Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: ottobre 2014

CITTÀ DEL VATICANO – Papa Francesco lunedì 27 ottobre è intervenuto durante la sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze e, parlando dell’origine dell’universo, ha fra l’altro affermato: “Il Big-Bang, che oggi si pone all’origine del mondo, non contraddice l’intervento creatore divino ma lo esige”.

Le parole del Pontefice sono state accolte con meraviglia da più parti. Nell’opinione pubblica infatti esiste un divario fra la sfera religiosa e quella scientifica. Nei più soggiace la convinzione che il pensiero religioso sia inconciliabile con quello scientifico e non poche persone affermano di credere alla scienza, ritenendo di mettere la parola “fine” sulle credenze religiose. Ma le cose stanno davvero così?

In realtà, se si indaga un po’ più a fondo, si scoprirà che la teoria del Big Bang è stata formulata nel 1927 dal sacerdote belga Georges Edouard Lemaître che parlò di “ipotesi dell’atomo primigenio”. Solo una ventina d’anni dopo, lo scienziato Fred Hoyle diede a questa teoria scientifica il nome di Big Bang, col quale oggi è nota.

Ma quello del Big Bang non è l’unico caso di teoria scientifica nata grazie al contributo di un religioso. Se si va a sfogliare un libro di storia della scienza, si potrà vedere come il pensiero cristiano abbia notevolmente influito sulla nascita e sullo sviluppo di questa disciplina.

Infatti parliamo di scienza, in senso moderno, a partire da Galileo Galilei. Lo scienziato pisano, come afferma nei suoi scritti, voleva scoprire nella natura le impronte del Creatore. Nella visione cristiana Dio ha creato l’universo con ordine e ha impresso nella natura delle leggi ben precise. Pensiamo, solo a titolo d’esempio, al sole che sorge sempre a est e tramonta sempre a ovest.

Con il suo background di credente, Galilei si è accostato alla natura per capirne i meccanismi e scorgere in essi qualcosa che rimandasse al Creatore. Possiamo quindi dire che la scienza moderna è nata dall’atto di fede in Dio Creatore di Galileo Galilei, come ha sostenuto lo scienziato Antonino Zichichi nel suo volume, ormai di qualche anno fa, “Perché io credo in colui che ha creato il mondo”.

Galileo Galilei, che pur fu condannato dalla Chiesa per complesse vicende sulle quali ora non possiamo soffermarci, è passato alla storia per aver ripreso e sostenuto la teoria eliocentrica formulata da Niccolò Copernico. Non tutti sanno però che il Copernico era un canonico polacco e che egli espose la sua teoria in un libro, il De revolutionibus orbium coelestium, dedicato al Papa Paolo III. Si può dunque asserire contro il luogo comune, in maniera semplice, ma non per questo non veritiera, che la teoria copernicana non è nata né fuori, né contro la Chiesa.

Forse il campo dell’astronomia è quello nel quale maggiormente si sono dilettati gli uomini di religione – e in particolare i Gesuiti – se è vero che circa una quarantina di crateri lunari portano il nome di altrettanti figli di Sant’Ignazio ai quali piaceva stare col naso all’insù. Ad un Papa poi, Gregorio XIII, si deve il calendario che, proprio da lui, prende il nome di “gregoriano” e che è di gran lunga il più utilizzato nel mondo. Egli chiamò un equipe di esperti in Vaticano affinché perfezionasse il calendario giuliano.

