Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: dicembre 2013

ROMA – Uscirà domani 21 dicembre l’ultimo numero di quest’anno de “La Civiltà Cattolica”, la rivista dei gesuiti che vanta il primato di essere il più antico periodico italiano. Antico sì, ma non per questo indietro rispetto ai tempi: nel 2013 il periodico ha rinnovato la sua veste grafica e si è reso disponibile sui dispositivi mobili.

Ma ciò che quest’anno ha aggiunto ancora più lustro alla rivista è stata l’elezione a Pontefice di Papa Francesco che proviene proprio dall’ordine dei gesuiti. Se “La Civiltà Cattolica” è sempre stato un valido strumento per avvicicinarsi al Papa e alla Santa Sede (prima della pubblicazione ogni articolo viene riletto dalla Segreteria di Stato), lo è ancora di più ora che abbiamo un Pontefice gesuita.

Lo si capisce sfogliando anche questo ultimo numero. Se per esempio si volesse conoscere cosa sia il Natale per Papa Francesco, basterebbe leggere l’editoriale dove sono riportati diversi passaggi delle omelie tenute dall’allora Cardinale Bergoglio in occasione delle messe di Natale. Ritroviamo nelle omelie natalizie dell’arcivescovo di Buenos Aires espressioni che sono oggi le parole-chiave del suo Pontificato come “tenerezza” (p. 525) e “periferie esistenziali” (p. 528).

Possiamo ancora avvicinare in un certo qual modo il Papa leggendo l’articolo di Diego Javier Fares, professore di teologia della Pontificia Università Cattolica dell’Argentina e soprattutto amico e figlio spirituale di Papa Bergoglio. Per avere un’idea di quanto il Pontefice stimi questo suo confratello, basta ricordare che, durante il viaggio in aereo diretto a Rio de Janeiro, colloquiando con un giornalista, consigliò ai giovani colpiti dalla crisi di leggere proprio i libri di Fares. Il religioso nel suo articolo, prendendo come icona di riferimento l’episodio della Trasfigurazione, parla degli occhi della fede e di come la luce della fede trasformi il nostro sguardo. Numerosi sono i richiami alla prima enciclica di Papa Francesco “Lumen fidei”.

Un articolo di Rogelio Garcia Mateo, docente di Teologia Spirituale alla Pontificia Università Gregoriana, ci aiuta invece a penetrare l’universo religioso di Papa Francesco. L’autore infatti descrive la figura di Pietro Favre, il gesuita savoiardo, amico di Sant’Ignazio, che per primo nella Compagnia divenne sacerdote. Proprio lo scorso 17 dicembre Papa Francesco ha esteso alla Chiesa universale il culto liturgico in suo onore, iscrivendolo nel catalogo dei santi. L’articolo si sofferma sul rapporto che il neo-santo ha avuto con il mondo protestante. Particolarmente interessante è l’ultimo paragrafo che ha per titolo “Partire da ciò che ci unisce” nel quale si mostra lo stile, che oggi definiremmo “ecumenico”, di Pietro Favre: egli si sforzò di amare i protestanti, pregò per loro e li trattò familiarmente. Possiamo molto probabilmente scorgere in Favre quale sarà l’ecumenismo di Papa Francesco.

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ROMA – Martedì 17 dicembre un nutrito gruppo di vaticanisti si è ritrovato presso il Centro Studi Cappella Orsini per festeggiare il settantasettesimo compleanno di Papa Francesco, il primo da Vescovo di Roma, e allo stesso tempo per presentare il libro di Padre Antonio Spadaro “La mia porta è sempre aperta”, il volume che presenta e commenta l’intervista concessa dal Papa al direttore de “La Civiltà Cattolica”.

La serata si è aperta con il benvenuto di Andrea Conte, Presidente del Centro Studi Cappella Orsini, che ha accolto gli intervenuti nello spazio che attualmente ospita delle opere d’arte che parlano del mondo femminile. Ha preso poi la parola il moderatore Andrea Velardi, docente presso l’Università degli Studi “Roma Tre”, che ha introdotto la novità di Papa Francesco, riportando le parole di un cardinale italiano, il quale ha affermato che gli elettori sono entrati nella Cappella Sistina senza avere il nome di Bergoglio in testa e di come abbia visto lo Spirito Santo all’opera nel guidare i cardinali verso il suo nome.

Riportiamo ora alcuni pensieri espressi dai vaticanisti, senza la pretesa di essere esaustivi.

