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Archivi del mese: luglio 2013

GMG – Lo vediamo spesso in televisione, stampato su magliette e gadget dei giovani che stanno partecipando alla XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù.   Stiamo parlando del logo della straordinaria manifestazione che raccoglie centinaia di migliaia di giovani cattolici provenienti da ogni parte del mondo. Ma chi lo ha “inventato”? L’Ancoraonline ha contattato Gustavo Huguenin, il giovane ideatore del logo, e lo ha intervistato.

Quanti anni hai e quali studi hai fatto?

Ho 27 anni e studiato Graphic Design.

Fai parte di qualche movimento religioso?

Sì! Io faccio parte del Rinnovamento Carismatico Cattolico, attraverso il gruppo di preghiera e di azione nella comunicazione del movimento.

Come è nato il logo della giornata mondiale della gioventù?

La creazione ha avuto il suo inizio nella preghiera, ho chiesto l’aiuto dello Spirito Santo, meditando il passo biblico “Andate e ammaestrate tutte le nazioni”(Mt 28,19). L’opera, dal concepimento fino alla consegna del materiale, è durata circa 10 giorni.

Quante persone hanno proposto un logo per la giornata mondiale della gioventù?

Ci sono stati più di 200 i partecipanti al concorso provenienti da molti paesi. Poi i loghi dei 5 finalisti sono stati inviati in Vaticano per la scelta del vincitore

Quando hai saputo che il tuo logo era stato scelto per la giornata mondiale della gioventù?

All’inizio dell’anno 2012 mi hanno invitato ad andare al comitato GMG e mi hanno dato questa incredibile notizia .

Quali sono state le tue emozioni?

Sono stato molto contento di sapere che il mio lavoro sarebbe stato così importante. Non ho fatto in tempo a digerire questa bella notizia che già durante quella prima settimana ho potuto vedere l’impatto di questo. Migliaia di pellegrini indossano oggi la maglia col logo. Molti altre cose che i pellegrini usano sono legate al logo, dalle magliette, agli orecchini, alle collane. Molti si sono ispirati al logo e c’è chi è venuta a farsi un taglio di capelli con il disegno del simbolo! Ho visto anche autoadesivi con il logo e una torta di compleanno!

Hai avuto modo di incontrare personalmente papa Francesco in questi giorni?

Venerdì 26, ho avuto l’opportunità attesa per oltre 18 mesi. Ho sempre detto che incontrare il Papa sarebbe stato il premio più grande! Quando il mio logo fu scelto, mi aspettavo di incontrare Papa Benedetto XVI, che ammiro e verso il quale continuo ad avere un amore filiale. Oggi il Papa è Francesco,  e sono stato accolto con il suo sorriso caldo e sincero e con la sua gioia contagiosa.

Cosa vi siete detti?

Ero un un po’ nervoso e la cosa che mi preoccupava di più era mostrare il mio affetto per lui. Gli ho baciato la mano e gli ho chiesto la sua benedizione. Gli ho regalato una carta con il logo della GMG. Quando ha visto il simbolo, ha sorriso e ha detto: “Bellissimo! Che creatività!”. E io ho gli ho risposto: “Santo Padre, questo simbolo rappresenta la gioventù che è venuta alla GMG, è il cuore che riceve l’abbraccio di Gesù”.

Come sta vivendo la giornata mondiale della gioventù il ragazzo che ne ha inventato il logo?

Ho lavorato per oltre un anno nel comitato organizzatore locale, coordinando il team e i progetti di design. È stato un lavoro piuttosto intenso e impegnativo, ma ricompensato dal vedere che ci sono i valori cristiani e tanti giovani in cerca di Dio in tutto il mondo.

Puoi spiegare ai nostri lettori il significato del logo?

Sulla base del brano del Vangelo di Matteo (capitolo 28), il simbolo esprime un riferimento a due persone: Gesù e il discepolo. In questo episodio, Gesù si incontra con i suoi discepoli su una montagna, proprio come avviene presso la statua del Cristo Redentore, simbolo universale della città di Rio de Janeiro. Attorno a questa immagine si forma un cuore, che rappresenta tutto l’uomo e ha senso come il centro, così come Rio de Janeiro ospiterà tutte le nazioni.

