Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: luglio 2014

È possibile scorgere negli eventi della storia una traccia di assoluto e di verità? È possibile trovare nel divenire qualcosa che rimandi all’eterno? A queste domande la fede cristiana risponde in maniera positiva e si può costruire, a partire dal fluire dei secoli, una teologia della storia, cioè si può intuire dai fatti che si susseguono una riflessione su quello che è il progetto di Dio sull’uomo.

Non è quindi forse un caso se nella storia sua storia la Chiesa ha dovuto combattere come prima eresia quella che è nota sotto il nome di Gnosticismo. Essendo la prima delle eresie essa può essere vista in modo paradigmatico, un po’ come il peccato originale è l’archetipo di tutti gli altri peccati.

Allo gnosticismo – e a Sant’Ireneo che lo ha combattuto – è dedicato un articolo scritto da padre Enrico Cattaneo sull’ultimo numero de “La Civilta Cattolica” che uscirà sabato 2 agosto.

La parola gnosticismo è forse sconosciuta alla maggior parte dei fedeli ed è prevalentemente oggetto di attenzione da parte dei teologi, tuttavia la conoscenza di questo fenomeno è tutt’altro che marginale e le tematiche ad esso legate sono anche molto attuali. Quante volte nel mondo odierno si fanno strada pensieri riconducibili allo gnosticismo? Quante volte, anche in persone che si dichiarano credenti, serpeggiano idee gnostiche?

A tal proposito, padre Cattaneo scrive: “Le speculazioni gnostiche ci appaiono oggi abbastanza bizzarre, così da non attirare più l’adesione di alcuno. Però, dietro quelle speculazioni c’è una certa visione di Dio, del mondo e dell’uomo, che, coperta da altri rivestimenti concettuali e linguistici, è condivisa ancora oggi da molte persone”.

Innanzitutto lo gnosticismo nega che un Dio spirituale possa essere il creatore di un mondo materiale, egli infatti “non può avere creato il mondo, perché ciò sarebbe indegno della sua assoluta trascendenza”.

Il mondo materiale finisce per avere una connotazione negativa: “perciò il mondo materiale non è frutto di una creazione positiva di Dio, come insegna la Bibbia, ma sarebbe il risultato di una caduta, di una «defezione» avvenuta nel mondo divino, per cui una parte del divino si trova «alienata» nella materia”.

Da questo antagonismo fra spirituale e materiale, fra trascendente e immanente deriva “un pensiero essenzialmente dualistico, che procede per contrapposizioni: mondo divino versus mondo materiale; spirito vs corpo; bontà vs giustizia, e così via”, un pensiero in netto contrasto con la visione cattolica che all’aut-aut (=o questo o quello, o Dio o l’uomo, o lo spirito o la materia, ecc.) preferisce l’et-et(=sia questo che quello, sia Dio che l’uomo, sia lo spirito che la materia, ecc.)

Padre Cattaneo descrive poi altre caratteristiche degli gnostici. Essi “facevano leva su un diffuso sentimento antiecclesiastico e antiistituzionale, quest’ultimo da sempre aleggiante nello spirito umano”.

Un’altra caratteristica descritta dal religioso riguarda lo spirito settario, accentuato dalla convinzione che la salvezza fosse riservata solo a pochi perfetti. Infatti gli gnostici “davano a intendere di possedere una scienza nascosta, che rivelavano soltanto agli iniziati”.

Infine il gesuita mette in rilievo come l’antropologia gnostica sia improntata al pessimismo perché vede nel corpo la prigione dell’anima: “l’uomo vero è il suo spirito (pneuma), che si deve liberare dal corpo e dall’anima (psychē) per ritrovare se stesso e ritornare nella Pienezza divina (plerōma)”.

Alla luce di ciò possiamo chiederci: quante volte diamo vita ad un “cristianesimo non cristiano” proponendo l’immagine di un Dio così trascendente da non essere coinvolto nella sua creazione? Quante volte proponiamo un cristianesimo spiritualista lontano dalla verità di Dio Creatore? Quante volte la nostra fede non è illuminata dal mistero del Dio diventato uomo?

