Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: novembre 2012

La terza stanza che oggi conosciamo insieme è la stanza della Segnatura, così chiamata perché qui si riuniva il Tribunale della “Segnatura Graziae et Iustitiae” presieduto dal Pontefice, anche se all’inizio il Papa aveva pensato di adibire questo spazio a suo studio privato. Raffaello lavorò in questo ambiente fra il 1508 e il 1511 su commissione di Giulio II.

Il programma iconografico è stato influenzato da due fattori: il ritorno in auge della filosofia platonica agli inizi del ’500 e il fatto che questa corrente di pensiero era sostenuta dai francescani dalle cui fila proveniva Giulio II. Raffaello ha infatti dipinto sulle pareti qualcosa che rappresentasse:

1) il Vero nella sua dimensione umana (filosofia) e nella sua dimensione rivelata (teologia);

2) il Bene (Virtù e Giustizia);

3) il Bello (Poesia).

Partiamo dal Vero nella sua dimensione umana. Nella Scuola di Atene sono rappresentati vari filosofi greci. Essi sono inseriti in una struttura che ricorda la vicina Basilica di San Pietro, come a dire che la Chiesa ha protetto e custodito il desiderio degli uomini di giungere al Vero. La presenza di questa struttura sta anche a dire lo sforzo che l’uomo mette per conoscere la Verità. Nei pilasti vediamo le statue di due divinità greche legate alla filosofia: su quello di sinistra Apollo con la lira in mano, mentre su quello di sinistra Minerva con l’elmo in testa e lo scudo in mano.

I personaggi principali della complessa composizione sono Platone ed Aristotele posizionati nel punto di fuga. Raffaello ha rappresentato Platone (che ha le sembianze di Leonardo da Vinci) con il braccio destro alzato che indica il mondo delle idee, mentre col braccio sinistro regge il Timeo. Aristotele invece distende il braccio in avanti tenendo il palmo della mano verso il basso ad indicare il mondo concreto. Il filosofo regge col braccio sinistro il libro dell’Etica. Il gesto di Platone e quello di Aristotele vanno letti insieme come la capacità dell’uomo di cogliere la totalità della realtà. Le due figure si stanno idealmente muovendo verso il dipinto che hanno di fronte come a dire che la filosofia conduce verso la teologia.

Sulla sinistra scorgiamo una figura di profilo, vestita di verde, che sta parlando con un gruppo di 5 persone. Si tratta di Socrate. Il filosofo sta discutendo con i suoi interlocutori col tipico gesto della adlocutio, cioè sta contando con le dita i ragionamenti che sta sviluppando.

Se abbassiamo di poco lo sguardo notiamo un uomo dai lineamenti gentili, vestito di bianco che guarda lo spettatore. Questo personaggio, che ritroveremo anche nella Disputa sul Sacramento, è con tutta probabilità Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino e nipote di Giulio II.

Spostiamo ora la nostra attenzione sulla destra. Possiamo riconoscere in questi due volti i due artisti che hanno lavorato in questa stanza: il Sodoma, che ha dipinto la volta, con un cappello bianco e un abito bianco e nero e Raffaello. Vicino ai due artisti di spalle c’è Tolomeo, erroneamente dipinto con una corona, che regge un globo. L’altro personaggio che invece regge il globo stellare è Zoroastro. Il personaggio inchinato che sta indicando una piccola lavagna è Euclide con le sembianze di Bramante.

Sulle scale sono seduti due filosofi: quello sulla destra col vestito lacerato è Diogene, mentre con lo sguardo pensoso e assorto è Eraclito che ha le sembianze di Michelangelo.

Passiamo ora alla parete dove sono raffigurate le Virtù e la Giustizia. Nella lunetta in alto possiamo osservare tre donne che rappresentano altrettante virtù. La prima da sinistra è la Fortezza che indossa un’armatura e accarezza un leone. Vicino ad essa si trova un albero di rovere che allude alla famiglia di Giulio II. Al centro si trova invece la Prudenza che si guarda alle spalle per mezzo di uno specchio. Sulla destra vediamo invece la temperanza che regge le briglie moderatrici. Il quartetto delle Virtù Cardinali è completato dalla Giustizia che è rappresentata nella volta. Tre dei cinque angeli che compaiono nella lunetta rappresentano invece le Virtù Teologali. L’angelo che coglie i frutti dall’albero rappresenta la Carità, quello che regge la fiaccola rappresenta la Speranza, mentre quello che indica il cielo allude alla Fede.

