Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: maggio 2014

Sabato 24 maggio 2014 Papa Francesco si recherà in pellegrinaggio in Terra Santa.

Il viaggio del Papa cade nel cinquantesimo anniversario della visita di Paolo VI, che nel 1964 fu il primo pontefice, dopo Pietro, a mettere piede nella terra di Gesù.

Per ricordare quella storica visita, “La Civiltà Cattolica” ha dedicato un articolo a firma dello storico gesuita Giovanni Sale nel numero uscito sabato 17 maggio.

Il religioso ricorda come lo stesso pontefice “la mattina del 4 dicembre 1963, al termine della seconda sessione conciliare, diede l’annuncio della sua volontà di recarsi nel gennaio successivo in Terra Santa”. Per la prima volta nella storia della Chiesa, un Papa avrebbe varcato i confini europei salendo su un aereo!

Si trattava di un evento storico, reso ancora più importante dal contesto e dal fine. Il viaggio infatti si sarebbe svolto fra la seconda e la terza sessione del Concilio Vaticano II, volendo così significare il desiderio del Papa e di tutta la Chiesa di tornare alle origini. Inoltre il Papa avrebbe incontrato il Patriarca di Costantinopoli Atenagora, mettendo in pratica quell’ecumenismo che sarebbe poi stato uno dei temi più importanti e dibattuti durante il Concilio.

Il pellegrinaggio di Paolo VI voleva essere esclusivamente di natura spirituale, come ribadito più volte dal Pontefice: “Sarà un viaggio di preghiera e d’umiltà, un atto puramente religioso, assolutamente alieno da ogni sorta di considerazione d’ordine politico e temporale”.

Padre Sale si sofferma sui vari preparativi del viaggio papale, mettendo in evidenza come la Santa Sede cercò in  tutti i modi di evitare qualsiasi possibile strumentazione politica.

Il religioso si sofferma anche su come la gerarchia cattolica e quella ortodossa si misero in moto per realizzare lo storico incontro fra il successore di Pietro e quello di Andrea che si realizzò nel pomeriggio del 5 gennaio 1964.

Paolo VI si rivolse ad Atenagora dicendo: “Noi desideriamo sinceramente che le buone intenzioni riscontrate in questi ultimi tempi, da una parte e dall’altra, e che trovano conferma in questo incontro benedetto di persone e di anime, portino ad una mutua comunione e ad una maggiore sottomissione alla volontà di Dio”.

Durante il suo viaggio, Paolo VI, oltre al mondo ortodosso, ebbe modo di avvicinare anche quello ebraico. Senza citare mai lo Stato di Israele, che il Vaticano non aveva ancora riconosciuto, il Santo Padre pronunciò queste parole: “Da questa terra unica nel mondo per la grandiosità degli avvenimenti di cui è stata teatro, la Nostra umile supplica si alza verso Dio per tutti gli uomini, credenti e non credenti; e aggiungiamo, per i figli del Paese dell’Alleanza, il cui carattere nella storia religiosa dell’umanità non possiamo dimenticare”.

Non mancò l’occasione per difendere la memoria di Pio XII e ricordare come concretamente si fosse attivato per salvare molte vite innocenti. Paolo VI così parlò del suo predecessore: “Coloro che come Noi hanno conosciuto più da vicino questa anima innocente sanno dove potevano arrivare la sua sensibilità, la sua compassione per le sofferenze umane, il suo valore e la bontà del suo cuore. Ben lo sapevano anche quelli che, finita la guerra, accorsero, con le lacrime agli occhi, a ringraziarlo per avere salvato loro la vita”.

Il viaggio papale – scrive ancora Padre Sale – ebbe una copertura mediatica senza precedenti: più di mille giornalisti di tutte le parti del mondo seguirono il Pontefice nei suoi spostamenti; ciò contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale ai problemi del Medio Oriente sotto il profilo sia religioso sia politico.