Contro tutte queste tentazioni, che come abbiamo visto hanno un’origine antica, ha combattuto Ireneo di Lione che ha ben evidenziato come la carne sia il cardine della salvezza: nella creazione e nell’incarnazione Dio manifesta tutto il suo amore per la materia.

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VASTO – I coniugi Gioacchino Bruni e Claudia Zappasodi, che da 18 anni fanno parte dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, gestiscono la “Casa famiglia Manuela” che, dopo diversi anni di attività nella diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, dal luglio 2009 opera nella città di Vasto.

I coniugi Bruni, vivendo il carisma dell’associazione fondata da don Oreste Benzi, sono da sempre attententi ai bisogni degli ultimi. Oltre alla vicinanza e all’assistenza offerta a quanti sono accolti nella struttura della casa famiglia, sono spesso promotori di iniziative di solidarietà.

Quest’anno hanno dato vita ad un originale campo estivo che ha avuto come tema “Insieme per fare ciò che diversamente non faremmo” e che si è svolto dal 17 al 19 luglio presso la fattoria sociale “Il recinto di Michea”. Per capire meglio di cosa si tratta, abbiamo fatto qualche domanda alla signora Bruni.

Cosa ha di particolare il campo estivo che avete organizzato quest’anno?
Questa iniziativa ha fatto convivere per alcuni giorni, gli uni accanto agli altri, dei minorenni con ragazzi portatori di handicap. È stato un esperimento per capire come avrebbero accolto l’iniziativa i ragazzi e le loro famiglie.

Come è nata l’idea?
Non è una mia idea. La Comunità Papa Giovanni XXIII propone da sempre campi di condivisione. Don Oreste iniziò quasi 40 anni fa a Canazei e ci raccontava sempre che all’epoca non li volevano, perché il disabile era brutto da vedersi e rovinava l’immagine turistica della città. Addirittura il sindaco in persona andava a raccomandarsi affinché andassero via.

Oggi, grazie a Dio le cose sono cambiate, ma la diversità fa ancora paura. Noi però ci crediamo che “insieme si può”: lo sperimentiamo quotidianamente nella nostra casa famiglia e sappiamo che è una ricchezza, per questo abbiamo provato a proporlo anche ad altri.

Ne parlai qualche mese fa con il nostro vescovo Bruno Forte, che rimase entusiasta dell’idea, mi diede la sua benedizione e io cominciai a bussare alle porte dei gruppi e delle parrocchie della città, ma non riuscii a concudere niente!

Poi, un giorno, parlando in macchina con una amica, pensammo di provare. Ne parlai un po’ in giro e in poco più di un mese è nato il campo. Quando i tempi di Dio sono giusti, tutto si realizza in un batter d’occhio e questo mi dà pace e mi fa fare le cose con maggiore serenità.

Quante persone hanno partecipato e come hanno risposto alla vostra iniziativa?
Eravamo in 25 tra ragazzi disabili e normodotati. La risposta è stata subito positiva, gli animatori sono stati molto bravi a coinvolgere i ragazzi. Il secondo giorno del campo una bimba, mi ha detto: “Ma Claudia, non avevi detto che c’ erano anche i disabili? Ma quando vengono?” Da due giorni

stavamo insieme e non si era accorta della diversità, tanto stavano bene insieme!

Lo scopo era stato raggiunto: non eravamo più tra bisognosi e aiutanti, ma eravamo tutti uguali, ognuno con le sue capacità e i suoi tempi. Diceva don Oreste: “Verranno cieli e terre nuovi, dove il passo sarà tenuto dallo storpio, dalla donna incinta e dalla partoriente!”. Stavamo realizzando questo!

Quali sono le tue impressioni dopo questa esperienza?
Alla festa del venerdì sera con i genitori, la gioia era grande e la festa è stata proprio coinvolgente. Diverse mamme hanno riferito che i figli tornati a casa hanno detto loro di aver capito che siamo tutti uguali!

