Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: gennaio 2013

ROMA – Quando si enumerano i 7 vizi capitali, se va bene, all’appello ne manca sempre uno, anche a causa del fatto che sempre meno trovano posto nella catechesi. Effettivamente non è mai piacevole ricordare a noi stessi quali possono essere le nostre pecche. Ecco allora che per digerire meglio il discorso ci può venire in aiuto una piccola ma interessante opera d’arte: I 7 vizi capitali di Hieronymus Bosch. La tavola che misura 120 x 150 cm sarà esposta fino al 2 giugno nell’ambito della mostra “Brueghel. Meraviglie dell’arte fiamminga” al Chiostro del Bramante a Roma.

Nel complesso il dipinto presenta 5 cerchi di cui uno più grande al centro e gli altri posti negli angoli della tavola.

Al centro del primo grande cerchio si può osservare il Cristo, posto in una sorta di occhio che scruta tutti i vizi dell’uomo, come anche ricorda la scritta “Cave cave Deus videt” (=Attenzione, attenzione, Dio vede)

Partendo dal basso e andando poi in senso orario ci imbattiamo nel primo vizio capitale: l’ira (dalla radice indoeuropea eis =  impeto, slancio). Essa è rappresentata da due uomini furibondi che se le stanno dando di santa ragione! Una donna, con il capo velato, cerca di calmarne uno.

Segue poi l’invidia (dal latino “videre” col prefisso “in”= guardare in, guardare in modo cattivo). Due cagnolini non si accontentano di alcuni ossi che hanno a portata di mano ma ambiscono ad afferrarne uno più grande tenuto da un signore affacciato ad una finestra. Questi, insieme a sua moglie, guarda, con profonda invidia appunto, un uomo nobile che si diletta con un  falco che tiene appoggiato sulla mano destra, mentre un garzone lavora per lui trasportando un pesante sacco. Una giovane donna, presumibilmente la figlia dei due invidiosi, cerca di sedurre e conquistare un uomo ricco (lo si deduce dal grosso sacco portamonete che tiene legato alla vita.

L’avarizia (dal latino “avere” = bramare) è rappresentata da un giudice, vestito con la sua toga, che si fa corrompere da due uomini, mentre altri due, ignari, sono seduti in attesa di giudizio.

La gola viene rappresentata da due villani che si ingozzano a più non posso; uno si scola avidamente un fiasco di vino non facendo neppure uso del bicchiere, l’altro, seduto davanti ad una tavola imbandita, rosica smodatamente un osso mentre un pasciuto fanciullo gli afferra il camiciotto all’altezza della pancia. Come se i due non fossero ancora sazi, una donna porta ancora una portata da mangiare.

L’accidia (dal greco “a-kedia” = non curanza), cioè la trascuratezza nel compiere ciò che è bene e necessario, è rappresentata da un personaggio vestito di verde, comodamente seduto  davanti ad un caminetto, con la testa appoggiata su un cuscino. Egli viene sollecitato alla preghiera da una suora che gli porge la corona del Rosario

Due coppie di amanti che si intrattengono sotto una tenda rossa rappresentano il vizio della lussuria (dal latino “luxus” = sfarzo). Essi si divertono guardando le messe in scena di due buffoni.

Infine la superbia (dal latino “superbus” = che sta sopra”) viene rappresentata da una donna che in modo vanitoso si guarda la propria acconciatura in uno specchio che viene sorretto dal demonio.

Sopra al grande cerchio centrale si nota un cartiglio con su scritto: “Gens absque consilio est et sine prudentia / utinam saperent et intelligerent ac novissima providerent” (=È un popolo privo di discernimento e di senno; o, se fossero saggi e chiaroveggenti, si occuperebbero di ciò che li aspetta).

Sotto di esso si vede un altro cartiglio che recita: “Nascondam faciem meam ab eis considerabo novissima eorum” (=Io nasconderò il mio volto davanti a loro e considererò quale sarà la loro fine)

Gli uomini poi devono fare i conti con i 4 novissimi: Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso.

La Morte è rappresentata nel medaglione in alto a sinistra. Un sacerdote, insieme ad altri religiosi, sta amministrando l’estrema unzione a un moribondo. Dietro al capezzale si intravvede la morte che col suo dardo sta per trafiggere il morente. Sopra di esso invece un diavolo nero e un angelo si contendono la sua anima.

Il Giudizio è rappresentato nel medaglione in alto a destra. La venuta di Cristo giudice viene annunciata da quattro angeli che suonano altrettante trombe. Al loro suono i morti escono dai sepolcri per risorgere.  Sia alla destra che alla sinistra di Cristo c’è uno stuolo di santi.

In basso a sinistra troviamo l’Inferno, dove vengono puniti coloro che hanno perseverato nei vizi.

In basso a sinistra vediamo il Paradiso. Una moltitudine di uomini e di donne vengono introdotti alla presenza dell’altissimo. Davanti alle porte del paradiso Pietro accoglie Adamo ed Eva, simbolo dell’umanità redenta, mentre in primo piano tre angeli suonano degli strumenti che allietano i corpi dei beati

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ROMA – Fra poche settimane saremo chiamati alle urne. Dopo il tramonto del partito unico dei cattolici, la presenza di politici che si ispirano ai valori cristiani è presente nei vari schieramenti. Ma qual è la configurazione specifica del politico cattolico? Quale sarà il contributo i cattolici daranno alla vita civile e politica del Paese? Per rispondere a queste domande abbiamo intervistato Olimpia Tarzia, per anni leader del Movimento per la Vita e oggi a capo di PER (Politica Etica Responsabilità)

Cosa sono chiamati a fare e a dare i cattolici oggi in politica?

La ripresa dell’impegno dei cattolici in politica penso si debba declinare particolarmente in alcuni temi: significato pubblico della fede cristiana, confronto serio con una laicità non ideologizzata, critica alla dittatura del relativismo, recupero e consapevolezza del concetto di legge morale naturale, rifiuto del bene comune inteso come minor male comune e della politica come compromesso al ribasso, rifiuto della ideologia della tecnica, liberazione dei temi dell’ambiente e della pace dal moralismo politico che spesso li strumentalizza, coerenza nell’impegno politico. Credo, ormai, che non si possa più prescindere da una proposta concreta capace di difendere e promuovere i principi non negoziabili e in grado di realizzare concretamente un modello sociale che risponda davvero alle esigenze dei cittadini, attraverso anche il rilancio dell’economia, finalizzato ad assicurare la crescita e l’impiego, l’uguaglianza delle opportunità per l’istruzione dei giovani e l’assistenza ai poveri. E’ da questi principi che deve ripartire, con rinnovato slancio e impegno, l’azione politica dei cattolici nel nostro Paese.

Una buona parte della società italiana (purtroppo) vede i cattolici con lo stesso animo con cui erano visti nell’Inghilterra anglicana ed elisabettiana, cioè come un corpo estraneo alla nazione che tutela gli interessi di un altro stato. Secondo lei, l’impegno dei cattolici può realmente portare dei benefici all’intera comunità?

