Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: marzo 2015

Nell’imminenza della Pasqua, proponiamo questo video nel quale don Gianluca Busi, iconografo, membro della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra di Bologna e uno dei principali animatori della Compagnia di San Giovanni Damasceno, spiega come il mistero pasquale sia stato rappresentato nel corso dei secoli.

Secondo il sacerdote, siamo abituati ad immaginare la resurrezione così come ce la propone Piero della Francesca e cioè col Cristo che esce dalla tomba glorioso e vincitore. Tuttavia, una simile rappresentazione è lontana dalle fonti evangeliche e dalle raffigurazioni dei primi cristiani.

Infatti, stando ai vangeli, nessuno ha visto Gesù nell’atto di risorgere. Piuttosto la Sacra Pagina si sofferma sulle esperienze che i discepoli hanno fatto del Risorto che a loro si è manifestato. Nei primi secoli poi, i cristiani hanno rappresentato il principale mistero cristiano attraverso simboli e metafore.

A partire dal VI secolo si afferma l’immagine di Cristo che scende negli inferi e libera Adamo ed Eva. Nel XIV secolo Ambrogio Lorenzetti dipinge per la prima volta il Cristo che esce dal sepolcro. Questa modo di parlare della resurrezione si afferma in modo ancora più compiuto con Andrea del Castagno che rappresenta il risorto osservato da un uomo.

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n occasione della festa dell’Annunciazione proponiamo un video di don Gianluca Busi, iconografo, membro della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra di Bologna e uno dei principali animatori della Compagnia di San Giovanni Damasceno.

Nella prima parte, don Gianluca mostra come il tema dell’annunciazione sia stato rappresentato da artisti come Simone Martini, il Beato Angelico, Filippo Lippi e Leonardo da Vinci.

Nella seconda parte Don Claudio Arletti, parroco di Maranello e biblista, si sofferma sul tema della libertà, senza la quale non ci sarebbe stata l’Incarnazione.

Infine don Gianluca analizza un’icona dell’annunciazione realizzata dagli iconografi contemporanei Laura Renzi e Giovanni Raffa che si sono ispirati a quella realizzata nel XIV secolo da Andrej Rublëv.

Don Gianluca, grazie all’ausilio delle immagini e a una profonda lettura iconologica, ci introduce nel mistero dell’incarnazione e ci fa apprezzare il valore catechetico delle opere d’arte.

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È il simbolo stesso della nostra religione, la troviamo rappresentata nei più svariati modi, gli artisti hanno intrapreso una sorta di gara per raffigurarla. Stiamo parlando della Croce. Don Gianluca Busi, iconografo e membro della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra di Bologna, ci aiuta con questo video a leggere alcune opere d’arte per introdurci al mistero della morte e resurrezione di Cristo.

Se è importante saper collocare ogni opera d’arte in situ, lo è tanto più per le opere sacre che sono state pensate per uno spazio liturgico. Ciò, ovviamente, vale anche per la croce. Nelle antiche chiese trovava spazio sopra una sorta di tramezzo che divideva il presbiterio dal resto della chiesa. In una simile posizione, la croce veniva a sovrapporsi col volto del Cristo glorioso collocato. In tal modo, il fedele riusciva a percepire il mistero della morte e resurrezione con straordinario equilibrio.

Le cose cambiano con l’affermarsi della spiritualità francescana a partire dal XIII secolo. Il Poverello di Assisi aveva una grande venerazione per il Cristo crocifisso e così la rappresentazione del Nazareno prende sempre più le forme di quello che gli storici dell’arte chiamano “Christus patiens” (= Cristo che soffre).

Attraverso le più svariate raffigurazioni della croce, don Gianluca Busi condurrà le persone a meditare sulla ricchezza del mistero pasquale.