Conclude il religioso: “Il ritorno a Roma di Paolo VI, la sera del 6 gennaio, fu trionfale: inaspettatamente egli fu accolto con grande entusiasmo dai roma- ni, che avevano seguito i momenti più importanti del suo viaggio in televisione. Essi lo accompagnarono per tutto il percorso fino in Vaticano. Alla fine egli dovette affacciarsi dalla sua finestra per benedire la folla che si era radunata nella piazza”.

Share

DIOCESI– Continua la serie di interviste a personaggi di primo piano nel panorama dell’informazione religiosa. Oggi vi proponiamo l’intervista a don Antonio Sciortino, dal 1999 direttore di “Famiglia Cristiana”, una delle riviste religiose più diffuse in Italia.

Don Antonio, qual è secondo lei il punto di forza della testata che ormai da tanti anni dirige? Cosa continua ad attrarre i lettori verso un settimanale così longevo?

I giornali durano nel tempo se hanno un’anima e un legame molto stretto con i propri lettori, che sono la principale ricchezza e risorsa. Da più di ottant’anni, i lettori sono cresciuti assieme a Famiglia Cristiana, ma anche la rivista è cresciuta con loro. Questo duplice legame è la nostra forza. I lettori si fidano di noi perché ci percepiscono dalla loro parte, a loro servizio. Ci reputano credibili e coerenti con i valori del Vangelo cui ci ispiriamo. E anche quando ci criticano, com’è giusto che facciano, non mettono mai in dubbio la nostra buona fede. Si fidano, sanno che non li potremmo mai ingannare.

Spesso all’interno dei giornali diocesani si anima un vivace dibattito tra chi vorrebbe un’informazione di tipo esclusivamente religioso e chi, invece, vorrebbe trattare solo di argomenti di attualità. La soluzione alla diatriba si potrebbe trovare nelle parole del Beato Giacomo Alberione che, a proposito della rivista che aveva fondato, disse: “Famiglia Cristiana non dovrà parlare di religione cristiana, ma di tutto cristianamente”. Quanto questo insegnamento è ancora valido oggi?

La dimensione religiosa è parte di un’esistenza più ampia. Guai a chiudersi in una nicchia o nei sacri recinti. Giustamente papa Francesco ci invita a “uscire” e andare per le vie del mondo, anche a costo di correre qualche rischio, piuttosto che ammalarsi di “autoreferenzialità”, la malattia di cui sono affetti molti media di ispirazione cristiana. “Parlare di tutto cristianamente” vuol dire saper leggere la realtà, anche quella più triste e disperata, alla luce del Vangelo, con un briciolo di speranza. Missione difficile, è come “passare tra goccia e goccia senza bagnarsi”, come diceva don Alberione parlando dell’apostolato paolino.

Nel nome della testata che dirige c’è la parola “famiglia”. In che modo oggi un giornale d’ispirazione cattolica dovrebbe proporre ai suoi lettori i temi legati alla famiglia?

Tutti oggi parlano di famiglia, spesso anche in modo astratto o ideale, pochi invece danno la parola alla famiglia, riconoscendole il ruolo di protagonista nella vita sociale ed ecclesiale. La famiglia è la chiave di lettura che ci permette di affrontare e inquadrare tutti i problemi che la riguardano, dalla scuola al lavoro, dalla disoccupazione giovanile al futuro del Paese.

Al tradizionale formato cartaceo si è affiancato quello on line. Quale sarà, secondo il suo punto di vista, il futuro dell’informazione religiosa? Queste due forme coesisteranno o la versione web prenderà il sopravvento?

Nessun mezzo di informazione ha mai soppiantato quelli precedenti. Li ha messi in crisi, ma li ha anche costretti a rinnovarsi e adeguarsi ai cambiamenti del tempo e della tecnica. Lo stesso sta avvenendo anche oggi con Internet, i new media e i social network. La carta stampata non morirà Il futuro è nell’integrazione, che valorizzi al meglio le potenzialità di ogni singolo mezzo. Avremo, quindi, un futuro multimediale e crossmediale.