I cattolici possono offrire un grande contributo alla stabilità del nostro Paese. Il cristianesimo è chiamato oggi a dare un apporto significativo in riferimento anche all’organizzazione istituzionale, legislativa, economica della società. Sono convinta che un cattolico in politica non debba essere ‘un moderato’, bensì ‘moderato’, nel significato più vero, di aggettivo, non di sostantivo, è un modo di essere che non va confuso con l’essere, vuol dire essere capace di porre e non di imporre, essere mite ma determinato, capace di un serio e coraggioso confronto culturale e politico con tutti. La strada che io intravedo per una effettiva presenza e partecipazione dei cattolici nella fase di ricostruzione della politica italiana sta nel consolidare questa identità a tutti i livelli,  in un’ottica di sano realismo cristiano che permette di individuare nell’attuale bipolarismo una reale e concreta possibilità di azione.

I tg ogni giorno ci danno notizie di malcostume fra i politici, di privilegi, della stanchezza dei cittadini davanti a tutto ciò. La politica rimane ancora oggi la più alta forma di carità come amava dire Paolo VI?

Indubbiamente c’è la volontà di recuperare quei valori che oggi la politica sembra aver perso di vista, a favore dell’individualismo, del materialismo e del malaffare. Nel panorama generale della politica nazionale agitato da inquietudini ed equilibrismi, spesso incomprensibili al di fuori dei ‘palazzi’, credo che sia necessario ancora sperare in una politica ‘espressione della più alta forma di carità’, credere nella dimensione etica dell’azione politica e realizzare un progetto politico che guarda lontano. Questo è l’obiettivo prioritario del Movimento PER Politica Etica Responsabilità che mi onoro di presiedere.

Di cosa l’Italia oggi ha più bisogno, di politica, di etica o di responsabilità?

Uno dei motivi per cui la crisi economica è così condizionante è perché si fronteggia con una crisi abissale della politica, che ha perso il significato vero e profondo del servizio e sembra non aver più nulla di costruttivo da dire, perché orfana di un progetto culturale. Sono convinta, quindi, che sia’ necessario dosare bene questi tre ‘ingredienti’, coniugandoli e sintetizzandoli in un’unica azione politica. Mi sembra giunto il tempo della responsabilità, della consapevolezza dell’importanza della presenza cattolica nel mondo politico, presenza che ne declini le parole fondanti: politica, valorizzando quegli ambienti come i gruppi, i movimenti, le associazioni; etica,  con tutte le questioni implicate, dai comportamenti personali e gli stili di vita, a quelle della vita, della famiglia e della libertà; responsabilità, nell’assumersi l’impegno della difesa e promozione dei principi non negoziabili.

Si parla spesso in tv di valori non negoziabili e sembrano quasi diventati uno spot. Può ricordare brevemente ai nostri lettori cosa sono?

I principi non negoziabili sono stati citati dall’allora cardinale Ratzinger nella nota dottrinale ‘Circa alcune questione riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica’. Principalmente sono: la difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale, della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, del diritto di libertà di scelta educativa, cui seguono anche la libertà religiosa, la tutela dei minori dalle moderne forme di schiavitù, l’economia a servizio del bene comune nel rispetto della sussidiarietà.  Sono principi dal forte significato politico, che hanno una grande ricaduta sociale e culturale: sono principi, per l’appunto, non negoziabili e per questo imprescindibili ed inclusivi, perché appartengono all’uomo.

Cosa si può rispondere a quella corrente laic(ist)a che in questo particolare momento storico vorrebbe mettere da parte il tema dei valori non negoziabili a totale favore dei temi economici?

La prima ricchezza di ogni Paese è la nascita di nuovi figli, di nuovi cittadini. In tal modo, il diritto alla vita dell’individuo è integrato nella comunità: un diritto alla vita inteso in maniera totale rispetto alla nuova ondata di quel fenomeno di privatizzazione del matrimonio e della famiglia che, tante volte denunciato, sembra subire negli ultimi anni una nuova accelerazione. Il valore sociale della famiglia e la tutela del diritto alla vita sono fondamento stesso di quei principi democratici derivanti dai diritti umani su cui deve poggiare uno Stato veramente laico, che non intende negoziare sui diritti fondamentali. A quella corrente laicista rispondo che solo recuperando e rilanciando la matrice culturale e antropologica in cui noi cattolici ci riconosciamo, che vede la centralità della persona, il diritto alla vita (dal suo concepimento alla morte naturale) e la soggettività della famiglia assi portanti, solo lottando con tutte le forze nella convinzione che è ancora possibile realizzare il sogno di una società giusta, onesta, da lasciare alle generazioni future,  possiamo far risalire il nostro Paese dalla china dello scoramento ed anche, ne sono convinta, restituire speranza e motivi di fiducia nel futuro, elementi base soprattutto per una effettiva ripresa economica. Per delineare le cause della crisi non possiamo solo accusare le banche. La crisi si è amplificata sì a causa di speculatori senza scrupoli, ma anche a causa di una cultura consumistica che ha ‘dopato’ il consumo: si è andata negli anni creando l’illusione che non è necessario legare il consumo al proprio reddito. Una radice della grande crisi finanziaria, che è soprattutto antropologica e morale, la possiamo rintracciare nella spersonalizzazione dei rapporti, e quindi in una crisi di responsabilità: se ‘responsabilità’ viene da ‘rispondere’, nella moderna economia e finanza non troviamo più persone che rispondono alle nostre domande, ma protocolli, carte, calcoli. Una crisi quindi di relazioni, una carestia crescente di beni relazionali. E’, infatti, la relazione gratuita ad essere oggi minacciata d’estinzione, e con essa  l’incapacità di incontrarsi nella reciprocità. Torniamo, dunque, al valore della persona e dei suoi valori non negoziabili.

Lei da donna cosa pensa delle donne in politica?

Le rispondo con una citazione di Giovanni Paolo II che ha scritto: ‘Nella svolta culturale a favore della vita le donne hanno uno spazio di pensiero e di azione singolare e forse determinante: tocca a loro di farsi promotrici di un nuovo femminismo che, senza cadere nella tentazione di rincorrere modelli maschilisti, sappia riconoscere ed esprimere il vero genio femminile in tutte le manifestazioni della convivenza civile, operando per il superamento di ogni forma di discriminazione, di violenza e disfruttamento’. E ancora, nell’udienza privata concessa alla dirigenza del Movimento per la vita italiano il 22 maggio 2003, in occasione del 25° triste anniversario della legge 194/78, che ha legalizzato l’aborto in Italia, il Santo Padre è nuovamente tornato sull’argomento: ‘specialmente a voi, donne, rinnovo l’invito a difendere l’alleanza tra la donna e la vita, e di farvi promotrici di un nuovo femminismo.