Dalle corretta applicazione delle virtù procede il Diritto qui rappresentato nella sua duplice forma di Diritto Civile e di Diritto Canonico. Nel dipinto a sinistra, a rappresentare il Diritto Civile, vediamo il giurista Triboniano che consegna il Codice di Diritto Civile all’Imperatore Giustiniano. Nel dipinto di destra invece, a rappresentare il Diritto Canonico, vediamo il domenicano San Raimondo di Penafort che consegna le Decretali al Papa Gregorio IX che ha le sembianze di Giulio II. Il cardinale a sinistra che regge il piviale del Papa è Giovanni de’ Medici, futuro Leone X.

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VATICANO – Nella mattinata di martedì 20 novembre è stato presentato nell’aula Pio X, a pochi passi da via della Conciliazione, il terzo ed ultimo volume della trilogia che Benedetto XVI ha dedicato alla figura di Gesù.

Il portavoce vaticano padre Federico Lombardi ha aperto l’incontro ricordando che l’ultima fatica letteraria del papa teologo uscirà domani nelle librerie di 50 paesi in 8 lingue per essere poi stampato nei prossimi mesi in 20 lingue e distribuito in 72 paesi. Padre Lombardi ha ricordato come il volume sia la conclusione di una trilogia pensata da Ratzinger nel 2002, quando era ancora Cardinale Di particolare rilievo è stato l’intervento del Card. Ravasi che ha inteso sintetizzare l’opera del pontefice in 4 punti. La prima chiave di lettura offerta dal porporato è quella del binomio storia-fede. Il Card. Ravasi ha sottolineato come tutto il libro sia segnato dal tentativo di collegare la fede con la storia. La narrazione evangelica infatti non inizia con il “c’era una volta” delle favole, al contrario Gesù è nato in un determinato tempo e in un preciso spazio. Nel mistero dell’Incarnazione, ha precisato, l’universale e il concreto si toccano a vicenda.

Secondo l’alto prelato, nel libro emerge come il pontefice non intenda i testi evangelici come una sorta di letteratura midrashica, sganciata dalla realtà dei fatti. Il mistero del divino che irrompe nella storia è uno scandalo per il pensiero moderno, perché al divino si riconosce un’azione sullo spirito e sulla coscienza ma non sulla materia e questo pensiero, purtroppo così diffuso, non fa che oscurare l’onnipotenza di Dio che invece opera, attraverso l’Incarnazione, su tutta la realtà, materia inclusa.

La seconda chiave di lettura va cercata, sempre secondo la visione di Ravasi, nel binomio storia-profezia. Le ricche citazioni e reminiscenza bibliche presenti nei vangeli dell’infanzia devono essere lette come “parole in attesa” secondo l’espressione del poeta Rilke. Sia la letteratura veterotestamentaria che quella extra biblica sono dense di un’attesa che viene appagata solo con l’evento dell’Incarnazione.

Un’ulteriore chiave di lettura si trova nel binomio autore-lettore. Il Cardinale ha ricordato come ogni pregevole opera letteraria non sia esclusivamente informativa, ma abbia sempre un linguaggio performativo che “artiglia” le coscienze. Leggendo i vangeli non basta chiedersi cosa essi dicano in loro stessi (movimento centrifugo), ma necessariamente il lettore dovrà chiedersi cosa dice al suo io (movimento centripeto)

Di non secondaria importanza è il rapporto fede-politica. Si possono vedere da parte dei potenti, presenti anche nei vangeli, un duplice atteggiamento nei confronti del Regno di Dio: da una parte c’è chi attrae a sé il Regno di Dio arrecando inevitabilmente ad esso danno, dall’altra parte c’è chi combatte il Regno e desidera schiacciare la fede perché essa ha un misterioso potere Il presule ha infine elogiato la chiarezza del linguaggio del Santo Padre che pur trattando temi di altissimo livello li rende fruibili a chiunque.

Il cardinale, ironizzando ha citato una frase del filosofo Wittgenstein: “Tutto quello che si può dire, si può dire chiaramente” aggiungendo che egli ha poi disatteso tale massima! Benedetto XVI invece usa uno stile limpido e lineare per proporre all’uomo di oggi la figura di Gesù

Il cardinale ha concluso il suo intervento con la lettura di un pezzo del filosofo ateo Jean Paul Sartre scritto nel 1940 in occasione del Natale

