso “action plan”, e ci siamo prefissati degli obiettivi strutturali: ci piacerebbe portare in Italia due persone del personale infermieristico e paramedico dell’Ospedale senegalese da formare durante una settimana di training sanitario presso un Ospedale lombardo (Lodi o Crema). Inoltre, ci piacerebbe reperire tramite una locale Croce Bianca, un’ambulanza per l’ospedale senegalese, oltre a recuperare materiali e beni per la prima infanzia per rendere più moderno il reparto di ginecologia.

Quale è la filosofia che soggiace a tutto ciò?

IL motto della nostra Onlus, assai educativo, è: “non regalarmi il pesce ma insegnami a pescarlo che mangio tutta la vita”. Un motto che ribalta radicalmente la tradizionale forma di cooperazione internazionale basata sui fondi dati a pioggia.

Il nostro scopo, infatti, è quello di implementare una politica di sviluppo: alla fornitura alla comunità delle attrezzature necessarie, si affianca infatti la formazione della medesima, propedeutica, in particolare, all’acquisizione delle conoscenze tecniche necessarie per l’utilizzo delle attrezzature sanitarie e amministrative donate.

Ai membri della comunità viene quindi data la preziosa occasione di “aiutarsi”, di divenire coscienti delle proprie potenzialità e, responsabilizzandosi, di migliorare le proprie future condizioni sociali, sanitarie e educative.

E’ un progetto credibile poiché i beni vengono consegnati direttamente dai miei genitori Alioune e Anta che supervisionano affinché i beni vengano destinati ai fini specifici. Inoltre, periodicamente io mi reco direttamente sul posto per fare dei sopralluoghi di verifica e dei controlli sul campo.

Ci sono realtà italiane che sostengono la vostra onlus?

Gli enti che sostengono da quasi tre anni la Onlus e a cui va il mio più vivo e sentito ringraziamento sono: l’Ospedale Maggiore di Crema (in provincia di Cremona), la Parrocchia San Giovanni Bosco di Codogno (in provincia di Lodi) e il Rotaract Terre Cremasche di Crema.

Magari ci sono fra i nostri lettori dei tuoi connazionali o persone che sono interessate a sostenere la sua iniziativa. Come possono fare?

Sicuramente la modalità che raccomando a tutti è la consultazione del sito internet della Onlus: www.aabaonlus.org Iscrivendosi alla newsletter sarà garantito il costante aggiornamento con riferimento alle attività ed iniziative della Onlus, quali ad esempio le cene di fundraising o la presentazione dei risultati associativi. Inoltre, è possibile contattarci mediante l’indirizzo mail dell’associazione associazioneabaonlus@gmail.com

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Dopo aver descritto la visione cristiana sullo stato e sul potere politico, Leone XIII si occupa del ruolo della Chiesa nella umana società e in particolare davanti allo stato. Leone XIII vive nel contesto dell’affermazione degli stati nazionali, sempre più ispirate a principi liberali che tendono ad escludere la religione dal discorso pubblico. Il pontefice vuole allora definire il compito della Chiesa e il suo “status” davanti allo strapotere di questi stati.

Scrive infatti il Papa: “Pertanto tutto ciò che nelle cose umane abbia in qualche modo a che fare col sacro, tutto ciò che riguardi la salvezza delle anime o il culto di Dio, che sia tale per sua natura o che tale appaia per il fine a cui si riferisce, tutto ciò cade sotto l’autorità e il giudizio della Chiesa: tutto il resto, che abbraccia la sfera civile e politica, è giusto che sia sottoposto all’autorità civile, poiché Gesù Cristo ha voluto che ciò che è di Cesare sia dato a Cesare e ciò che è di Dio a Dio”.

Fra la sfera politica e quella religiosa esiste una distinzione formulata per la prima volta nella storia da Gesù Cristo nella celeberrima frase ricordata dal Papa: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Questa massima, oltre ad affermare la diversità dei campi d’azione, sottolinea comunque un certo primato della religione e della coscienza rispetto ai diritti dello Stato, in quanto evidentemente Dio e Cesare non stanno sullo stesso piano.