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Dopo l’intervista dell’anno scorso a un suo ex professore, in occasione del secondo anniversario dell’elezione di Papa Francesco, abbiamo intervistato Jorge Milia, giornalista, scrittore ed ex alunno di quello che sarebbe poi diventato Papa Francesco. Il signor Milia infatti ha frequentato l’Istituto dell’Immacolata Concezione di Santa Fe, dove il professor Bergoglio insegnava letteratura. Su quell’esperienza, lo scrittore, molto conosciuto in Argentina, ha scritto anche un libro edito da Mondadori, Maestro Francesco

Come era il professor Bergoglio in classe?

“El Padre Bergoglio”, Jorge Mario Bergoglio S.I. o “Carucha”, è stato un insegnante speciale in una scuola speciale. L’Immacolata è il più antico istituto dell’Argentina, una storia dentro la storia. Questo istituto non voleva essere una culla di leader. La Compagnia di Gesù aveva un’altra idea: quella di educare i giovani per diventare uomini che pensano con un senso cristiano della vita ed essere in definitiva di formare testimoni della fede.

Tutto questo ha coinciso con l’idea del professor Bergoglio. Ma lui è andato anche oltre. Aveva un nuovo modo di vedere le cose, improntato ad una grande apertura mentale che ci lasciava la libertà di indagare ciò che ci interessava. Non solo ci faceva leggere la letteratura, ma ci permetteva anche di “creare” la nostra scrittura. Ci ha anche dato la possibilità di parlare con gli autori di spicco del momento.

Dove si trovava quando Bergoglio è stato eletto Papa? Se lo aspettava?

Non, non mi aspettavo la sua elezione. Avevo parlato con lui poco prima del conclave e mi aveva detto che allo suo ritorno da Roma mi avrebbe chiamato. Invece, il 13 marzo ero a casa, in giardino con un elettricista che stava piazzando degli apparecchi. Mia moglie mi ha detto dalla finestra: “C’è il fumo bianco”. Io, che aveva per un attimo dimenticato il Conclave, risposi si spegnere il forno, pensando di aver lasciato dei semi di zucca a cuocere, ma lei mi ripose: “No, non è qui, è a Roma!”. Mi sono dunque precipitato davanti alla TV per vedere chi fosse il nuovo Papa e quando ho sentito che il cardinale Tauran pronunciava le parole “Georgium Marium …” ho cominciato a piangere. Da quel momento in poi il mio telefono ha iniziato a squillare e non ha smesso più per due giorni!

Qual è il più importante contributo che un Papa argentino può dare alla Chiesa del XXI secolo?

Penso che, anche se molte persone sono già scioccate da ciò che Francesco ha già fatto, i cambiamenti potranno essere valutati solo alla fine del suo pontificato. Il cambiamento non sta nel suo essere latino-americano, argentino o gesuita, ma nella scelta dei cardinali elettori. Questo è stato preso in considerazione da pochissime persone fino ad ora, ma se non ci fosse stato un cambiamento di prospettiva nel collegio cardinalizio, oggi non avremmo avuto Papa Francesco. L’importante è che la maggior parte dei cardinali ha ritenuto che un tale cambiamento fosse necessario. Dopo, da quel “Buonasera”, il nuovo vescovo di Roma, ha iniziato le altre modifiche, ma non dimentichiamo che il primo grande cambiamento è avvenuto la sera dell’elezione.

È vero che per tutto il mondo l’essere latino-americano, argentino e gesuita sono fattori importanti. In tutti e tre i casi si tratta di una prima volta. E si potrebbero fare molte disquisizioni su quale di questi tre aspetti sia Di maggior rilievo nella figura di Papa Francesco. Ma il vero segreto di Bergoglio sta nella sua personalità, nella sua capacità di lavoro e nella fede.

Che cosa ha significato per l’Argentina l’elezione di Papa Bergoglio?