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Raffaello dipinse questa stanza in un momento non troppo felice della vita di Giulio II. Il Pontefice infatti era tornato a Roma dopo una campagna militare nella quale aveva perso la città di Bologna. Giulio II dunque volle far decorare la stanza con delle scene che mostrassero la protezione accordata da Dio alla sua Chiesa.Il primo dipinto mostra l’aiuto che Dio offre in difesa del patrimonio della Chiesa. Raffaello ha rappresentato il brano dell’Antico Testamento (2 Mac 3) in cui il Sommo Sacerdote Onia, che vediamo sullo sfondo, chiede a Dio di intervenire contro l’usurpatore Eliodoro che si è introdotto nel Tempio per rubarne il bottino. Il Sommo Sacerdote, vestito con i colori giallo e blu della famiglia Della Rovere, alla quale il Papa apparteneva, si trova nel Santo, è inginocchiato davanti al tavolo della preposizione, posto vicino alla menorah. Sulla destra tre angeli mandati da Dio, di cui uno a cavallo, scacciano Eliodoro dal Tempio. Sulla sinistra Giulio II assiste alla scena seduto sulla sedia gestatoria.

La seconda scena mostra l’aiuto che Dio offre in difesa della fede della Chiesa. Raffaello ha dipinto il Miracolo di Bolsena che è all’origine della festa del Corpus Domini. Sull’altare della chiesa di Santa Cristina a Bolsena, il sacerdote boemo Pietro sta celebrando la messa, ma dubita della reale presenza di Cristo nell’ostia e da questa stillano alcune gocce di sangue che macchiano il corporale. Davanti all’altare, il Papa Urbano IV, con le sembianze di Giulio II assiste devotamente inginocchiato sul faldistorio al miracolo appena avvenuto.

Il terzo dipinto mostra l’aiuto che Dio offre allo Stato della Chiesa. Raffaello ha rappresentato in questo dipinto lo storico incontro fra Papa Leone Magno e il re degli Unni Attila. Grazie a questo evento, gli Unni non invasero l’Italia. Leone Magno, che ha le sembianze di Leone X, è seduto su un cavallo bianco ed è accompagnato da alcuni dignitari pontifici. Il re degli Unni invece è seduto su un cavallo nero. I santi Pietro e Paolo assistono dal cielo la scena e intervengono in favore di Papa Leone. L’incontro è avvenuto nei pressi di Mantova, qui però il pittore ha voluto ambientare la scena nei pressi di Roma, visto che sullo sfondo vediamo il Colosseo

Il quarto ed ultimo affresco, il vero gioiello della sala, mostra l’aiuto che Dio offre al Capo della Chiesa, cioè al Papa. Raffaello, traendo spunto da un brano degli Atti degli Apostoli (At 12), ha dipinto la fuga di San Pietro dal carcere. La scena ha inizio nel centro: un angelo libera Pietro dalle catene, nonostante nella prigione ci siano due soldati. Sulla destra lo stesso angelo accompagna Pietro, tenendolo per mano, fuori dal carcere mentre altri due soldati dormono. Sulla sinistra quattro soldati si muovono animatamente perché hanno intuito che il prigioniero si sta dando alla fuga. In questa composizione possiamo notare tre fonti luminose: quella naturale della luna, quella artificiale della fiaccola di un soldato, e quella divina dell’angelo che compare per ben due volte. Solo quest’ultima salva Pietro. La scena è di particolare importanza nella storia dell’arte perché rappresenta il primo notturno e doveva essere anche cara a Giulio II visto che, prima di ascendere al pontificato, egli era il titolare della chiesa di San Pietro in Vincoli, dove sono custodite le catene che, secondo la tradizione, hanno tenuto prigioniero il Principe degli Apostoli.

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ITALIA – Salvo Intravaia, giornalista di “La Repubblica” in un suo articolo del  16 gennaio 2010 intitolato “Aumenti ai prof di religione. È la sorpresa di Tremonti“ sosteneva che gli insegnanti di religione avrebbero avuto da lì a qualche mese un congruo aumento in busta paga al contrario degli altri docenti che, invece, sarebbero rimasti a bocca asciutta.

Recentemente, anche il noto costituzionalista Michele Ainis, in un suo articolo del 18 ottobre 2012 intitolato “Non solo casti contro la casta” apparso sul settimanale “L’Espresso“, ha annoverato, fra gli altri, anche gli insegnanti di religione nella categoria dei privilegiati proprio per i loro stipendi più pesanti rispetto a quelli dei loro colleghi. Se chi legge l’articolo è un insegnante di Religione Cattolica, come il sottoscritto, avrà avuto senza dubbio il (dis)piacere di sentirsi rimproverare da qualche collega questa ingiustificata disparità. Confesso che l’ultima volta mi è capitato proprio questa mattina!ù Siamo finalmente in grado di smentire, documenti alla mano, i presunti vantaggi economici di cui godrebbero gli insegnanti di religione cattolica. Per ovvie ragioni di privacy abbiamo cancellato i nominativi e ogni dato sensibile degli insegnanti che ci hanno fornito tutta la documentazione.

