Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: febbraio 2013

STORIA – Correva l’anno 1943. La Germania era nel pieno della seconda guerra mondiale. Il popolo tedesco, ubriacato dall’ideologia nazista si stava macchiando dei più atroci delitti. Eppure non tutto il popolo era dalla parte del feroce dittatore. Non pochi ebbero il coraggio di opporsi a quello che stava accadendo: uomini di chiesa, sia cattolici che luterani, militari e semplici cittadini. Fra questi ricordiamo Sophie Scholl, suo fratello Hans e il loro amico Christoph Prost, tutti e tre uccisi dal regime nazista proprio 70 anni fa.

Hans era nato nel 1918. All’età di 15 anni si era iscritto alla Gioventù Hitleriana, allontanandosene in seguito visto che il suo spirito, aperto anche alle culture e alle tradizioni non germaniche, era incompatibile con quella “istituzione”. Sua sorella Sophie era più giovane di lui di tre anni. Nel 1942 si iscrisse alla stessa università frequentata da fratello. Christoph era nato nel 1919 ed era compagno di studi di medicina di Hans. Si era sposato giovanissimo ed era diventato padre. Questi tre giovani avevano due cose in comune: un’educazione solida ricevuta dalle rispettive famiglie e una forte coscienza religiosa.

Questi e altri giovani universitari di Monaco, insieme al loro professore Kurt Huber, diedero vita a un piccolo ma significativo moto di resistenza al regime. Questo gruppetto, più un manipolo di amici che una vera e propria organizzazione, stampò 6 volantini contro il regime fra il giugno del 1942 e il febbraio del 1943. Ogni volantino era firmato: La Rosa Bianca

In un primo momento i volantini furono distribuiti in clandestinità nella Germania del sud e in Austria, dove i membri del “La Rosa Bianca” pensavano di trovare maggior consenso. Mossi però dall’idealismo e da un pizzico di imprudenza tipicamente giovanili, i fratelli Scholl il 18 febbraio si recarono nella loro Università, la Ludwig Maximilian di Monaco, e mentre si stavano svolgendo le lezioni salirono sulle scale del grande androne e al suono della campanella gettarono giù il loro sesto volantino affinché fosse visto dal maggior numero possibile di studenti.

Furono visti e bloccati da un bidello dell’Università che li consegnò alle autorità. Il 22 febbraio vennero processati dal Tribunale del Popolo, presieduto da una delle figura più inquietanti del regime: Roland Freisler. Si trattava di un processo farsa la cui sentenza era già scritta. Freisler mise in scena il solito copione che recitava durante ogni udienza contro i dissidenti. Sbraitò e infierì, come suo solito, contro gli accusati, cercando di intimorirli e di generare in loro sensi di colpa perché, diceva, mentre i soldati stavano combattendo al fronte, la Rosa Bianca fiaccava le energie del popolo tedesco sul fronte interno. Rimproverava loro anche il fatto si studiare nelle scuole dello Stato e di agire contro di esso.

Sophie, Hans e Chrisoph non si lasciarono impaurire e si assunsero tutte la responsabilità. Il tribunale li condannò a morte, senza nessuna pietà e riguardo per la loro giovane età. Tutti e tre vennero ghigliottinati nella fortezza Stadelheim di Monaco.

Questa bella storia di coraggio e di fedeltà all’umano è raccontata nel film “Sophie Scholl- La Rosa Bianca” uscito nel 2005 e diretto da Marc Rothemund.

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SCUOLA – Siamo a febbraio e in questo periodo molte famiglie stanno prendendo visione delle pagelle scolastiche per vedere i risultati dei propri figli. Anche se apparentemente può sembrare scontato, è utile sottolineare l’importanza che questo documento ha, sia per la formazione degli alunni che per le aspettative dei genitori. È così importante che ogni eventuale variazione di modelli precedentemente adottati deve passare al vaglio del Collegio dei Docenti, la massima autorità scolastica di un istituto, subito dopo quella del Dirigente Scolastico.