Prima dell’avvento del cristianesimo tutte le società erano dominate da una forma di sincretismo fra politica e religione per cui il capo politico era allo stesso tempo capo religioso. Basta pensare all’imperatore romano che rivestiva il ruolo di capo dello stato e quello di pontefice massimo della religione pagana.

Le cose cambiano con l’affermarsi del cristianesimo che desacralizza il potere politico e crea una distinzione di ruoli: si affermano così nel medio evo 2 poteri, quello religioso, detenuto dal Papa, e quello politico, esercitato dall’Imperatore. Afferma infatti Leone XIII: “Dunque Dio volle ripartito tra due poteri il governo del genere umano, cioè il potere ecclesiastico e quello civile, l’uno preposto alle cose divine, l’altro alle umane. Entrambi sono sovrani nella propria sfera; entrambi hanno limiti definiti alla propria azione, fissati dalla natura e dal fine immediato di ciascuno; sicché si può delimitare una sorta di orbita, all’interno della quale ciascuno agisce sulla base del proprio diritto”.

Questa modo di distinguere i poteri, tipico della visione cattolica, può essere sintetizzato nel principio “Libera Chiesa E Libero Stato” che è poi confluito nell’articolo 7 della nostra Costituzione che afferma: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Il lettore attento non mancherà di notare che, non solo i concetti espressi dal Pontefice, ma addirittura anche i vocaboli utilizzati nella Immortale Dei sono entrati a far parte della nostra Costituzione. Si guardi ad esempio alla parola “sovrani”.

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Rodolfo Papa, pittore, docente di estetica, perito nella XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi e membro della Compagnia di San Giovanni Damasceno (il gruppo facebook che racoglie tutti coloro che diffondono la cultura religiosa attraverso l’arte) si racconta in questo video all’emittente televisiva canadese Sel Lumière.

Rispondendo alle domande del giornalista, Rodolfo Papa ripercorre dapprima le tappe della sua vocazione artistica, per illustrare poi come nella sua esperienza studio, ricerca, pittura e insegnamento universitario siano tutte attività strettamente legate.

Rodolfo Papa, da storico dell’arte, si interessa in particolare di iconologia, e cioè la disciplina che tenta di interpretare le opere d’arte alla luce della simbologia. Una tale lettura richiede delle conoscenze di botanica, di astronomia, di medicina, di gastronomia e dunque consente di spaziare in tanti altri campi del sapere.

L’intervista continua con un’interessante distinzione fra arte, arte religiosa ed arte sacra. Quest’ultima diventa un modo per tradurre in linguaggio pittorico le verità della fede, che devono essere colte dal pittore nella loro essenza, al fine di trasmettere i corretti contenuti della rivelazione cristiana.

La prima parte dell’intervista termina con l’affermazione di Papa sulla centralità del mistero dell’incarnazione che ha reso possibile lo sviluppo dell’arte cristiana. Questo mistero, secondo il docente, assieme a quello della morte di Gesù, stanno alla base della nascita della prospettiva.

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L’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica ” offre ampie riflessioni su numerose questioni attuali. La rivista dei gesuiti pubblica un saggio scritto dall’attuale pontefice quando nel 1984 era rettore del Collegio Massimo di San José.

Padre Bergoglio riflette sul pluralismo teologico a partire dalle considerazioni dei teologi von Balthasar e Lehmann che in alcune loro opere hanno riflettuto su “come si possa conservare la necessaria unità di confessione della fede accanto a un pluralismo coltivato con tanta profusione”.

Padre Bergoglio, sulla scia dei citati teologi, cerca una soluzione che si tenga lontana da due tentazioni. “Da una parte, c’è l’errore di voler ridurre tutto a un denominatore comune, cosa che, in fondo, implica che la pluralità venga considerata una realtà negativa”.

“Dall’altra parte – scrive ancora Padre Bergolio – il pluralismo non sembra così inoffensivo e neutrale come alcuni lo considerano a prima vista. Se infatti giungesse a non preoccuparsi dell’unità della fede, questo comporterebbe la ri- nuncia alla verità, l’accontentarsi di prospettive parziali e unilaterali”.