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Fra poche settimane gli italiani saranno chiamati alle urne per scegliere chi dovrà guidare il Paese nei prossimi anni. I vari partiti cercano di conquistare l’elettorato cattolico candidando politici che si ispirano alla visione cristiana o introducendo nei propri programmi progetti che si rifanno alla dottrina sociale della Chiesa. Qualunque sarà lo schieramento vincitore, speriamo che la presenza di politici cattolici giovi alla politica nell’interesse del bene comune.

I politici cattolici che si apprestano a servire il Paese non possono non tenere presente quanto l’insegnamento di Gesù sia stato fondamentale anche in questo frangente della vita umana. Anche la politica infatti, come ogni altra realtà umana, è stata illuminata nel corso dei secoli dalla sapienza del Vangelo, o forse sarebbe meglio dire che è stata travolta dalla forza trasformatrice del messaggio cristiano. Per questo proponiamo alla loro attenzione, e a quella di tutti, un breve promemoria nel quale si evidenziano i peculiari apporti che il cristianesimo ha dato alla vita politica nel corso dei secoli.

LA LAICITÀ. Anche se oggi si tende a non riconoscere questa verità lapalissiana, si deve al cristianesimo, e in particolar modo al suo divino fondatore, l’introduzione del concetto di laicità nella storia. Prima dell’avvento del cristianesimo infatti, in tutte le società arcaiche vigeva un sistema teocratico: il capo politico era anche il capo religioso. Basta pensare alla figura del Faraone, capo dell’antico Egitto e venerato come figlio del Dio Sole, o a quella dell’imperatore romano, adorato come una vera e propria divinità.

Con Gesù tutto cambia. È lui per primo a formulare il concetto di laicità quando afferma: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Gesù è il primo a distinguere il potere religioso da quello politico. È importante notare come Cesare e Dio non stiano sullo stesso piano e che dunque, se pure è giusto dare a Cesare quello che gli si deve, il primato spetti comunque a Dio. Non è giusto quindi vedere in questo passo una separazione fra la politica e la religione, come faranno i filosofi e i politici liberali ottocenteschi, ma piuttosto dobbiamo scorgere in essa una opportuna distinzione.

LA DESACRALIZZAZIONE DEL POTERE E IL RIFIUTO DELLA STATOLATRIA. Questo principio formulato da Gesù verrà ripreso e vissuto dai suoi seguaci. I primi cristiani, seguendo la logica della distinzione fra ambito politico e quello religioso, si rifiuteranno di offrire l’incenso all’imperatore. Questo loro modo di relazionarsi con l’autorità politica fa sì che i cristiani siano la prima grande forza nella storia che tende a desacralizzare il potere: sin dalle origini, i cristiani hanno rifiutato la statolatria, come faranno in seguito i loro correligionari del XX secolo, quando si opporranno allo statalismo, sia di matrice comunista che nazi-fascista.

RISPETTO DELL’AUTORITÀ E LIBERTÀ DI COSCIENZA. Essi si fanno portatori di un atteggiamento nuovo davanti al potere: da una parte vogliono essere buoni cittadini ed essere sottomessi all’imperatore, dall’altra si rifiutano di prestargli gli onori che si devono a Dio.

I cristiani non vogliono essere degli anarchici che mancano di rispetto alla legittima autorità, come anche afferma l’apostolo Paolo in Rm 13: “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c’è autorità se non da Dio; quelle che esistono sono stabilite da Dio”. Con questa affermazione Paolo vuol dire che ogni società ha per natura qualcuno che la governa per il suo bene e, a quanti esercitano in modo legittimo ed onesto l’autorità, si deve onore e rispetto.

Ma lo Stato, e in generale qualsiasi autorità, non può chiedere più di quanto gli spetta. Il potere delle autorità costituite è grande, ma non illimitato e non può esigere quanto è contrario al diritto naturale e alla volontà benefica di Dio, come si può dedurre anche dalla risposta che Pietro e Giovanni in At 5,29 danno al Sommo Sacerdote che li aveva invitati a non annunciare più Cristo: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”.

Molti saranno i cristiani che daranno la vita pur di non offrire sacrifici in onore dell’imperatore divinizzato. Fra questi molti soldati romani come, ad esempio, San Sebastiano.

LA TOLLERANZA VERSO TUTTE LE RELIGIONI. Con l’editto emanato a Milano dall’imperatore Costantino nel 313, esattamente 1700 anni fa, cessano le persecuzioni e riprende lo spirito di tolleranza verso le religioni tipico della cultura romana. Le cose purtroppo peggioreranno qualche anno più tardi quando l’imperatore Teodosio, con un approccio ancora da sommo pontefice della religione pagana, emanerà nel 380 l’editto di Tessalonica, proclamando il cristianesimo unica religione ammessa nello Stato.

L’AUTONOMIA DELLA CHIESA. Anche la lotta per le investiture, tipica del Medio Evo, rappresenta una luminosa pagina di civiltà e di libertà. Per portare avanti i propri progetti politici, gli imperatori del Sacro Romano Impero si erano arrogati il diritto di nominare i vescovi. Solo grazie all’editto di Worms, siglato dal Papa Callisto II e dall’Imperatore Enrico V, si porrà fine a uno scontro durato decenni e si stabilirà che spetta al Papa nominare i Vescovi e all’Imperatore eventualmente affidare loro delle responsabilità temporali. Si è così evitata la sottomissione della Chiesa allo Stato e l’ingerenza  dell’Imperatore nella missione della Chiesa. Lo stesso problema del controllo e della sottomissione al potere statale si riproporrà secoli dopo nei paesi comunisti, dove i regimi pretendevano di controllare la vita dei Vescovi, riservandosi anche di approvare le loro nomine.

LA NASCITA E LO SVILUPPO DELLO STATO MODERNO E DEMOCRATICO. Senza il cristianesimo, difficilmente si sarebbe giunti alle attuali forme di democrazia.

Che cosa è infatti la democrazia, se non la trasposizione del campo politico della visione luterana del sacerdozio? Nel suo opuscolo del 1520 “Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca” Lutero infatti riteneva non esserci nessuna distinzione nella Chiesa fra ceto ecclesiastico e ceto laico: secondo il riformatore, tutti i battezzati, senza alcuna distinzione, sono sacerdoti. Chi fra essi ha un ruolo di guida nella comunità cristiana, lo fa, sempre secondo Lutero, sostanzialmente per delega dei fedeli, senza essere ad essi superiore. Allo stesso modo oggi, nella sfera civile, i membri della classe politica sono comuni cittadini ai quali il popolo ha dato l’autorizzazione a rappresentarli.