La questione è difficile, perché può avere molte risposte. In primo luogo è necessario specificare di quale Argentina parliamo. Se parliamo di Bergoglio bisogna sapere che ci sono quelli che lo vogliono e quelli che lo odiano. Alcuni di questi ultimi ora si sono travestiti da amici, ma è solo una cosa facciata. Certamente l’elezione ha cambiato molte sotto l’aspetto politico. La più importante è stata quella di evitare il disegno di legge per modificare la Costituzione. Questo ha significato l’impossibilità della rielezione per Cristina Fernández (il Capo di Stato dell’Argentina, ndr). Così si capisce l’ira del suo governo nei primi due primi giorni. Dopo hanno recuperato il buon senso (o si sono anch’essi vestiti di ipocrisia) dimenticando le quattordici sollecitazioni da parte del Cardinale Primate per avere un’udienza, sempre negata dalla Fernàndez. Per quanto riguarda l’aspetto ecclesiale invece, gli argentini hanno la stessa adesione a Francesco di tutto il mondo. Ma nella chiesa di Argentina ancora non si vede un cambiamento eclatante. E questo è logico, sono strutture molto grandi che dovevano fare un cambiamento. Per la gente comune è sempre più facile.

Ha sentito ultimamente il Papa? Cosa vi siete detti?

No, ad eccezione di qualcuna risposta via e-mail, non ho parlato con lui. L’ultima volta è stato a settembre scorso. Ma non è stata più che una chiacchierata di amici poiché io non sono un uomo di stato che ha da discutere di questioni importanti. Sono un uomo comune che solo ha avuto la fortuna di essere amico del Papa. Quando ci siamo sentiti, lui mi chiedeva sempre delle mie figlie, e ricorda ogni cosa che gli ho raccontato in precedenza e non lascia mai di darmi consigli. Quando gli ho raccontato come si aiutano fra loro, mi ha detto che con mia moglie abbiamo fatto un buon lavoro, perché le nostre figlie hanno il senso della solidarietà. Essere solidali tra sorelle o fratelli non significa fornire denaro l’uno a l’altro, è il suo buon consiglio, ma stare insieme per combattere la solitudine.

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ROMA – Mercoledì 11 marzo, presso la Sala Marconi della Radio Vaticana è stato presentato il volume SELFIE. Dialogo sulla Chiesa con il teologo di tre Papi (ed. Cantagalli), una sorta di dialogo fra la giornalista Monica Mondo e il Card. Georges Cottier, già Teologo della Casa Pontificia.

Dopo il saluto di Padre Federico Lombardi, Direttore della Sala Stampa Vaticana, ha preso la parola proprio il Card. Cottier che ha voluto riassumere il libro attraverso tre concetti chiave.

Per prima cosa si è soffermato sul tema del dialogo sottolineando che tutti ne parlano, ma esso spesso si riduce a somma di monologhi. Invece, cristianamente inteso, il dialogo è annuncio del vangelo considerando la storia personale di chi ci ascolta, perché il cristianesimo non si rivolge alle masse, ma alla persona.

L’alto prelato ha continuato la sua riflessione sul tema della santità, che è stata intesa, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, come la via ordinaria che ogni cristiano deve percorrere e non una corsia preferenziale riservata a personale specializzato.

Infine Sua Eminenza ha parlato del cambiamento e delle riforme, che, pur aprendosi alle novità, permettono alla Chiesa di mantenere un senso profondissimo della vera tradizione che mantiene sempre vivo l’insegnamento di Gesù Cristo.

Ha preso poi la parola Enzo Romeo, caporedattore vaticanista del Tg2, che ha sottolineato come la Mondo abbia in un certo senso vestito i panni della “cattolica smarrita” al fine di provocare le risposte del Card. Cottier, il quale, anche su argomenti particolarmente spinosi, ha saputo dare delle risposte pacate, ben sapendo che “le verità di fede come tali non possono essere imposte dalle leggi umane”. Pertanto, sarà compito del cristiano essere testimone di speranza che riesca a ridestare nell’uomo secolarizzato di oggi la tensione verso l’infinito.