Quello che qui ci interessa analizzare è la scheda di valutazione per l’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) e per l’Attività Alternativa (AA)

Per avere una visione completa di quello che stiamo per descrivere, facciamo un passo indietro. All’atto di iscrizione le famiglie sono chiamate a scegliere, mediante un primo modello, se intendono avvalersi o meno dell’IRC. Solo a coloro che scelgono di non avvalersi dell’IRC viene fornito un secondo modello, dove i genitori dovranno specificare cosa intendano far fare ai loro figli. Le opzioni, valide per tutti gli alunni delle scuole di ogni ordine e grado, sono 4: si può scegliere di far frequentare l’attività alternativa che deve essere impartita e valutata da un docente; c’è la possibilità di svolgere uno studio individuale senza docente (tale attività non richiede valutazione); si può chiedere di studiare con l’assistenza di un insegnante (anche tale attività non va valutata) o si può addirittura scegliere di uscire dall’istituto.

Da quanto appena detto si evince che solo l’IRC e l’AA vadano valutate. A tal proposito, molte scuole hanno scelto di adottare una scheda di valutazione “bivalente”, valida cioè sia per chi si avvale dell’IRC sia per gli alunni che frequentano l’AA. Questo modello però, a nostro giudizio, non rispetta la reale collocazione dell’IRC all’interno dell’ordinamento scolastico così come il legislatore l’ha previsto.

Infatti il genitore che riceve tale documento di valutazione in mano percepisce, in maniera erronea, che l’IRC e l’AA siano sullo stesso piano, ma le cose non stanno così. Vediamo perché.

- L’IRC è una vera e propria materia al pari delle altre. La scuola è obbligata a proporre l’IRC, mentre, se ad esempio nessuno la scegliesse, non è obbligata ad organizzare l’AA.

- Per insegnare l’IRC c’è bisogno di una specifica laurea in scienze religiose o in teologia, mentre non esiste nessuna laurea in AA.

- Di conseguenza, non esiste nessuna classe di concorso per l’AA.

- L’IRC ha dei programmi nazionali, mentre il programma dell’AA viene approvato all’inizio dell’anno scolastico dal Collegio dei Docenti, solo se ci sono famiglie che ne facciano richiesta per i loro figli.

Alla luce di quanto detto, sembra anche illogica la scelta del metro di valutazione riportato sul fondo della pagella: giudizi sintetici per l’IRC (OTTIMO, DISTINTO, BUONO, SUFFICIENTE, NON SUFFICIENTE) e voti numerici, come si usa per le altre materie, per l’AA (10,9,8,7,6,5).

In altri istituti si è invece scelto di inserire la valutazione dell’AA insieme alle altre materie. Ma se l’IRC, che è una materia, viene valutata su una scheda a parte, perché la la valutazione dell’AA, che non è una materia, deve trovare posto accanto alle altre materie? Anche questa scelta ci sembra quindi immotivata e illogica.

Per valutare l’IRC e l’AA, l’unico modo corretto e rispondente alla vigente normativa scolastica ci sembra il seguente: si devono redigere due distinti documenti, uno da consegnare alle famiglie degli alunni che si avvalgono dell’IRC e un altro per le famiglie degli alunni che seguono l’AA.

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ROMA – Ricorre oggi l’ottantaquattresimo anniversario della firma dei Patti Lateranensi che posero fine alla Questione Romana e siglarono una storica pace fra la Chiesa Cattolica e lo Stato Italiano. Per riflettere sull’importanza e sull’attualità di quell’evento, abbiamo intervistato uno dei massimi esperti italiani nelle questioni che riguardano i rapporti Stato-Chiesa: Giuseppe Dalla Torre. L’insigne giurista è nato a Roma il 27 agosto 1943. Alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 è stato segretario della delegazione italiana che, insieme a quella vaticana, ha lavorato per la revisione del Concordato. È stato Presidente Nazionale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani. Ha insegnato in varie Università Romane concentrando la sua attività di docente nell’ambito della storia e dei sistemi delle relazioni fra Stato e Chiesa. È attualmente Magnifico Rettore dell’Università LUMSA e Presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano.