Tanto per iniziare, nel maggio 2010, i docenti di religione cattolica non hanno affatto visto 220 euro in più come affermato dal giornalista de “La Repubblica”, come si può ben vedere confrontando il cedolino di maggio con quello di aprile. L’insegnante che ci ha fornito i cedolini ha guadagnato nel mese di aprile 1251,91 euro mentre nel mese di maggio ha guadagnato 1219,09 euro. Se a questa cifra si aggiungono i 44,70 euro sottratti dal Ministero per la malattia del docente (codice 800/103) si arriva a 1263,79 cioè a poco più di 11 euro rispetto al precedente stipendio. Questa differenza è dovuta alla normale fluttuazione degli stipendi e non a un aumento. Dove sono dunque i 220 euro favoleggiati da “La Repubblica”?

Abbiamo poi preso in considerazione due cedolini: il primo cedolino, relativo alla mensilità di marzo 2012, è quello di un insegnante di religione cattolica (codice identificativo: KR05) della regione Lazio, mentre l’altro è quello di un docente di posto comune (codice identificativo: KA05) della regione Sardegna. Se si osserva l’importo netto percepito dall’insegnante di religione si vedrà che ha guadagnato 1243,73 mentre il suo collega ha guadagnato 1258,63. Come si può notare, non ci sono sostanziali differenze, anzi, nel mese di marzo (la situazione potrebbe variare in altri mesi) l’insegnante di posto comune ha percepito una manciata di euro in più rispetto a quello di Religione Cattolica! Anche qui, dei famigerati privilegi descritti da Intravaia neppure l’ombra!

Ma la storia dell’aumento è, nell’ordine di tempo, solo l’ultima  delle imprecisioni che circolano sugli insegnanti di Religione Cattolica e sui loro salari. Quale docente di religione non si è mai sentito porre da qualche collega nei corridoi la fatidica e ricorrente domanda: “Ma tu sei pagato dal Vaticano, vero?”. Domanda che può anche essere stata similmente posta in questi termini: “Ti paga la curia, giusto?”.

Probabilmente, per ognuno di noi, questa è stata  l’ennesima occasione per spiegare al collega di turno che l’insegnante di Religione Cattolica è, come tutti gli altri docenti, un dipendente del Ministero Istruzione Università Ricerca e, in quanto tale, percepisce proprio da questo ente il suo salario in modo analogo a quanto avviene per i suoi colleghi. Ma la posizione giuridico-economica degli insegnanti di Religione Cattolica non è sconosiuta solo a parecchi docenti. Addirittura anche l’insigne vaticanista Marco Politi in un suo articolo intitolato “La Bibbia sui banchi di scuola” apparso su “La Repubblica” del 9 maggio 2007 ha scritto che i docenti di religione sono pagati col fondo dell’otto per mille!

L’insegnante di Religione Cattolica non gode sostanzialmente di nessun vantaggio economico rispetto ai suoi colleghi, anzi, se la si vuole dire tutta, per la sua figura professionale non è previsto neppure il diritto alla mensa scolastica. L’articolo 11 del Contatto Collettivo Nazionale del Lavoro infatti garantisce il diritto alla mensa per quei docenti che in orario di servizio accompagnano gli alunni in refettorio, ma non per gli insegnanti di Religione Cattolica che devono svolgere interamente il loro servizio (22 ore per gli insegnanti di scuola primaria, 18 ore per quelli della secondaria) in attività didattiche. Senza cadere nel vittimismo e non volendo dare adito a “teorie del complotto” ci chiediamo come mai noti giornalisti e uomini di cultura contribuiscano a diffondere notizie erronee che finiscono per intralciare l’operato degli insegnanti di religione

Si possono avere idee divergenti sull’insegnamento della religione cattolica, tuttavia chi è ostile ad essa dovrebbe condurre la sua battaglia su dati veritieri. Ci auguriamo quindi che le sterili polemiche ideologiche attorno a questa materia cessino in futuro e che si possa tornare a parlare solo dei contenuti culturali e formativi che questa materia vuole offrire agli alunni che di essa si avvalgono.

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ARTE – Con l’articolo di oggi cominciamo a scoprire un altro gioiello di Roma, anche questo, come la Cappella Sistina, inserito nel circuito dei Musei Vaticani. Si tratta delle Stanze di Raffaello: quattro sale dipinte dall’Urbinate e dai suoi allievi sotto i pontificati di Giulio II e di Leone X.