La rivista poi dedica un articolo a firma di Padre Paul A. Soukup al “fenomeno” di Youtube che lo scorso 14 febbraio ha compiuto 10 anni. Il gesuita, attraverso una carrellata di opinioni di studiosi che si occupano di comunicazione, mette in evidenza le peculiarità e i pregi della nota “piattaforma” virtuale.

Secondo J. Miles, ad esempio, “il sistema YouTube combina in sé alcuni elementi chiave che ne hanno garantito la repentina popolarità: è un sito per la condivisione di video; è un sito di social network; è un sito per la pubblicità e per il marketing”.

L’autore analizza poi i tipi di approccio allo studio di YouTube, le modalità con cui le persone lo utilizzano e l’osservazione sociologica attraverso YouTube.

Un’altro articolo di Padre Giancarlo Pani si sofferma sulla figura di Malala, la ragazza di 15 anni che lo scorso dicembre ha vinto il premio Nobel per la pace in virtù del suo impegno a favore dell’istruzione delle donne.

Scrive l’autore: “Il caso di Malala ha commosso il mondo: a 15 anni è stata vittima di un attentato. La sua colpa è quella di aver affermato fin da piccola il diritto della donna a studiare e ad andare a scuola. Attraverso il suo blog faceva propaganda all’istruzione da quando aveva 11 anni, ne rilevava l’importanza per i più poveri e per le bambine, soprattutto denunciava le violenze contro gli insegnanti da parte dei talebani”.

E poi ancora articoli su Oscar Romero, sul nuovo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sull’Anno della Vita Consacrata e sui 20 nuovi Cardinali creati da Papa Francesco nell’ultimo Concistoro… Insomma, un numero da non perdere!

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Contengono dei veri e propri tesori, sono numerosissimi, ma spesso poco conosciuti. Stiamo parlando dei musei diocesani, una realtà che vorremmo riscoprire e valorizzare. Per questo motivo intervisteremo prossimamente i direttori dei musei o persone che vi operano.
Iniziamo con la Dott.ssa Lucia Lojacono, direttrice del Museo Diocesano di Reggio Calabria che ha gentilmente risposto alle nostre domande. La Dott.ssa Lojacono aderisce alla Compagnia di San Giovanni Damasceno, il gruppo facebook che raccoglie tutti coloro che diffondono la cultura religiosa attraverso l’arte.

Può presentarci brevemente il Museo diocesano di Reggio Calabria?

Il Museo diocesano “Mons. Aurelio Sorrentino” è adiacente alla Cattedrale dell’Assunta a Reggio Calabria (in via Tommaso Campanella, 63). E’ regolarmente aperto martedì, mercoledì, venerdì e sabato dalle 9 alle 13. Effettua aperture straordinarie per gruppi, previa prenotazione (contatti: cell. 3387554386; info@museodiocesanoreggiocalabria.it).

Il Museo ha un sito web costantemente aggiornato, visitando il quale è possibile rendersi conto di tutte le attività che proponiamoo. Inoltre, il museo è presente sui principali social network: Facebook, Twitter e Pinterest.

Inaugurato il 7 ottobre 2010, il Museo diocesano è sito al pianterreno dell’ala tardo-settecentesca del palazzo arcivescovile costruito sulle rovine di un preesistente edificio, sorto accanto alla Cattedrale alla fine del Cinquecento.

Il percorso narrativo che guida l’esposizione è organizzato “in modo da poter comunicare il sacro, il bello, l’antico, il nuovo”, attuando l’obiettivo prioritario di restituire all’opera esposta la memoria della sua funzione originaria, in modo da farne emergere i significati simbolici, la sua valenza di segno, facendo salvi, peraltro, i nessi altrimenti perduti con la comunità religiosa cui essa appartenne e con lo spazio sacro per il quale fu realizzata. Il Museo documenta, in particolare, le distinte identità, storica e religiosa, delle antiche sedi episcopali di Reggio Calabria e di Bova, fuse nel 1986.