Share

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Venerdì 9 maggio alle ore 21.15 presso l’Auditorium Comunale “G. Tebaldini” si è tenuto un incontro proposto dal giornale diocesano “L’Ancora”, in collaborazione con l’Ufficio Diocesano per la Cultura e la libreria “La Bibliofila”. È stata ospite della serata Andreana Bassanetti, fondatrice dell’Associazione “Figli in cielo”.

Andreana ha raccontato al pubblico, prevalentemente composto da persone che fanno parte della sua associazione, la sua esperienza di vita. La dottoressa Bassanetti è stata una delle prime donne in Italia a laurearsi in psicologia e a svolgere l’attività di psicologa.

Aveva alle spalle trenta anni di esperienza quando ha vissuto il dramma più grande che possa toccare una donna, la perdita di sua figlia Camilla, che all’età di 21 anni si è tolta la vita. Era l’anno 1991.

Tutto quello che aveva studiato nel corso degli anni non era riuscito ad evitare quel dramma e soprattutto non riusciva a dare risposta alla domanda che più l’assillava: “Mia figlia c’è ancora?”. La psicologia infatti, in quanto scienza, può indagare su “dati sensibili”, ma non può rispondere a questioni che riguardano la vita oltre la morte.

Questa tragedia l’ha portata ad isolarsi per mesi dal resto del mondo, fino a quando qualcosa nella sua vita è cambiata. Infatti, in una delle rare uscite da casa, le capitò di passare davanti ad una chiesa dove c’era la scritta “Venite con me, in disparte”.

Entrò e qui vide esposto sull’altare il Santissimo Sacramento e qualche persona che in silenzio stazionava pregando. In quel momento si sentì abbracciata da qualcosa di più grande.

Lei, che per molti mesi era rimasta a letto, sentì una forza che la spingeva ad andare ogni giorno in quel luogo e iniziò a chiedersi quale fosse la volontà di Dio in quella circostanza.

In un primo momento, Andreana pensò di aiutare i giovani che si trovavano in difficoltà, poi in seguito alle circostanze della vita e a un costante discernimento, ha deciso di affiancare le persone che come lei avevano perso un figlio. È nata così l’associzione “Figli in Cielo”.

Siccome per Andreana il lutto non è un disagio, ma un evento della vita, il genitore che ha perso un figlio, più che di un aiuto di tipo psicologico, ha bisogno della vicinanza di persone che hanno vissuto lo stesso dramma: solo una persona che ha provato lo stesso dolore si può rendere realmente compagna di chi vive una simile situazione.

E solo la fede può illuminare una zona così buia dell’esistenza umana, associando la propria esperienza al dramma di Maria ai piedi della croce.

Grazie alla sua fede in Gesù, Andreana è riuscita a rielaborare il suo dolore e a ricavare dal massimo male un’occasione di bene per tante persone – come molte di quelle presenti in auditorium – che grazie alla sua associazione hanno ritrovato la speranza.

Share

In preparazione del primo meeting dei giornali cattolici on line che si terrà a Grottammare (AP) dal 12 al 14 giugno, stiamo intervistando personalità di spicco del mondo cattolico che si occupano di informazione. Oggi è la volta di Elisabetta Lo Iacono, docente di giornalismo presso la Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura” Seraphicum di Roma, socia fondatrice e presidente dell’Associazione Culturale “Giuseppe De Carli – Per l’informazione religiosa”, istituita nel gennaio del 2012 per onorare la memoria del celebre vaticanista, scomparso prematuramente all’età di 58 anni l’anno precedente.

Professoressa, da diversi anni lei si occupa del rapporto tra comunicazione e religione. Qual è secondo lei la “chiave del successo” di tanti programmi che trattano esplicitamente i temi religiosi?

Le componenti di questo fenomeno sono diverse e possono essere riconducibili, principalmente, a tre fattori: innanzitutto la necessità, assai diffusa, di ricerca del sacro, di approdo a una dimensione “altra” che rappresenta peraltro un’atavica esigenza dell’uomo alla quale la modernità non consente di sottrarsi.

