Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: aprile 2013

GROTTAMMARE – Abbiamo avuto il piacere di incontrare il Prof. Michael Koob, giovane docente di Religione Cattolica presso il Friederich Spee Gymnasium di Treviri. Il professore accompagna un gruppo di una ventina di studenti che sono ospitati da alcune famiglie di giovani che frequentano l’Istituto Tecnico Statale Mazzocchi di Ascoli. Il gemellaggio fra l’istituto ascolano e quello tedesco è ormai una tradizione che dura da parecchi anni. Le due città sono legate dalla figura di Sant’Emidio: il patrono di Ascoli infatti è nato a Treviri. Il prof Koob insieme alla sua collega Andrea Klinkner, che ringraziamo per averci fatto da traduttrice, sono ospiti dei coniugi Sabino Papagna e Rossana Sarchielli di Ascoli e dei coniugi Roberto Mataloni e Antonella Lanari di Grottammare.

Prof. Koob, ci può spiegare a grandi linee come è organizzata la scuola tedesca?

Il settore dell’istruzione, come altri settori, è di competenza dei vari Land (stati federali) tedeschi. Nel Land della Renania-Palatinato dove si trova Treviri ci sono 2 gradi di istruzione: si inizia con la Grund Schule che dura 4 anni per poi poter scegliere il Gymnasium oppure la Real Schule che durano 9 anni. Diversamente dal sistema italiano, al termine del quarto anno della Grund Schule si continua con il computo degli anni per cui si passa dalla quarta classe alla quinta e via via fino ad arrivare alla tredicesima classe.

Lei insegna Latino e Religione Cattolica. Ci può spiegare qual è l’iter di formazione che ha seguito?

Terminato il Gymnasium mi sono iscritto alla Facoltà di Teologia di Treviri e contemporaneamente ho seguito anche il corso per insegnare Latino, perché nel nostro Land i docenti debbono insegnare necessariamente 2 materie. Terminata l’università ho frequentato per due anni un tirocinio e subito dopo sono stato assunto come docente di ruolo. Analogamente a quanto accade in Italia, per insegnare Religione Cattolica, c’è bisogno di un certificato di idoneità rilasciato dalla Chiesa.

In Italia coloro che aspirano all’Insegnamento della Religione Cattolica devono necessariamente frequentare un’università ecclesiastica. Come funzionano le cose in Germania?

Personalmente ho frequentato, come ho appena detto, la Facoltà di Teologia di Treviri che è ubicata all’interno dell’università statale, ma dipende dalla Chiesa. Ci sono anche università statali che hanno una facoltà di teologia cattolica.

In Italia l’insegnamento della Religione Cattolica è presente in tutte le scuole di ogni ordine e grado ad esclusione dell’Università. I bambini della scuola dell’infanzia frequentano l’ora di religione per un’ora e mezza, quelli della scuola primaria per due ore, mentre quelli della scuola secondaria per un’ora. In Germania invece?

L’insegnamento religioso è impartito sia alla Grund Schule che al Gymnasium o alla Real Schule. In ogni ordine di scuola viene impartito per due ore. Il nostro impegno di docenti ci tiene impegnati a scuola per 24 ore settimanali, ogni ora di lezione dura 45 minuti.

L’Italia è un paese di tradizione cattolica. Agli alunni che intendono non avvalersi dell’Insegnamento della Religione Cattolica è garantita un’Attività Alternativa. Cosa prevede il vostro ordinamento scolastico?

La Germania ha una storia diversa, come è noto è la patria della riforma protestante. Per questo gli alunni possono avvalersi dell’insegnamento della Religione Cattolica, di quella Protestante o di un corso di Etica.

Fra queste discipline quale è più seguita?

Dipende dai Land. Nel nostro Land la maggior parte degli studenti segue la Religione Cattolica, spesso però capita che scelgano in seguito di seguire Etica. Questo calo di interesse nei confronti del discorso religioso può essere compreso nel più ampio quadro del disinteresse dell’uomo contemporaneo verso ogni tipo di istituzione, sia essa di carattere politico, sportivo o culturale. Si registra uno spostamento dai temi etico-religiosi come la giustizia, la pace ad uno stile di vita individualistico e poco impegnato

Quale programma si svolge durante l’ora di religione?

Ci sono temi “classici” quali la questione di Dio, la figura di Gesù Cristo, l’etica, lo studio di alcuni passi scelti della bibbia. Questi temi vengono studiati nei primi anni e vengono approfonditi in seguito. Generalmente non vengono trattati i temi artistici o musicali legati alla religione. Importante è anche la Scienza delle Religioni, cioè lo studio di ogni singola religione nei primi anni. Negli anni successivi viene preso un tema, come può essere per esempio l’immagine di Dio, e si confronta come ogni religione lo sviluppa.