Iniziamo la visita dalla stanza che è stata decorata per ultima dagli allievi di Raffaello, dopo la morte del maestro: la Sala di Costantino. Sulle quattro pareti vengono narrate le storie del primo imperatore romano convertito al cristianesimo. Questo ambiente veniva utilizzato dai pontefici come sala di rappresentanza.

Nel primo dipinto Giulio Romano illustra la visione di Costantino. Il comandate romano sta incitando i suoi soldati prima della battaglia ( 28 ottobre 312), quando a un certo punto vede nel cielo una croce con scritto in greco: “Con questo segno vincerai”. Sullo sfondo si notano 4 elementi che visivamente ci fanno cogliere tutta la storia di Roma.

Scorgiamo infatti una piramide, la cosiddetta “”Meta Romuli”, ovvero la tomba del fondatore di Roma che nell’antichità si doveva collocare dove oggi sorge la chiesa di Santa Maria in Traspontina in via della Conciliazione. Questa tomba dunque ci ricorda l’inizio della storia di Roma. Vediamo poi un altro monumento funebre, la tomba di Adriano, l’attuale Castel Sant’Angelo.

La Mole Adriana ci ricorda la Roma imperiale e pagana. Andando ancora oltre possiamo osservare il Ponte Milvio, dove il giorno dopo Costantino combatterà la battaglia contro il suo rivale Massenzio. Il Ponte Milvio rappresenta il momento di passaggio dalla Roma pagana alla Roma cristiana. Infine vediamo il Monte Vaticano, dove Costantino farà costruire in seguito la Basilica di San Pietro. Esso rappresenta la Roma cristiana.

Giulio Romano con la collaborazione di Giovanni Francesco Penni ha realizzato la successiva scena: la battaglia di Ponte Milvio. I soldati, su ordine di Costantino, hanno issato sulle loro insegne il simbolo della croce e stanno combattendo contro i loro nemici sul Ponte Milvio che si vede nella parte destra della composizione. Costantino conduce la battaglia cavalcando un cavallo bianco mentre il suo rivale Massenzio affoga, insieme al suo cavallo, nel fiume Tevere.

La sorte di Massenzio fa tornare in mente quella del Faraone Egiziano e del suo esercito. È evidente il parallelismo che gli artisti hanno voluto creare: come Dio favorì gli ebrei salvandoli dal Faraone, così Dio ha appoggiato Costantino contro Massenzio. I tre angeli che assistono alla battaglia infatti stanno proprio a significare questo privilegio.

Gli allievi di Raffaello hanno poi dipinto sulla terza parete il leggendario Battesimo di Costantino. Secondo la leggenda (che non ha corrispondenze con la verità storica), Costantino è stato battezzato dal Papa Silvestro, che qui ha le sembianze di Clemente VII, nel battistero lateranense. Su due colonne vediamo appoggiati i due uomini più potenti del ’500: su quella di sinistra l’Imperatore Carlo V, mentre su quella di destra il re francese Francesco I.

Nell’ultimo dipinto vediamo rappresentata la Donazione di Costantino. In una struttura che ricorda l’antica basilica di San Pietro, l’imperatore inginocchiato dona a Papa Silvestro, che siede su un trono, la città di Roma.

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Durante il Convegno Fides Vita abbiamo avuto la possibilità di avvicinare e intervistare Paul Bhatti, Ministro pakistano per l’Armonia Nazionale e fratello di Shahbaz Bhatti, vittima dell’odio anticristiano

Vorrei iniziare questa intervista ricordando suo fratello Shabaz Bhatti, l’uomo politico che ha pagato col sangue la difesa delle minoranze religiose in Pakistan. Anche se la Chiesa non lo ha ancora ufficialmente riconosciuto come tale, egli è a tutti gli effetti un martire dei nostri giorni. Perdere un fratello deve essere stato drammatico per lei. La fede le ha portato conforto, è riuscita a darle consolazione?

ShahBaz era mio fratello minore e ha dato una testimonianza molto forte. Noi crediamo, come è evidente nelle sue dichiarazioni e anche nella la sua lotta, che lui è a tutti gli effetti è martire. Il Vaticano lo ha conosciuto come tale anche se la procedura legale richiede un determinato tempo e un particolare percorso prima di un riconoscimento ufficiale. Dopo l’assassinio di mio fratello ho incontrato il Papa e lui mi ha fatto le condoglianze e mi ha subito detto che considerava Shahbaz come un martire. Perciò noi, insieme con la chiesa, siamo convinti che egli abbia vissuto il suo sacrificio come un martire. Per me chiaramente ci sono due aspetti: da una parte, come fratello col quale avevo un legame affettuoso molto forte, è stato molto scioccante, molto molto triste perché per me oltre che un fratello era un amico  e sapevo che stava portando avanti un lavoro importante. D’altra parte quando oggi vedo che lui, con la sua testimonianza, ha trasmesso un messaggio a tutto mi faccio coraggio e lo ricordo con onore.