Il riferimento al discepolo è presente nella composizione del cuore con Cristo, così come quelli che hanno Gesù nel cuore. Il nostro popolo ha un cuore caldo e generoso, che ha la sua essenza nella fede in Cristo.

La parte superiore, verde, si ispira ai tratti di Pan di Zucchero, simbolo della nostra meravigliosa città, e la croce in essa contenute, rafforza il senso del territorio brasiliano conosciuto come “Terra di Santa Cruz”.

Puoi lasciare un indirizzo email per coloro che eventualmente fossero interessati a contattarti per lavoro?

Il mio indirizzo email è: gustavo@inspiratodesign.com

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Abbiamo detto nel precedente articolo che molto tempo passò prima che la tela che oggi vediamo posta sopra l’altare principale potesse esservi collocata.

Caravaggio aveva terminato le due tele che raffiguravano “La vocazione di San Matteo” e “Il martirio di San Matteo” (tela della quale parleremo nella prossima puntata) quando gli eredi del cardinale Matteo Contarelli fecero collocare sopra l’altare della cappella il gruppo scultoreo che oggi possiamo ammirare nella chiesa della Trinità dei pellegrini. Esso rappresenta un angelo che col braccio sinistro regge un calamaio mentre col destro indica il cielo a significare l’origine divina delle parole che San Matteo sta per scrivere nel suo Vangelo. L’evangelista è seduto su uno scranno e viene come sorpreso alle spalle dall’angelo a significare l’alterità dell’azione divina nei confronti dell’uomo.

Per chi osserva l’opera, la mano che regge la penna con la quale l’evangelista sta per scrivere è in una posizione media fra l’angelo e il libro. Con questo particolare l’artista ha espresso la posizione che l’agiografo ha nella storia della salvezza: egli si trova a metà strada fra l’angelo che lo ispira e il libro che egli consegnerà alla comunità cristiana. I vangeli non sono scesi dal cielo, allo stesso modo in cui il Corano è sceso dal cielo per i musulmani: essi sono testi ispirati da Dio, ma scritti con le mani e con la testa degli uomini di cui Dio si è servito; si può dire che in un certo senso vale per la composizione delle Sacre Scritture lo stesso principio del rapporto Grazia divina-responsabilità umana del quale abbiamo parlato a proposito della precedente tela. Per i cattolici, a differenza dei protestanti, non vale il principio della “Sola Scriptura”, essa è sempre annunciata e interpretata dalla Chiesa in linea con le parole di Sant’Agostino: “Non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della Chiesa cattolica” (cfr. Sant’Agostino, Contra epistulam Manichaei quam vocant fundamenti, 5, 6).

Dunque a un livello teologico l’opera dell’artista fiammingo rispondeva perfettamente alle esigenze del tempo. Perché dunque è stata rimossa? Molto probabilmente perché accanto a due opere di Caravaggio gli spettatori potevano avvertire qualcosa di “stonato”, un’opera scultorea forse si inseriva male fra due opere su tela e ne spezzava l’unità. Fu così che i committenti nel 1602 decisero di rimuoverla e di commissionare a Caravaggio anche la tela che doveva sovrastare l’altare.

Come dicevamo nella precedente catechesi della bellezza, quest’opera venne giudicata inopportuna: l’angelo faceva tutto un corpo con San Matteo non evidenziando l’origine divina della Sacra Scrittura e in più guidava materialmente l’evangelista nella stesura del Vangelo e una tale immagine non rendeva bene la visione cattolica sull’ispirazione delle Scritture; l’evangelista sembrava una sorta di burattino nelle mani dell’angelo che figurava così come l’unico autore del vangelo a scapito della componente umana. L’opera, come dicevamo, fu acquistata da Vincenzo Giustiniani, passò poi ai Musei di Berlino e fu distrutta verso la fine della seconda guerra mondiale nell’incendio della Flakturm  Friedrichshain ed oggi la conosciamo solo grazie a qualche foto scattata prima che fosse distrutta.