Egregio Professore, ricorre oggi l’ottantaquattresimo anniversario della firma dei Patti Lateranensi. Cosa è ancora oggi permanentemente valido e cosa invece potrebbe essere modificato o migliorato?

Resta valido, naturalmente, il principio che ispira i Patti e che poggia sulla distinzione fra l’ordine proprio della Chiesa e quello proprio dello Stato; così pure resta valido il principio di una sana collaborazione, non per compromissioni che confondano religione e politica, ma per rendere un servizio migliore alla persona umana. Come noto, i Patti Lateranensi sono costituiti da un Trattato e da un Concordato. Orbene, il Trattato ha dato una soluzione definitiva al problema della garanzia di libertà del Papa nell’esercizio della sua missione di governo della Chiesa universale; tale soluzione ha dato buona prova di sé. Il Concordato, poi, è stato già rivisto nel 1984 e non mi pare che ci siano al momento esigenze di modifiche o di aggiornamenti. Semmai si potrebbe osservare che talora nella prassi, soprattutto giurisprudenziale, non sempre la lettera delle sue disposizioni appare pienamente osservata, come invece dovuto per solenni impegni assunti dallo Stato in sede internazionale.

I Patti Lateranensi, dopo lungo dibattito parlamentare, sono entrati a farparte della nostra Costituzione. Nell’articolo 7 si afferma, fra l’altro, che Chiesa e Stato sono nel loro ordine indipendenti e sovrani. Firme importanti del giornalismo italiano e volti noti della cultura e dello spettacolo hanno erroneamente accostato questo articolo al motto di Cavour ”Libera Chiesa in Libero Stato”. Può fare qualche precisazione?

La famosa espressione del Cavour, che ha avuto una influenza incredibile nella cultura e nel pensiero politico del nostro Paese, sembra formalmente rappresentare un principio autenticamente liberale, ma a ben vedere esprime una concezione ancora giurisdizionalista dello Stato, per la quale cioè la Chiesa è nello Stato e sotto lo Stato, con la conseguenza che questo è legittimato ad introdursi nella vita interna della Chiesa con provvedimenti legislativi, amministrativi e persino giurisdizionali. Se volessimo tradurre il principio di cui al primo comma dell’art. 7 della nostra Costituzione parafrasando la formula del Cavour, dovremmo invece dire “Libera Chiesa e libero Stato”.

Quali sono i campi d’azione dove Chiesa e Stato riescono a collaborare meglio?

Credo nell’ambito dei servizi alla persona, nelle azioni di solidarietà, dove lo Stato può predisporre – a livello normativo ed amministrativo – le condizioni più favorevoli perché la galassia del volontariato cattolico – e non solo questo – possa svolgere nel modo migliore ed in maniera più efficace il suo servizio. Un servizio che solo il volontariato può realmente umanizzare e vivificare, grazie al carisma che lo anima e lo sollecita verso chi ha bisogno.

Qual è secondo lei il futuro della religione nell’Europa sempre più secolarizzata?

Non è facile fare previsioni, eppure non sono pessimista.p Innanzitutto perché penso che, come sempre è avvenuto in tutti i campi della storia umana, quando si giunge a toccare il fondo si produce poi una forza reattiva verso l’alto. Fuor di metafora, credo che l’Europa, e più in generale tutto l’Occidente, si accorgerà pian piano che la conquista di verità parziali – nella scienza, nella tecnologia, nell’economia, nei mass-media ecc. – non porta al bene dell’uomo, se non vi è un orientamento verso la Verità ultima. E poi non si deve dimenticare che il grande fenomeno immigratorio porta – e non solo con l’islam – ad una trasfusione di sentire e di pratiche religiose nel corpo secolarizzato delle nostre società.

Quale sarà il maggiore contributo che i politici di ispirazione cristiana potranno offrire nella prossima legislatura?