Parliamo della valutazione. In Italia gli alunni sono valutati con una scala numerica da uno a 10 mentre l’Insegnamento della Religione Cattolica viene valutata con dei giudizio (ottimo, distinto ecc.). Inoltre l’Insegnamento della Religione Cattolica, pur essendo considerata una materia al pari delle altre, non fa media. Qual è la situazione in Germania?

L’insegnamento religioso è in tutto e per tutto uguale alle altre materie e viene valutato con una scala numerica da uno a sei dove uno è il valore massimo e sei quello minimo. Al contrario di quanto avviene in Italia è possibile che questa materia compaia, in particolari casi, come materia inserita nell’esame di maturità.

Passiamo infine al tema economico! Quanto guadagna un insegnante tedesco?

Ci sono vari “gruppi di guadagno”. Si inizia col gruppo “A 13″ e poi, se si eseguono determinati lavori si può passare in “gruppi di guadagno” superiori. Lo stipendio di un insegnante che appartiene al gruppo “A 13″ si aggira attorno ai 3000 euro netti, inoltre ogni tre anni si ottiene un aumento di circa 70-80 euro.

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Identikit del Martire

Alla luce di quanto detto si può provare a tracciare un primo identikit della figura del martire e della sua importanza nel cristianesimo antico e medioevale: 1) muore in odium fidei, 2) rimette la sua anima, e quindi tutta la sua esistenza, a Dio, 3) perdona i suoi nemici, 4) sul posto dove è avvenuto il suo martirio sorgono luoghi di culto, 5) viene onorato nel giorno della sua nascita al cielo, 5) il suo culto cresce anche grazie al moltiplicarsi delle reliquie, 6) a volte si onora il ritrovamento del suo corpo con una apposita festa: l’invenzione.

Perché i martiri?

La particolare santità del martirio è dovuta a specifiche contingenze storiche che di volta in volta hanno fatto percepire i cristiani come dei nemici: nel caso di Stefano esso era percepito come tale dagli ebrei per motivi di ordine religioso, più frequentemente in seguito, in tutto l’impero romano i cristiani verranno perseguitati prevalentemente per motivi politici come nemici dell’impero. Si riteneva che essi praticassero una “superstitio illicita”, cioè una religione il cui culto non era accettato dallo Stato. Tertulliano racconta nell’Apologeticum[1] che un senatoconsulto dell’anno 35 aveva respinto la proposta dell’imperatore Tiberio di accogliere il cristianesimo nel panteon delle religioni tollerate. Già a partire da questa data dunque, la pratica della religione cristiana figurava come illecita. Le prime grandi persecuzioni si ebbero sotto l’imperatore Nerone che, stando alla versione fornita dallo storico Tacito negli Annali, incendiò la città di Roma dando la colpa ai cristiani:

“ne presentò come rei e colpì con supplizi raffinatissimi coloro che il volgo, odiandoli per i loro delitti, chiamava Crestiani”[2].

In questo passaggio Tacito sottolinea come i primi cristiani fossero oggetto di un particolare odio a causa di particolari delitti. Essi infatti, a causa di grandi fraintendimenti delle loro pratiche, erano ritenuti dai romani atei, antropofagi e incestuosi. Fu in particolare la prima accusa a portarli spesso sul patibolo: essi infatti si rifiutavano di offrire l’incenso alle divinità pagane e di venerare l’imperatore come un dio, poiché volevano rendere culto all’unico Dio che è in cielo. Numerosi sono ad esempio i casi di soldati romani che pur volendo essere fedeli all’imperatore si rifiutavano di adorarlo. Un nome su tutti può essere quello di San Sebastiano[3], ma possiamo citare, anche se meno conosciuto, San Benedetto Martire[4]. Questa situazione di pericolo per i cristiani nell’impero romano cessò solo con l’Editto di Tolleranza emanato a Milano da Costantino nel 313, tuttavia episodi di persecuzione continuarono a verificarsi lungo il medio evo in quelle zone europee dove i missionari cercavano di portare il vangelo.