Marco Tosatti (La Stampa) ha notato come l’intervista concessa a Padre Spadaro, direttore di quella che è sicuramente una delle riviste più vicine alla Santa Sede, sia stata accuratamente rivista, parola per parola, dal Santo Padre, mentre quella concessa al direttore emerito de “La Repubblica” Eugenio Scalfari non abbia subito alcuna “revisione”.

Marco Politi (Il Fatto Quotidiano), riprendendo le osservazioni di Tosatti, ha sottolineato come, nel caso dell’intervista di Scalfari, il Papa fosse soprattutto interessato a lanciare un messaggio al mondo agnostico ed ateo, ecco perché è comparsa nella in forma integrale sull’Osservatore Romano, anche con qualche errore, come quello della preghiera di Bergoglio prima dell’accettazione del pontificato. Nel caso dell’intervista di Padre Spadaro invece, il Papa ha voluto lanciare un manifesto del suo pontificato, ecco perché è stata necessaria una accurata revisione.

Per quanto riguarda la figura del Pontefice, secondo Politi, dobbiamo toglierci dalla testa ogni immagine folklorica che riconduca Bergoglio alla sua origine latino-americana: tutto quello che è Papa Francesco è qualcosa di caratteristico della sua persona. Rispetto ai suoi più recenti predecessori, costituisce anche un novità il fatto che Papa Francesco sia nato in una metropoli, tutto il distretto di Buenos Aires infatti conta 13 milioni di persone.

Vania De Luca (Rainews 24) ha messo in risalto la peculiarità pastorale del Pontefice. Per Papa Francesco la Chiesa non deve solo aprire la porta al mondo, ma deve uscire da quella porta alla ricerca di chi si trova oltre la soglia. Questa idea, secondo la giornalista, ha fatto breccia nell’animo di molte persone che spesso si confidano con lei lamentandosi di come trovino a volte chiuse le porte delle parrocchie.

Per Gian Guido Vecchi (Corriere della Sera) solo un gesuita come Padre Spadaro poteva intervistare un Papa gesuita! Ciò ha evitato possibili fraintendimenti vista la comune appartenenza alla famiglia di Sant’Ignazio. Il libro-intervista di Padre Spadaro può essere così considerato una sorta di strumento per interpretare e capire Papa Francesco.

Per il vaticanista una delle più grandi rivoluzioni di Papa Francesco è stata la scelta di abitare a Santa Marta, ciò ha permesso al Papa di entrare in più stretto contatto con i suoi collaboratori che, per accedere a lui, non hanno più bisogno di ulteriori filtri. Il Papa procede nella riforma della Chiesa con gesti simili a questo: quando la Chiesa non si limiterà solo ad applaudirlo, ma si metterà ad imitarlo, allora vedremo i frutti.

Matteo Matzuzzi (Il Foglio), il più giovane fra i vaticanisti, ritiene che la dottrina con Papa Francesco sia al sicuro. Il suo stile che può apparire a volte impulsivo non lo è affatto. A volte i gesti del Papa vengono banalizzati e fraintesi ignorando la complessità di questo pontificato.

Jacopo Scaramuzzi (Linkiesta) ha paragonato Papa Francesco al presidente americano Roosvelt che era considerato progressista dai conservatori e conservatore dai progressisti!

Per Elisabetta Piquet, autrice del libro “Francesco. Vita e rivoluzione”, Bergoglio è allo stesso tempo l’uomo giusto al momento giusto e colui che nella vita si è trovato in posti di responsabilità in momenti delicati. In linea con quanto affermato dal cardinale Kasper, Francesco riformerà la Chiesa, ma non la rifonderà da capo.

Di certo l’avvento di Papa Francesco ha portato un nuovo clima, un entusiasmo, un orgoglio di essere cattolici, una novità portata dallo “scandalo della normalità” dato dai suoi gesti semplici, come quello di partire per il Brasile con una valigetta come un normale viaggiatore oppure come quello del bacio dato alla Presidente dell’Argentina durante la sua visita in Vaticano.

Hanno concluso l’incontro le parole di Padre Antonio Spadaro. Il direttore de “La Civiltà Cattolica” ha detto che Papa Francesco non ha le soluzioni in tasca e che le sue decisoni sono prese dopo un attento discernimento, in pieno stile gesuita, attraverso una reale consultazione e intensi momenti di preghiera.