Quali erano i sentimenti di suo fratello mentre ricopriva l’incarico di ministro per le minoranze etniche? Era sereno o consapevole dei rischi ai quali andava incontro?

Lui parlava molto di dialogo interreligioso e oltre al dialogo cercava di attuare una relazione interreligiosa in modo tale da far convivere le diversità e questo è particolarmente difficile in una parte del mondo dove regnano l’estremismo, il fanatismo, il terrorismo e la violenza. Un conto è essere un politico e dare testimonianza in occidente e un conto è esserlo dove sai benissimo che da un momento all’altro ti possono sparare. Nonostante questo Shahbaz ha avuto coraggio, si è impegnato con convinzione per perseguire la pace e lo ha fatto senza mai nascondere la sua fede cristiana

Il dialogo interreligioso è portato avanti solo dai cattolici oppure è un cammino condiviso anche dagli altri gruppi religiosi?

Ora c’è una certa condivisione ma  l iniziativa è partita dai cattolici e particolarmente da mio fratello. Poi hanno aderito molti musulmani moderati. Come cattolici abbiamo cercato di creare un tavolo per intraprendere il dialogo interreligioso ed ora molti sono musulmani, indù, buddisti, sik e membri di altre comunità religiose minoritarie che si sono seduti ad esso

Il Papa ha ricordato in più di una circostanza il sacrificio di suo fratello. La voce del Santo Padre giunge in Pakistan ed è di sostegno alla comunità cattolica lì presente?

Certo. Sicuramente il Papa è una voce importante e una parola detta da lui infonde forza ai cristiani. Specialmente quando il Papa ha parlato di mio fratello e del suo martirio, ciò è stato di molto aiuto per la nostra famiglia e per tutta la comunità cristiana

Uno dei valori fondamentali dell’occidente è la tolleranza. L’uomo europeo la dà per scontata, ma purtroppo non è così in tutte le parti del mondo. In Pakistan per esempio i cristiani vivono fra molte difficoltà. Ci può descrivere quali sono le maggiori sofferenze che i nostri fratelli nella fede devono affrontare?

In Pakistan attualmente i cristiani vivono una situazione molto difficile perché tutto il paese è instabile: oltre ad aver avuto 2 guerre con l’India, l’invasione sovietica,  ora il nostro paese lotta contro il terrorismo insieme agli occidentali. In questo clima instabile sono nati alcuni gruppi estremisti che nelle scuole fanno il lavaggio del cervello ai bambini che imparano così una ideologia anticristiana. Di conseguenza si è formato in una parte della popolazione, non tutta, una forte odio verso i cristiani. Quando c’è un malinteso fra due persone, se una è musulmana e l’altra cristiana, quest’ultima si sente debole. In alcuni casi addirittura sono stati bruciati dei villaggi, e alcuni cristiani sono stati arsi vivi. Tutto questo accede perché ci sono generazioni cresciute nell’odio

Quali sono i rapporti fra il Pakistan e l’Italia? Ricevete dal nostro paese qualche aiuto nel campo della tutela della libertà religiosa?

Sì, direi che ci sono buoni rapporti anche perché avendo vissuto per molti anni in Italia, vengo considerato dal vostro Paese più italiano che pakistano! Rapporti abbastanza profondi, prima del governo monti avevo ottimi rapporti col ministro degli affari esteri Frattini, uno dei ministri più vicini a mio fratello. Frattini è andato in Paskistan a trovare mio fratello un paio di volte. Siamo anche andati insieme in Francia in un convegno con tutti i ministri degli affari esteri europei. Quando vado in parlamento ho un accoglienza molto notevole. Anche con l’attuale ministro siamo in buone comunicazioni. Anche se purtroppo l’Italia sta attraversando momenti difficili, il governo italiano è comunque vicino

I cristiani pakistani si sentono abbandonati dall’occidente?