Le opere sono accolte in spazi tematici dedicati, tra gli altri: ai Frammenti della memoria, ove sono marmi sei-ottocenteschi appartenuti all’antica Cattedrale; al Tesoro delle Cattedrali, ove si espongono pregevoli argenterie sacre databili tra Cinque e Novecento; alle insegne che contraddistinguono la dignità e il ruolo del vescovo, ove risalta il ruolo dei singoli prelati in qualità di committenti di opere d’arte dal Quattrocento ad oggi; al rapporto tra Arte e devozione, con suppellettili e vesti liturgiche appartenute alle confraternite reggine, e tra Arte e culto dei Santi, con pregevoli reliquiari e corredi di immagini sacre.

Quali sono le opere di maggior valore artistico presenti nel museo?

Tra le opere più significative esposte, possiamo menzionare la Resurrezione di Lazzaro attribuita al pittore napoletano Francesco De Mura, allievo di Francesco Solimena (terzo decennio sec. XVIII); l’Ostensorio raggiato disegnato da Francesco Jerace nel 1928, in occasione del I Congresso Eucaristico regionale svoltosi a Reggio Calabria; il settecentesco Reliquiario a braccio di San Giovanni Theriste, le cui reliquie furono donate da Apollinare Agresta, abate del monastero italo-greco di Stilo, a monsignor Marcantonio Contestabile, vescovo di Bova dal 1669 al 1699; il Bacolo pastorale di mons. Antonio de Ricci, arcivescovo di Reggio dal 1453 al 1490, opera in argento e smalti di scuola napoletana; un Crocifisso in avorio donato alla Cattedrale dall’arcivescovo Alessandro Tommasini (1818–1826); pregevoli manufatti tessili appartenuti alla Confraternita dell’Immacolata nella chiesa della SS. Annunziata e, tra essi, un parato nobile in broccato di seta, opera di manifattura lionese (1735 circa).

Quali sono a suo avviso i punti d’eccellenza del Museo?

Consapevole che l’educazione museale non sia qualcosa “in più” da inserire facoltativamente nella vita di un Museo, bensì ne debba accompagnare e caratterizzare l’esistenza, il Museo diocesano ha posto da sempre al centro del proprio operare l’azione educativa, attivando ogni iniziativa per promuoverla, sostenerla e potenziarla.

I Servizi educativi museali, al riguardo, rivolgono alle Scuole dell’Infanzia, Primaria e Secondaria la proposta “Tutto un altro museo”, attività didattiche a tema e visite guidate; alle famiglie con bambini dai 4 ai 10 anni, nei mesi estivi, sono offerti i laboratori creativi “La Fabbrica dell’arte”, ideati con il fine di favorire la conoscenza “ludica” dell’arte e di proporre un’idea di Museo non come luogo polveroso e austero, bensì come spazio che sappia suscitare l’interesse per il Bello in modo attivo, stimolante e coinvolgente.

Ai Servizi educativi si devono anche proposte di arte e catechesi mirate, percorsi tematici legati ai diversi momenti dell’Anno Liturgico rivolti a bambini e ragazzi che si preparano alla Prima Comunione e alla Cresima e/o di età compresa tra i 7 e i 14 anni.

In tal modo, il Museo, per vocazione teso al recupero, alla conservazione e alla tutela del bene culturale, diviene anche e soprattutto spazio “speciale” di apprendimento e di educazione alla cultura, il “luogo nel quale è possibile formare cittadini consapevoli e attivi nel condividere e promuovere la trasmissione della memoria storica e l’espressione culturale”.

Qual è il rapporto del museo diocesano col territorio?

Il Museo diocesano di Reggio Calabria pone in essere ogni azione utile a promuovere conoscenza e valorizzazione delle proprie collezioni: in particolare, entro il 2015 il Progetto MyCultuREC, attuato in convenzione con l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, attraverso la realizzazione di un’App, utilizzerà la realtà aumentata per offrire ai visitatori informazioni e contenuti multimediali sulle opere esposte, registrando la visita e interagendo anche a distanza, informandoli di novità ed eventi che si promuovono nello spazio museale.

Nelle prossime settimane, attraverso il lancio di una campagna di crownfounding, il Museo diocesano darà avvio al Progetto Museum Children Ebook©, finalizzato alla realizzazione di un ebook sulle collezioni museali, accattivante per grafica e contenuti, e di un’App, entrambi destinati ai bambini dai 3 ai 10 anni.