Fu così che Caravaggio compose l’attuale tela. Caravaggio riprese il modello elaborato da Jacob Cobaert e dipinse San Matteo sorpreso alle spalle dall’angelo, però pose questi sospeso nel cielo per accentuare l’origine divina del messaggio evangelico. La posizione dell’evangelista è comunque tutt’altro che classica! Egli sta scrivendo il suo vangelo ascoltando le parole dell’angelo stando seduto in modo poco composto su uno sgabello.

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La cappella Contarelli

Ci accingiamo a conoscere uno dei luoghi più visitati e amati di Roma: la cappella Contarelli in San Luigi dei francesi. La cappella prende il nome dal cardinale francese Matteo Contarelli che la comprò nel 1565 e decise di adornarla con opere d’arte che si riferissero al santo del quale portava il nome: l’apostolo ed evangelista Matteo.

Benché il cardinale avesse espresso con chiarezza cosa avrebbe voluto nella sua cappella, nulla si fece fino a quando nel 1585 giunse la morte. Ad occuparsi allora della realizzazione delle opere d’arte furono gli eredi, che però videro i primi risultati solo poco prima del 1600.

Ad occuparsi della realizzazione della cappella fu Caravaggio, su interessamento del potente cardinale Del Monte, suo protettore. Egli realizzò la “Vocazione di San Matteo” e poco dopo “Il martirio di San Matteo” che vennero posti rispettivamente sulla parete sinistra e su quella destra della cappella.

Sulla parete di fondo invece venne sistemata nel 1602 “L’ispirazione di San Matteo”, opera dello scultore fiammingo Jacob Cobaert, che però non piacque e venne rimossa. Oggi l’opera può essere ammirata nella chiesa della Trinità dei pellegrini. Al suo posto venne realizzata una tela da Caravaggio, che però ancora non riuscì a soddisfare i gusti dei committenti. L’opera fu acquistata da Vincenzo Giustiniani, passò poi ai Musei di Berlino e fu distrutta verso la fine della seconda guerra mondiale nell’incendio della Flakturm Friedrichshain. Infine Caravaggio realizzò l’opera che oggi ammiriamo.

Le tre tele che stiamo per conoscere possono essere definite un condensato di teologia cattolica: infatti l’autore ha espresso attraverso il linguaggio dell’arte le più alte verità della fede cattolica, messe in dubbio in quel periodo dalla rivoluzione protestante. Per parlare di queste meravigliose opere d’arte, seguiremo lo stesso metodo utilizzato per “La cena di Emmaus”: passeremo dalla descrizione al significato.

La vocazione di San Matteo

Descrizione

Nel quadro possiamo individuare due gruppi di persone: quelle sedute al tavolo e quelle in piedi. Al primo gruppo appartengono 5 persone, fra cui, in posizione centrale, San Matteo. In piedi sta  invece Gesù, quasi coperto da San Pietro. I primi sono vestiti in abiti cinquecenteschi tipici dell’epoca del pittore, mentre il Signore e il principe degli apostoli sono vestiti con abiti antichi. Nella parte alta del quadro, in posizione comunque decentrata, si vede una finestra, dalla quale però non proviene luce. Il buio della scena viene squarciato dalla luce che proviene dalla parte del Cristo e che va a illuminare tutti i personaggi seduti al tavolo, compresi quelli che, in posizione curvata, continuano a contare i denari non curandosi minimamente di quello che sta accadendo. I pubblicani più vicini a Gesù lo osservano con stupore, tuttavia l’unico che sembra rispondere alla chiamata di Gesù sembra essere proprio Matteo, che con l’indice sinistro indica se stesso come se si sentisse interpellato. La mano di Pietro sembra confermare la chiamata del Cristo che avviene in modo dolce. Si noti la posizione della mano di Gesù che richiama quella del Creatore nella volta della Cappella Sistina.

