Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: settembre 2012

Oggi gli ebrei festeggia Sukkot ovvero la Festa dei Tabernacoli (dal latino tabernaculum= tenda). Durante questa festa vengono costruite delle capanne per ricordare il periodo in cui il popolo ebraico vagò nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto e prima di giungere alla terra promessa. Le capanne vengono costruite in modo tale che dal soffitto si possa scorgere il cielo volendo così significare la precarietà della vita e la meta finale che attende ogni uomo.

Durante questa festa, pochi giorni dopo quella dello Yom Kipppur, i vangeli ci raccontano come Gesù si sia trasfigurato davanti agli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni. Davanti ad essi Gesù apparve  con vesti sfolgoranti ed il viso raggiante. Alla sua destra e alla sua sinistra stavano Mosé e il profeta Elia e si udì dal cielo una voce che diceva: “Questo è il figlio mio prediletto: ascoltatelo!“. Quello che Pietro aveva proclamato pochi giorni prima è stato confermato da Dio Padre. Per Pietro questa esperienza soprannaturale era così sconvolgente ed entusiasmante che, conformemente a quanto si stava festeggiando, disse a Gesù: “È bello per noi stare qui: facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”.

L’episodio della Trasfigurazione è stato brillantemente rappresentato dal pittore veneziano che ha largamente operato anche nelle nostre Marche Lorenzo Lotto. Egli ha rappresentato la scena organizzandola su due registri: in quello superiore vediamo Gesù al centro, avvolto da una nube luminosa e col volto raggiante. Sopra la sua testa possiamo scorgere le parole di Dio Padre: “Questi è il figlio mio prediletto: ascoltatelo!”. Alla sinistra notiamo la presenza di Mosé. Ai suoi piedi giacciono le tavole della legge che contengono il Decalogo. In quasi tutte le rappresentazioni Mosè tiene le tavole della legge in mano, qui la loro posizione subordinata vuol mettere in evidenza il primato della Grazia portata da Gesù. Sulla destra osserviamo invece il profeta Elia.

Sul registro inferiore, accecato dalla luce divina, stanno Pietro con le chiavi in mano, Giovanni sulla sinistra col caratteristico abito rosso e verde e sulla destra suo fratello Giacomo.

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Oggi gli ebrei festeggiano lo Yom kippur (giorno dell’espiazione) una delle ricorrenze più importanti e solenni dell’ebraismo. Durante questo giorno si chiede perdono a Dio per i propri peccati.

Fino alla distruzione del Tempio di Gerusalemme avvenuta nell’anno 70 ad opera dei romani, la liturgia prevedeva due atti molto importanti: il Sommo Sacerdote degli ebrei (figura paragonabile a quella del Papa) entrava nel Santo dei Santi e pronunciava il nome di Dio JHWH poi, attraverso una preghiera caricava i peccati di tutto il popolo su un capro che veniva abbandonato (da ciò deriva fra l’altro anche la nostra espressione “capri espitatorio).

Col primo gesto il Sommo Sacerdote tentava di mettere tutto il popolo in contatto col suo Dio, mentre col secondo avveniva il perdono dei peccati.

Dalla lettura dei vangeli si evince che fu proprio durante la festa dello Yom Kippur che Gesù rivolse a Cesarea di Filippo la domanda: “Chi sono io per la gente?“. Gli apostoli, dopo aver risposto che la gente vedeva in Gesù un profeta, si sentirono chiedere da loro maestro: “E chi sono io per voi?“. Solo Pietro rispose dicendo: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente“.