Si deve ancora a Lutero la nascita dello stato moderno, ovvero di quella forma di governo che sottomette la religione allo stato. L’ex monaco tedesco, basandosi sul già citato passo di Rm 13 postula, sempre nello stesso opuscolo, la sottomissione di tutti i cristiani, ivi compreso il Papa, all’autorità dell’imperatore

Anche i principi della Rivoluzione Francese, che sono alla base degli attuali ordinamenti democratici, sono di evidente derivazione cristiana. Se si vuole, i principi rivoluzionari possono essere considerati come un cristianesimo decurtato di Dio (con tutto quello che di tragico questa affermazione implica), una forma di cristianesimo ateo, dove, tolto di mezzo Dio, rimangono comunque dei concetti di chiaro sapore cristiano come libertà, uguaglianza e fraternità

L’INFLUSSO DEL CATTOLICESIMO NELLA NOSTRA COSTITUZIONE. La visione cattolica del rapporto Stato-Chiesa ha influito sulla stesura dell’articolo 7 della nostra Costituzione che recita: “Lo Stato e la Chiesa, ciascuno nel proprio ordine, sono indipendenti e sovrani”. Molti erroneamente collegano questo articolo al noto aforisma di Cavour “Libera chiesa IN libero stato” di stampo protestante e che subdolamente postula la sottomissione della sfera religiosa a quella civile. Esso invece deve la sua formulazione al principio cattolico “Libera chiesa E libero stato” che trova una delle sue massime espressioni nel magistero pontificio di Leone XIII che nella Immortale Dei del 1885 così si esprime: “La Chiesa nel suo ordine e nella sua costituzione giuridica è società perfetta al pari dello Stato”.

Come abbiamo cercato di dimostrare, le idee del cristianesimo sono state determinati nel ridefinire il rapporto dell’uomo con l’autorità politica. Abbiamo anche messo in luce come la visione cristiana del mondo abbia influito nella nascita e nello sviluppo delle attuali democrazie, tanto è vero che oggi, la stragrande maggioranza dei paesi democratici sono quelli in cui la presenza del cristianesimo è stata particolarmente pregnante . Pertanto non esitiamo a dire che un sistema democratico, per trovare la sua completezza, non può fare a meno del Vangelo.

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ROMA – Dopo le relazioni di S.E. Mons. Rino Fisichela e della Prof.ssa Francesca Cocchini, di taglio prevalentemente teologicoabbiamo, avuto  il piacere di ascoltare l’intervento di Anna Maria Tarantola, Presidente della RAI.

L’illustre relatrice ha ricordato come la comunicazione sia nel DNA della Chiesa a partire dal suo stesso fondatore. Gesù Cristo infatti, secondo la Tarantola, ha dato prova con le sue parabole di una straordinaria capacità di comunicazione riuscendo ad attirare l’attenzione dei suoi interlocutori e a suscitare in loro delle significative domande. Questa capacità di comunicare è la stessa che poi hanno avuto i suoi seguaci che hanno trasmesso il suo salvifico messaggio attraverso la tradizione orale, il canto, i riti, le arti figurative. Assai rilevante è il fatto che i vangeli siano stati scritti nella Koiné, la lingua internazionale al tempo di Gesù, come l’inglese lo è nei nostri tempi. Ci può essere, e di fatto c’è, una simpatia fra queste due grandi realtà della comunicazione: la Chiesa e la Rai. La Tarantola ha sottolineato la sensibilità della Rai verso i temi religiosi ricordando le trasmissioni “Uomini e Profeti”, “A sua immagine”, le dirette televisive delle più importanti cerimonie pontificie, il gran numero di fiction a carattere religioso come “Maria di Nazaret”, La fiction più vista nel 2012.

Al termine dell’intervento della Presidente Rai, abbiamo avvicinato Sua Eminenza il Cardinale Agostino Vallini, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, che ha gentilmente risposto alle nostre domande:

Eminenza, abbiamo ascoltato con viva attenzione gli interventi dei relatori che ci hanno ricordato l’importanza della “Dei Verbum” nella vita della Chiesa. Lei si sente legato in modo particolare a qualche passaggio di questo documento conciliare? Veramente non si tratta  di un solo passaggio! Tutto il documentoè di straordinaria importanza! È di una preziosità davvero grande perché ha fatto il punto della situazione del cammino biblico nel tempo. Direi che, come pastore, certamente la parte della Dei Verbum che incoraggia l’uso della Parola di Dio nella vita pastorale, nella vita cristiana è un passaggio molto interessante.

Monsignor Fisichella, durante la sua relazione, ha ricordato l’importanza sia della Sacra Tradizione che della Sacra Scrittura. Questo è un punto forte del patrimonio teologico cattolico. In questo noi cattolici ci differenziamo dai nostri fratelli luterani. Quale può essere l’atteggiamento dei cristiani cattolici per affermare la propria identità e allo stesso tempo aprire il proprio sguardo verso i fratelli luterani? Intanto la Parola di Dio è la base che ci accomuna tutti, e proprio in questi giorni, nei quali celebriamo la settimana ecumenica per l’unità dei cristiani, io credo che attraverso una maggiore conoscenza, anche certi aspetti dottrinali potranno essere lentamente superati

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ROMA – Oggi 24 gennaio la Chiesa festeggia San Francesco di Sales, Dottore della Chiesa e patrono dei giornalisti. L’occasione ci è gradita per intervistare il dottor Antonio Gaspari, direttore della agenzia di informazione ZENIT

Ci può presentare con qualche numero ZENIT (www.zenit.org)?

Abbiamo più di ventimila articoli pubblicati ogni anno. Sette edizioni quotidiane e settimanali nelle seguenti lingue: italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e arabo. Quasi 600.000 sottoscrittori. Quindici milioni di mail inviate ogni mese. Milioni di lettori sulla pagina ogni mese. Articoli ripresi da milioni di siti nel mondo. Un capitale di conoscenze unico. Da quindici anni siamo l’unica agenzia che traduce, pubblica e diffonde ogni singola parola pronunciata dal Romano Pontefice e non solo. Più del 40% delle notizie e dei testi che pubblichiamo è originale e unico, cioè è pubblicato solo da ZENIT. Attraverso la nostra agenzia le parole del romano pontefice sono diffuse in maniera integrale in gran parte del pianeta. Se si pensa che siamo nati nel 1997 con un servizio quotidiano in spagnolo che veniva diffuso a 400 sottoscrittori, è evidente che ci troviamo di fronte ad un “fenomeno straordinario” di crescita editoriale.

Cosa sta alla base del successo di ZENIT?

La fede nella Divina Provvidenza, l’umiltà, la professionalità e l’ottimismo , la qualità e le motivazioni alla base del progetto, l’apertura a 360 gradi a tutte le realtà della Chiesa, sia quelle istituzionali che quelle legate ai movimenti, la disponibilità e l’attenzione con cui si cerca di illuminare la mente allargando le conoscenze e accendendo il cuore dei lettori. La crescita di ZENIT è stata favorita anche dall’utilizzo del mezzo telematico, (internet) e dalla  capacità di diffondere un prodotto di valore universale in diverse lingue ed in diverse parti del mondo.

Qual è la missione specifica del giornalista cattolico oggi?