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Il Pontefice passa poi a descrivere la visione cristiana della società e dello stato. Scrive Leone XIII: “Il vivere in una società civile è insito nella natura stessa dell’uomo: e poiché egli non può, nell’isolamento, procurarsi né il vitto né il vestiario necessario alla vita, né raggiungere la perfezione intellettuale e morale, per disposizione provvidenziale nasce atto a congiungersi e a riunirsi con gli altri uomini, tanto nella società domestica quanto nella società civile, la quale sola può fornirgli tutto quanto basta perfettamente alla vita”.

Sulla scia del tradizionale insegnamento aristotelico, il Papa ricorda che l’uomo è un “animale sociale”: egli da solo non riuscirebbe a sentirsi realizzato, né a livello spirituale, né a livello materiale. Egli dunque ha bisogno di istituzioni come la famiglia o lo stato perché la sua naturale vocazione alla relazione possa realizzarsi.

Dopo aver spiegato come l’origine divina della società, il Pontefice spiega che allo stesso modo è di origine divina l’autorità che alcuni esercitano perché la collettività persegua il suo fine: “E poiché non può reggersi alcuna società, senza qualcuno che sia a capo di tutti e che spinga ciascuno, con efficace e coerente impulso, verso un fine comune, ne consegue che alla convivenza civile è necessaria un’autorità che la governi: e questa, non diversamente dalla società, proviene dalla natura e perciò da Dio stesso. Ne consegue che il potere pubblico per se stesso non può provenire che da Dio”.

Per Papa Pecci, l’autorità nella società umana è così importante che addirittura è un riflesso dell’autorità divina. Meglio ancora, attraverso l’autorità umana è possibile scorgere il mistero della sovranità divina: “Così come nelle cose visibili Dio creò le cause seconde perché vi si potessero scorgere in qualche modo la natura e l’azione divina, e perché indicassero il fine ultimo al quale sono dirette tutte le cose, allo stesso modo volle che nella società civile esistesse un potere sovrano, i cui depositari rimandassero in qualche modo l’immagine della potestà divina e della divina provvidenza sul genere umano”.

In questo passaggio Leone XIII sembra instaurare un’analogia fra la “sacramentalità della natura” e la “sacramentalità del potere”: come per San Paolo attraverso le perfezioni della Creazione si può risalire alla perfezione del Creatore, così attraverso il potere degli uomini si può risalire a quello di Dio.

Queste espressioni sono particolarmente difficili da comprendere per noi uomini d’oggi abituati a vivere in un contesto democratico ed effettivamente Leone XIII sembra influenzato dal contesto storico nel quale viveva. Egli però non si lega in modo statico e definitivo ai modelli del passato e relativizza la forma dello stato in vista del bene comune. Egli accetta ogni forma di governo, purché questa miri al bene dei cittadini. Il documento apre di fatto a nuove forme di potere e di gestione dello stato, come quelle ispirate ai principi democratici: “Il diritto d’imperio, poi, non è di per sé legato necessariamente ad alcuna particolare forma di governo: questo potrà a buon diritto assumere l’una o l’altra forma, purché effettivamente idonea all’utilità e al bene pubblico”.

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Domenica 1 febbraio, nell’ambito del ciclo di conferenze intitolato “La bellezza della festa. Santi e Patroni di Bologna e altre feste” è stato illustrato lo sviluppo del tema iconografico della Trasfigurazione nel corso dei secoli. Ha guidato la spiegazione don Gianluca Busi, iconografo, membro della Commissione Diocesana per L’Arte Sacra di Bologna e animatore della Compagnia di San Giovanni Damasceno, il gruppo facebook che raccoglie tutti coloro che diffondono la cultura religiosa attraverso l’arte. Ora il video dell’evento è disponibile in rete.