E se dal cielo scendiamo sulla terra, possiamo ricordare che fu il monaco agostiniano Gregor Mendel a formulare le prime leggi della genetica dopo aver osservato gli incroci fra alcune piantine nell’orto del monastero di San Tommaso a Brno (attualmente nella Repubblica Ceca). Possiamo anche menzionare il sacerdote milanese don Giuseppe Mercalli che diede il nome alla nota Scala che serve a misurare l’intensità dei terremoti…

E la carrellata sui nomi di illustri credenti che si interessarono di scienza potrebbe andare ancora avanti, dimostrando che forse aveva proprio ragione Papa Leone XIII quando, nel motu proprio “Ut mysticam” del 14 marzo 1891, scrisse: “Per gettare disprezzo e odio sulla mistica Sposa di Cristo, che è vera luce, i figli delle tenebre sono soliti di calunniarla di fronte agli ignoranti e chiamarla amica dell’oscurantismo, fomentatrice d’ignoranza, nemica della scienza e del progresso, rovesciando la verità dei fatti”.

Per saperne di più si legga il bel volume “Scienziati, dunque credenti” di Francesco Agnoli.

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Venerdì 24 ottobre alle ore 21.15 nel teatro della parrocchia San Filippo Neri, il vescovo diocesano Mons. Carlo Bresciani ha tracciato il profilo umano, spirituale e culturale del neo-beato Paolo VI.

Mons. Bresciani ha risposto alle domande di Luigi Mattioli, responsabile diocesano del Rinnovamento nello Spirito, seguendo un percorso di tipo storico e soffermandosi in modo particolare sulla formazione, sul servizio prestato presso la Segreteria di Stato, sull’esperienza di pastore nella diocesi ambrosiana e, infine, sul pontificato di Montini.

Mons. Bresciani ha arricchito la sua presentazione con alcune letture tratte dal volume “Paolo VI. Una biografia” edito dall’Istituto Paolo VI e con molti aneddoti che hanno contribuito a far conoscere in modo ancora più approfondito la statura di Paolo VI.

Mons. Bresciani ha esordito raccontando ciò che gli ha detto Papa Francesco durante un incontro avvenuto nello scorso maggio. Il Santo Padre gli ha confidato di non sapere se presiedere la cerimonia di beatificazione con la casula bianca oppure con quella rossa, usata per onorare i martiri.

Sì perché nella vita di Montini non sono mancate grandi sofferenze sia prima sia, soprattuto, durante il Pontificato. Infatti Paolo VI si è trovato a guidare la Chiesa in un momento molto delicato della storia: sul versante intraecclesiale portò a termine il Concilio e dovette gestire tutte le sfide del post-concilio, mentre, su quello extraecclesiale, si trovò nel bel mezzo della rivoluzione del ’68 e negli ultimi anni della sua vita assistette alla morte del suo amico Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse.

Ma soprattuto egli versò il sangue per Cristo. Infatti, durante il viaggio a Manila, il 28 novembre 1970, Benjamin Mendoza, un pittore boliviano, tentò di uccidere il Papa ferendolo in modo molto grave al costato con un pugnale. Nonostante la ferita riportata fosse importante, il Papa proseguì il suo viaggio apostolico senza stravolgere affatto il programma e questo perché – ha ricordato Mons. Bresciani – era caratteristico del suo tratto umano non far pesare sugli altri le proprie sofferenze.

La maglietta insanguinata che il Pontefice indossava quel giorno è stata esposta sull’altare in Piazza San Pietro, durante la cerimonia di beatificazione, segno di quel martirio di cui il Papa ha parlato a Mons. Bresciani.

Mons. Bresciani ha poi evidenziato come Papa Montini abbia segnato il percorso che la Chiesa avrebbe compiuto negli anni successivi. Paolo VI, infatti, è stato il primo Papa che è tornato nella Terra di Gesù, il primo Papa che ha viaggiato in tutti e cinque i continenti, il primo Papa che ha parlato davanti all’assemblea dell’ONU. Sulle sue orme si sono mossi poi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Secondo Mons. Bresciani, anche Papa Francesco sta seguendo il solco di Paolo VI. Il Papa venuto dalla fine del mondo, non solo si richiama costantemente al magistero montiniano, ma vive in uno stile di povertà che fu caratteristico anche di Paolo VI il quale, ad esempio, fu l’ultimo Papa ad indossare la tiara: egli infatti, dopo essere stato incoronato, vendette la preziosa corona e destinò il ricavato in favore dei poveri. Con lo stesso spirito e al fine di mostrare il principale carattere di servizio del ministero petrino, abolì la corte pontificia che faceva sembrare il Papa più un principe mondano che il Vicario di Gesù Cristo.