È stata poi la volta di Mons, Marcelo Sanchez Sorondo, Cancelliere della Pontifica Accademia
delle Scienze Sociali che ha ringraziato il Card. Cottier per aver parlato nel libro anche di temi dei quali si sente sempre meno parlare come la grazia e l’anima, argomenti che Cottier ha saputo affrontare anche grazie alla profonda conoscenza di autori contemporanei.

È intervenuto poi Philippe Chenaux, Ordinario di Storia della Chiesa Moderna e Contemporanea presso la Pontificia Università Lateranense, il quale, più di 30 anni fa, ha avuto Padre Cottier come suo professore di filosofia all’Università di Friburgo. Il docente ha individuato 2 momenti fondamentali della storia recente della Chiesa nei quali il Cottier ha dato significativi contributi: il Concilio, al quale ha partecipato in qualità di perito, e poi il Giubileo del 2000, periodo nel quale ha ricoperto il ruolo di Segretario della Commissione Teologica. Insomma, il Card. Cottier è stato un protagonista della “stagione montinana” e di quella “wojtylana” e non a caso due capitoli del libro sono dedicati proprio ai due pontefici. In particolare il padre Cottier ha avuto come maestri il Card. Journet e il filosofo Maritain, due figure fondamentali anche per Paolo VI.

Ignazio Ingrao, vaticanista di Panorama, ha notato come nel libro si respirano i temi del Concilio, si discute su come conciliare la “Chiesa del dialogo” con la “Chiesa dell’apologetica” e, venendo ai nostri giorni, se la Chiesa sia debole sul fronte dell’identità? Cottier allontana ogni dubbio e afferma che non dobbiamo avere paura del confronto col mondo perché alla fine è sempre la grazia che converte e l’apologetica svolge solo il compito di preparare la strada. Colpisce nella visione del Card. Cottier che si contempli in futuro la presenza di donne nel collegio cardinalizio.

Gianni Valente, giornalista di Vatican Insider, ha ricordato come abbia avuto un intenso dialogo col Card. Cottier quando teneva su 30 Giorni la rubrica “Ecclesiam Suam”. Gianni Valente ha soprattutto apprezzato la capacità di fare degli opportuni distinguo, tipico della forma mentis domenicana, come, ad esempio quelli che riguardano la cura e la bellezza della liturgia che è altra cosa rispetto a “l’ideologia del merletto”, così come una cosa è la gioia di vivere in maniera vitale la familiarità con Maria altro è fidarsi di collezionisti di messaggi privati. Una tale capacità di discernimento consente al cristianesimo di non scadere nell’ideologia. Gianni Valente apprezza anche il fatto che la visione del Card. Cottier rifugge il pericolo della tentazione di costruire una chiesa d’elites, che opera attraverso truppe scelte che ritengono come ultimo criterio di verità l’antipatia che il mondo nutre verso di esse.

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Dopo essersi soffermato sulle glorie del passato, Leone XIII traccia le linee guida per i cattolici del suo tempo e afferma che “l’astenersi del tutto dal partecipare alla vita politica sarebbe altrettanto colpevole quanto negare il proprio contributo operoso al bene comune: tanto più in quanto i cattolici, proprio in ragione della dottrina che professano, sono impegnati ad agire con particolare scrupolo e integrità”.

Il Papa è cosciente di non trovarsi più nel favorevole contesto socio-culturale del medio evo, sa che nel suo tempo il fatto cristiano non è scontato, si rende conto che ciò che era acquisito nel medio evo è da conquistare nel suo tempo. Mentre nell’aetas christiana le istituzioni politiche erano naturalmente inclini alla tutela e alla promozione dei valori religiosi, nell’Ottocento, grazie all’affermarsi delle idee democratiche, non c’è accordo attorno all’idea cristiana di società. Pertanto il Papa deve ridefinire il valore e il ruolo della presenza cristiana in questi nuovi quadri di civiltà.