Questa è una bella domanda ed è molto complesso rispondere perché da una parte i cristiani vorrebbero essere appoggiati dall’occidente e da un lato questo darebbe  un certo supporto e incoraggiamento; dall’altro è controproducente poiché i cristiani del Pakistan prima di tutto si devono sentire pakistani e non occidentali. Quando per qualsiasi cosa l’occidente interviene allora ciò può acuire la divisione. Noi col dialogo interreligioso vogliamo che  il Pakistan sia un paese dove le diversità riescano a vivere insieme. Le influenze dall’esterno non sono molto positive come per esempio nel caso di Asia Bibi: nonostante tutte le pressioni internazionali, non si è ancora riuscita a liberarla. Io ho fatto un appello affinché non si parli di Asia Bibi come di una causa dell’occidente perché magari col silenzio si può risolvere la questione a livello locale.

La situazione sta migliorando? Quali sono le più importanti iniziative che lei in qualità di ministro per l’armonia nazionale ha preso?

La situazione sta migliorando nonostante si sentono a volte notizie scoraggianti. In una società come quella pakistana ci vuole un po’ di tempo. Stiamo promuovendo il dialogo interreligioso ma anche la convivenza interreligiosa. Il ministero e la mia associazione hanno creato dei comitati formati dagli imam delle scuole religiose musulmane, dai vescovi cristiani e dai capi delle altre comunità religiose. Tutti insieme ci incontriamo e discutiamo su come intraprendere concretamente la via della pace. Io ho l’autorità di fare delle leggi sulla tolleranza religiosa, ma prima di emanare una legge ne parlo con questo comitato perché sia una legge il più possibile condivisa. Sto organizzando un convegno internazionale sul dialogo interreligioso in gennaio e abbiamo invitato esponenti del mondo occidentale e del mondo arabo. Dall’Italia verranno alcuni ministri come l’Onorevole Riccardi, il ministro degli affari esteri. Ci saranno poi leader religiosi musulmani importanti che si siederanno al tavolo con noi per formulare delle proposte per ridurre l’intolleranza in Pakistan

I leader musulmani pakistani prendono posizione in favore dei cristiani quando vengono ingiustamente perseguitati?

Sì ci sono capi religiosi che prendono le difese dei cristiani, ora stanno addirittura aumentando Recentemente abbiamo avuto il caso di una bambina, Rimsha, accusata di blasfemia. Ho seguito personalmente questo caso e ho contattato i leader musulmani per chiedere la loro collaborazione. Molti fedeli musulmani si stavano preparando a perseguitare i cristiani, ma i loro capi mi hanno ascoltato e il loro intervento ha scongiurato il peggio.

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Abbiamo intervistato Paolo Lorizzo che scrive  su ZENIT alcuni articoli che fanno conoscere al grande pubblico  l’archeologia cristiana.

Molte chiese di Roma nascondono beni archeologici di grande valore storico e religioso. A che punto si trova la conoscenza da parte del grande pubblico di questi beni? Sono sufficientemente visitati dai fedeli e dai turisti, oppure necessitano di essere maggiormente pubblicizzati?

La maggior parte di essi sono conosciuti, ma a Roma sono presenti anche piccoli angoli, nicchie, veri e propri “gioiellini” che il grande pubblico purtroppo  ignora. E uno degli obiettivi principali della mia collaborazione con ZENIT è proprio quello di far conoscere questi beni per rendere lo spettatore ancora più vicino a queste aree che, pur non essendo incluse negli itinerari classici, sono di grande interesse

Qual è lo scavo archeologico che lei ha visitato che maggiormente l’ha colpita?

Ci sono molti contesti ecclesiali che sono di grandissima rilevanza, potrei citare qualche catacomba  e in particolare quella dei santi Marcellino e Pietro, una delle realtà veramente più interessanti dal punto di vista  della fede e una delle più vaste. Mi sento particolarmente attratto  dalle piccole chiese dimenticate come per esempio quella di San Bernardo alle Terme, alla quale ho recentemente dedicato un articolo si ZENIT, che si trova dietro alle terme di Diocleziano: ogni volta che ci entro, pur non avendo nulla di così appariscente dal punto di vista archeologico, mi trasmette quell’emozione carica di quasi 1700 anni di storia . La trasformazione in spazio religioso non ha cancellato del tutto, anzi ha conservato, la forma del predente spazio termale

L’archeologia cristiana può essere una via di catechesi? La vista a qualche scavo archeologico può toccare l’ambito della fede?

Sì certamente, l’importante è che si apprezzi l’aspetto artistico integrandolo con quello storico spirituale. Quando noi vediamo una bella statua, un bel monumento, o qualsiasi cosa che trasmette emozione, riusciamo a percepire  il vero significato della parte storica artistica, vivendolo con il nostro sentimento, quindi con l’anima. Questa integrazione dell’aspetto spirituale con quello artistico è necessaria per poter cogliere in modo completo quelle strutture che sono state costruite per celebrare i sacramenti della Chiesa.