Ora dopo il successo dell’iniziativa dobbiamo fare in modo che questo fiore appena nato non appassisca. I giovani di oggi sono il futuro della società e se li facciamo crescere abituandoli a questi valori, allora potremo sperare che le cose andranno meglio!

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Fra le belle colline che stanno alle spalle della città di San Benedetto del Tronto, ce n’è una che si chiama “Monte della Croce”. Essa prende il nome dalla grande croce che vi è piantata e che domina la città. Ogni sambenedettese la può ammirare. Ma quanti ne conoscono la storia?

Quello che oggi si chiama, appunto, Monte della Croce, in passato era conosciuto come Monte Sereno o Monte di Aniceto. Infatti qui, il 22 dicembre del 1822, perse la vita un abitante di San Benedetto, tale Aniceto Merlini. Siccome il soprannome di Aniceto era “Muscio”, talvolta veniva anche chiamato “Monte di Muscio”.

Il Monte prese l’attuale nome quando nel 1901 Mons. Francesco Sciocchetti, santo sacerdote e benemerito parroco della Chiesa della Madonna della Marina, volle ergervi una croce a perpetuo ricordo del giubileo del 1900. Come spesso avveniva nei tempi passati, si fece una colletta e, grazie alla generosità del popolo sambenedettese, la realizzazione dell’opera venne affidata al fabbro Nazzareno Bruni.

A quel tempo fra Stato e Chiesa c’era un gran conflitto, la “questione romana” non era ancora stata risolta e la conciliazione fra l’Italia e il Vaticano sarebbe avvenuta solo una trentina di anni dopo con i Patti Lateranensi. Il clima culturale non era particolarmente favorevole alla religione. Proprio per questo Mons. Sciocchetti volle che il principale segno del cristianesimo potesse essere ben visibile da tutta la città.

Per amore di quella croce Mons. Sciocchetti passò anche dei guai giudiziari in una vicenda che ricorda in qualche modo il Don Camillo e il Peppone di Giovannino Guareschi. La croce era issata su un terreno che era di proprietà della parrocchia della Marina. Il primo maggio un fervente anticlericale chiamato Romolo (detto “Canarone”) issò sulla croce una bandiera rossa. L’energico parroco, avvertito del fatto, si recò sul posto e la rimosse.

Romolo ne pretese la restituzione, ma, evidentemente davanti ad un diniego di Mons. Sciocchetti, lo citò in giudizio e il nostro fu convocato in pretura. Al giudice che gli domandava dove si trovasse in quel momento la bandiera, rispose che l’aveva seppellita nel letamaio provocando le risa e gli schiamazzi dei presenti! Nonostante la “sfrontatezza” del monsignore, contro di lui non si configurava nessun tipo di reato e pertanto venne assolto per non aver commesso il fatto. Ciò provocò l’ira di Romolo che in seguito cercò di disturbare più volte il povero prete mentre celebrava la messa. L’episodio è riportato anche in una poesia nella quale Mons. Sciocchetti volle riassumere la propria vita.

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Padre Ferdinando Castelli ha lasciato questa terra venerdì 13 dicembre intorno alle ore 19,30. Era nato a San Pietro di Caridà, un paesino in provincia di Reggio Calabria, il 24 marzo 1920. Era entrato nella Compagnia di Gesù il 30 agosto del 1937. Studiò filosofia a Messina e a Gallarate; teologia a Napoli, dove fu ordinato sacerdote l’8 luglio 1951.

Dal 1954 al 1966 e poi nell’anno 1970-71 fu alla chiesa del Gesù Nuovo di Napoli e insegnò religione al liceo statale Genovesi. Nel 1971 si è trasferito presso la redazione de “La Civiltà Cattolica”, dove è rimasto sino alla fine. È stato anche docente di Letteratura cristiana alla Pontificia Università Gregoriana e all’Università Salesiana.

Padre Ferdinando era un uomo vero e un grande intellettuale, cioè un uomo che aveva una visione delle cose, e che con creatività la esprimeva. Ha dato forma alla «cristologia letteraria». Era un segugio. Fiutava Cristo dovunque. Era convinto che il Signore è sempre all’opera nel mondo. E lui lo trovava soprattutto tra le pagine che la creatività ispira agli esseri umani: nelle poesie e nei romanzi.