Egli invita a non astenersi dalle nuove forme di vita civile, perché ciò significherebbe privare la società del positivo contributo offerto dalla visione cristiana del mondo. In maniera molto pragmatica il Pontefice sostiene che se i cattolici “si tengono in disparte, prenderanno facilmente il potere uomini, le cui opinioni danno ben poco affidamento di poter giovare allo Stato. E ciò sarebbe dannoso anche per la religione, poiché acquisterebbero moltissimo potere coloro che osteggiano la Chiesa, pochissimo quelli che l’amano”.

Pertanto è evidente “come i cattolici abbiano validi motivi per prendere parte alla vita politica: essi non lo fanno né lo debbono fare per assecondare quanto vi è di riprovevole nei metodi di governo attuali, ma per rivolgere questi stessi metodi, ogni volta che sia possibile, al vero e autentico bene pubblico, con il proposito di infondere in tutte le vene del corpo sociale, come linfa e sangue donatore di vita, la sapienza e la forza benefica della religione cattolica”.

Il pontefice mostra una certa diffidenza verso il metodo democratico. Possiamo comprendere le sue riserve alla luce della storia: le istanze democratiche nate nel corso della Rivoluzione Francese spesso hanno finito per accanirsi, non solo contro le distorsioni della religione, ma contro la religione stessa. Le preoccupazioni di Leone XIII sono legate più alle vicende storiche che al metodo democratico in se stesso. Egli tuttavia esorta i cattolici a entrare nell’agone politico, come abbiamo letto “con il proposito di infondere in tutte le vene del corpo sociale, come linfa e sangue donatore di vita, la sapienza e la forza benefica della religione cattolica”

Il Papa esorta i fedeli ad agire come i primi cristiani che si trovavano in un clima culturale, se si vuole, ancora più ostile. Eppure grazie al loro testimonianza di vita riuscirono in un’impresa che umanamente si direbbe impossibile. Scrive Leone XIII: “Non diversamente accadde nei primi secoli dell’era cristiana. I principi e lo spirito dei popoli pagani erano allora quanto mai lontani dallo spirito e dai principi evangelici; tuttavia era dato vedere i cristiani, in mezzo alla superstizione, incorrotti e sempre coerenti con se stessi, introdursi animosamente ovunque intravedessero un varco”.

Non si deve tuttavia scambiare quest’opera di evangelizzazione come una corsa ad accaparrare dei posti. La presenza dei cristiani del mondo non aveva lo scopo di una battaglia ideologica. Ne è prova il fatto che molti cristiani, davanti all’incompatibilità fra gli onori di questo mondo e la propria fede, hanno rinunciato persi o alla propria vita per seguire Cristo: “Esempio di fedeltà ai principi, obbedienti all’imperio delle leggi fino a che ciò non fosse in contrasto con la legge divina, diffondevano in ogni luogo un mirabile splendore di santità; si impegnavano ad aiutare i fratelli, a convertire tutti gli altri alla sapienza di Cristo, pronti tuttavia a ritirarsi e ad affrontare intrepidamente la morte, qualora non fosse stato loro possibile conservare gli onori, le magistrature e i comandi senza venir meno alla virtù”.

Agendo in tal modo, scrive ancora il Papa, i cristiani “fecero sì che il cristianesimo penetrasse rapidamente non solo nelle famiglie, ma anche nell’esercito, nel Senato e nello stesso palazzo imperiale”.

Con tutti gli opportuni distinguo del caso, possiamo vedere un parallelismo fra quanto descritto da Leone XIII e i nostri tempi. Certo, il passaggio dal paganesimo al cristianesimo avvenne in un contesto comunque di “sacralità”. Gli uomini di oggi invece vivono spesso lontani da riferimenti di carattere religioso”. Le persone che si rifanno a una visione religiosa spesso vivono la propria fede in modo intimistico, mancano referenti cristiani in settori di vitale importanza come quelli dell’istruzione, della comunicazione e della politica, per cui c’è tanto tanto lavoro da fare!