Compiemdo una particolare alchimia ha separato l’autorità dalla distanza. Spesso si ritiene che aumentando la distanza si acquisti maggiore autorevolezza. Sì, questo può anche essere vero, ma una autorità di questo tipo non è destinata a durare. Papa Francesco invece sta fondando la sua autorevolezza attraverso la vicinanza.

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ROMA – Giovedì 12 dicembre alle ore 16.30 presso Palazzo Massimo alle Terme è stato presentato il volume “Primi cristiani. Le storie, i monumenti, le figure” di Fabrizio Bisconti, edito dalla Libreria Editrice Vaticana. L’autore, oltre ad essere docente ordinario di archeologia e iconografia presso l’Università Roma Tre, è sovrintendente archeologico delle catacombe.

L’incontro si è aperto con l’intervento del direttore della LEV don Giuseppe Costa che ha sottolineato come la casa editrice non si occupi soltanto di pubblicare ciò che riguarda il magistero papale, ma spazi anche su tutto ciò che il cristianesimo ha generato, anche in termini culturali.

Ha preso poi la parola il professor Paolo Liverani, docente di Topografia dell’Italia Antica presso l’Università di Firenze, che ha illustrato i contenuti del libro. Il volume raccoglie alcuni saggi che Bisconti ha scritto nell’arco degli ultimi cinque anni per l’Osservatore Romano e che hanno per oggetto le varie espressioni artistiche dei primi secoli dell’era cristiana.

Il professor Liverani ha evidenziato come tutti i testi dell’autore si muovano su un doppio binario: da una parte l’interesse per l’iconografia, dall’altro l’attenzione al dato letterario e alle fonti scritte del cristianesimo primitivo.

A livello geografico, le opere trattate appartengono ad una vasta area che abbraccia Roma, Napoli, Siracusa, Milano e Cimitile.

Il docente ha paragonato la lettura di un’opera d’arte alla visione che si può avere del colonnato del Bernini in piazza San Pietro: se ci si pone su uno dei due fuochi della piazza, è possibile vedere una sola colonna, ma se ci si sposta, anche di poco, è possibile vedere anche le colonne che sono dietro. Allo stesso modo, quando si guarda un’immagine, si deve tentare di scorgere cosa c’è dietro, bisogna vedere cosa ha portato l’autore a concepirla in quel modo, è necessario contestualizzarla. Da un simile modo di approcciarsi all’immagine scaturirà un incredibile bagaglio di informazioni.

A titolo d’esempio, e per mostrare come l’autore si è mosso nella sua opera, sono state mostrate alcune opere d’arte prese in considerazione nel volume, come la cappella di Sant’Aquilino nella basilica di San Lorenzo a Milano, primo esempio di mosaico a sfondo dorato (nei mosaici più antichi lo sfondo è solitamente blu). La basilica nella quale la cappella è inserita testimonia il passaggio dal paganesimo al cristianesimo, essendo stata costruita col materiale proveniente da un antico ed imponente anfiteatro.

L’immagine poi veicola contenuti più propriamente teologici, come ad esempio può risultare confrontando le rappresentazioni degli eroi pagani con quelle dei santi cristiani. Mentre i primi stanno a metà strada fra l’umano e il divino, ma maggiormente assorbiti da quest’ultima dimensione, nel caso della raffigurazione dei santi, essi sono concepiti come mediatori che conducono e accompagnano lo spettatore all’immagine di Cristo, come possiamo ammirare in molti mosaici antichi.

È infine intervenuto l’autore ringraziando tutte le persone che nel corso di due anni lo hanno coadiuvato nella realizzazione dell’opera che ha definito una “cassetta degli attrezzi” per gli studenti universitari.

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Continuiamo il nostro viaggio alla riscoperta delle preghiere tradizionali della Chiesa. Senza ombra di dubbio, dopo il “Padre nostro”, la preghiera più amata e recitata dal popolo cristiano è quella dell’”Ave Maria”. Questa preghiera non è tanto antica quanto quella del “Padre nostro”, infatti è stata composta nella forma in cui oggi la conosciamo attorno al XVI secolo.

Dal punto di vista della struttura la preghiera è formata da 3 parti:

1) Ave o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.

2) Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù

3) Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen

La prima parte è tratta dal passo evangelico dell’Annunciazione e precisamente Lc 1,28. Le parole sono quelle che l’angelo rivolge alla Madonna quando entra nella sua casa. Nella versione italiana e in quella latina troviamo le parole “Ave o Maria” ma se andiamo a leggere il testo greco leggiamo un “Kaire” che possiamo tradurre con “Rallegrati”. “Piena di grazia” è invece la traduzione del greco “Kecharitomene” che essendo un participio passivo può essere tradotto con “ricolmata di grazia” sottolineando così l’azione di Dio nell’opera di santificazione di Maria. Le parole “il Signore è con te” indicano il favore di Dio per la sua umile creatura. In tutte queste parole di può sentire l’eco di un passo vetero-testamentario: So 3,14 nel quale il profeta Sofonia invita Sion a rallegrarsi per la salvezza che Dio porterà a Gerusalemme.

Nella seconda parte della preghiera possiamo riconoscere le parole di un altro passo evangelico: Lc 1,42 nel quale Elisabetta, parente di Maria, saluta la vergine con queste parole. Anche in questo caso, nelle parole evangeliche possiamo trovare un’eco di brani dell’Antico Testamento: una simile espressione si ritrova infatti sulla bocca della profetessa Debora che aveva proclamato: “Benedetta sia fra le donne Jael” (Gdc 5,24). Anche Ozia aveva detto di Giuditta: “Benedetta sei tu figlia… tra tutte le donne della terra” (Gdt 13, 18). Giuditta e Jael sono definite “benedette” perché Dio si è servito di loro per liberare Israele dai suoi nemici… a maggior ragione Maria può essere chiamata così essendo la madre di colui che libererà il mondo dal peccato e dalla morte.

L’ulteriore benedizione proferita da Elisabetta su Gesù sembra ricalcare il passo nel Deuteronomio nel quale Mosè invoca benedizione su Israele ogni volta che ascolterà la parola di Dio: “Benedetto il frutto del tuo seno” (Dt 28,1.4)

La terza ed ultima parte è stata aggiunta dalla Chiesa. Maria viene chiamata “Santa”. Si ricorre a lei con l’antichissimo titolo di “Madre di Dio”, espressione usata per la prima volta nella preghiera “Sub tuum praesidium” e confermata durante il Concilio di Efeso. I fedeli che recitano questa preghiera invocano la materna protezione di Maria praticamente in ogni momento: sia nell’ora presente che nell’ora più drammatica dell’esistenza umana.

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L’8 dicembre la Chiesa celebra la Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, un ricorrenza molto sentita in tutto il mondo cattolico e in particolare nella nostra diocesi, visto che all’intercessione dell’Immacolata si deve la fine del colera a San Benedetto del Tronto nel 1855.

A perpetua memoria e come segno di gratitudine verso la Vergine, ogni anno in questo giorno viene rinnovato il “voto cittadino”. Ma che cosa è questo dogma dell’Immacolata Concezione? Se lo si chiedesse, anche a persone che abitualmente frequentano la Chiesa, probabilmente riceveremmo una risposta non corretta!

Cerchiamo allora di spiegare questa verità di fede, ammirando anche un celebre monumento: la collonna della Immacolata Concezione a Piazza di Spagna.

Innanzitutto chiariamo che la solennità che oggi celebriamo è legata a un preciso evento della storia della salvezza: ricordiamo infatti il momento in cui Maria venne concepita nel grembo di sua madre Anna.

La Chiesa ci insegna che all’atto del concepimento ereditiamo dai nostri genitori il peccato originale. A tale macchia sfuggì, per singolare privilegio, Maria, che sarebbe poi diventata la madre di Gesù.

Questa verità, da sempre creduta, venne solennemente proclamata da Papa Pio IX l’8 dicembre 1854. Due anni dopo, davanti all’ambasciata spagnola in Roma, venne collocato il monumento che ci accingiamo ad ammirare.

La statua della Immacolata è posta alla sommità di una complessa “macchina” composta idealmente da tre blocchi: alla base stanno le statue di 4 profeti ebrei, prende poi lo slancio una colonna romana in marmo cipollino che termina con un capitello corinzio. In un certo senso, Maria è l’apice di tutta l’umanità rappresentata dall’elemento ebraico, da quello romano e da quello greco.

Le 4 imponenti statue che stanno alla base rappresentano, come abbiamo detto, 4 profeti. Sotto ogni statua ci sono dei passi delle Sacre Scritture che possono essere riferiti a Maria:

Davide: “L’altissimo ha santificato il suo tempio”. L’antenato di Gesù è rappresentato con la corona, egli fu infatti secondo re di Israele e con l’arpa in mano, essendo secondo la tradizione l’autore del libro dei salmi.