Secondo lei nella scuola statale è abbastanza approfondito il discorso religioso che c’è dietro a certi beni archeologici oppure si deve lavorare ancora molto in tal senso? C’è una lettura superficiale delle testimonianze archeologiche presenti a Roma?

Sicuramente la scuola si adopera molto per far conoscere i beni archeologici, storici e religiosi presenti a Roma.  Io credo però che questo slancio debba partire dalla famiglia. Le scuole fanno molto per avvicinare i ragazzi a queste realtà, per esempio  approvano dei progetti, ma se non c’è quella spinta, quella forza che viene dalla famiglia, molto spesso non si riesce a far capire l’essenza di un bene archeologico o artistico.

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Per le sue imponenti dimensioni il Giudizio Universale è sicuramente l’opera di maggior impatto emotivo che troviamo nella Cappella Sistina. Il Giudizio Universale è l’ultima tappa della storia della salvezza, realizzata per volontà di Paolo III.Per dipingerlo Michelangelo ha tamponato le due finestre della parete di fondo della Cappella, sovrapponendosi alle precedenti opere quattrocentesche del Perugino (nascita di Mosè e nascita di Cristo) e dando vita ad una parete che per la sua forma ricorda le tavole della legge, quasi a dire che nell’ultimo giorno saremo giudicati sulla base del decalogo.

Il fulcro di tutta la composizione è il Cristo Giudice  che con un gesto imperioso chiama i morti a risorgere. Accanto a lui, c’è sua madre Maria che intercede per la salvezza degli uomini. Se abbassiamo un po’ lo sguardo possiamo osservare degli angeli che suonano le 7 trombe del giudizio. Fra questi angeli ce n’è uno che regge il grande libro delle colpe. Un altro invece regge il piccolo libro dei meriti

Spostando la nostra attenzione verso sinistra vediamo i corpi dei morti che aprono i loro sepolcri e, rispondendo al cenno del Cristo, si elevano verso il cielo per risorgere con lui e come lui. Michelangelo ha dato corpo in queste immagini alla speranza cristiana della resurrezione della carne. Non solo l’anima sopravviverà in eterno, come pensavano i greci, ma anche la carne vedrà di nuovo la vita, perché per noi cristiani Gesù è il salvatore di tutto l’uomo, sia nella sua componente spirituale che in quella materiale

Fra i vari corpi che anelano alla salvezza, due, vicini agli angeli che suonano le trombe, salgono in cielo grazie a una corona del rosario. Attorno a Cristo e alla Vergine, sia a destra che a sinistra, c’è lo stuolo dei beati. Molti di essi sono riconoscibili dai caratteristici attributi iconografici.

Fra i molti riconosciamo: Cristina con i seni scoperti, i progenitori del genere umano Adamo ed Eva, Andrea che regge la croce decussata (= a forma di decus, cioè di 10 in numeri romani X), Lorenzo con la graticola, Bartolomeo con il coltello nella mano destra e la sua pelle in quella sinistra ( nel volto deformato si può scorgere l’autoritratto di Michelangelo), Pietro con le chiavi e Paolo con la barba lunga, Simone con la sega, Biagio con i pettini, Caterina d’Alessandria con la ruota dentata, Sebastiano con le frecce e Filippo con la croce.

Nella parte in alto gli angeli portano in gloria gli strumenti della Passione di Cristo: sulla sinistra possiamo vedere la croce e la corona di spine, mentre sulla destra la colonna della flagellazione e la canna con la spugna.

Concentriamoci ora sulla parte in basso a destra. Vediamo in questa parte l’infelicità di coloro che volontariamente non hanno corrisposto all’amore di Dio. Essi sono traghettati nel luogo infernale dal leggendario Caronte, mentre Minosse, avvolgendosi la coda attorno al corpo, dice ai dannati a quale parte degli inferi sono destinati.

Minosse ha le sembianze di Biagio da Cesena, il cerimoniere di Papa Paolo III, che aveva criticato Michelangelo per aver raffigurato nella cappella del Pontefice così tanti nudi. Il pittore non la prese bene e così raffigurò il prelato all’inferno. Questi chiese al Papa di intervenire per porre rimedio all’affronto, ma pare che Paolo III gli abbia risposto: “Cristo mi ha dato potere in cieli e in terra, ma non all’inferno!”.

Abbiamo così terminato questa breve introduzione alla Cappella Sistina che il Beato Giovanni Paolo II ha definito “Santuario della teologia del corpo umano”. Non rimane che fare visita a questo straordinario luogo per poterne apprezzare l’immensa bellezza.

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