In questi mesi successivi alla sua morte, “La Civiltà Cattolica” ha continuato a pubblicare gli articoli che il religioso aveva preparato. Il suo ultimo contributo apparirà sul numero di sabato 19 luglio. In questo suo saggio, padre Ferdinando ha analizzato le immagini del paradiso nella letteratura moderna.

Introducendo il tema e riflettendo su un dialogo fra Mefisfofele e Faust, nell’omonima opera di Goete, padre Ferdinando ha scritto: “Qual era l’aspirazione di Faust? Fissare l’eternità nel tempo e fare della terra un paradiso. Questa aspirazione è una componente del nostro spirito: trascendere il tempo, stabilirci in una pienezza di vita, cioè di felicità, di pace e di amore. Siamo pellegrini, impazienti di mete capaci di placare la nostra fame e sete di felicità”.

Per parlare del paradiso, già presente su questa terra, padre Ferdinando ha riflettuto sulle parole dello staretz Zosima, personaggio de “I fratelli Karamazov”: “La vita è un paradiso, e noi siamo tutti in paradiso, ma non vogliamo capirlo; e invece, se volessimo capirlo, domani stesso il mondo intero diventerebbe un paradiso. Il paradiso è nascosto dentro ognuno di noi. Ecco, ora è qui nascosto anche dentro di me, e, se voglio, domani stesso per me comincerà realmente e durerà tutta la mia vita”. E il gesuita commenta: “L’idea dello staretz è chiara: se accogliamo il Cristo, in noi si realizza una trasformazione interiore che ci conforma a lui”.

Ecco solo alcuni passaggi del testo, per la cui lettura integrale rimandiamo al suddetto numero de “La Civiltà Cattolica”, dove il padre Castelli si sofferma ancora sulla visione del paradiso di autori come Max Jacob, Paul Claudel, Davide Maria Turoldo, Clive S. Lewis.

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Nell’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica” che uscirà sabato 19 luglio, padre Francesco Occhetta prende spunto dalla messa che Papa Francesco ha celebrato lo scorso 27 marzo per circa 500 parlamentari per parlare del rapporto che il Pontefice ha col mondo della politica.

Le letture del giorno, tratte dal capitolo 7 del libro di Geremia e dal capitolo 11 del vangelo di Matteo, mettono in evidenza, secondo l’interpretazione del Papa, da una parte la necessaria fedeltà a Dio e alla sua parola per ottenere la prosperità in uno stato e dall’altra l’obbligo da parte della classe dirigente di essere vicino al popolo e di servirlo, perché senza la logica del servizio finisce per scartare ciò che è vero e buono.

Afferma infatti il Papa: “Il popolo di Dio era solo, e questa classe dirigente, i dottori della legge, i sadducei, i farisei, era chiusa nelle sue idee, nella sua pastorale, nella sua ideologia. E questa classe è quella che non ha ascoltato la Parola del Signore, e per giustificarsi dice ciò che abbiamo sentito nel Vangelo: Quest’uomo, Gesù, scaccia i demoni con il potere di Beelzebul (Mt 11,15)”.

Durante l’omelia il Papa si è fermato anche sul concetto di corruzione, un tema sul quale più volte ha riflettuto. Spiega padre Occhetta: “La radice della corruzione per il Papa è di natura spirituale, non morale; risiede nella stanchezza della trascendenza e nella pretesa di autosufficienza”. La corruzione per Papa Francesco “è un atteggiamento del cuore riferito ad un tesoro che lo seduce, lo tranquillizza e lo inganna”.

Quelle che dovevano essere solo le parole di un’omelia, hanno finito per trasformarsi in una sorta di “esame di coscienza pubblico”. Le parole del pontefice hanno scosso le menti e i cuori dei parlamentari che hanno partecipato alla messa del 27 marzo i quali hanno riflettuto sulle indicazioni del Papa. Quarantadue di questi pensieri sono stati raccolti nel volume “Eletti per servire. Papa Francesco e i Parlamentari italiani”, curato dal cappellano del parlamento italiano, Mons. Leuzzi.