In questo brano del vangelo c’è uno straordinario parallelismo: mentre a Gerusalemme il Sommo Sacerdote stava pronunciando il nome di Dio, Pietro stava pronunciando davanti al suo Signore il titolo di Cristo. I vangeli ci mostrano Pietro come novello Sommo Sacerdote dei cristiani

Questo parallelismo è stato magnificamente rappresentato dal Perugino nella “Consegna delle chiavi” dipinto nella cappella Sistina. Sullo sfondo si vede il Tempio di Gerusalemme, all’interno del quale possiamo immaginare il Sommo Sacerdote che sta pronunciando il nome di Dio. In primo piano invece vediamo la gente rappresentata con il cappello e il gruppo ristretto degli apostoli rappresentati senza alcun copricapo: Perugino è riuscito a visualizzare attraverso questo espediente del capo coperto/scoperto la duplice domanda di Gesù. Pietro è inginocchiato e riceve da Gesù le chiavi del paradiso. La posizione di Pietro richiama la frase del Vangelo “Chi vuol essere il primo sia il servo di tutti”.

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Le parole del Ministro Profumo su quella che lui ritiene la scarsa attualità dell’insegnamento religioso cattolico nella scuola italiana ha sollevato un vivace dibattito su siti web e blog.  La discussione su questo tema non è nuova e la riflessione sulle modalità dell’insegnamento religioso nella scuola può essere tranquillamente catalogata come una “vexata questio”.

Molti dei pensieri esposti dagli utenti del web fanno spesso riferimento a lontane esperienze avvenute in età scolare oppure ricalcano il “sentito dire”. È quindi forse necessario tornare sull’argomento per fare chiarezza su qualche punto.

Si è più volte detto che l’insegnamento religioso confessionale (nei contenuti e nel personale addetto alla docenza di questa materia) a scuola intaccherebbe la laicità dello stato e per questo si dovrebbe optare per un insegnamento della storia delle religioni che sarebbe più neutrale e utile per tutti gli studenti.

Su questo modo di comprendere la laicità la nostra sensibilità cattolica ha qualcosa da dire. La vera laicità si fonda sulla distinzione (non separazione) fra la sfera religiosa e quella politica, fra i diritti della comunità religiosa e quelli della comunità politica.

Anche se ai più può sembrare inverosimile, il primo formulatore del principio della laicità è stato Gesù quando ha affermato: “Date a Cesare (cioè al potere civile) quello che è di Cesare e a Dio (cioè il potere religioso) quello che è di Dio”.

Tale principio, che potremmo riformulare anche “Libera Chiesa E Libero Stato” (e non come disse Cavour “Libera Chiesa IN Libero Stato), è anche sancito dall’articolo 7 della nostra Costituzione che recita: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.

Lo Stato e la Chiesa hanno dunque missioni differenti e ognuna ha delle competenze proprie. Può capitare che su alcune materie ci sia comunque un interesse comune. Portiamo degli esempi. La costruzione delle infrastrutture è sicuramente di  esclusiva competenza dello Stato, mentre la formulazione dei dogmi è di esclusiva competenza della Chiesa. Una realtà come il matrimonio però ricade allo stesso tempo sotto la sfera civile e sotto quella religiosa (ovviamente per chi è cattolico). È in questo frangente che Chiesa e Stato possono collaborare, come per esempio accade in Italia, dove il matrimonio religioso produce effetti civili. Come l’istituto del matrimonio, tutte le materie che interessano sia la sfera religiosa che quella politica vengono canonicamente definite “res mixtae” (=cose miste, di interesse comune)

Anche l’insegnamento religioso cade sotto questa sfera e non potrebbe essere diversamente in uno stato veramente laico. Anzi, addirittura possiamo dire che l’insegnamento della religione è una cartina di tornasole per misurare la laicità di uno stato. Per capire ciò, analizziamo la situazione europea

Su 24 stati europei 3 non contemplano nessun tipo di insegnamento religioso. In queste realtà lo Stato ignora completamente un aspetto fondamentale di molti suoi cittadini

In 7 stati l’insegnamento è impartito da docenti che sono riconosciuti idonei dallo Stato. A prima vista ciò sembrerebbe una garanzia di autentica laicità, ma, se andiamo a vedere bene, in questi paesi c’è una forte tradizione religiosa di tipo protestante dove l’autorità civile è considerata allo stesso tempo una autorità religiosa, come per esempio accade in Inghilterra, dove la Regina Elisabetta è allo stesso tempo monarca del Regno Unito e Capo della Comunione Anglicana. Essendo l’anglicanesimo in un certo qual modo la religione di stato, questo forma e abilita all’insegnamento i suoi docenti. Un discorso simile vale per la Grecia di cultura ortodossa che sente ancora gli strascichi di un certo cesaropapismo.