La “mission” del giornalista cattolico, oggi come nel passato, è quella di fornire le ragioni del perché crediamo in quell’uomo che diceva di essere il figlio di Dio, cercando e testimoniando verità, giustizia e bellezza. La prima sfida che la modernità ci pone è quella di dare cittadinanza e dignità al giornalismo che si occupa di religione. Ancora oggi in tantissime redazioni si presta attenzione alle notizie che riguardano la Chiesa e alla religione solo se si tratta di scandali e fatti incresciosi. L’approccio concettuale dominante guarda  al Romano Pontefice, al Vaticano, alle Conferenze Episcopali, solo come espressioni di un potere pari se non superiore a quello delle diverse componenti politiche. E’ raro trovare chi invece tiene conto delle implicazioni antropologiche, sociali e culturali della religione cristiana  nella vita e nella storia delle persone e dei popoli.L’intero contesto è dominato dalla regola del “bad news is good news”  mentre il giornalismo cattolico fa conoscere e diffonde  la buona novellaindicando e raccontando  la buona notizia come la più bella. Il giornalistacattolico non deve accontentarsi di comunicare in modo professionale e onesto. La sua testimonianza deve andare oltre e rivoluzionare il modo di fare comunicazione, raccontando in modo entusiasmante come la buona novella converte i cuori e cambia la storia. Il senso della vita umana non è il tentativo di sfuggire la morte, ma un eroica testimonianza di amore e dedizione verso l’altro che dura nel tempo.

Qual è la notizia che in questi anni ha dato con maggiore piacere ai suoi lettori?

La buona novella noi la scopriamo ogni giorno. Ogni nostra edizione si compone di tante storie belle. Cerchiamo i raggi di luce e calore anche nelle notizie più buie e fredde. Affrontiamo con  stupore e entusiasmo ogni notizia. In questo modo comunichiamo la bellezza della vita ai nostri lettori cercando di alimentare in loro la speranza per un mondo migliore.

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ROMA – Nell’Aula della Conciliazione del Palazzo del Laterano, la stessa dove l’11 febbraio vennero firmati i Patti Lateranensi, si è svolto giovedì 24 gennaio un incontro di riflessione sulla Dei Verbum al termine del quale abbiamo intervistato, insieme alla collega di Radio Vaticana Marina Tomarro, Sua Eccellenza Mons. Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.

Qual è il modo migliore di comunicare il vangelo oggi?

Innanzitutto bisogna conoscere, non c’è comunicazione vera se non c’è una conoscenza diretta. Qui però stiamo parlando della Parola di Dio e quindi ci vuole una frequentazione quotidiana. Ci vuole soprattutto l’ascolto: è necessario che sia la parola di Dio a provocare la mia mente e il mio cuore. Spesso ci si dimentica della dimensione del silenzio, mentre sono convinto che la prima forma, la prima fonte della comunicazione sia il silenzio. La comunicazione deve essere soprattutto quella interpersonale. Nel momento in cui siamo dinnanzi ad una nuova cultura mediatica e, quindi, a tanti strumenti che si moltiplicano velocemente, per la trasmissione della fede ritengo che l’orizzonte privilegiato e fondamentale sia quello dell’incontro personale. Debbono sempre esserci 2 persone che si incontrano, si guardano nel volto. Uno annuncia e l’altro comprende se c’è veramente questa dimensione di grande spiritualità e di credibilità

Nella sua relazione lei ha detto che la fede non può fare a meno della scienza. Cosa vuol dire?

Significa che se non abbiamo un pensiero forte anche la fede conseguentemente è debole. La fede ha bisogno del pensiero, ha bisogno anche della ricerca scientifica. Per quanto riguarda una comprensione più diretta della Parola di Dio e quindi del testo sacro, la scienza ci consente, attraverso l’ermeneutica attraverso le diverse scienze che entrano nel linguaggio ma anche attraverso l’archeologia a riscoprire quelle che sono gli elementi storici che sono presenti nella Sacra Scrittura. Ma direi anche che tutti quei progressi del campo scientifico che ci consentano di conoscere meglio la nostra storia ci permettono anche di arricchire sempre di più il nostro patrimonio culturale

Perché oggi, in questo contesto di crisi, c’è questo grande desiderio di riscoprire la Sacra Scrittura?

Perché l’uomo da sempre è alla ricerca del senso della propria vita e nella Sacra Scrittura Dio ci fa comprendere quanto  importante sia rientrare in noi stessi. E possiamo conoscere pienamente noi stessi se conosciamo Lui in un rapporto costante e dinamico. Se ho desiderio di conoscere in profondità me stesso e di comprendere l’enigmaticità della mia esistenza e ho bisogno di porre la mia vita alla luce del Mistero di Cristo. Ecco perché la Sacra Scrittura è importante, perché passo dopo passo mi consente di compiere un cammino con la mia stessa esistenza personale. Non c’è pagina della Sacra Scrittura che sia distante, che sia lontana da me. Ogni pagina è una provocazione, un invito a conoscermi meglio e a capire qual è il mio futuro e il mio fine ultimo da raggiungere

Anche Sua Eminanza il Cardinale Agostino Vallini, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, ha gentilmente risposto alle nostre domande e l’intervista sarà pubblicata domani

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ROMA – Nel prestigioso e centralissimo Collegio Urbano di Propaganda Fide abbiamo intervistato in esclusiva per l’Ancora Sua Eccellenza Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, la stessa presieduta da Benedetto XVI prima di diventare Papa. L’attuale custode dell’ortodossia cattolica è nato il 31 dicembre 1947 a Finthen in Germania. L’11 febbraio 1978 è diventato sacerdote della diocesi di Magonza. Dal 2002 al 2012 è stato alla guida della Diocesi di Ratisbona. Dal 2 luglio 2012, per volere del Santo Padre, è stato nominato Prefetto della suddetta Congregazione.

Eccellenza, Lei oggi occupa il posto che fu dell’allora Cardinale Ratzinger. Quali sono i suoi sentimenti nei confronti del Santo Padre che l’ha scelta per un ruolo così importante e delicato e con quale spirito lei intende svolgere questo servizio per la Chiesa?

La scelta della mia persona chiaramente mi ha commosso, perché il Santo Padre,  già quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ed ora che è Papa, ha dimostrato di essere un grande modello sia sul piano intellettuale, che su quello spirituale, dotato di una grande conoscenza della filosofia moderna e della vita intellettuale di oggi. Conosciamo tutti le sfide del mondo odierno che riguardo la pace fra i popoli, la vita sociale, la vita morale. Oggi molti dicono che la Chiesa si debba impegnare solo per la carità, debba essere una Chiesa della carità e della misericordia, perché la verità è una realtà soggettiva, personale; non esiste la verità come tale, ma solo una sola verità a livello individuale. Ma senza la base della verità non ci può essere una vita autentica per gli uomini. La carità, senza la verità, sarebbe solo un sentimento senza fondamento. C’è dunque una unità tra la verità e la carità. La chiesa cattolica è quasi l’unica comunità cristiana che dice espressamente questa verità per la vita di oggi, per la società, non solo per il presente ma anche per il futuro. Sono convinto che i politici, gli economisti non bastano per risolvere i problemi dell’umanità di oggi. Solo la verità di Dio può salvare in modo compiuto gli uomini e la Chiesa è il sacramento della presenza salvifica di Dio. La Chiesa è l’avanguardia del futuro, anche se molti mass media e parte dell’opinione pubblica, troppo spesso non riconoscono ciò. Solo riportando al centro la verità possiamo risolvere dal profondo i problemi dell’uomo.