Mosè: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe”. Il legislatore Mosè è rappresentato con la barba fluente. Sul suo volto si scorgono due raggi di luce, poiché nella bibbia si legge che, dopo aver parlato con Dio, il suo volto divenne tutto luminoso.

Ezechiele: “Questa porta rimarrà chiusa, non verrà aperta perché c’è passato il Signore”. Il profeta ha il volto rivolto verso il cielo dal quale attende l’ispirazione.

Isaia: “La Vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele”.

Quattro bassorilievi parlano ancora di Maria. Nel primo riconosciamo la scena dell’Annunciazione. Maria, visitata dall’angelo Gabriele, è colpita sul grembo da un raggio di luce, simbolo dello Spirito Santo che la rende feconda. La composizione si ispira al secondo capitolo del vangelo di Luca.

Nella seconda scena, un angelo compare in sogno a Giuseppe e gli spiega che Maria è incinta per opera dello Spirito Santo. La rappresentazione stavolta prende spunto da quanto narrato dall’evangelista Matteo nel primo capitolo della sua opera.

Nel terzo bassorilievo vediamo Maria che viene incoronata da Gesù.

Infine l’ultima scena rappresenta la proclamazione del dogma ad opera di Pio IX.

E veniamo a lei, al vertice di tutta l’umanità. La statua della Madonna riprende la tradizionale iconografia dell’Immacolata Concezione: la vergine ha una corona di 12 stelle e ai suoi piedi una mezzaluna.

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In una parola potremmo dire che la Chiesa si occupa degli strumenti di comunicazione sociale perché essi possono validamente concorrere al fine missionario della Chiesa. A questo primo interesse “ad intra” corrisponde anche un interesse “ad extra”: insegnare agli uomini il giusto modo di utilizzare questi mezzi anche in ambito profano.

Per quanto riguarda la dimensione “ad intra” il testo afferma: ”Compete pertanto alla Chiesa il diritto innato di usare e di possedere siffatti strumenti, nella misura in cui essi siano necessari o utili alla formazione cristiana e a ogni altra azione pastorale“.

In questa espressione risaltano le parole “diritto innato” riferito al possesso e all’uso che la chiesa fa degli strumenti di comunicazione. Per “diritto innato” o “diritto nativo” si intende qualcosa che per sua natura appartiene alla Chiesa e che serve per svolgere la sua missione. Avendo la Chiesa ricevuto da Gesù il mandato di diffondere il vangelo fra tutti i popoli, le appartiene intrinsecamente il diritto alla proprietà e all’uso di tutti quei mezzi che la facilitano in questo compito.

Non si può ignorare il contesto storico che ha portato il Concilio in questo modo: i regimi totalitari del XX secolo hanno negato, impedito o ostacolato, l’esercizio di tale diritto. Si pensi a ciò che è accaduto ai giornali d’ispirazione cattolica sotto il fascismo o nei paesi comunisti.

Dall’azione evangelizzatrice della Chiesa non sono affatto esclusi i fedeli laici che con l’uso dei mezzi di comunicazione possono effettivamente e concretamente realizzare il loro “munus docendi” (=dono dell’insegnamento). La “Inter mirifica” afferma infatti: “Peraltro è compito anzitutto dei laici animare di valori umani e cristiani tali strumenti, affinché rispondano pienamente alla grande attesa dell’umanità e ai disegni di Dio“.

Verità e carità devono essere i due binari sui quali si devono muovere coloro che lavorano nel mondo della comunicazione perché, senza alcun riferimento alla legge morale e a causa della grande suggestione che i mezzi di comunicazione hanno sulle masse, si potrebbero produrre effetti devastanti: “Per usare rettamente questi strumenti è assolutamente necessario che coloro i quali se ne servono conoscano le norme della legge morale e le osservino fedelmente in questo settore“.

E qui non può che aprirsi una dolorosa riflessione sugli effetti che certa stampa ha provocato nella società odierna. Quante volte gruppi ristretti e vere e proprie lobby si sono servite dei mezzi di comunicazione per diffondere idee e costumi palesemente in contrasto con la verità e il buon senso? Quante volte il mondo della comunicazione in cerca di odience, più attratto dalle logiche del profitto, piuttosto che dal desiderio di far conoscere la verità, ha fatto leva sulle parti peggiori dell’essere umano?