La maggior parte degli stati (14) poi, ha un tipo di insegnamento religioso gestito contemporaneamente dallo Stato e dalle confessioni religiose maggiormente presenti sul territorio nazionale come in Italia. Solo in questo caso si può parlare di vera e autentica laicità perché lo stato non fa opera di ingerenza in questioni religiose ma richiede l’aiuto delle comunità religiose più numerose che formano (a proprie spese e senza nessun costo per lo stato come in Italia) e abilitano all’insegnamento.

Alla fine di questa nostra riflessione ci permettiamo di osservare che oggi la famiglia dell’alunno può scegliere liberamente se avvalersi o meno dell’insegnamento religioso. Nel caso in cui si introducesse un corso di storia delle religioni questa libertà verrebbe meno e le famiglie cattoliche sarebbero costrette a vedere dispensati insegnamenti religiosi da chi, nella prospettiva cattolica, non ha la competenza per farlo.

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Benedetto XVI sta visitando in questi giorni il Libano con la speranza che la sua presenza possa essere un contributo per la pace in medio oriente e un conforto per i tanti cristiani che in queste terre vivono in situazioni di estrema difficoltà, se non addirittura di vera e propria persecuzione. Abbiamo parlato di questa condizione dei cristiani con Rodolfo Casadei che ha conosciuto da vicino queste realtà

Rodolfo Casadei, nato a Forlì nel 1958, laureato in filosofia nell’Università di Bologna nel 1982, coniugato con 2 figli, è giornalista professionista dal 1991. Ha lavorato come redattore nel mensile Mondo e Missione fra il 1985 e il 1998, occupandosi dei temi del sottosviluppo e dell’Africa, dove ha compiuto numerosi viaggi. Dal 1998 è inviato speciale del settimanale Tempi, per il quale ha svolto reportage nei maggiori paesi europei, in Medio ed Estremo oriente e in America latina. Suoi articoli e servizi su temi dell’attualità internazionale sono apparsi su Avvenire, L’Osservatore Romano, Sette del Corriere della Sera, Il Giornale, L’Eco di Bergamo, Jesus, Il Sabato, Trenta Giorni, Tracce, sul mensile Usa Inside the Vatican. Attualmente collabora coi quotidiani Il Foglio e Il Giornale del Popolo (CH). Ha narrato molte vicende di persecuzione e di speranza in “Tribolati ma non schiacciati” (Lindau)

Quanti paesi ha visitato per svolgere il suo lavoro?

Tanti. Quando lavoravo con padre Piero Gheddo a Mondo e Missione ero l’incaricato per l’Africa, al settimanale Tempi sono l’Inviato Speciale internazionale. Sei-sette missioni all’anno le faccio normalmente. Non è tantissimo, ma la qualità è più importante della quantità. Poi ci sono gli inviati più bravi, che tengono insieme l’una e l’altra cosa.

Lei è sposato e ha dei figli. Cosa la spinge a compiere i suoi viaggi nonostante i molti rischi connessi con la sua attività di giornalista di frontiera?

Sono sempre prudente, quando mi muovo ho buoni appoggi sul posto. Ci sono mestieri molto più pericolosi del mio: muratore, operaio, contadino, agente di pubblica sicurezza, ecc. I miei familiari sanno che sono prudente e sono d’accordo con me che la vita non vale per sé, ma per lo scopo che ha, per la missione che è data a ciascuno: dal disabile paralizzato in un letto al pilota di aereo che fa il giro del mondo tutte le settimane. Sono giornalista, sono cristiano. Quello che faccio è la logica conseguenza della mia identità.