Pensa che la Chiesa sia rimasta quasi sola nel difendere la verità o può godere della buona compagnia della società o almeno di una larga parte di essa?

La Chiesa ha il compito di annunciare il Vangelo a tutti gli uomini di buona volontà e ne esistono molti.  La Chiesa poi non è un qualsiasi partito dentro la storia, la filosofia o la morale, ma è la presenza sacramentale della verità di Dio che è apparso in Gesù Cristo che si è fatto carne ed è presente fra di noi.

Lei ha curato l’Opera Omnia del teologo Joseph Ratzinzer. A quale opera si sente maggiormente legato e per quale motivo?

Mi sento legato a diverse opere importanti.  Ovviamente sono particolarmente attento agli scritti più prettamente teologici, per esempio il volume su San Bonaventura che il giovane teologo Ratzinger scrisse per l’abilitazione all’insegnamento in Germania. In tale opera egli presenta la sua concezione classica della rivelazione che non è solo una informazione da parte di Dio, ma quasi una comunicazione di lui all’uomo. La fede degli uomini, non del singolo uomo, ma di tutta la comunità dei credenti, per mezzo della professione di fede,  fa giungere la Rivelazione fino a noi.

Fra qualche giorno, in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ci uniremo con i nostri fratelli separati per invocare da Dio il dono dell’unità. Il Santo Padre ha fatto dei grandi passi con i fratelli anglicani. La Chiesa sta pensando di percorrere una via simile con i fratelli luterani?

Il mondo luterano è un po’ diverso da quello anglicano, perché fra gli anglicani c’è sempre stata un’ala più vicina al cattolicesimo. Molte persone di questa corrente sono  vicine alla chiesa cattolica, scontenti anche di alcuni sviluppi della comunità anglicana. Mi riferisco per esempio all’accettazione dell’ordinazione delle donne come diaconi, presbiteri o vescovi. Perciò questi anglicani si sono messi  in cammino e sono entrati nella chiesa cattolica. Per  i Luterani è un po’ diverso, ma anche qui ci sono alcuni movimenti che vogliono avere la comunione completa con la Chiesa Cattolica perché dicono che Lutero, per esempio, non voleva la separazione e la divisione dei cristiani, ma intendeva  solo riformare la Chiesa. Dicono inoltre che oggi, dopo il Concilio Vaticano II, tutte queste esigenze della riforma protestante, come per esempio, la partecipazione dei laici alla vita della chiesa e della liturgia, si sono compiute e realizzate nella Chiesa Cattolica. Per questo motivo vogliono farsi cattolici in piena comunione con la chiesa e noi dobbiamo essere preparati ad accettare,  quando vorranno essere membri della chiesa cattolica, affinché  possano entrare in essa, anche conservando le legittime tradizioni che hanno sviluppato.  Per esempio in Germania, la terra dalla quale io provengo,  i protestanti non sono solo una contrapposizione al cattolicesimo, perché  hanno conservato molte tradizioni cattoliche.

Come Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, qual è il frutto che più si auspica per questo Anno della Fede?

Mi auguro che i cristiani riscoprano quanto è grande la dignità della loro vocazione  e che  non diano retta a quei falsi profeti che dicono che il mondo di oggi non ha bisogno di Dio, di un senso della vita. Spero che tutti noi che siamo cristiani possiamo prendere coscienza e conoscenza della vocazione divina che abbiamo ricevuto essendo stati creati secondo l’immagine di Dio e chiamati da Gesù Cristo a essere figli di un unico Padre.

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ITALIA - In questi giorni, come ogni anno, le famiglie italiane stanno iscrivendo i loro figli nelle scuole di ogni ordine e grado. Nel modulo di iscrizione compare anche un foglio dove viene chiesto se si intende avvalersi o meno dell’Insegnamento della Religione Cattolica.

Perché questa scelta avvenga in modo consapevole e informato, può essere utile ricordare il perché della presenza di questa materia accanto alle altre.

Probabilmente ad ognuno di noi non sfugge il fatto che una tela di Caravaggio non sia solo  un’armonica distesa di colori su una tela, o che un canto della Divina Commedia non sia solo questione di versi in rima, o che l’Ave verum di Mozart non sia solo una piacevole sequenza di note.

In queste tre diverse manifestazioni dell’arte c’é qualcosa di più. La pittura per Caravaggio, come la poesia per Dante Alighieri, come la musica per Mozart sono mezzi per esprimere quel qualcosa di più che noi chiamiamo Mistero. Con le loro opere, questi artisti si sono fatti apostoli della bellezza trascendente di Dio che hanno dipinto, cantato o musicato

Questo mistero che pure è stato rappresentato attraverso la pittura, la poesia o la musica non può tuttavia essere pienamente svelato dalla storia dell’arte, dalla letteratura o dalla musica. Ha bisogno di qualcosa ad esso più affino e congeniale, ha bisogno appunto dello spirito religioso.

Non possiamo dimenticare che molte opere d’arte presenti nel nostro Paese sono state commissionate agli artisti da numerosi uomini di Chiesa, Papi, Cardinali e Vescovi. La Chiesa si è sapientemente servita del loro talento artistico per rendere accessibile all’uomo di ogni tempo il mistero di Dio, come ebbe anche a dire Paolo VI durante il celebre discorso agli artisti del 7 maggio 1964: “Noi abbiamo bisogno di voi. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione, che travasa il mondo invisibile in formule accessibili, intelligibili, voi siete maestri. È il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra arte è proprio quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità”.

Questo straordinario sodalizio fra Religione e Arte ha fatto sì che il nostro paese detenga il 60% del patrimonio artistico mondiale. Solo attraverso lo studio della Religione, accanto ovviamente a quello delle altre discipline, si può arrivare ad apprezzare in modo compiuto simili opere d’arte. C’è bisogno in sostanza di una disciplina che tocchi il cuore del problema, che riesca a spiegare dall’interno il perché di una determinata opera e questa disciplina è la Religione Cattolica.

Per portare un esempio che forse semplifica il discorso, lo studio della Religione Cattolica è come voler entrare in una cattedrale gotica per poterne ammirare le splendide vetrate. Dall’esterno potremmo vedere solo dei vetri scuri, all’interno di essa invece, tutto prende forma, luce e colore. Sia all’esterno che all’interno della cattedrale ci troviamo dinnanzi alla stessa realtà, ma solo dall’interno la possiamo pienamente apprezzare.