Nonostante i tanti surrogati di benessere, l’individuo aspira a una dimensione capace di proporre risposte alla ricerca di senso, di offrire quella misericordia di cui abbiamo bisogno – come ci ricorda ripetutamente papa Francesco – di darci tenerezza nell’oggi e speranza sul futuro.

La seconda componente è da ricondurre al rapido sviluppo dei mezzi di comunicazione che permettono ormai di far conoscere il Magistero del pontefice e le tante iniziative della Chiesa nei più reconditi angoli del mondo, incrementando così l’attenzione su queste tematiche.

Infine c’è il volano rappresentato dalla capacità e dalla volontà dei pontefici di utilizzare appieno le nuove tecnologie, ponendosi essi stessi come validi comunicatori. Solo per restare agli ultimi pontificati, che hanno coinciso con un deciso sviluppo dei media, pensiamo a san Giovanni Paolo II e alle sue straordinarie doti comunicative, all’attenzione di papa Benedetto verso le nuove opportunità relazionali con la felice intuizione- tra le altre cose – di portare il pontefice su Twitter e, oggi, al rapporto diretto di papa Francesco con i mezzi di informazione.

L’associazione della quale lei è presidente è dedicata a “Giuseppe De Carli”. Quali sono i tratti umani e professionali di questo illustre giornalista che indicherebbe come modelli per le tante persone che si occupano di informazione religiosa e in particolare a quelle che interverranno al meeting?

Umiltà e serietà sono stati i due tratti principali di Giuseppe De Carli, sia come uomo sia come professionista. Giuseppe aveva l’umiltà dei grandi che significa non porsi mai con supponenza e pre-giudizio dinanzi a persone e fatti, ma con la piena disponibilità a conoscerli in ogni risvolto, anche attraverso una straordinaria capacità di lasciarsi sorprendere.

De Carli raccontava la Chiesa con quell’entusiasmo proprio di chi vede qualcosa per la prima volta, ma con la preparazione culturale e teologica di chi vi dedica ogni risorsa, concependo questa professione con profondo spirito di servizio.

Il giornalismo è una professione entusiasmante e difficile, ancor più nell’ambito religioso dove si è chiamati a raccontare questioni terrene, ma anche spirituali.

E bisogna farlo, oltre che con un buon bagaglio di conoscenze, con il massimo equilibrio, pensando sempre che stiamo parlando anche a coloro che non sono credenti o che professano altre fedi.

L’evangelizzazione non può essere fatta di strattoni e arroganza, bensì deve accompagnare con spirito di servizio e amore sui percorsi della conoscenza e della Verità.

Lei ha conosciuto personalmente De Carli? Ci può raccontare qualche episodio della sua vita legato a Giovanni Paolo II o a Benedetto XVI?

Ho conosciuto De Carli nel 2007, lo intervistai in fase di realizzazione di un mio libro sulla metodologia comunicativa di Giovanni Paolo II. Quando uscii dal suo studio a Borgo Pio, dove si trova Rai Vaticano, ebbi subito la piena convinzione che oltre ad avere raccolto una bella intervista, quel giorno avevo incontrato una persona straordinaria. Non sapevo ancora che, proprio quell’incontro, avrebbe contribuito a indirizzare le mie future scelte professionali.

Mantengo, in particolare, un vivo ricordo sullo speciale “Ti ricordiamo così Karol”, l’ultimo lavoro di De Carli trasmesso da Rai Due nel maggio del 2010 e dedicato a papa Wojtyla, al quale ebbi la grazia di partecipare.

Una mattina andai nel suo ufficio, lo ricordo ancora con quei fogli sui quali stava tracciando la scaletta del programma. Quello che mi colpì fu l’entusiasmo con il quale componeva ogni singolo tassello e lo spirito di verità che animava il suo lavoro. De Carli amava la Chiesa e quindi tutti i successori di Pietro, senza faziosità di sorta, con la capacità di valorizzare ogni loro peculiarità, ma senza mai cadere nella trappola delle scorciatoie mediatiche, avendo ben presente che la vera notizia è e rimane sempre la Parola di Dio.