In quale paese le condizioni di vita dei cristiani sono maggiormente difficili?

Fra quelli che ho visitato, l’Iraq.

Quale è l’animo dei cristiani e con quali sentimenti affrontano tutte le difficoltà che incontrano?

Alcuni di loro sono persone comuni, che reagiscono in base all’istinto di sopravvivenza: mi chiedono se posso aiutarli ad abbandonare il paese, se posso fare loro avere un visto per l’Europa. Altri invece approfondiscono la fede proprio sotto la pressione della persecuzione. La persecuzione diventa una chiamata alla santità, alla quale rispondono positivamente.

Fra le tante storie di sofferenza che ha raccontato, quale le è rimasta più impressa nel cuore?

Mi hanno colpito tutte. Ma se devo ricordarne una, mi viene in mente Surur, una ragazza cristiana di Baghdad. L’hanno violentata e uccisa dentro casa, a pochi metri dai suoi genitori. Si rifiutava di cedere alle minacce di chi voleva imporle di portare il velo a scuola. Aveva smesso di andare a lezione per restare coerente con la sua coscienza e per non creare pericoli a chi frequentava la scuola. Era una ragazzina di 16 anni. Spero di incontrarla nell’eternità.

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ROMA – A partire da giovedì 11 ottobre l’Istituto Superiore di Scienze Religiose che fa capo alla Pontificia Università “Regina Apostolorum” di Roma darà inizio ad un corso dal titolo “Pregare con le icone”. Abbiamo chiesto a Padre Marcelo Antonio Bravo Pereira LC, preside dell’Istituto di illustrarci i contenuti più importanti che il corso offrirà agli studenti.

Padre Marcelo Antonio è nato il 15 maggio 1970 a Santiago del Cile, il 24 dicembre 2003 è stato ordinato sacerdote e dal 2011 è Preside dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose

Il corso si aprirà con delle lezioni dedicate alla “teologia della bellezza”. Ci può spiegare il senso di questa espressione?

La teologia della bellezza, cioè fare una riflessione su Dio come Bellezza parte per noi cristiani dal mistero dell’Incarnazione. Una definizione di bellezza ci è stata tramandata da San Tommaso d’Aquino. La bellezza è infatti “quod visum placet”, ciò che essendo visto piace. La bellezza consiste in una certa armonia delle parti in un insieme. Per esempio, l’armonia che c’è nella contemplazione di una scogliera bagnata dalle onde con in fondo il cielo diafano illuminato dal sole. Come vede tutto fa riferimento alla sensibilità. In quale senso si può dire che Dio è bello se non è sensibile? Ecco qua che con l’Incarnazione del Verbo in Gesù di Nazareth l’eterno si fa sensibile. “Cerco il tuo volto Signore”; questo desiderio del popolo d’Israele si fa realtà nel volto umano del Figlio di Dio. Lui è il più bello tra i figli degli uomini. Nel suo aspetto fisico, nel suo volto, si scorge una bellezza più grande, la bellezza spirituale, la bellezza di un amore incondizionato che lo porta alla donazione totale di sé nella croce. L’icona s’inserisce in questa contemplazione del volto di Cristo. Chi si accosta a un icona cerca il vero volto di Gesù. L’iconografo è un credente prima di essere un artista. È un ricercatore della bellezza di Dio fatto uomo.

Può spiegare ai nostri lettori quali sono le più importanti differenze fra la pittura sacra occidentale e le icone?

Bisogna partire da una premessa, leicone non appartengono alla sola tradizione orientale. In occidente, soprattutto a Roma possiamo ammirare icone già dal VIII secolo. Basti pensare all’icona acheropita della Scala Santa presso il Laterano. Quando la Chiesa era unita e respirava con i suoi due polmoni – a dire di Giovanni Paolo II – c’è stato un interscambio artistico e religioso molto fecondo. Inoltre grandi artisti – e grandi credenti – occidentali si ispirarono a forme della tradizione iconografica occidentale e orientale. Duccio di Buoninsegna e Giotto seguono canoni e forme proprie delle icone. Insomma, l’icona è patrimonio di tutta la cristianità.