Ecco dunque l’invito affinché “tutti si adoperino, anche mediante l’uso di questi strumenti, alla formazione e diffusione di rette opinioni pubbliche“.

E ancora si afferma: “Al fine poi di formare i lettori a un genuino spirito cristiano, si promuova e si sostenga una stampa autenticamente cattolica, tale cioè che venga pubblicata con l’esplicito scopo di formare, favorire e promuovere opinioni pubbliche conformi al diritto naturale, alla dottrina e alla morale cattolica, e di far conoscere nella giusta luce i fatti che riguardano la vita della Chiesa“.

Se troppo spesso i mezzi di informazione contribuiscono ad alimentare idee non conformi alla verità sull’uomo, allora la Chiesa deve dare il suo contributo affinché, sia i mezzi di informazione direttamente collegati ad essa, sia singoli fedeli laici che operano nei mass media, si sforzino di diffondere idee conformi al vero bene. Non deve essere neppure trascurata una corretta informazione su ciò che riguarda la vita della Chiesa, della quale i mezzi di comunicazione solitamente mettono in risalto solo gli aspetti negativi o scandalistici.

È alla luce di quanto espresso nella “Inter mirifica” che il nostro giornale, in collaborazione con la Fisc e Zenit, promuoverà nella nostra diocesi nei giorni 22, 23 e 24 maggio 2014 il primo Meeting dei giornali cattolici on line per riflettere sul loro ruolo e la loro missione nel contesto della nuova evangelizzazione e per trovare una comune strategia per essere significativi e incisivi nell’odierna società.

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Il 4 dicembre 1963, esattamente 50 anni fa, durante la seconda sessione del Concilio Vaticano II, venne promulgato il decreto sugli strumenti di comunicazione sociale “Inter mirifica”. Cogliamo dunque l’occasione per rileggere e commentare il documento conciliare che si occupa, per la prima volta nella storia della Chiesa, dei mass media.

Il testo inizia con queste parole: “Tra le meravigliose invenzioni tecniche che, soprattutto nel nostro tempo, l’ingegno umano è riuscito, con l’aiuto di Dio, a trarre dal creato, la Chiesa accoglie e segue con particolare sollecitudine quelle che più direttamente riguardano le facoltà spirituali dell’uomo e che hanno offerto nuove possibilità di comunicare, con massima facilità, ogni sorta di notizie, idee, insegnamenti“.

Innanzitutto si devono cogliere in quest’espressione la simpatia e la stima che i padri conciliari hanno voluto manifestare verso la tecnologia. L’uomo, attraverso il dono divino dell’intelleltto, è riuscito a continuare l’opera della creazione avviata da Dio e da lui affidata alla sua responsabilità. Dunque non si deve vedere nello sviluppo tecnologico qualcosa di avverso al disegno divino.

Anzi esso è espressione di quel desiderio dell’uomo di superarsi, è segno di quella sete di infinito che è nel suo cuore e che può essere saziata solo dall’Infinito che lo ha creato. La volontà di superarsi e di andare oltre i propri limiti dunque, se rimanda a Dio, è un atteggiamento spirituale assolutamente confacente alla visione cristiana. Si tratta qui di distinguere, come già fece De Lubac nella sua opera “Il dramma dell’umanesimo ateo”, fra l’homo faber e l’homo operator, cioè fra colui che nella tecnica vede il compimento dell’uomo e colui che invece scorge in essa una pista che conduce a Dio.

Il decreto conciliare prosegue così: “Tra queste invenzioni occupano un posto di rilievo quegli strumenti che, per loro natura, sono in grado di raggiungere e influenzare non solo i singoli, ma le stesse masse e l’intera umanità. Rientrano in tale categoria la stampa, il cinema, la radio, la televisione e simili. A ragione quindi essi possono essere chiamati: strumenti di comunicazione sociale“.

I padri conciliari hanno concentrato la loro attenzione in particolare su quelle invenzioni che hanno per destinatari le grandi moltitudini: la stampa, il cinema, la radio, la televisione e simili. In questo climax manca ovviamente internet che vedrà la luce solo una trentina di anni dopo. L’accento è posto sulla grande influenza che tali strumenti possono avere sulla collettività.

In effetti “se bene adoperati, offrono al genere umano grandi vantaggi, perché contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito, nonché a diffondere e a consolidare il regno di Dio“.