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ROMA – Si è svolta martedì 3 marzo alle ore 18 presso la Basilica di San Bartolomeo all’Isola, la presentazione del volume Dio vive in città – Verso una nuova pastorale urbana, del sacerdote e teologo argentino Carlos María Galli, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. L’incontro, che ha visto l’intervento di numerosi e illustri relatori, è stato introdotto da don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana.

Mons. Galantino, Segretario Generale della Cei, ha sottolineato come il titolo del volume sia un interrogativo su come Dio sia presente in città e su come possa essere percepito e accolto in un contesto urbano. Le moderne metropoli infatti si presentano come materialiste, consumiste, edoniste, indifferenti ed egoiste e in ultima analisi non sono aperte alla trascendenza. Eppure, nonostante tutto, in questo contesto Dio vive. Anche nei piccoli centri si vive in modo urbano, poiché i mezzi di comunicazione hanno permesso di combattere l’isolamento. In tale contesto si deve svolgere la missione della “chiesa in uscita”. Secondo il prelato, spesso si abusa di questa espressione, senza comprenderne a fondo il significato: “chiesa in uscita” non vuol dire uscire con l’elmetto per annettere le “periferie”, ma comprendere la provocazione dell’uomo della strada per ripensare la propria azione pastorale.

Guzmán Carriquiry, segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina, dopo aver elogiato l’opera di padre Antonio Spadaro e del prof. Andrea Riccardi per i loro contributi nella comprensione della teologia latino-americana, ha sottolineato come sia indispensabile andare al background spirituale del pastore Bergoglio per capire il suo attuale magistero e il suo stile. Bisogna infatti conoscere la storia della Chiesa latino-americana dopo il Concilio, ispirata a una teologia che non è stata una semplice riedizione della teologia europea. Al tema del quale il volume si occupa, Bergoglio ha dedicato ben due congressi quando era vescovo di Buenos Aires. Papa Francesco è il primo Papa nella storia moderna a provenire da una megalopoli e conosce dunque a fondo i desideri, i problemi e le angosce dell’uomo urbano.

Padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, ha messo in evidenza come Papa Francesco, seguendo l’insegnamento di Ignazio di Loyola, veda Dio vitalmente mescolato in mezzo a tutti e unito a ciascuno. Di conseguenza, Dio vive già nella nostra città e ci spinge – proprio mentre ci riflettiamo – a uscire incontro a lui per per scoprirlo, per costruire relazioni di prossimità, per accompagnarlo nella sua crescita e per incarnare il fermento della sua Parola in opere concrete. In tale visione, il mondo è il cantiere di Dio e la città non è centro, ma poliedro di periferie.

Suor Mary Melone, rettore della Pontificia Università Antonianum, ha riflettuto sulla forma del “Dio urbano” non certo un Dio giudice o un Dio indifferente, ma un Dio appassionato della vita dell’uomo. Nel volume infatti le parole “vita” e “comunione” sono i termini più ricorrenti. Dio indica la strada per una vita piena, autentica, egli vuole rendere accessibile all’uomo la vita in pienezza che può essere tale solo se è una vita di comunione. In tal senso, la Chiesa è chiamata a realizzare una nuova Pentecoste, nella quale le diversità siano assunte e amalgamate in contrapposizione con l’uniformità autoreferenziale di Babele.

Ha preso poi la parola il prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, il quale ha letto il libro in volo durante il viaggio fra Buenos Aires e San Paolo, fra due megalopoli. Il merito del volume è quello di affrontare il tema della chiesa con la città contemporanea. Questa sfida deve portare la Chiesa a evitare ogni ripiegamento e autoghettizzazione delle identità. Secondo Riccardi, un primo abbozzo di pastorale urbana si sarebbe potuta affermare grazie all’esperienza dei preti operai, ma il contesto storico non ha permesso lo sviluppo di questa realtà.