Credo che il contributo maggiore – che sarà per loro anche l’impegno più arduo, se vorranno davvero essere uomini impegnati in politica da cristiani – verrà dalla capacità di dialogo con le altre posizioni culturali ed ideologiche. Un dialogo che non è mero irenismo, ma che è capacità di confronto sereno e fermo, per dimostrare e far comprendere che le posizioni della Chiesa nei vari campi – si pensi fra tutti quello bioetico – non sono diretti a volere l’imposizione per legge a tutti di precetti religiosi, ma intendono contribuire ad affinare la ragione, con argomenti di ragione e non di fede, su ciò che risponde veramente alla natura dell’uomo ed alla sua dignità.

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FIRENZE – Dopo aver parlato  di come i sette vizi capitali sono stati rappresentati da Hieronymus Bosch, illustriamo ora come vengono raffigurate le 7 virtù. Aiutiamoci con i dipinti di Piero del Pollaiolo e Sandro Botticelli (autore della sola Fortezza), attualmente conservati nella Galleria degli Uffizi e originariamente pensati per decorare il Tribunale della Mercanzia di Piazza della Signoria a Firenze.

È fondamentale che nella catechesi si punti più sugli aspetti positivi che su quelli negativi. È tanto facile descrivere (e fare) ciò che è male, quanto è difficile parlare (e fare) del bene. Dobbiamo fare nella nostra pastorale invece una sorta di conversione, una vera e propria metanoia (=cambio di mentalità) di evangelica memoria e sforzarci di parlare del bene.

Ricordiamo che le sette virtù si dividono in teologali e cardinali. Le prime sono tre e vengono così chiamate perché sono infuse direttamente da Dio e hanno Lui come “oggetto”, le rimanenti vengono chiamate cardinali perché sono il cardine di tutte le altre. Tutte vengono rappresentate da figure femminili con particolari attributi iconografici.

Partiamo dalla Fede. Viene rappresentata da una donna che regge in una mano il calice e la patena (spesso si vede l’ostia), mentre nell’altra brandisce una croce. Il suo colore caratteristico è il bianco

La Carità è rappresentata da una donna che allatta il suo bambino (spesso si trovano anche altri pargoli che attingono al seno materno). Nell’altra mano la Carità regge una fiamma, simbolo dell’amore ardente e disinteressato verso il prossimo. Il suo colore caratteristico è il rosso

La Speranza è una donna vestita di verde con le mani giunte e lo sguardo rivolto verso il cielo da dove attende la salvezza. Anche se in questo dipinto manca, il suo caratteristico attributo iconografico è l’ancora dando così rappresentazione alle parole della Sacra Scrittura che in Eb 6,19 afferma: “In essa (cioè nella Speranza) noi abbiamo come un’ancora della nostra vita, sicura e salda”. La forma dell’ancora infine ricorda la croce, speranza di ogni credente.

Passiamo ora alle virtù cardinali iniziando dalla Fortezza. È rappresentata come una donna che indossa un’armatura necessaria per il combattimento contro il male e il conseguimento del bene. Regge in mano uno scettro, simbolo della nobiltà di chi esercita questa virtù. In genere nelle rappresentazioni della virtù compare anche la colonna che sostiene chi vuole essere forte.

La Giustizia tiene in mano il globo, mentre nell’altra regge una spada con la quale applica in modo imparziale le sentenza. Al posto del globo molto più frequentemente si trova la bilancia, simbolo di equità.

La Temperanza è simboleggiata da una donna che stempera il vino con l’acqua.

Infine abbiamo la Prudenza che regge in mano uno specchio col quale si guarda alle spalle. Tale attributo iconografico deriva dal passo del Libro della Sapienza che dice: “La sapienza è uno splendido riverbero della luce eterna, specchio puro dell’attività di Dio, immagine della sua bontà” (Sap 8,26).  Nell’altra mano la Prudenza regge un serpente. Anche questo attributo deriva dalla Sacra Scrittura e precisamente dal passo evangelico di Matteo dove Gesù afferma: “Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe” (Mt 10,16).