Questo per quanto riguarda l’arte. Ma molto si potrebbe dire anche riguardo alla scienza. Il cristianesimo per esempio è stato determinante per la nascita di quest’ultima disciplina. Il cristianesimo, nel panorama della storia delle religioni, è stata la più grande forza desacralizzante della storia. Infatti prima dell’avvento del cristianesimo, le religioni pagane confondevano il mondo naturale e quello divino attribuendo, per esempio, a quest’ultimo la gran parte dei fenomeni atmosferici. Con l’ingresso nella storia della religione cristiana e della sua teologia che vede Dio nettamente distinto dal mondo e da esso trascendente, le cose cambiano. L’uomo non vede più nella natura qualcosa di animato dal capriccio divino, ma vede in esso una macchina, una sorta di orologio messo in moto da Dio e che l’uomo deve conoscere. L’uomo, nella visione cristiana, deve trovare nella Creazione le impronte del Creatore, come anche sostenuto da Galileo Galilei.

Molti ecclesiastici furono (e sono tuttora) uomini di scienza animati dal desiderio di conoscere le leggi impresse nella natura dal Creatore. Durante un’ipotetica lezione di Religione Cattolica sul rapporto fra scienza e fede si potrebbe per esempio scoprire che la teoria eliocentrica fu “riscoperta” dal sacerdote polacco Niccolò Copernico che espose la sua ipotesi scientifica nel “De revolutionibus orbium coelestium” dedicata al Papa Paolo III. Si potrebbe quindi scoprire che la teoria eliocentrica non è nata né contro, né fuori dalla chiesa come invece comunemente si pensa!

L’ora di religione potrebbe essere anche l’occasione per avvicinare e scoprire la vita di qualche santo. In un’epoca in cui sempre più si parla di emergenza educativa, conoscere la vita di uomini e donne che hanno speso tutto loro stessi per Dio e per il prossimo può essere un valido modello.

Durante l’ora di Religione Cattolica è possibile conoscere non solo la tradizione religiosa che ha maggiormente influito sulla storia del nostro paese, ma anche gli altri culti che si stanno diffondendo in Italia. La presenza di alunni di altre religioni durante l’ora di Religione Cattolica potrebbe favorire la loro integrazione nel contesto italiano, così come lo studio di altre religioni da parte degli alunni cattolici può favorire l’accoglienza e il rispetto di chi è portatore di altre culture.

Aprire gli occhi dei ragazzi sul mondo che li circonda è la grande vocazione della scuola. Di questo mondo fa parte a pieno titolo anche la sfera religiosa la cui conoscenza,  nel rispetto della laicità dello stato e delle finalità educative della scuola, può essere un valido contributo alla formazione della coscienza critica dei nostri alunni.

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MONTEPRANDONE – Poco prima della sua esibizione, avvenuta mercoledì 2 gennaio nella chiesa di San Giacomo della Marca di Monteprandone, abbiamo conosciuto e intervistato Fra Alessandro da Assisi che attraverso il canto si propone di fare un’opera di nuova evangelizzazione. Ci ha colpito per la sua gioiosità e semplicità tipicamente francescane e per il modo in cui ci ha spiegato il ruolo che la musica ha nel panorama della missione evangelizzatrice della Chiesa oggi. Frate Alessandro ci ha anche detto che è venuto a Monteprandone con grande piacere, quasi in pellegrinaggio nella chiesa di San Giacomo, poiché il suo nome da religioso è proprio “Giacomo”.

Ci puoi descrivere le tappe salienti della tua formazione artistica che ti hanno portato da Perugia, città dove sei nato, a Londra, dove hai inciso, negli stessi studi dove si sono esibiti i Beatles, l’album “Voices from Assisi”? È venuta prima la vocazione religiosa o quella per la musica?

È venuta prima la vocazione per la musica, o meglio, si è palesata prima, perché in realtà sono nate insieme. Il Signore ha sempre un progetto nella persona e scrive la storia con la persona mano a mano che va avanti nel  cammino. Dio poi ti lascia libero, dialoga con te, vede quello che accade nella tua vita, nella tua storia e a mano a mano ti porta sempre avanti, fino ad arrivare alla missione compiuta. Ho cominciato a studiare musica quando avevo nove anni.  Ho cominciato col solfeggio per  due anni. Per un bambino è piuttosto duro a fare solo solfeggio senza suonare,  e così suonavo anche di nascosto! Poi quando ho avuto 15 anni mi sono iscritto al corso di organo al conservatorio perché volevo fare l’organista. La passione per la musica è nata seguendo quelli che per me sono due grandi maestri:  Bach e Michael Jackson . Ascoltavo la loro musica e allora volevo fare l’organista. A livello musicale mi sarebbe piaciuto di più diventare organista piuttosto che compositore di musica pop, comunque capivo anche che per fare musica pop c’era bisogno di una base classica. Così ho cominciato il corso, poi ho portato avanti la sperimentazione musicale magistrale dove ho imparato molto di musica e poi ho cominciato canto quando avevo 18 anni, un po’ per scherzo, un po’ per gioco. Nel frattempo quando avevo 16 anni, ho avuto un momento molto molto grande di conversione che mi ha aiutato ad andare avanti e ad uscire fuori da una crisi profonda di tensione spirituale. Poi subito dopo ho desiderato di dare tutta la mia vita a Dio perché dicevo che se Dio si è dato tutto anche io  volevo dare tutto e questa cosa è andata avanti nel silenzio e nel mio cuore, perché avevo paura.  Non avevo detto niente a nessuno, era una cosa che non sapevo quanto veramente volessi , era forte, ma allo stesso tempo mi spaventava, tutto quello che un ragazzo di 16 anni può provare. A 19 anni ho deciso di tagliare la testa al toro e mi sono fatto dare una mano andando ad Assisi dove ho chiesto aiuto ad un frate che mi ha seguito per due anni.  All’inizio di questo cammino ho voluto fare un gesto che era quello dell’abbandonare lo studio dell’organo, come per dire:  “Ecco adesso penso solo a Te, caro mio Dio”. Non so quanto ho fatto veramente bene, ma posso sicuramente dire che mi è stato utile per capire a cosa veramente tenevo. Dopo  sono entrato in convento, ho continuo a seguire il canto anche se all’inizio non andava molto bene. Poi ho iniziato anche a seguire i frati nel canto. La mia talent scout è  stata Caterina Sharp, una cantante di Perugia che non conoscevo, ma che mi ha sentito cantare in uno dei piccoli concerti che organizzavo e lei ha insistito perché facessi un’audizione, anche se io mi rifiutavo perché non era quello che cercavo, finché lei mi ha organizzato l’audizione dicendomi di andare  a casa sua perché era già tutto organizzato. Lì c’era un manager che era pronto ad ascoltarmi. Sono andato a casa sua, ho fatto una prima audizione, poi questo manager  mi ha chiesto un’altra audizione con la Decca e al termine mi hanno proposto di fare il CD. Io non cercavo questo, ma mi ci sono trovato e ho pensato che questa potesse essere un’occasione di evangelizzazione

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno insistito sulla “via pulchretudinis”, la via della bellezza. In che modo secondo te la musica può avvicinare a Dio?