[1] TERTULLIANO, Apologeticum V,3

[2] TACITO, Annali XV,44

[3] Sebastiano Narbona, 256Roma, 20 gennaio 288

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Introduzione

Se ogni modello di santità cristiana trova il suo fondamento nella persona di Gesù Cristo, ciò è tanto più vero per la figura del martire. Il martire  infatti si configura nella maniera più perfetta al Signore  perché si associa a lui attraverso la morte cruenta. Per comprendere a pieno la figura del martire e la sua specifica santità è utile prendere in esame la figura del primo uomo che ha dato la vita per Cristo: Santo Stefano. È possibile cogliere l’importanza di questo protomartire attraverso il resoconto della Sacra Scrittura e la testimonianza della tradizione

Stefano nella Sacra Scrittura

La vicenda di Stefano è descritta negli Atti degli Apostoli. Egli apparteneva al primo gruppo di diaconi istituiti dagli apostoli[1]. L’evangelista Luca, nel descrivere le vicende del martirio di Stefano, traccia un netto parallelismo fra il diacono e il Signore Gesù:  entrambi vengono accusati di essersi ribellati contro la Legge, di aver usato espressioni blasfeme, di non  rispettare il Tempio di Gerusalemme. Sia Gesù che Stefano vengono processati dal Sinedrio, ma mentre Gesù fu poi condotto dal prefetto Ponzio Pilato, Stefano viene condannato direttamente dall’autorità ebraica e questo ci fa intuire che la sua morte sia avvenuta nell’anno 36, quando Ponzio Pilato, rimosso dal suo incarico, aveva lasciato la Giudea in una situazione di incertezza. Le somiglianze continuano poi nel momento più drammatico: Stefano viene condotto fuori dalla Città Santa, e mentre viene barbaramente ucciso (per lapidazione) si rivolge a Gesù chiedendo di accogliere la sua anima e implorando il perdono per i suoi assassini. La narrazione degli atti si conclude con la sepoltura del martire ad opera di persone pie che fecero sul suo corpo un gran lamento.

Santo Stefano nella tradizione

La tradizione narra che la notte del 3 dicembre 415 un sacerdote di Gerusalemme chiamato Luciano vide in sogno il dotto Gamaliele, quello che aveva educato il giovane Saulo di Tarso, che gli indicò il luogo di sepoltura di Stefano. Avvertito il Vescovo di Gerusalemme e tramite il suo aiuto, Luciano ritrovò i resti di Stefano che  vennero traslati nella chiesa di Sion a Gerusalemme il 26 dicembre, giorno nel quale il santo ancora oggi è venerato.  Il fatto che tale traslazione abbia avuto luogo il giorno dopo  Natale è una “felice coincidenza” poiché permette di venerare la nascita in cielo di Stefano il giorno dopo la nascita di Cristo sulla terra.

L’antico culto di Santo Stefano

Anche se secondo questa tradizione il ritrovamento del corpo è avvenuto nel V secolo, il culto di Santo Stefano dovrebbe essere molto più antico se sono vere le parole di Agostino:

“Sono in molti infatti a sapere quanti miracoli si verifichino in quella città (Ancona) per l’intercessione del beatissimo martire Stefano. Ed ascoltate quanto deve destarvi meraviglia. Una Cappella in onore di lui era là da gran tempo ed è là tuttora. Ma tu vuoi forse dire: Non ne era stato ancora rinvenuto il corpo e come poteva esservi una Cappella? Certamente la ragione è occulta: ma non terrò nascosto alla Carità vostra quello che ci ha fatto pervenire la tradizione. Quando santo Stefano veniva lapidato erano pure presenti alcune persone innocenti, soprattutto coloro che già avevano creduto in Cristo. Si dice che una pietra gli avesse raggiunto un gomito e, rimbalzata di lì, fosse finita davanti ad un uomo religioso. Questi la prese e la conservò. Quell’uomo era marinaio di professione; un caso fortuito, proprio del navigare, lo sospinse sul lido di Ancona e gli venne rivelato che quella pietra doveva essere lì riposta. Quello assecondò la rivelazione e fece ciò che gli era stato ordinato: da questo fatto vi si edificò una Cappella in onore di santo Stefano; correva pure voce che ivi è un braccio di santo Stefano, ignorando la gente che cosa fosse accaduto. Ma in realtà si ritiene che, essendo stato quello il luogo della rivelazione, là dovesse restare la pietra rimbalzata dal gomito del Martire, in quanto, in greco, gomito suona ankòn”.[2]

Nel V secolo sul luogo del ritrovamento del corpo invece venne costruita per volontà dell’imperatrice Eudocia[3] una cappella. Il suo culto non fu circoscritto solo al luogo del suo martirio ma si diffuse presto in tutto il mediterraneo proprio perché considerato il modello di ogni martire.


[1] Cfr. At 6,1-6

[2] AGOSTINO, Discorso 322

[3] Imperatrice bizantina vissuta fra il 401 e il 460, moglie dell’imperatore Teodosio II

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“Ratzinger al Vaticano II” è un agile volume delle  edizioni San Paolo nelle quali il giornalista Gianni Valente ripercorre  gli interventi del futuro pontefice in quello che è universalmente considerato l’evento storico religioso più importante del XX secolo. Il libro fa seguito a un altro scritto sempre dallo stesso autore nel 2008 dedicato all’attività accademica del brillante teologo: “Ratzinger professore”.