Ma i padri conciliari non si sono espressi in modo ingenuamente ottimistico. Essi erano pienamente coscienti anche dei reali pericoli che possono derivare da un cattivo uso dei mezzi di comunicazione. Prosegue infatti il decreto: “Ma essa (la Chiesa) sa pure che l’uomo può adoperarli contro i disegni del Creatore e volgerli a propria rovina“.

Ma per quale motivo l’assise conciliare si occupò dei mezzi di comunicazione sociale? È il documento stesso che ci fornisce la spiegazione: “La Chiesa cattolica, essendo stata fondata da Cristo Signore per portare la salvezza a tutti gli uomini ed essendo perciò spinta dall’obbligo di diffondere il messaggio evangelico, ritiene suo dovere servirsi anche degli strumenti di comunicazione sociale per predicare l’annuncio di questa salvezza ed insegnare agli uomini il retto uso di questi strumenti“.

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1) La prima domanda del “Padre nostro” chiede che tutti gli uomini riconoscano la grandezza di Dio come ci illustra Sant’Agostino: “La prima di tutte le cose che si chiedono è questa: sia santificato il tuo nome. E non lo si chiede quasi che il nome di Dio non sia santo, ma perché sia ritenuto tale dagli uomini. Si esprime così il desiderio che Dio si manifesti loro in modo tale che essi non stimino niente più santo di lui e che nessuno temano di offendere più di lui”. Si può collegare questa prima domanda alla virtù teologale della Fede, per mezzo della quale si crede in Dio e nella sua azione salvifica.

2) “Venga il tuo regno” deve essere inteso nello spirito della precedente invocazione, cioè (venga) in noi (Tertulliano). Con questa domanda il fedele è consapevole che l’attuale stato di cose soggiace alla ferita del peccato originale e solo l’intervento escatologico di Dio porrà fine a ogni sofferenza. Il cristiano vive in una continua tensione fra il bene che deve compiere e la perfezione che può giungere solo dall’Alto. Come si può facilmente intuire, questa domanda si può collegare con la virtù teologale della Speranza.

3) Nella logica delle due domande precedenti, si chiede che si compia la volontà di Dio in noi, come ci spiega ancora Sant’Agostino: “Se tu non lo dici, non farà forse Dio la sua volontà? Ricorda ciò che hai proclamato nel credo: Credo in Dio Padre Onnipotente. Se dunque è onnipotente, tu preghi perché sia fatta la sua volontà? Che cosa significa allora Sia fatta la tua volontà? Si compia in me, così che io non opponga resistenza alla tua volontà. Anche in questo caso, tu preghi nel tuo interesse, non tanto chiedendo qualcosa a favore di Dio”. La volontà di Dio non può che essere quella che si realizzi il bene e per questo la terza domanda si può collegare con la virtù teologale della Carità.

4) Per pane quotidiano si possono intendere due cose: il pane materiale (necessario alla vita fisica), oppure quello eucaristico (indispensabile per la vita di fede). Questa domanda, come già detto, si trova in posizione centrale ed è quella che meglio si collega con l’espressione “Padre”.

5) La quinta domanda chiede a Dio di misurarci con la stessa misura con la quale noi misuriamo gli altri. Questo tipo di ragionamento è tipico dell’evangelista Matteo: si legga ad esempio la parabola del servo spietato (Mt 18,23-35).

6) La sesta domanda chiede a Dio di non lasciare soli i suoi figli nell’ora della prova

7) Con la settima ed ultima domanda, si chiede a Dio di farci uscire vincitori dalla prova. Si noti che questa domanda si trova diametralmente opposta a quella che chiede la santificazione del nome del Signore perché Dio e il male stanno agli estremi opposti

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Le abbiamo imparate quando eravamo piccoli, spesso le abbiamo mandate giù a memoria e magari continuiamo a ripeterle oggi, più per abitudine che per fede, senza apprezzarne il significato. Stiamo parlando delle preghiere. La spiegazione del loro contenuto può essere oggetto, chiaramente in modo diverso, sia di una catechesi che di una lezione di religione a scuola. Vogliamo iniziare questo percorso di riscoperta a partire dalla preghiera del cristiano: il “Padre Nostro”.

Raccontano i Vangeli di Luca e Matteo che fu lo stesso Gesù a insegnare ai discepoli questa preghiera, ma le parole del Signore sono tutt’altro che frutto di qualcosa di improvvisato. Forse non ci abbiamo mai fatto caso ma le parole del “Padre nostro” sono disposte secondo una precisa struttura.