Il sacerdote, mostrando alcuni mosaici, come quello nella Cappella Palatina, e dipinti, come quello di Teofane il Greco o quello di Andrej Rublëv, ha messo in evidenza la contrapposizione fra le rappresentazioni di Mosè ed Elia e quelle di Pietro, Giacomo e Giovanni, poiché, mentre i primi contemplano già la gloria di Dio, gli altri sono presi dai gemiti e dalle sofferenze della condizione umana. Questa condizione è condivisa da tutta la creazione che anela alla redenzione, come è possibile scorgere nelle raffigurazioni delle montagne e della vegetazione.

In occidende si afferma invece una rappresentazione della trasfigurazione più piana e descrittiva, come possiamo notare nelle opere di Duccio, del Beato Angelico, di Bellini, del Perugino di Lorenzo Lotto, di Raffaello e di Veronese.

Anche l’opera del Carracci, che appartiene alla Pinacoteca di Bologna, rappresenta la Trasfigurazione secondo le caratteristiche occidentali. In tale opera inoltre si può osservare l’influsso del pensiero del Cardinale Gabriele Paleotti, Arcivescovo di Bologna e grande teologo dell’immagine nel periodo della Riforma Cattolica insieme a Carlo Borromeo.

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Nel nostro Paese è sempre più crescente l’interesse verso le icone. Ne è prova il fatto che ogni anno se ne realizzano fra i 10.000 e i 15.000 esemplari: un numero davvero impressionante! Per conoscere più da vicino questo affascinante mondo, abbiamo intervistato Ivan Polverari, uno dei più noti iconografi italiani e membro della Compagnia di San Giovanni Damasceno, il gruppo facebook che raccoglie quanti sono interessati a diffondere la religione attraverso l’arte.

Come è nata questa passione?

E’ sempre molto difficile rispondere a questa domanda, sono convinto che siano le icone ad aver incontrato me, attraverso le situazioni e le molte persone che Dio ha messo sul mio cammino.

Il mio primo incontro è stato grazie ai racconti della prigionia, nell’isola di Rodi, di mio nonno materno. Mi narrava di come ogni giorno andasse in una piccolissima chiesa ortodossa, a portare, davanti ad una icona della Vergine, dei fiori dentro i bossoli delle munizioni, chiedendoLe il ritorno a casa sano e salvo, e così è stato.

Poi la vera e propria svolta è avvenuta all’età di 12 anni. Ricordo che stavo guardando un programma televisivo su di un monastero greco, la telecamera si posò su un’icona della Vergine con il Bambino: quei pochi fotogrammi, in cui i Suoi occhi si posarono sui miei, hanno segnato tutta la mia vita.

In ultimo, vorrei ricordare i miei maestri, a cominciare dal mio professore di educazione artistica della scuola media, il Prof. Biagiotti di Urbino, che per primo intuì una mia propensione per l’arte medioevale.

Inoltre, il primo corso a Ravina di Trento, nel 1992, con il maestro Fabio Nones, il contatto epistolare tenuto con suor Junia, iconografa del Monastero russo Uspenskij di Roma e, infine, i corsi con il Maestro P. Andrey Davidov.

La sua attività iconografica si ispira soprattutto alle icone romane. Perché proprio questa scelta ? Potrebbe ricordare ai nostri lettori quali sono e dove si trovano?

Nel mio percorso di studi, mi sono accorto di come l’arte bizantina, a cui era ed è rivolto tutto il mio interesse, non provenisse dal nulla ma avesse come retroterra, formale e culturale, l’arte classica.

Fu proprio il maestro Davidov, che mi fece scoprire quanto fosse grande e splendido il deposito iconografico italiano: a cominciare dall’arte paleocristiana, proseguendo con gli splendidi mosaici Ravennati e, continuando, con tutta la stagione pittorica medioevale.

Attraverso questo itinerario mi sono sempre più convinto di quanto fosse importante il patrimonio artistico della Chiesa Indivisa, a cui sempre più spesso guardano anche le Chiese Ortodosse.

A quell’infinto tesoro dovevo attingere, per poter proporre icone, che non fossero soltanto il prodotto di un “pio esercizio pittorico” o di un esotismo di moda, ma immagini efficaci e riconoscibili adatte per la preghiera liturgica del popolo di Dio, che è a Roma, inserite in un contesto che non è confessionalmente Ortodosso.