Significato

Passiamo dalla descrizione al significato. Con un po’ di stupore ci accorgeremo che la tela è piena di significati, che solo grazie ad una approfondita conoscenza della teologia cattolica possiamo apprezzare in pieno. Partiamo proprio dai due gruppi; quello seduto al tavolo rappresenta la “dimensione orizzontale” umana, mentre il gruppo formato da Gesù e Pietro rappresenta la “dimensione verticale” divina: insomma, il quadro ci sta parlando del più grande dei misteri, quello dell’incontro dell’uomo col divino.

La luce proviene dalla parte di Gesù e di colui che egli ha chiamato a guidare la Chiesa e non dalla finestra, come a dire che solo dalla parte del Salvatore e della Chiesa che egli ha instituito può provenire la salvezza. Dobbiamo pensare che non è ancora passato mezzo secolo dalla rivoluzione protestante che ha spaccato l’Europa e la committenza ecclesiastica vuole ribadire l’unicità della Chiesa, anche attraverso il potente linguaggio delle immagini. Sempre in quest’ottica va vista collocazione di Pietro che è posta fra Gesù e lo spettatore: Pietro, e con lui tutta la Chiesa, svolge un ruolo di mediazione fra il divino e l’umano, al contrario di quanto affermato da Lutero.

La luce poi illumina tutti coloro che sono seduti al tavolo. Anche qui dobbiamo vedere tradotta in immagini una delle verità più importanti dell’antropologia cristiana, quella della grazia e del libero arbitrio. La luce della grazia illumina tutti gli uomini, è Dio che fa il primo passo verso di loro, ma a questo desiderio di salvezza non tutti rispondono allo stesso modo: è il dramma della libertà incarnato dai due personaggi che stanno sull’estrema sinistra, non a caso curvati su se stessi; sono così attenti solo ed esclusivamente alle loro persone e ai loro interessi, che si autoescludono dalla salvezza portata dalla grazia di Cristo. Al contrario, Matteo si sente coinvolto dalla chiamata e risponde positivamente. Egli si sente chiamato dalla dolcezza di quella mano che non è rigida e tesa come in atto di comandare, ma con estrema delicatezza invita alla sequela e alla responsabilità

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ROMA – Non pochi sacerdoti e personalità del mondo ecclesiastico hanno espresso riserve, se non proprio disapprovazione, nei confronti di internet. A fronte di questa schiera, ce ne sono molti altri che invece vedono nella rete una grande opportunità. Infatti molti sacerdoti hanno un profilo facebook, associazioni laicali e singoli fedeli  impegnati nell’evangelizzazione hanno comprato dei domini internet, vescovi e cardinali sono su twitter e addirittura Papa Francesco, sulla scia del suo predecessore, usa questo social network.

Ma la personalità che più si è distinta nel rilevare l’importanza di internet anche per la sfera religiosa è senza dubbio il gesuita Antonio Spadaro, Direttore della celeberrima e più antica  rivista italiana “La Civiltà Cattolica”.

Padre Spadaro, classe 1966, originario di Messina, è il primo che ha iniziato a ripensare la fede nel tempo di internet, coniando il neologismo  “cyber teologia”.

Ora l’Università Gregoriana, gestita dai gesuiti, lo stesso ordine dal quale proviene il prelato, ha preso sul serio le sue intuizioni, tanto che lo ha invitato a tenere nell’anno accademico 2013/2014 un corso dal titolo “la Cyberteologia: pensare il cristianesimo al tempo della rete”.

Il corso TF2092, questa la sua sigla, intende preparare i futuri sacerdoti a raccogliere la sfida che propone il mondo di internet.

Padre Spadaro ha anche scritto un libro su questo tema che è già stato tradotto in inglese e portoghese e presto lo sarà anche in francese, spagnolo e polacco.

L’annuncio non poteva che avvenire attraverso il profilo internet del gesuita, al quale sono seguiti in poche ore più di 300 commenti di auguri e congratulazioni ai quali si aggiungono anche quelli della nostra redazione nella speranza di poterlo avere presto come ospite in diocesi!