Questa sobrietà – ha proseguito Mons. Bresciani – ha contraddistinto la figura di Montini già quando era arcivescovo di Milano. Non aveva un portafoglio e non portava con sé del denaro. Un giorno si trovò con altri prelati a fare una colletta. Non avendo neppure una moneta da donare, con molta discrezione e senza farsi notare da quelli che gli stavano intorno, depose nella raccolta il proprio anello episcopale.

In conclusione Mons. Bresciani ha ricordato come il più grande dramma vissuto da Paolo VI fu quello di non essere capito da quel mondo col quale, in ogni modo, si sforzò di dialogare.

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ROMA – Si è svolto giovedì 23 ottobre alle 17.30 presso l’Aula Benedetto XVI della Pontificia Università della Santa Croce l’incontro di presentazione del volume “Il bene che fanno gli affari” di Robert G. Kennedy, professore di etica commerciale e Dottrina Sociale Cattolica e preside del “Center for Cathlolic Studies” della University of St. Thomas (St. Paul, Minnesota, USA). Il volume è uscito a gennaio per i tipi di Fede &Cultura.

Ha aperto i lavori Juan Andrés Mercado, professore di etica applicata e vice direttore accademico del “Markets, Culture and Ethics Research Center” della Pontificia Università della Santa Croce.

Dopo l’introduzione svolta dall’autore, ha preso la parola Salvatore Rebecchini, che oltre ad aver curato la prefazione del libro, è componente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust). L’insigne relatore ha definito il volume di taglio apologetico, perché aiuta a chiarire il ruolo della ricchezza all’interno della visione cristiana. Creare ricchezza – significa – portare un ordine maggiore nella creazione, utilizzando l’intelligenza umana dell’ingegno per svelare i segreti della natura e per escogitare nuovi modi per soddisfare i bisogni umani (cfr. p. 81).

Rebecchini ha definito l’opera di Kennedy molto utile anche per l’attività che svolge. L’Antitrust, infatti, da una parte pone delle regole perché il business funzioni, dall’altra tende a rimuovere quegli ostacoli che impediscono lo sviluppo e la crescita.

È stata poi la volta di Giovanni Scanagatta, segretario generale nazionale dell’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti che ha sottolineato come sia necessario parlare di pensiero sociale della Chiesa non a partire dalla Rerum Novarum di Leone XIII, ma dal vangelo stesso, passando per i padri della chiesa. Questi hanno prestato particolare attenzione al tema della distribuzione delle ricchezze, mentre in seguito gli economisti, a partire da Adam Smith col suo saggio “La ricchezza delle nazioni”, si sono concentrati sulla produzione della ricchezza, fino ad arrivare agli eccessi dell’utilitarismo di Jeremy Bentham. Questa “divergenza di interessi”, non ha permesso lo sviluppo di un vero e proprio pensiero economico.

In ambito cattolico una svolta si è avuta con Giovanni Paolo II che attraverso le encicliche sociali Laborem exercens (1981), Sollecitudo rei socialis (1987) e Centesimus annus (1991) ha parlato in termini positivi della libertà di intraprendere e degli imprenditori come attori dello sviluppo, esprimendosi in termini di economia di impresa più che di economia di mercato. Sulla stessa scia si è posto Benedetto XVI nella Caritas in veritate (2009), parlando per una cinquantina di volte di “imprese” e “impenditori”.

