Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: marzo 2016

Le reliquie di Santa Croce in Gerusalemme possono essere considerate un autentico trattato di teologia della salvezza.

Un primo reliquiario contiene un frammento della grotta di Betlemme dove Gesù venne alla luce. Questa reliquia, qui inserita in modo più che opportuno, ci fa meditare non solo sul mistero dell’incarnazione, ma anche sul suo fine: il Verbo si è fatto carne per la nostra salvezza, realizzata attraverso l’altro mistero, quello della morte e resurrezione.

Quella della grotta di Betlemme ci ricorda l’umiltà di Cristo, come anche un’altra reliquia presente in Santa Croce costituita da due spine della corona che fu messa sul capo del Signore. Come si evince dalle pericopi evangeliche, Gesù è, sì, un re, ma non secondo le categorie del mondo.

La sua regalità è espressa dalla terza reliquia che prendiamo in considerazione: il titolo. Si tratta della tavoletta di legno posta sul capo di Gesù, sul quale era scritto il motivo della condanna: “Gesù Nazareno re dei Giudei”. Il vangelo di Giovanni ci informa che questa scritta era presente in tre lingue ebraico (ישוע הנוצרי ומלך היהודים), greco (Ἰησοῦς ὁ Ναζωραῖος ὁ Bασιλεὺς τῶν Ἰουδαίω) e latino (Iesus Nazarenus Rex Iudeormum). Se facciamo l’acronimo di ognuna delle scritte, cioè se prendiamo le prime lettere di ogni parola, avremo il ben noto INRI (latino), poi INBI (greco) e infine יהוה (ebraico). Se analizziamo l’ultimo acronimo, cioè quello in ebraico, possiamo osservare che le quattro lettere formano il Sacro Tetragramma, cioè il nome che Dio ha rivelato a Mosè nell’episodio del roveto ardente. Questo Tetragramma viene traslitterato in italiano YHWH e tradotto con l’espressione “Io sono”. Alla luce di ciò diventano comprensibili le parole che Gesù pronuncia nell’ottavo capitolo del vangelo di Giovanni: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo allora riconoscerete che Io Sono (=YHWH)”. Nell’evento della croce si manifesta la paradossale divinità del Dio cristiano.

La quarta reliquia della quale vogliamo parlare è il chiodo della croce. Se consideriamo che gli altri due chiodi sono stati fusi per realizzare il Sacro Morso, che si venera a Milano, e la Corona Ferrea, custodita a Monza, questo è l’unico che presenta ancora la forma originale.

Oggi non possiamo più vedere la croce nella sua interezza, perché essa fu ridotta in tanti piccoli pezzi, che oggi sono sparsi un po’ per ogni dove. Il bel reliquiario presente in Santa Croce ne contiene tre.

È invece ben visibile patibolo (cioè il palo orizzontale della croce) del buon ladrone. Questo oggetto ci sta ad indicare la misericordia di Gesù Cristo che ha offerto il paradiso al peccatore pentito. Esso presenta un foro al centro, che serviva ad innestare il palo orizzontale su quello verticale, già piantato nel luogo dell’esecuzione. Non presenta fori laddove dovrebbero essere stesi le mani e i polsi e questo ci può fare intuire che i ladroni furono appesi alle croci con delle corde.

L’ultima reliquia ci parla della vittoria di Cristo sulla morte. Parliamo infatti del dito di San Tommaso che l’apostolo avrebbe messo nelle piaghe del Signore, constatando la veridicità della sua resurrezione, anche se di tale atto nulla si dice nel vangelo di Giovanni. Infatti, l’apostolo, colto dallo stupore, esclamò a gran voce: “Mio Signore e Mio Dio!”.

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Lo storico Tacito, nella sua opera “Annales”, riferisce di come Nerone, per scrollarsi di dosso la responsabilità dell’incendio di Roma avvenuto nel luglio del 64, incolpò ingiustamente i cristiani. L’autore prosegue dicendo: “Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell’incendio, quanto per odio del genere umano”.

Su queste ultime parole, che ci colpiscono particolarmente, vorremmo fermare la nostra riflessione. I cristiani vengono accusati di odiare il genere umano, eppure la loro religione si fonda sulla certezza che Dio è padre di tutti gli uomini, sull’amore verso il prossimo e verso Dio, sulla emulazione della vita di Cristo che si è offerto per amore. Tutto il cristianesimo può essere sintetizzato nell’espressione giovannea “Dio è Amore”.

Siamo all’inizio della storia del Cristianesimo, con tutta quella freschezza e quella vivacità che sono tipiche di ogni cosa nuova. Siamo lontani dalle efferatezze che verranno compiute parecchi secoli dopo nel nome di Cristo. Come possono dunque i cristiani essere accusati dagli antichi romani di odiare il genere umano?

L’accusa pare tanto più illogica se si seguita a leggere cosa scrive Tacito: “Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte”.

Sembra di leggere il copione di un film horror: nei confronti dei cristiani viene messa in atto una vera e propria macchina di morte. Ed è impossibile non cogliere il paradosso: le vittime cristiane vengono accusate di odiare il genere umano dai loro perfidi carnefici!

Con tutti gli opportuni distinguo, si può tracciare un parallelismo con quanto accade ai nostri giorni. Certo, i cristiani non subiscono le terribili sorti dei loro “antenati nella fede” (almeno in Occidente), ma sembra che l’accusa di odio verso il genere umano sia comunque rimasta.

Oggi i cristiani sono gli unici (o i pochi) a difendere la cultura della vita e si sforzano, con tutti i loro limiti, di proporre uno stile pienamente umano. Eppure, molto spesso, sono dipinti nel dibattito pubblico come nemici del genere umano, proprio da coloro che sono forieri di una cultura che è contro l’uomo stesso.