Secondo il gesuita: “Gli interventi contenuti nel volume possono essere sintetizzati secondo tre direttrici: rendere visibile le dimensione dell’onestà; il ritorno alla propria coscienza come luogo di discernimento per fare scelte e scrivere leggi; riflettere su quali modi, forme e contenuti il credente in politica si debba rapportare al contesto laico in cui agisce”.

Padre Occhetta conclude il suo articolo con una riflessione sul ruolo dei cattolici in politica citando le parole di Mons. Galantino: “Il bipolarismo, così come è stato realizzato sul piano istituzionale e su quello politico, ha in seguito finito per produrre l’effetto di due posizioni politiche in cerca del voto cattolico, ciascuna facendosi più o meno utilmente garante di un pacchetto di valori, ma senza integrare dentro la propria prospettiva l’apporto del personalismo cristiano. È mancato un vero confronto tra i cattolici stessi e tra essi e le altre culture sulle nuove questioni della democrazia: dalle nuove scienze e le loro conseguenze pratiche alle nuove emergenze sociali”.

Secondo il religioso, dunque “la priorità rimane la capacità di discernere nei problemi dell’agenda politica quei rimandi all’antropologia cristiana che permet- tano di spostare la domanda dal singolo problema — che può avere soluzioni politiche e tecniche diverse, tutte compatibili con la fede — ai processi di discernimento che portano alla luce le domande di senso sull’uomo e sul mondo, proprie di una civiltà umana”.

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Il 3 luglio la chiesa ricorda San Tommaso. Tommaso fu uno dei dodici apostoli chiamati da Gesù. Il suo nome deriva dall’ebraico “toma” e vuol dire “gemello”. I vangeli parlano poco della sua persona. Quello che maggiormente si sofferma su questa figura è il vangelo di Giovanni.

Al capitolo 11 leggiamo che Gesù e i discepoli si erano allontanati dalla Giudea quando ricevettero l’annuncio della morte di Lazzaro. Il Signore manifestò allora il desiderio di tornare in Giudea provocando la reazione dei discepoli che non volevano tornarci perché alcuni avversari di Gesù avevano tentato di ucciderlo. Tommaso è l’unico pronto ad aderire immediatamente alla volontà di Gesù ed esclama: “Andiamo a morire con lui”.

Nei primi versetti del capitolo 14, Tommaso dialoga con Gesù. Cristo sta preparando gli apostoli al momento della sua morte e al distacco da lui e parla loro di un luogo dove deve andare. Tommaso interviene dicendo: “Noi non sappiamo dove vai e dunque come possiamo conoscere la via?”. Questa osservazione suscita la risposta di Gesù, una delle frasi più impegnative di tutto il Vangelo: “Io sono la via, la verità e la vita”.

Di queste tre parole, che destano meraviglia se riferite ad una persona, quella più particolare forse è “verità”. Siamo infatti abituati a parlare di verità riferendola a delle proposizioni: sono le frasi che possono essere vere o false. Con questa frase Gesù ha affermato qualcosa di inaudibile: la verità è una persona! Dobbiamo alla sollecitudine di Tommaso se il vangelo ci ha conservato questa espressione così particolare di Gesù!

L’episodio però per il quale Tommaso è maggiormente celebre è quello narrato al capitolo 20. La sera di Pasqua Gesù apparve ai discepoli nel cenacolo, ma Tommaso non c’era. I discepoli riferirono a Tommaso di aver visto il Signore, ma egli non volle credere e disse: “Se non metto il dito al posto dei chiodi e la mia mano nel costato non crederò”.

La domenica successiva, Gesù tornò nel cenacolo e stavolta c’era anche Tommaso. Gesù lo invitò a toccarlo ed egli esclamò a gran voce: “Mio Signore e mio Dio”. Nei vangeli non si dice che Tommaso abbia toccato il corpo del risorto, tuttavia l’arte ha sempre rappresentato l’apostolo mentre mette la mano nelle piaghe di Gesù. Si pensi ad esempio alla rappresentazione di Caravaggio che qui abbiamo riprodotto.