Scanagatta ha infine delineato quale sia il compito degli imprenditori cristiani, quello cioè di far conoscere, diffondere e testimoniare la dottrina sociale della chiesa, rendendo l’impresa responsabile nei confronti dei dipendenti e del contesto nel quale opera secondo il modello economico descritto da Robert Edward Freeman, perché un’impresa che si ispira a criteri etici, si fa un buon nome e sul lungo termine viene premiata dal mercato.

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CENTOBUCHI – Padre Ruberval Monteiro, monaco benedettino, è l’autore di un bel dipinto che abbellisce una cappella della parrocchia “Regina Pacis” di Centobuchi del quale vorremmo dare una lettura teologica.

L’opera si compone di due parti: in basso, nella zona dove è posto il tabernacolo, vediamo la scena dell’Annunciazione, mentre in alto possiamo ammirare un dipinto dell’Ultima Cena, affiancato dalla rappresentazione del peccato originale.

Partiamo dall’Annunciazione. Sulla sinistra vediamo l’angelo Gabriele, vestito di bianco e con le ali variopinte. Sulla sinistra la Vergine Maria, vestita di rosso e di blu, sta filando. I due sono separati da un clipeo, all’interno del quale si trova il tabernacolo vero e proprio, sormontato dalla colomba, segno dello Spirito Santo.

Il vangelo canonico di Luca non ci dice cosa stesse facendo la Madonna quando le apparve l’angelo. A questa curiosità, che i primi cristiani avranno sicuramente avuto, risponde l’apocrifo Protovangelo di Giacomo: Maria sta tessendo, per volontà del Sommo Sacerdote, il velo del Tempio, quel velo che si squarcerà in due alla morte di Gesù (cfr. Mc 15,38; Mt 27,51 e Lc 23,45) e che per l’autore della Lettera agli Ebrei è la carne stessa di Cristo (cfr. Eb 10,20).

Ci si potrebbe domandare come mai sia stata scelta la scena dell’Annunciazione per adornare il tabernacolo. A primo acchito fra l’Annunciazione e l’Eucaristia sembra non esserci nessun collegamento. A una lettura più approfondita però, possiamo notare che, come nell’Annunciazione il Verbo (= Parola) di Dio, per la potenza dello Spirito Santo, si è unito alla natura umana, dando luogo al Mistero dell’Incarnazione, così, durante la consacrazione, sempre per mezzo dello Spirito Santo, le parole del sacerdote raggiungono il pane e lo fanno diventare Corpo di Cristo, rendendo nuovamente presente il Figlio di Dio in mezzo agli uomini, come lo fu nel grembo della Vergine Maria dopo il suo “Sì”.

Tanto in Maria, quanto durante la messa, la dinamica parola-materia rende presente il Figlio di Dio in mezzo a noi secondo l’insegnamento di Sant’Agostino: Accedit verbum ad elementum, et fit sacramentum (=Il verbo accede alla cosa e la fa diventare sacramento).

Spostiamo ora la nostra attenzione sulla parte superiore del dipinto. A sinistra notiamo Adamo ed Eva che coprono le loro nudità, dopo aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Essi sono stati ingannati dal serpente, che possiamo vedere mentre si avvolge attorno all’albero. Se ci facciamo caso, accanto all’albero della conoscenza del bene e del male c’é quello della vita. È proprio da quest’ultimo che Cristo prende l’ostia da dare in cibo agli apostoli.

Il significato teologico è molto denso: come a causa del cibo (il frutto proibito) sono entrati nel mondo il peccato e la morte, così per mezzo di un altro cibo (l’Eucaristia) l’uomo ha riacquistato la vita e la grazia (cfr. Gregorio di Nissa, La grande catechesi 37,2-3).

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ROMA – Fa discutere l’ultimo libro di Antonio Socci dal titolo “Non è Francesco” nel quale lo scrittore senese sostiene che si è giunti all’elezione del Papa venuto dalla fine del mondo con un grave vizio di forma che renderebbe nullo l’esito del conclave del 2013.