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Oggi 2 Febbraio la Chiesa celebra la Presentazione di Gesù al Tempio. Tale festa ha la sua origine nel vangelo di Luca, quello che ci fornisce maggiori informazioni sull’infanzia di Gesù. Al secondo capitolo, l’evangelista ci dice che, passati 40 giorni dalla sua nascita, Giuseppe e Maria portarono loro figlio nel Tempio di Gerusalemme per offrirlo a Dio, secondo quanto stabiliva la legge ebraica. Giuseppe offrì a Dio una coppia di giovani colombi e il bimbo Gesù venne preso in braccio da due anziani: Simeone e Anna

Se si legge il passo evangelico si noterà con estrema facilità che Luca insiste molto sul fatto che tutto avviene secondo la legge del Signore. A chi ha una buona familiarità con la Sacra Scrittura non sfuggirà la somiglianza con un passo dell’Antico Testamento, Es 40,16-38, dove si narra che la GLORIA di Dio prende possesso del Tabernacolo degli Ebrei e si manifesta sotto forma di LUCE. All’interno del Tabernacolo degli Ebrei c’era l’Arca dell’Alleanza che a sua volta conteneva le Tavole della Legge. Essa era dunque l’oggetto più sacro della religione ebraica, soprattutto perché era considerata il trono di Dio sulla terra e quindi un segno della sua Presenza (Shekhinah) in mezzo al popolo di Israele.

Questa Arca dell’Alleanza era scomparsa dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme ad opera dei babilonesi. Quando il Tempio in seguito venne ricostruito, esso era dunque vuoto. E vuoto era anche al tempo di Gesù.

Ecco allora che l’evangelista vuole presentare Maria come l’Arca della Nuova Alleanza e Gesù come la Nuova Legge di Dio. Luca ci sta insomma descrivendo l’ingresso della Nuova Arca dell’Alleanza, di cui l’Antica era solo una prefigurazione, nel Tempio di Gerusalemme. Ed è Gesù il “luogo” della nuova e definitiva Presenza di Dio fra gli uomini. In lui infatti, come dirà l’apostolo Paolo in Col 2,9, abita corporalmente la divinità. Anche nelle parole del vecchio Simeone si può sentire l’eco del passo vetero-testamentario; egli infatti parla di Gesù come di una “LUCE per illuminare le Genti e GLORIA di Israele”.

Questo bambino, ci fa capire il Vangelo, è di capitale importanza sia per gli ebrei, sia per le genti (i non ebrei), ovvero per tutta l’umanità, perché egli, secondo le stesse parole del vecchio Simeone che lo abbraccia, è “la salvezza preparata da Dio per tutti gli uomini”, non solo come individui, ma anche come popoli. Ed effettivamente la diffusione del vangelo nel mondo ha straordinariamente migliorato, pur con tutti i limiti umani, la condizione degli uomini, in ogni campo. Il cristianesimo infatti, lo abbiamo ripetuto parecchie volte sulle colonne del nostro giornale, è stato determinante per il riconoscimento dell’uguaglianza di tutti gli uomini, per la cura dei malati, per la valorizzazione dei bambini, delle donne e dei malati, per la nascita della scienza, per lo sviluppo delle arti e molto altro.

È per questo motivo che nella liturgia di oggi in chiesa accendiamo le candele, per ricordare a tutti noi che la luce di Cristo rischiara la vita di tutti gli uomini e di tutti i popoli. Dall’uso di accendere le candele deriva anche il nome popolare col quale questa festa viene chiamata: Candelora.

Siccome Simeone ed Anna erano sempre nel Tempio, la Chiesa dedica questa ricorrenza ai religiosi e ai consacrati, cioè a tutte le persone che hanno deciso di dedicare tutta la loro vita a Gesù, seguendolo sulla strada dei consigli evangelici di povertà, castità ed obbedienza.

Questa è anche l’ultima festa del ciclo natalizio e proprio in questo giorno nelle chiese si smontano i presepi.

La Presentazione al Tempio, da non confondere con la circoncisione di Gesù e l’imposizione del nome che cadono il primo gennaio (otto giorni dopo Natale), viene rappresentata spessissimo nell’arte. In questo tipo di raffigurazione vengono rappresentati Giuseppe mentre ha in mano una coppia di colombi, Maria, Simeone che regge in braccio, coprendosi le mani in segno di rispetto, il piccolo Gesù e la profetessa Anna.

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