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CITTÀ DEL VATICANO – Il Santo Padre ha celebrato nella cappella di Santa Marta l’ultima messa prima della pausa estiva. Ci ha abituati in questi mesi a uno stile semplice e diretto. Per saperne di più abbiamo intervistato il Sig. Filippo Petrignani, che lavora presso la Direzione dei Musei Vaticani in qualità di vice responsabile dell’Ufficio Immagini e Diritti, che ha avuto modo di partecipare ad una messa celebrata dal Papa.

Quando ha partecipato alla messa del Papa?

Ho partecipato alla prima messa celebrata in pubblico dal Papa Francesco, che si è svolta domenica 17 marzo 2013 presso la Parrocchia di Sant’Anna in Vaticano. Sono stato per così dire “invitato” alla celebrazione il sabato pomeriggio precedente, allorquando una Suora che abita in Vaticano mi ha detto che il Santo Padre avrebbe presenziato la Celebrazione Eucaristica delle ore 9, aperta a tutti i residenti e i dipendenti della Città del Vaticano che avessero voluto partecipare.

C’è qualche passaggio dell’omelia tenuta dal Papa che le è rimasto particolarmente impresso?

Sono arrivato a Sant’Anna alle 8,45 circa ed ho trovato la piccola Chiesa già stracolma, trovando posto solo in fondo, verso la porta di uscita. Il Santo Padre ha celebrato la Liturgia Eucaristica, soffermandosi nell’Omelia sul Vangelo del giorno, invitandoci con parole semplici a chiedere perdono a Dio sempre e comunque. “Non ci stanchiamo di chiedere perdono, perché Dio non si stanca mai di perdonarci”. Il suo linguaggio semplice ed i suoi modi sono rimasti impressi nei nostri cuori.

Ci sono particolari sullo stile del Papa che l’hanno colpita, anche al di fuori del momento liturgico?

Alla fine della celebrazione, come da tradizione dei Suoi predecessori, il Santo Padre ha lasciato per primo la Chiesa. Le Guardie Svizzere ed il personale della Sicurezza vaticana (Corpo della Gendarmeria), come di consueto ci hanno trattenuti in Chiesa, per lasciare (immaginavamo) che il Santo Padre si allontanasse prima di consentire l’uscita del pubblico. Dopo un paio di minuti circa, ci hanno lasciati uscire. Io, essendo tra i più vicini alla porta, sono stato tra i primi a varcare la soglia. Subito dopo, l’incredibile: il Papa, come un Parroco, ci aspettava fuori dalla porta, sulla strada, ancora con i paramenti liturgici indosso, per salutarci uno ad uno!! La Signora che era davanti a me ha esclamato: “Non è possibile, non può essere il Papa…” Invece era Lui, in persona, con il Suo sorriso. Quando l’ho incontrato mi ha chiesto subito chi fossi e dove lavorassi. E poi mi ha detto: “Prega per me”. Gli ho risposto: “Prego per Lei e per la Chiesa tutta, Santo Padre”. Lui mi ha detto: “Grazie. Anche io pregherò per tutti Voi che oggi siete venuti qui”. Insomma, nei quasi 30 anni che presto servizio per la Santa Sede tante volte, per lavoro o solo per vederlo, per ascoltare il Suo messaggio, ho atteso il Papa, Giovanni Paolo II o Benedetto XVI, per salutarlo: sia che transitasse all’interno delle Mura vaticane, sia che arrivasse ad una Celebrazione Eucaristica, ad una processione, al GMG, ad un qualsiasi appuntamento con i Fedeli. Mai mi era capitato che un Papa aspettasse me per salutarmi….

Ci sono altri episodi che può raccontare?

Non ho avuto modo ancora di partecipare alla Messa mattutina nella residenza di Santa Marta. I miei colleghi che sono già andati mi hanno tutti confermato l’informalità di questo Papa, che saluta tutti prima di lasciare la Cappella per andare a lavorare. Memorabile il giorno in cui, salutando il gruppo dei presenti, ha detto: “Prima di andare a lavorare ci vuole un buon caffè” e al suo Segretario che si affannava a chiedere l’arrivo dal bar di una tazzina di caffè ha risposto “No, perché? C’è una macchinetta distributrice? Andiamo a prendere il caffè lì. Non preoccupatevi, ho gli spiccioli…”

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