Il giorno prima dell’uscita del volume, Socci si lamentava di essere vittima di attacchi previ, ricordando che su di lui si riversarono numerose critiche anche quando nel settembre 2011 annunciò dalle colonne di Libero che Papa Benedetto XVI si sarebbe dimesso dopo il compimento degli ottantacinque anni. Cosa che poi di fatto avvenne, come ormai tutti sappiamo.

Fra le reazioni alla tesi di Socci allora, come oggi, non mancarono commenti beffardi e toni di sufficienza ai quali noi non ci vogliamo accodare. Preferiamo piuttosto entrare nel merito, commentando quanto sostenuto dall’autore, senza nessun livore nei suoi confronti.

Socci costruisce la sua tesi a partire da quanto scritto dalla vaticanista argentina Elisabetta Piqué nelle pagine 39 e 40 del suo libro “Francesco. Vita e rivoluzione”: “Dopo la votazione e prima della lettura dei foglietti, il cardinale scrutatore, che per prima cosa mescola i foglietti deposti nell’urna, si accorge che ce n’è uno in più: sono 116 e non 115 come dovrebbero essere. Sembra che, per errore, un porporato abbia deposto due foglietti nell’urna: uno con il nome del suo prescelto e uno in bianco, che era rimasto attaccato al primo. Cose che succedono. Niente da fare, questa votazione viene subito annullata, i foglietti verranno bruciati più tardi senza essere stati visti, e si procede a una sesta votazione”.

Secondo Socci, tutto ciò sarebbe in contrasto con quanto prescritto dal numero 69 della “Universi dominici gregis” – il documento emanato da San Giovanni Paolo II il 22 febbraio 1996 che regola in maniera minuziosa tutto ciò che si deve compiere per eleggere un Papa – che afferma: “Qualora nello spoglio dei voti gli Scrutatori trovassero due schede piegate in modo da sembrare compilate da un solo elettore, se esse portano lo stesso nome vanno conteggiate per un solo voto, se invece portano due nomi diversi, nessuno dei due voti sarà valido; tuttavia, in nessuno dei due casi viene annullata la votazione”. Dunque, per Socci, l’elezione di Papa Francesco sarebbe nulla.

La precisa ricostruzione della Piqué però descrive di come il cardinale scrutatore si sia accorto della presenza di una scheda in più dopo la votazione e prima dello scrutinio e non durante la lettura delle schede. A seguito di ciò, si è passati subito ad una nuova votazione. Tutto questo è assolutamente conforme a quanto previsto dal numero 68 della “Universi dominici gregis”, un passaggio che Socci sembra ignorare completamente: “Dopo che tutti i Cardinali elettori avranno deposto la loro scheda nell’urna, il primo Scrutatore l’agita più volte per mescolare le schede e, subito dopo, l’ultimo Scrutatore procede al conteggio di esse, prendendole in maniera visibile una ad una dall’urna e riponendole in un altro recipiente vuoto, già preparato a tale scopo. Se il numero delle schede non corrisponde al numero degli elettori, bisogna bruciarle tutte e procedere subito ad una seconda votazione; se invece corrisponde al numero degli elettori, segue lo spoglio così come appresso”.

Alla luce di ciò, crediamo che non possa essere avanzato da un punto di vista canonico nessun dubbio sulla validità dell’elezione di Papa Francesco.

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ROMA – Si è svolta martedì 30 settembre alle ore 17.30 presso la Sala Maggiore dell’Istituto Patristico Augustinianum la presentazione del volume “Atlante storico della carità”, opera di Juan María Laboa. Il libro è edito dalla Libreria Editrice Vaticana In collaborazione con la Jaca Book. L’incontro è stato moderato dal direttore della Lev don Giuseppe Costa.