Così sono partito dall’arte russa, che mi ha iniziato alla pittura delle icone, e, a ritroso, sono arrivato alla grande stagione pittorica di Roma. Ora, nel mio modo di dipingere, si possono notare i riferimenti al mondo classico, tardo ellenistico e paleocristiano. La conoscenza delle Icone Romane più antiche, dei mosaici e degli affreschi sono per me una continua fonte di ispirazione.

Vorrei ricordare, brevemente, le sei Icone più antiche dell’Urbe e alcuni affreschi situati in alcune Basiliche e Catacombe: l’icona della Madre di Dio “Hodigitria”, (ultimo quarto del VI sec.), conservata presso la Basilica di Santa Maria Nova o Santa Francesca Romana; l’immagine della “Madre di Dio Hodigitria” (609 c.a.), conservata nella Chiesa di Santa Maria ad Martyres (Pantheon); la Madonna di San Sisto o Santa Maria in Tempuli, (sec. VII-VIII), venerata presso la Chiesa del Monastero di Santa Maria del Rosario a Monte Mario; l’icona della Madonna della Clemenza, (fine VI, inizi VIII sec.), venerata nella Basilica di Santa Maria in Trastevere; l’Icona della Madre di Dio, conosciuta come “Salus Populi Romani” (circa del VII sec.) con ridipinture del XII e XIII sec., venerata presso la Basilica di Santa Maria Maggiore.
Infine l’Icona di Cristo detto “Acheropita Lateranense” (circa del sec. VI-VII), venerata nel Sancta Sanctorum in Laterano.

Per quanto riguarda i Mosaici vorrei ricordare quelli della Basilica dei Santi Cosma e Damiano, (sec. VI), di Santa Prassede, (sec. VIII), di Santa Maria in Domnica, (sec. VIII), e di Santa Pudenziana, (sec. VI).

Meravigliosi sono gli affreschi, riportati all’originale splendore da un recente restauro, della Basilica di Santa Maria Antiqua al Foro Romano,( sec. V-VII), e quelli che si trovano nelle Catacombe di Comodilla,(527-528).
L’elenco è indubbiamente incompleto, anche perché il patrimonio iconografico romano, paleo cristiano e altomedievale, è vastissimo.

È coinvolto in attività volte a far conoscere la spiritualità delle icone?

Si, sono co-fondatore, insieme agli iconografi Alfonso Caccese, Antonio De Benedictis, Claudia Rapetti , all’Architetto Diego Sabatino e al Rev. Don Domenico Repice, dell’associazione “In Novitate Radix”. Ci occupiamo dello studio, della rivalutazione e della attualizzazione del patrimonio iconografico cristiano, romano e altomedievale, attraverso incontri, scambi e cooperazioni tra iconografi e docenti delle diverse Università Pontificie presenti a Roma.

Pur partendo da esperienze differenti, siamo giunti alla conclusione della necessità di dare un fondamento, non soltanto tecnico, ma anche culturale, al nostro operato di iconografi, per poter proporre un’arte sempre più autenticamente Cristiana legata alla Scrittura, alla Liturgia e ai Padri.

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All’inizio di dicembre abbiamo dato vita alla Compagnia di San Giovanni Damasceno che raccoglie insegnanti di religione, musei diocesani, iconografi, esperti di iconologia e quanti sono interessati a far conoscere la religione attraverso l’affascinante mondo dell’arte. La convinzione dell’importanza di questa piccola, ma speriamo significativa, esperienza si rafforza quando leggiamo notizie come quella riportata da Tempi.

Stando a quanto descritto dalla testata milanese, il tribunale amministrativo di Grenoble (Francia) ha stabilito la rimozione di una statua della Madonna sita presso un parco nella cittadina di Publier, perché violerebbe la laicità dello stato.

La vicenda appare del tutto paradossale poiché “la statua e il terreno su cui poggia sono stati comprati dalla parrocchia”, come assicura un sacerdote del piccolo paesino. Dunque non siamo solo davanti a un caso di furia iconoclasta, ma addirittura di violazione della proprietà privata.