Fin qui quello che ci narrano i Vangeli. La tradizione aggiunge che Tommaso evangelizzò la Siria, la città di Edessa e quella di Babilonia. Nell’anno 52 giunse addirittura in India dove convertì al cristianesimo i membri di alcune comunità di ebrei e anche molti indiani. Ancora oggi in India, e più precisamente nel Kerala, si trova una non trascurabile comunità cristiana.

Sempre secondo la tradizione egli costruì un palazzo per il re indiano Gondofero. Ecco perché viene spesso rappresentato con una squadra. Per lo stesso motivo è patrono degli architetti e dei geometri. Viene anche rappresentato con una lancia, poiché venne trafitto a morte da sacerdoti pagani.

Il navigatore ortonese Leone Acciaiuoli portò le ossa del santo dall’India nella sua città natale dove ancora sono venerate.

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ERRATA CORRIGE: Nell’articolo si parla di Andrea Di Maio come un gesuita, mentre non appartiene all’ordine. Di Maio è invece docente presso la Pontificia Università Gregoriana.

I gesuiti Gaetano Piccolo e Andrea Di Maio celebrano il loro confratello Roberto Busa (Vicenza 1913 – Gallarate 2011) in un articolo scritto per il prossimo numero de “La Civiltà Cattolica” che uscirà sabato 5 luglio.

Il titolo del pezzo, “Roberto Busa: tra cervello meccanico e cervello spirituale”, prende spunto dalle parole che Papa Paolo VI utilizzò quando ricevette in udienza, venerdì 19 giugno 1964, proprio padre Busa e il personale del centro di automazione di analisi linguistica del’Aloysianum (uno studentato dei gesuiti presso Gallarate, ndr).

Scrivono gli autori che nel 1949, per la sua tesi dottorale in filosofia su “La terminologia tomista dell’interiorità”, padre Busa “ebbe l’intuizione che per studiare bene quel concetto avrebbe dovuto studiare l’uso e il significato di locuzioni come «in» o «intra» nelle opere di Tommaso, e che, date le enormi quantità delle rispettive occorrenze, sarebbe stato non soltanto utile, ma di fatto indispensabile disporre di una concordanza esaustiva e automatica delle parole dell’autore”.

Proseguono gli autori: “Terminata la tesi e avendo capito le enormi potenzialità dei grandi calcolatori elettronici che negli anni Quaranta cominciavano a essere realizzati, nel 1949 padre Busa andò negli Stati Uniti d’America presso la IBM, che allora era la maggiore azienda costruttrice di computer, ottenendone la sponsorizzazione del suo progetto di una concordanza elettronica delle opere di san Tommaso, l’Index Thomisticus, che fu la prima applicazione del computer a studi linguistici”. La poderosa opera, che constava di 56 volumi, fu portata a termine in un trentennio e nel 1989 messa su cd-rom. Dal 2005 è consultabile sul sito corpusthomisticum.org.

Secondo i due gesuiti “probabilmente il lascito più fecondo di padre Busa è stato l’applicazione del suo metodo lessicografico in filosofia e in teologia. Per lui il linguaggio esprime il pensiero, e il pensiero coglie la realtà; pertanto i primi princìpi (come il principio di non contraddizione) sono non soltanto regole del linguaggio e del pensiero, ma vere e proprie leggi dell’essere”.

L’amore di padre Busa per le parole scaturice da una visione prettamente cristiana e lo studio del linguaggio “apre la via ai semi del Verbo e all’accoglienza del Verbo stesso. Padre Busa amava dire: In imis verbis Verbum latet (=Al fondo delle parole si nasconde la Parola): così lo studio delle parole porta all’ascolto della Parola”.

L’alto profilo scientifico del suo lavoro ha portato Alliance of Digital Humanities Organisations a istituire nel 1998 il “Roberto Busa Prize” che ogni tre anni premia studiosi che si sono distinti in studi informatizzati in ambito umanistico.

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