Detto questo si potrebbero trovare alcune differenze. L’icona tende a spiritualizzare le figure. Lecolloca in uno spazio aureo di grande solennità. Nell’icona il Verbo incarnato con la sua divinità viene a noi e ci interpella. La pittura sacra occidentale per contro tende a umanizzare la divinità, a farla concreta. I volti, l’espressività del corpo e lo spazio indicano che veramente il Verbo è della nostra natura. L’icona, inoltre, è un’immagine che ci contempla anziché noi contempliamo l’icona. Si parla qui di “prospettiva rovesciata”. Nella prospettiva normale della pittura occidentale il punto di fuga è nel quadro e da lì si apre a noi. Nell’icona accade il contrario: la divinità con la sua apertura viene incontro al punto singolare, cioè allo spettatore, all’uomo che si apre alla fede.

Finalmente, la pittura religiosa occidentale porta il segno caratteristico del pittore. È una creazione. L’iconografo non è creativo, non immagina e disegna secondo la propria ispirazione. Lui cerca, non l’immagine soggettiva del Cristo o della Madonna. Lui cerca il vero volto di Cristo. Ecco perché le icone tentano di riprodurre sempre e con fedeltà i modelli antichi, perché più vicini al vero volto del Signore.

Quali nozioni sono indispensabili per avvicinarsi al mondo delle icone?

Innanzitutto la fede. L’icona ha una finalità mistagogica, cioè, di avvio verso il mistero trascendente di Dio. Chi si accosta all’icona deve credere fermamente nel Dio fatto uomo. Deve avere una sensibilità contemplativa e di ascolto, perché davanti ad un icona non si deve andare a imporre i propri pregiudizi religiosi o artistici, ma a contemplare, a vedere, a toccare l’orlo del mantello del Signore.

Nel corso “pregare con le icone” si forniscono conoscenze teoriche sulla tecnica delle icone, la preparazione della tavolozza, sulla storia delle icone, ma il nucleo centrale e il traguardo principale è insegnare a pregare con questi oggetti sacri che la tradizione cristiana ha conservato e custodito gelosamente.

In che modo le icone sono legate alla preghiera e alla liturgia?

Le icone sono strettamente legatealla liturgia. Basta entrare in una chiesa bizantina per ammirare l’iconostasi, cioè la parete che separa la navata dal “bema” o presbiterio. Secondo il celebre aforisma di san Leone Magno, “ciò che era visibile nel nostro Redentore è passato ai suoi misteri”, è nel mistero sacramentale e liturgico dove il Verbo incarnato si fa vicino a noi con la sua potenza redentrice e dove l’uomo si unisce a Cristo, sommo Sacerdote, e ai cori angelici per rendere la lode e la gloria al Padre, nello Spirito Santo. L’incontro con l’icona è un atto liturgico perché riproduce nella concretezza dell’esistenza umana la lode e la gloria che la creatura deve al suo Creatore.

Quali sono e dove si trovano le più importanti icone presenti in Italia?

L’Italia ha un patrimonio iconografico di valore incalcolabile. Del VI s. è l’icona della Vergine con il Bambino (una“odighitria”, cioè che indica Gesù come via) custodito alla Chiesa di santa Maria nuova, a Roma. A Santa Maria in Trastevere c’è un capolavoro iconografico, la Madre di Dio in trono o Madonna della Clemenza (“glycophilousa”), senza dimenticare icone di valore storico-religioso come la “Odighitria” davanti alla quale sant’Ignazio di Loyola e la sua compagnia fecero voto alla Madonna. In Italia si potrebbero citare la basilica di san Marco a Venezia, Ravenna, e un po’ ovunque.

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