Sante Bagnoli, editore della Jaca Book, ha sottolineato come il volume possa essere considerato allo stesso tempo un frutto e un seme: frutto perché è il risultato di un lungo interesse dell’autore verso il tema della carità, seme perché si tratta di un’opera quasi unica nel suo genere e che si spera possa costituire un modello per la successiva storiografia cattolica.

Secondo Bagnoli, vedere la storia della carità è entrare nella antropologia cristiana. Non si tratta solo di una lettura di esperienze: avvicinandoci ai santi che si sono dedicati ai più bisognosi, veniamo a conoscere un pensiero, una visione non meno importanti di quelle teologiche.

L’editore della Jaca Book ha poi evidenziato come il presente volume, a differenza di uno precedente dell’autore sullo stesso tema, sia ampiamente corredato da immagini, rendendolo anche più economico: le spese per la traduzione di un coffee book sono infatti minori rispetto a quelle per un libro di solo testo. Si può avere dunque in mano un volume pregevole ad un costo contenuto.

Ha preso poi la parola Sua Eccellenza Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento e Presidente della Commisione Episcopale della Cei per le migrazioni e già Presidente della Caritas Italiana fino al 2008.

Il prelato, prendendo spunto dal passo giovanneo nel quale si afferma che solo chi ama conosce Dio, ha messo in luce come il libro ripercorra la storia di chi si è messo alla sequela di quel Dio che che nel Nuovo Testamento si rivela come Carità. Come suggerito dal titolo, il volume descrive la storia e la geografia della carità, mostrando che, nonostante tutti i peccati le contraddizioni, c’è un filo rosso che tiene unita la bimillenaria storia della Chiesa: la carità.

Secondo il Monsignore, ci sono molte vie per arrivare alla dimostrazione di Dio, come quelle celebri di San Tommaso. Tuttavia l’amore costituisce un’epifania chiara ed indiscutibile di Dio. La carità non ci indica Dio, ma ce lo fa vedere all’opera. Essa non è solo fatta di gesti, di affetti, ma è vita divina. Ogni gesto di carità che mettiamo in atto è sacramentale e ci mostra Dio.

L’Arcivescovo ha infine concluso il suo intervento notando che il libro nasconde una domanda di fondo: “Chi fa la storia?”. I veri protagonisti della storia – ha osservato – sono i poveri e coloro che li amano. La logica del vangelo risulta così capovolta rispetto a quella del mondo: coloro che sono marginali per gli uomini sono al centro per Dio e in fin dei conti, come ricordava Chiara Lubic, la dottrina sociale della chiesa è nata il giorno in cui Maria ha cantato il Magnificat.

È stata poi la volta dell’intervento dell’onorevole Mario Marazziti, Portavoce della Comunità Sant’Egidio. Secondo l’onorevole, la carità è stata sotto attacco negli anni ’60 e ’70 ed è stata screditata come assistenzialismo. Per molti anni, a causa del linguaggio aggressivo di certa politica, ci si è dovuti scusare per non sembrare buonisti. Al contrario oggi, grazie al contributo di Papa Francesco, il tema della carità è di nuovo tornato centrale, come dimostra anche il volume presentato che non è un libro sdolcinato, che non nasconde le difficoltà della storia, ma che vuole ricordare la peculiarità del cristianesimo.

Infine ha preso la parola l’autore Juan María Laboa, che per 40 anni ha insegnato Storia della Chiesa all’università. L’illustre docente sentiva la mancanza di un volume di Storia della Chiesa incentrato sulla vita della grazia della gente. Poteva infatti spiegare molto bene la vita istituzionale della Chiesa, le vicende più importanti ad essa legata, ma cosa avrebbe saputo raccontare della vita cristiana? Questo libro costituisce la risposta a questa domanda e mette al centro il tema della carità perché parte dalla consapevolezza che tutti siamo feriti e abbiamo bisogno dell’amore di Dio. La Chiesa dunque è presentata non tanto come una scuola di dottrina, ma come luogo dove si manifesta la carità.

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