Lasciamo da parte la versione secondo Luca e prendiamo in esame quella secondo Matteo che è quella che comunemente recitiamo.

La preghiera si compone di una invocazione e di 7 richieste:

0) Padre nostro che sei nei cieli

1) sia santificato il tuo nome

2) venga il tuo regno

3) sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra

4) Dacci oggi il nostro pane quotidiano

5) rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori

6) e non ci indurre in tentazione

7) ma liberaci dal male.

La struttura

Con l’invocazione il fedele si rivolge a Dio e lo invita all’ascolto delle sue richieste. Fra queste domande, le prime tre riguardano Dio mentre le ultime quattro riguardano l’uomo. Questa divisione la ritroviamo anche, ad esempio, nella recita del rosario, quando la voce guida recita la prima parte e gli altri fedeli recitano la seconda.

La domanda più importante è la quarta. Infatti, oltre a trovarsi in posizione centrale, questa richiesta è incorniciata dalle domande 3 e 5 che sono le uniche a contenere una espansione della frase principale introdotte dalla parola “come”. Ma la sua preminenza sulle altre domande è data dal diretto collegamento con la parola “Padre” contenuta nell’invocazione: infatti è proprio il padre colui che nelle società antiche sfamava i propri figli.

Il significato

Passiamo ora a una breve spiegazione della preghiera.

0) Solo sull’invocazione si potrebbero scrivere molti trattati di teologia! Invocare Dio con la parola “Padre” è una novità introdotta dal cristianesimo. Infatti nell’antichità Dio poteva essere considerato padre degli dei come per i greci, o padre di un popolo, come per Israele. Ma mai nessuna religione si era rivolta alla propria divinità invocandola con una tale confidenza e estendendo la paternità di Dio ad ogni uomo. La parola “nostro” sottolinea la vicinanza di Dio all’orante, mentre le parole “che sei nei cieli” mettono in evidenza l’alterità di Dio rispetto al mondo e quindi la sua distanza o trascendenza.

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Dopo essersi intrufolato in casa Chesterton, Andrea Monda, insieme con Saverio Simonelli, ha sbirciato nella biblioteca di Papa Francesco, dando così vita al libro uscito per la casa editrice Àncora “Fratelli e sorelle, buona lettura! Il mondo letterario di Papa Francesco”.

Il testo ha l’intento di ricostruire, a partire dalle citazioni che di tanto in tanto Papa Francesco ha fatto, quali siano gli autori preferiti dell’attuale Vescovo di Roma.

Una simile operazione fa essere questo testo fra le prime pubblicazioni, se non la prima in assoluto, che descrivono lo spessore culturale di Papa Francesco. La nostra testata fu la prima a scorgere una somiglianza fra il profilo umano e spirituale di Papa Francesco e quello di Giovanni Paolo I, una somiglianza che possiamo notare anche sotto il punto di vista culturale.

Papa Luciani, al pari di quanto sta accadendo per Papa Bergoglio, è stato principalmente percepito come un uomo semplice e vicino alla gente, mentre è sfuggita ai più il suo amore per la letteratura.

Un errore nel quale non sono caduti gli autori del nostro libro che hanno rintracciato nei vari discorso di Papa Francesco i vari riferimenti al mondo della letteratura, un mondo che il Pontefice conosce bene, visto che negli anni ’60 insegnò nell’Istituto Immacolata Concezione della città argentina di Santa Fe.

Leggendo questo libro, sono molte le cose che si possono scoprire sul back-ground culturale di Papa Francesco. Il Pontefice apprezza lo scrittore inglese G.K. Chesterton ed è anche iscritto alla Società Chestertoniana Argenitina.

Apprendiamo ancora che Papa Francesco ha attinto l’espressione “le classi medie della santità” dalla produzione letteraria dello scrittore francese Joseph Malègue.

Anche in un momento come quello della visita all’isola di Lampedusa, in memoria di quanti hanno drammaticamente perso la vita in mare, Papa Francesco non ha tralasciato un collegamento con l’universo letterario individuando nel manzoniano Innominato la figura di quanto si disinteressano del prossimo.

Monda e Simonelli prendono ancora in esame autori del calibro di Dostoevskij, Tolkien e Hölderlin, senza trascurare altri autori minori che hanno influito su Bergoglio. Un libro da leggere per conoscere un aspetto del nuovo Papa fino ad ora poco studiato.

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