A intentare la causa contro la pericolosissima (per la laicità francese!) statua della Madonna è stata la Federazione del Libero Pensiero, che già dal nome fa capire in che modo, purtroppo, oggi tante persone intendano la libertà!

È preoccupante che un fatto del genere accada non in una remota parte del mondo, ma nella civilissima Francia. Effettivamente, se la statua verrà rimossa, non sarà difficile vedere in questo episodio un parallelismo con quanto accaduto nel 2001 in Afganistan, dove i talebani distrussero le gigantesche e antichissime statue di Buddha.

E un ulteriore parallelismo si può vedere proprio nella vita di San Giovanni Damasceno, che può essere considerato il primo teologo dell’immagine, al quale abbiamo dedicato la nostra Compagnia. Infatti, il nostro scrisse parecchio in favore delle sacre immagini, poiché il loro culto era mal sopportato dall’Imperatore Romano d’Oriente Leone III Isaurico.

Allora, come oggi, il potere civile commetteva una grave ingerenza nella sfera religiosa. Allora, come oggi, è necessario promuovere o, come in questo caso, difendere la bellezza, perché ad essere messa in discussione è la nostra stessa civiltà.

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ROMA – Via del Corso è la strada principale del centro di Roma. Chi la percorre in direzione sud vede stagliarsi sullo sfondo l’Altare della Patria, l’opera che celebra l’unità d’Italia e Vittorio Emanuele II, suo primo re.

La storia di questo monumento, che proprio da Vittorio Emanuele II prende anche il nome di “Vittoriano”, è abbastanza curiosa e va inquadrata nella storia dei rapporti fra lo stato italiano e la chiesa cattolica.

Come è noto, Vittorio Emanuele II portò a compimento l’unità d’Italia, facendo scomparire dal palcoscenico della storia il millenario Stato della Chiesa. Inoltre, durante il suo regno, il parlamento italiano varò una serie di leggi anticlericali. Insomma, in poche parole, fra Stato e Chiesa, durante il Risorgimento, e negli anni successivi, non correva affatto buon sangue.

Quando Vittorio Emanuele II morì nel 1878, si pensò subito di ricordare il Padre della Patria con un imponente monumento. In quel clima di frizione al quale si accennava, lo Stato combatteva la sua battaglia anticlericale anche a livello simbolico e per questo fu bandito un concorso per la costruzione del Vittoriano che doveva essere realizzato come “un complesso da erigere sull’altura settentrionale del Campidoglio, in asse con la via del Corso; una statua equestre in bronzo del re; uno sfondo architettonico di almeno trenta metri di lunghezza e ventinove d’altezza, lasciato libero nella forma ma atto a coprire gli edifici retrostanti e la laterale basilica di Santa Maria in Aracoeli“.

Come si può notare, le imponenti dimensioni dell’opera, oltre a celebrare il Padre della Patria, dovevano oscurare la retrostante basilica di Santa Maria in Aracoeli, la chiesa che, prima dell’edificazione del Vittoriano, dominava la città ed era ben visibile da Via del Corso.

Il nome dell’Aracoeli ha un particolare significato. Deriva infatti da una leggenda che narra come l’imperatore Augusto abbia visto in questo luogo la Madonna che gli diceva: “Questo sarà l’altare (ara) del Figlio di Dio”, volendogli così indicare la fine del paganesimo e la venuta del cristianesimo.

Risulta dunque ancora più chiara l’intenzione dei banditori del concorso: sostituire il cristiano Altare di Dio con il laico Altare della Patria. Il monumento dava anche significativamente le spalle all’edificio sacro, come a dire che la nuova Italia si sarebbe dovuta lasciare alle spalle la sua storia religiosa.

Concludiamo col le significative parole di Primo Levi che, qualche anno prima dell’inaugurazione ufficiale avvenuta il 4 giugno 1911 ad opera di Vittorio Emanuele III, scrisse che “L’Italia era nell’obbligo di elevare la terza Roma vicino alle due prime”: nelle intenzioni della monarchia, attraverso il simbolismo del Vittoriano, la “Roma Sabauda” avrebbe dovuto superare in fasto la “Roma Imperiale” e la “Roma Papale”.

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