Come ai tempi antichi Nerone non poteva presentarsi ai membri del popolo dicendo di aver bruciato le loro case per ingigantire il proprio palazzo, così oggi, chi propone una cultura contraria alla dignità della persona umana non può farlo esplicitamente e maschera i propri interessi sotto la bandiera della libertà, individuando come nemici della stessa libertà i cristiani.

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Lo storico Tacito, nella sua opera “Annales”, riferisce di come Nerone, per scrollarsi di dosso la responsabilità dell’incendio di Roma avvenuto nel luglio del 64, incolpò ingiustamente i cristiani. L’autore prosegue dicendo: “Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell’incendio, quanto per odio del genere umano”.

Su queste ultime parole, che ci colpiscono particolarmente, vorremmo fermare la nostra riflessione. I cristiani vengono accusati di odiare il genere umano, eppure la loro religione si fonda sulla certezza che Dio è padre di tutti gli uomini, sull’amore verso il prossimo e verso Dio, sulla emulazione della vita di Cristo che si è offerto per amore. Tutto il cristianesimo può essere sintetizzato nell’espressione giovannea “Dio è Amore”.

Siamo all’inizio della storia del Cristianesimo, con tutta quella freschezza e quella vivacità che sono tipiche di ogni cosa nuova. Siamo lontani dalle efferatezze che verranno compiute parecchi secoli dopo nel nome di Cristo. Come possono dunque i cristiani essere accusati dagli antichi romani di odiare il genere umano?

L’accusa pare tanto più illogica se si seguita a leggere cosa scrive Tacito: “Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte”.

Sembra di leggere il copione di un film horror: nei confronti dei cristiani viene messa in atto una vera e propria macchina di morte. Ed è impossibile non cogliere il paradosso: le vittime cristiane vengono accusate di odiare il genere umano dai loro perfidi carnefici!

Con tutti gli opportuni distinguo, si può tracciare un parallelismo con quanto accade ai nostri giorni. Certo, i cristiani non subiscono le terribili sorti dei loro “antenati nella fede” (almeno in Occidente), ma sembra che l’accusa di odio verso il genere umano sia comunque rimasta.

Oggi i cristiani sono gli unici (o i pochi) a difendere la cultura della vita e si sforzano, con tutti i loro limiti, di proporre uno stile pienamente umano. Eppure, molto spesso, sono dipinti nel dibattito pubblico come nemici del genere umano, proprio da coloro che sono forieri di una cultura che è contro l’uomo stesso.

Come ai tempi antichi Nerone non poteva presentarsi ai membri del popolo dicendo di aver bruciato le loro case per ingigantire il proprio palazzo, così oggi, chi propone una cultura contraria alla dignità della persona umana non può farlo esplicitamente e maschera i propri interessi sotto la bandiera della libertà, individuando come nemici della stessa libertà i cristiani.

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Il cristianesimo, essendo una religione, si preoccupa innanzitutto del rapporto di Dio con l’uomo. Eppure è impressionante vedere come questa religione abbia influito in modo positivo sui più vari campi dell’esperienza umana. La grande storia della carità, scritto da Francesco Agnoli, mostra come la visione cristiana abbia permesso alla medicina di svilupparsi ed evolversi.

L’autore, come ha fatto già in altri suoi libri, mette a confronto il cristianesimo con altre visioni ed esperienze religiose e mostra come solo all’interno del cristianesimo sia stata possibile una particolare alleanza fra religione e medicina.

Se, in effetti, i greci sono stati i primi a interessarsi in modo teorico alla cura del corpo, solo col cristianesimo è nata quell’istituzione grazie alla quale i malati sono concretamente curati: l’ospedale. L’autore mette a confronto la visione greca e quella cristiana: nella prima Dio (il Dio dei filosofi) è oggetto di amore, ma non ama nessuno, perché amare vorrebbe dire abbassarsi e degradarsi; nel cristianesimo, invece, Dio è appassionato per la sua creatura e interviene per salvarla, al punto di mandare il suo unico Figlio.

L’attenzione per l’altro, specialmente se malato e sofferente, diventa allora nel cristianesimo emulazione della passione di Dio per l’essere umano. È grazie a questa rivoluzione che i cristiani non sfuggono davanti alle epidemie, come la peste, ma si mettono in moto per alleviare le sofferenze dei loro simili.

Sono poi i misteri dell’Incarnazione e della Passione le fonti che ispirano l’agire di molti cristiani: se il Verbo di Dio è stato bambino, allora il fanciullo acquisisce una nuova dignità che la cultura antica non gli riconosceva. Ecco allora che si spiegano la nascita di strutture specifiche per la cura dell’infanzia come brefotrofi e orfanotrofi.

L’immagine di Cristo sofferente si concretizza in ogni malato e dunque le cure prestate ai pazienti diventano opere di bene verso il Signore Gesù. Ma è lo stesso Gesù che ha guarito da malattie e sofferenze e dunque l’azione medica diventa un’estensione della opera salvatrice di Cristo.

Nel libro si fa più volte accenno a come anche la bellezza sia stata impiegata per la cura dei malati: negli ospedali non mancavano opere d’arte o della buona musica! Basta pensare a nomi come l’ospedale di Santa Maria della Scala a Siena o l’Hotel Dieu a Beaune in Francia.

Non mancano i nomi e le storie di santi e sante che hanno speso la loro vita in favore dei malati e dei bisognosi come Fabiola, che insieme al senatore Pammachio costruì quello che può essere considerato il primo ospedale della storia, Francesco che abbracciò un lebbroso dando a questo tipo di malati nuova dignità, Camillo de Lellis e Giovanni di Dio e molti altri.

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