De Carli si è occupato soprattutto di informazione televisiva, ma oggi la comunicazione religiosa passa anche attraverso il web. Il meeting “Pellegrini nel cyberspazio” si occuperà in particolare proprio della presenza dei cattolici in rete. Secondo lei, il mondo cattolico è pronto a raccogliere le sfide che provengono dal mondo della rete?

Certamente c’è la piena coscienza che la rete sia una sfida rivolta non solo all’informazione, ma anche all’ambiente relazionale e sociale. La consapevolezza delle potenzialità e dei limiti della rete è ormai un punto fermo dal quale muovere per utilizzare in modo responsabile e fruttuoso gli strumenti a disposizione.

In fin dei conti, con lo sviluppo di questo tipo di comunicazione, la Chiesa è sempre stata sollecita a mettere in guardia dai rischi ma, al contempo, a incoraggiarne l’utilizzo.

La rete è una dimensione ormai irrinunciabile, anche per il mondo cattolico, che richiede di spendersi in prima persona: se riusciremo a essere testimoni di un sistema relazionale positivo, potremo contribuire a mettere la comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro, come recita il messaggio di quest’anno di papa Francesco per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali che sarà celebrata il prossimo 1° giugno.

Proprio per tutti questi motivi, il meeting “Pellegrini nel cyberspazio” rappresenta un momento molto importante di confronto e di sensibilizzazione per essere fruitori e protagonisti di una comunicazione e di una informazione più responsabile e più vera.

Share

ROMA – Sonia Di Santo è una dei cento adulti che la notte di Pasqua di quest’anno a Roma ha ricevuto il Battesimo. È nata il 23 Dicembre 1980 a Roma ed è un’attrice doppiatrice . L’abbiamo contattata per conoscere meglio il suo percorso che la portata ad abbracciare la fede cristiana.

Sonia, nonostante la nostra società sia sempre più plurale e multietnica, per tanti di noi che hanno ricevuto il Battesimo da piccoli, può ancora sembrare strano che qualcuno riceva questo sacramento da adulto. Puoi spiegare ai nostri lettori il contesto dal quale provieni? La mia famiglia era Testimone di Geova, io stessa lo diventai, quindi non ricevetti il battesimo cristiano. Ho avuto molte brutte esperienze all’interno dell’organizzazione dei Testimoni di Geova, una volta sono stata sottoposta ad una sorta di comitato giudiziario per fatti che erano legati alla mia vita privata.

Sette uomini adulti mi chiesero cosa avevo fatto e mi fecero mettere tutto per iscritto. In tutto ciò notai la totale mancanza di amore e misericordia: davvero Dio non poteva volere tutto ciò!

Mi allontanai e smisi di cercare Dio. Ebbi molti problemi a scuola, mi ammalai di bulimia ed ebbi vari disturbi dell’alimentazione. Cominciai anche a fare uso di droghe. Mi sentivo libera e volevo recuperare tutto il tempo perduto! Poi conobbi il buddismo e lo praticai per 9 anni fino a quando…

Quale circostanza della vita ti ha poi condotto ad abbracciare la fede cristiana? Nel Giugno 2012 morì Chiara Corbella Petrillo e, tramite una mia collega di lavoro, venni a conoscenza di questa donna che tenne in grembo 2 figli malformati e li fece nascere ed infine morì di tumore dopo la nascita del terzo figlio. Attaccavo su tutti i blog questa ragazza, per me era una pazza, un’integralista.

Poi lessi che stava compiendo dei miracoli. Non so perché, ma la pregai, sfidandola , per rimanere incinta. Dopo 10 giorni lo ero! Dopo un mese persi il bambino ed ero distrutta . Pregai allora il Signore dopo tanto tempo e gli chiesi di farmi capire se esisteva. Il giorno dopo mi arrivò tramite facebook un invito per il “corso zero” dai frati francescani di Assisi! Arrivai nella città di San Francesco e nei 4 giorni di catechesi incontrai Dio.