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Il pontificato di Leone XIII si colloca in un momento di grandi trasformazioni culturali e sociali. Quando egli sale al Soglio di Pietro, non sono neppure passati 100 anni dalla Rivoluzione Francese. Inoltre egli è il primo Pontefice a governare la Chiesa senza essere sovrano dello Stato Pontificio. È dunque normale che alle sue aperture, delle quali abbiamo parlato, si affianchino visioni più tradizionali. Egli ha in mente la grande civiltà cristiana sviluppatasi durante il Medio Evo, una civiltà fiorita anche grazie alla stretta collaborazione fra politica e religione.

Scrive infatti Papa Pecci: “Dalla religione, con la quale si onora Dio, dipendono le condizioni della società; tra l’una e l’altra intercorrono, per molti versi, un’affinità e una parentela. Per questo è necessario che tra le due potestà esista una certa coordinazione, la quale viene giustamente paragonata a quella che collega l’anima e il corpo nell’uomo”.

Questa “aetas christiana” viene così descritta da Leone XIII: “Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato, quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi”.

Vorremmo commentare queste parole di Leone XIII accostandole a quelle di un testo del magistero più recente. Se leggiamo la Lumen Gentium al numero 31 si dice che i laici devono “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” e che “sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo”. Comparando questi due testi, sembra che quello che i sacri pastori hanno auspicato durante il Concilio Vaticano II, sia già accaduto nel Medio Evo, almeno in quello rappresentato da Leone XIII.

Per Papa Pecci questi sono gli effetti dell’impatto che il Vangelo ha avuto col vecchio continente: “Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla superstizione alla verità; che abbia vittoriosamente respinto le invasioni dei Maomettani; che abbia tenuto il primato della civiltà; che abbia sempre saputo offrirsi agli altri popoli come guida e maestra per ogni onorevole impresa; che abbia donato veri e molteplici esempi di libertà ai popoli; che abbia con grande sapienza creato numerose istituzioni a sollievo delle umane miserie; per tutto ciò deve senza dubbio molta gratitudine alla religione, che ebbe auspice in tante imprese e che l’aiutò nel portarle a termine”.

Alla luce di tutto ciò, il Pontefice non poteva che esclamare: “Si deve infatti attribuire il valore di legge eterna a quella grandissima sentenza scritta da Ivo di Chartres al pontefice Pasquale II: “Quando regno e sacerdozio procedono concordi, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la concordia viene meno, non soltanto non crescono le piccole cose, ma anche le grandi volgono miseramente in rovina” .

Ciò che si va dicendo, dunque, che la Chiesa sia ostile alle più recenti costituzioni civili, e che rifiuti tutti indistintamente i ritrovati della scienza contemporanea, non è che una vana e meschina calunnia.

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Nella seconda parte dell’intervista, Rodolfo Papa continua a rispondere alle domande del giornalista Francis Denis che gli ha domandato se nella storia dell’arte ci sia un culmine, un’età di massimo splendore, da ritenere unica e irripetibile.

Il professor Papa passa poi a descrivere la visione estetica di Papa Francesco il quale, riprendendo i temi del decreto conciliare Inter Mirifica sugli strumenti di comunicazione sociale, insiste sull’inscindibile binomio etica-estetica.

In particolare, Papa Francesco, al numero 167 della Evangelii Gaudium esorta i pastori a utilizzare nelle loro omelie le immagini presenti in chiesa.

Secondo Rodolfo Papa, nonostante viviamo immersi in quella che da più parti è stata definita la società delle immagini, la nostra cultura è profondamente “iconofoba”, poiché le immagini sono prevalentemente realizzate per essere consumate. Di qui la responsabilità degli artisti sacri nel produrre immagini che non siano oggetto di consumo ma che sappiano rimandare a qualcosa di altro.

Il pittore si intrattiene inoltre sulla grande responsabilità che la Chiesa ha nella produzione di opere d’arte che riescano ad “educare” l’uomo contemporaneo al Vero, al Bene e al Bello e fa delle considerazioni perché ciò possa concretamente avvenire.

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