La musica è la voce di Dio per cui avvicina a lui,  perché tocca direttamente il cuore, entra dentro tocca e ricrea, perché se la voce di Dio ha creato il mondo, quando Dio torna a parlare con la musica ricrea di nuovo. La musica congiunge a Dio in modo connaturale, chiunque fa esperienza di musica fa un’esperienza di Dio, chiunque fa esperienza di bellezza fa esperienza di Dio, perché Dio è bellezza. È diretta, è immediata, non c’è bisogno di ragionarci, è semplice!

Il Cristianesimo è stato determinante per lo sviluppo della musica. Basta pensare all’invenzione delle note ad opera del monaco benedettino Guido d’Arezzo. Quale compositore secondo te si è avvicinato maggiormente con la sua produzione artistica al divino?

Bach e Palestrina sono gli autori che secondo me maggiormente si sono avvicinati al mistero di Dio. Palestrina perché dietro a tutta la sua produzione c’è una naturalità della melodia. Lui ha seguito la natura, tu senti le sue melodie e capisci che non poteva essere diversamente. Se ascolti un mottetto palestriniano dici che non poteva essere diversamente, non c’è una soluzione migliore  di quella del “Sicut cervus” . Bach perché ha reso la sua musica un simbolo. La sua produzione è tutta simbolica e questo significa che parla lo stesso linguaggio di Dio che è simbolico, la bellezza è simbolica.

Ci hai già detto che fra gli autori profani provi particolare ammirazione per Michael Jackson . Cosa ti piace di lui?

Michael Jackson mi ha sempre affascinato per la sua musica e soprattutto per la sua testimonianza: lui riconosceva nella sua musica un’origine divina, come anche nella sua danza.  In tutta l’arte che faceva, lui ha sempre detto “Non è roba mia, è roba che viene da Dio e non è per me, io sono solo un tramite”. Detto da uno che non cristiano è  particolarmente interessante

Tornando alla musica sacra, quale è il pezzo che maggiormente ti piace proporre al pubblico, quello che ti emoziona di più, quello che quando esegui di fa vibrare?

A me piace molto l’Ave Maria di Mascagni. Per me è molto profondo e mi commuove tantissimo ogni volta che lo interpreto

Qual è il tuo giudizio sul canto sacro che si è sviluppato dopo il Concilio Vaticano II? A volte ascoltiamo durante la liturgia brani non sempre all’altezza del mistero che si sta celebrando…

È una questione semplicemente di ordine. C è musica per la liturgia, musica sacra e musica di evangelizzazione. Io credo che il problema sia la confusione che si faccia fra queste due realtà. Faccio un esempio: molti canti dei movimenti , come quelli del Rinnovamento o del Gen,  sono ben fatti, per cui capisci che sono bei canti, che riescono a commuovere, a convertire. Ma questo non basta per farli entrare nella liturgia perché è la Chiesa stessa che ci chiede e ci dà i criteri per far sì che possano entrare nella liturgia e il criterio fondamentale è la santità,  intesa come distinzione dal profano. Se una canzone assomiglia ad un brano pop, per quanto possa essere utile per la conversione, non è utile per la liturgia.. Per cui basta seguire queste indicazioni  e tutto prende ordine da sé. Non partirei col dire “Questo va bene, questo è quello giusto, questo invece è  sbagliato”. Bisogna partire da un ordine, quando c’è un moto, un qualcosa che ti ispira, anche un brano di musica rock cristiana può andare bene, non è un male, basta dargli il giusto posto. Nella liturgia in brano del genere non può entrare, però perché non fare ad esempio dei concerti di evangelizzazione ? lo fanno i protestanti, potremmo farlo anche noi cattolici.

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ACQUAVIVA – Anche se ai più non è noto, la nostra diocesi può vantare di avere nel suo territorio uno dei più antichi siti francescani della storia. Si tratta della chiesa di San Francesco e dell’annesso convento che si trovano nel comune di Acquaviva. Purtroppo il sito, nonostante la sua importanza, versa in pessime condizioni. Pare, ma non è certo, che questo complesso venne fondato proprio dal Poverello di Assisi che numerose volte visitò la terra marchigiana. Di certo la struttura è annoverata fra i 24 conventi che erano in possesso dell’ordine francescano nel 1228, cioè a due anni dalla morte del Santo L’attuale struttura si innesta su una precedente di epoca bizantina (V-VI sec.). Attraverso una botola posta all’interno della chiesa è ancora possibile vedere le mura di fondazione risalenti a questo periodo

Nel 1653 Papa Innocenzo X, constatando che nel convento risiedevano pochi frati, ne decise la chiusura.

Attorno al convento caduto in disgrazia sorsero miti e leggende. Alcune fonti parlano di campane che suonavano senza essere attivate da nessuno e di lampade votive perennemente accese senza che venissero alimentate da olio nuovo.

Nel convento giunse in visita anche il malato Francesco Acquaviva d’Aragona, figlio del Duca di Atri, che guarito e divenuto cardinale, risollevò le sorti del convento con cospicue donazioni. I battenti del convento furono riaperti nel 1713 come anche ricorda una lapide posta su un muro esterno dell’edificio.

Nel 1865, a seguito delle leggi anticlericali del neonato stato italiano, il convento incamerato dal Regno e donato al comune di Acquaviva che in seguito lo restituì al demanio. Infine il convento venne venduto a privati.

Vista dall’esterno la chiesa presenta una semplice facciata a capanna. Il campanile a vela è dotato di due campane. L’interno è composto da una sola navata con abside quadrata, una particolarità molto rara, osservabile in genere nelle sole chiese appartenenti all’ordine cistercense.

Il convento invece è composto da vari piccoli ambienti dove i frati vivevano in comunità e fra questi particolarmente suggestivo è il chiostro a pianta quadrata. La parola chiostro deriva dal latino “claustrum” che vuol dire “chiuso” ed infatti esso esclude la vista verso l’esterno per indirizzare lo sguardo solo verso il cielo. Al centro del chiostro si trova un pozzo.

Allo stato attuale, solo la chiesa, di proprietà del comune di Acquaviva, ha potuto beneficiare di un intervento di restauro, mentre il convento giace nel più assoluto abbandono.

Speriamo che il Crocifisso parli ancora al cuore di qualcuno come un giorno fece con San Francesco e dica: “Va’ e ricostruisci la mia chiesa che è tutta in rovina”. La salvezza di questo complesso potrebbe venire da qualche imprenditore o da un privato del settore alberghiero che potrebbe riadibire la struttura, pur rispettandone i vincoli architettonici, in un luogo di recezione turistica.

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