Ci puoi raccontare il percorso che hai intrapreso per prepararti al sacramento del Battesimo? Mi sono preparata per 2 anni. Ho studiato le scritture con il mio padre spirituale, il biblista Don Pino Pulcinelli. Ho continuato a frequentare i corsi per giovani ad Assisi tenuti dai frati francescani e soprattutto ho iniziato il percorso dei Dieci Comandamenti promosso da Don Fabio Rosini. Per me è stata un’esperienza straordinaria che ha cambiato la mia vita!

Cosa ti affascina maggiormente di Cristo e del suo messaggio? L’Amore. Mi piace pensare che vado bene così come sono, che non devo cambiare o sforzarmi. Non sono io che devo andare da lui, ma è Dio che, come il padre della parabola del figlio perduto, mi viene incontro. Basta lasciarsi incontrare.

Come hanno accolto i tuoi amici la scelta di diventare cristiana? Sono tutti molto contenti. Certo vengo da ambienti compositi : al mio battesimo verranno attori, cantanti, doppiatori, compagni del percorso politico, frati francescani, preti e parroci di altre parrocchie, ex Testimoni di Geova, buddisti, cattolici..insomma un battesimo “ecumenico”!

In quale parrocchia sei stata battezzata e chi ha amministrato il sacramento? A darmi il sacramento non poteva che essere il mio padre spirituale, il carissimo Don Pino Pulcinelli dell’Università Lateranense.

Share

GROTTAMMARE – Se avete iniziato a leggere questo articolo alla ricerca di qualcosa di morale o ascetico vi invitiamo a passare oltre! La Compagnia delle Virtù prende infatti il nome dall’omonima pietanza abruzzese composta da una gran varietà di ortaggi e che si consuma proprio in questo periodo. L’idea di riunirsi il primo venerdì di maggio, per il semplice gusto di stare insieme e di condividere questo piatto, è nata 10 anni fa per iniziativa di alcuni ciellini di buona forchetta.

Quest’anno, per la terza volta consecutiva, i soci della Compagnia delle Virtù si sono ritrovati venerdì 2 maggio nella Cantina di Sant’Agustino di Grottammare (AP), un antico monastero agostiniano riadibito per ospitare incontri come questo.

Ma non si pensi che l’iniziativa della Compagnia delle Virtù sia solo una balorda gozzovigliata. L’amore per la buona cucina nasce dal genuino interesse verso tutto ciò che è bello. Infatti, come ha detto il parroco don Giorgio Carini, citando don Luigi Giussani, “dopo la musica e la poesia, il gusto per la bellezza si esercita negli uomini sul cibo e sul vino”.

Il pranzo è stato allietato da canti e da significative letture, sempre incentrate sul tema del buon mangiare e del buon bere, come questo brano di Gilbert Keith Chesterton, proposto dall’Avv. Andrea Collina:

“Sono stato spesso visitato da questa fantasia: che le credenze degli uomini possano essere rappresentate per analogia con le loro bevande. Il vino potrebbe rappresentare il cattolicesimo genuino e la birra il genuino protestantesimo: perché queste, almeno, sono vere religioni che danno conforto e forza. L’agnosticismo puro e freddo sarebbe l’acqua fresca, qualcosa di eccellente, quando riesci ad averla. Molti movimenti etici e idealistici moderni possono essere rappresentati dalla soda – tanto chiasso per nulla. La filosofia di Bernard Shaw è esattamente come il caffè nero – risveglia, ma non ispira veramente. Il moderno materialismo salutista è come il cacao; sarebbe impossibile esprimere il disprezzo per esso in termini più forti. Talvolta, molto raramente, qualcuno potrebbe imbattersi in qualcosa che può essere onestamente paragonato al latte, una dolcezza antica e pagana, una misericordia terrena ma sostanziosa – il latte della gentilezza umana”.

Vista la vicinanza con la festa del Primo Maggio è stato letto anche questo bel brano di Peguy:

“Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era allora neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto”.

La Compagnia delle Virtù si riunisce in un altro momento dell’anno per gli “esercizi di cristianità”(anche qui il lettore non si inganni, non si tratta di nulla che ha a che fare con l’ascesi!) che prendono il nome da una pratica di origine iberica. Nel XV secolo Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia avevano cacciato dal loro regno gli ebrei e i musulmani che non si erano convertiti al cristianesimo. Molti di loro però avevano rinnegato la propria religione solo in apparenza e continuavano a professarla di nascosto. Gli spagnoli allora, per verificare la sincerità della conversione, offrivano a questi neofiti carne di maiale. La vicenda costituisce il pretesto per i soci della Compagnia della Virtù per stare insieme e mangiare della succulenta carne di maiale nel giorno di Sant’Antonio Abate (17 gennaio), senza ovviamente nessuna forma dell’originale astio.

Infine i soci della Compagnia della Virtù si riuniscono una terza volta. Incredibile a dirsi, ma stavolta il cibo non c’entra, o quantomeno non la fa da padrone! Nei primi giorni di settembre infatti i soci si dirigono in pellegrinaggio verso una meta stabilita. Quest’anno sarà la volta dell’abbazia di San Vincenzo al Volturno, come annunciato dal Prof. Giuseppe Fidelibus.

Share

Continuano le nostre interviste a personaggi che interverranno al primo Meeting dei giornali cattolici on line che si terrà dal 12 al 14 giugno presso Grottammare (AP). Oggi abbiamo contattato Giovanni Tridente, Professore Incaricato di “Etica Informativa” ed “Opinione Pubblica” presso la Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce e Coordinatore dell’Ufficio Comunicazione e Stampa presso la medesima università. Il docente è anche autore del recentissimo volume “Teoria e pratica del giornalismo religioso. Come informare sulla Chiesa Cattolica: fonti, logiche, storie e personaggi” edito da Edusc.

Professore, lei opera all’interno di un’istituzione che forma coloro che saranno responsabili delle comunicazioni nelle varie diocesi del mondo. Quali sono i requisiti fondamentali che deve avere una figura professionale di questo tipo? Chi opera negli Uffici di Comunicazione di istituzioni ecclesiastiche deve innanzitutto amare la Chiesa e la propria professione. Ciò lo spingerà inevitabilmente ad un desiderio di formazione costante, sia umana che professionale appunto, che lo porterà a vivere in quasi-simbiosi con l’istituzione per cui opera e a rapportarsi con il mondo dei media in maniera amichevole, in totale spirito di apertura e servizio.

Tra le cose che insegnamo ai nostri studenti, i quali provengono da decine di Diocesi e Paesi di tutto il mondo, c’è proprio questa attitudine a non vivere con paura il rapporto con i giornalisti, anzi a cercare tutte le vie possibili per instaurare con gli stessi un rapporto cosiddetto “win-win”, che è di beneficio sia per l’istituzione che per il mondo dell’informazione.

Un altro aspetto fondamentale riguarda il dire sempre la verità, rifuggendo la tentazione di voler nascondere eventuali fallimenti. Questo atteggiamento, infatti, è deleterio, perché a lungo andare crea soltanto problemi ulteriori.

Legato a ciò, c’è la necessità di imparare ad “anticipare” le possibili crisi mediatiche che potrebbero colpire l’istituzione, studiando proprio nei momenti di tranquillità le soluzioni a problemi che un giorno ci si potrebbe trovare a vivere. Perché, volenti o nolenti, presto o tardi, ciò accadrà e bisognerà risultare preparati.

Come ricordavamo nell’introduzione, lei è autore di un volume che viene a colmare una lacuna nel campo della formazione dei giornalisti che si occupano dell’informazione religiosa. Quali sono i punti forti del suo libro?

Come lei dice, si tratta di un tentativo editoriale, ad oggi, unico nel suo genere, concepito proprio per venire incontro al bisogno di tanti colleghi chiamati a raccontare la Chiesa e il mondo vaticano e che casomai non hanno ricevuto una formazione specifica al riguardo, perché si occupavano ad esempio di tematiche totalmente estranee all’ambito religioso.

Ovviamente, proprio per il taglio teorico-pratico e accademico-esperienziale, è rivolto anche a quei giovani che studiano nelle facoltà di giornalismo e comunicazione, dove spesso non si fa esplicito riferimento al settore della religione e della Chiesa come avviene invece per la politica o lo sport.

Per cui, ciò che il manuale offre agli uni e agli altri è una conoscenza sistematica delle peculiarità della Chiesa e della sua organizzazione, oltre a strumenti necessari per poter “raccontare” adeguatamente questa realtà e rendere un servizio il più possibile fedele alla verità.

È suddiviso in quattro grandi sezioni. La prima, introduttiva, offre uno “sguardo d’insieme” sull’argomento, spiegando perché anche nel settore dell’informazione sulla Chiesa sia giusto parlare di vera e propria teoria e pratica.

La seconda sezione, quella più corposa, segue in linea di massima la medesima impostazione della manualistica classica sul giornalismo, adattando metodi e temi (storia, formazione, fonti, documentazione, retorica, etica, Internet) al campo specifico della religione.

Nella terza parte vengono offerte delle chiavi di lettura per comprendere la dinamica ecclesiale, ossia perché la Chiesa ha un proprio diritto, una propria gerarchia e si serve dell’economia per la sua missione. Infine, vengono spiegate alcune prassi istituzionali, come il ruolo del Papato, il magistero, l’organizzazione della Santa Sede, il Conclave e la Sede Vacante e l’importanza della diplomazia.

Un fiore all’occhiello di tutto il manuale considero che sia comunque il glossario di termini ecclesiastici e cattolici che compare nell’Appendice, dove è spiegato il significato di tanti vocaboli talvolta anche desueti, ma necessari per un “vaticanista”.

Il meeting che si terrà a Grottammare si occuperà in gran parte dei giornali diocesani. In che cosa si deve distinguere un giornale diocesano? Quali devono essere a suo avviso le sue peculiarità? Un giornale diocesano appartiene evidentemente all’Istituzione ecclesiale stessa, che ne è proprietaria, e quindi rappresenta in termini tecnici un “soggetto” di comunicazione istituzionale. Lavorare in un organo che è interno all’istituzione è perciò cosa diversa che lavorare per un mezzo generalista di proprietà altrui.

Fatto salvo il possesso di tutte le caratteristiche professionali tipiche di qualunque giornalista, chi informa per conto della Diocesi cercherà di rendere al meglio la trasmissione di contenuti propri, che mostrano ad esempio la vitalità della Chiesa locale, ricorrendo principalmente a testimonianze, storie, volti…

Si guarderà bene, poi, dal cadere nel rischio tipico che lo studioso spagnolo Bru chiama “riduzionismo tematico” e che si identifica con la concentrazione dell’interesse informativo soltanto sulla vita dell’istituzione (nomine, provvedimenti…), dimenticandosi degli aspetti umani e sociali che comunque caratterizzano la vitalità dell’organismo o del territorio.

Lei parteciperà al meeting. Che cosa l’ha spinta a partecipare e cosa direbbe ad altri giornalisti per invogliarli a partecipare?

Quando ho saputo per puro caso che si stava organizzando una iniziativa di questo genere ho pensato subito che quello sarebbe stato anche il mio posto. Scrivo da quando avevo 16 anni e mi sono sempre interessato delle realtà informative locali e più in generale cattoliche.

Radunarsi per riflettere sulla propria professione, sul risvolto che questo compito ha sulla società è sempre un fatto positivo, dal quale non si possono che trarre insegnamenti utili, condividendo le migliori esperienze.

Sarà questo lo spirito con cui vi parteciperò e credo che sarà una buona occasione anche per altri colleghi per avvicinarsi a questo mondo dell’informazione religiosa che forse non è così pubblicizzato, ma fa davvero tanto per la missione della Chiesa in Italia.

Share