Ratzinger è un giovanissimo docente dell’Università di Bonn quando prende parte alla prima sessione del Concilio in qualità di perito privato del cardinale arcivescovo di Colonia Frings. Già a partire dal termine della prima sessione viene nominato perito conciliare e in tale veste contribuirà alla redazione dei più importanti documenti conciliari.

L’autore narra in modo scorrevole il succedersi dei fatti, non disprezzando, di tanto in tanto, di inserire i ricordi personali tratti dai diari privati di alcuni protagonisti del Concilio. Desta per esempio un sorriso la descrizione che il Cardinale Siri fa di un testo redatto da Ratzinger considerato “al massimo buono per scrivere una lettera pastorale, stile lettera a Diogneto, e non degno di essere equiparato a un testo conciliare”. Sappiamo come andò a finire: l’arcivescovo di Genova  partecipò in tutto a 4 conclavi uscendone sempre cardinale, mentre Ratzinger…

Un’altra curiosità riguarda una presa di posizione di Ratzinger, successiva all’evento conciliare. Nel 1969 sottoscrive un appello di alcuni professori di Tubinga che propongono di stabilire una durata massima di otto anni per l’esercizio del ministero episcopale. Visti gli sviluppi di questi ultimi mesi, sembra che Joseph Ratzinger, divenuto Papa, abbia quasi tenuto fede a quanto asserito alla fine degli anni ’60

L’opera del professore di dogmatica si inserisce nello scontro fra quelle che sono state chiamate “la minoranza conservatrice” e la “maggioranza progressista”. Più che usare questo linguaggio mutuato dalla politica, si dovrebbe parlare di due sensibilità ecclesiologiche diverse, la prima più preoccupata a conservare il depositum fidei, l’altra più desiderosa di tradurlo in formule maggiormente accessibili per l’uomo contemporaneo. Fra queste due correnti Ratzinger si può ascrivere alla seconda, seppur con alcuni distinguo.  E questa può essere per il lettore una prima sorpresa: quello che spesso è stato percepito dalla massa come un conservatore, in realtà durante i lavori del Concilio lavorò per rinnovare in modo decisivo il volto della Chiesa.

Dalla lettura del libro emerge come in realtà nella vita di Joseph Ratzinger non ci sia una vera e propria svolta in senso conservatore dopo gli anni del Concilio, ma anche durante l’evento conciliare egli non condivise la visione eccessivamente ottimista dei suoi colleghi teologi e di quanti erano di tendenza progressista e sognavano l’inizio di una Nuova Chiesa. No, Ratzinger rimase fedele al senso letterale dell’aggiornamento voluto da Giovanni XXIII che voleva trasmettere il contenuto di sempre in uno stile adatto ai tempi. Nell’euforia generale degli anni ’60, il professore tedesco rimase con i piedi per terra.

Uno dei temi più importanti trattati durante l’assise conciliare fu quello della collegialità, inserito nel più ampio schema De Ecclesia. L’autore mette bene in mostra come il Concilio Vaticano I avesse esaltato il primato del vescovo di Roma, in linea con il magistero pontificio degli ultimi secoli, ma non aveva trattato dell’episcopato, anche a causa dell’irruzione dei piemontesi nella Città Eterna che aveva di fatto provocato l’interruzione del Concilio. La minoranza vedeva nella dottrina della collegialità un potenziale pericolo per il primato petrino.  Tale preoccupazione era sostenuta anche dalla presunta mancanza di un fondamento scritturistico. In una nota scritta ad hoc, Ratzinger faceva notare fra l’altro come neppure le parole “primato” e “infallibilità” siano contenute nella Scrittura!

Connesso al tema della collegialità è quello della sacramentalità dell’ordine sacro. Anche su questo versante, fra membri della minoranza e quelli della maggioranza non c’era una visione unanime. Mentre i primi sostenevano che si entra a far parte del collegio episcopale per mezzo dell’assegnazione del Papa ad una diocesi, gli altri invece ritenevano sufficiente la sola consacrazione episcopale. Come si inserisce in questo dibattito il futuro Pontefice? Secondo Ratzinger le due cose non si escludono a vicenda, anzi, possono e debbono coniugarsi in maniera tale che con la consacrazione si entra a far parte del corpo episcopale e l’assegnazione alla diocesi rende manifesta la comunione dei vescovi con quello di Roma.

In questi come in altri interventi citati nel libro, si vedono le doti di straordinario equilibrio tenute dal perito conciliare Ratzinger. L’autore mette in evidenza come la caratteristica che contraddistingue il giovane professore tedesco sia quello di non farsi trasportare dall’euforia del momento e di agire sempre e soltanto per l’esclusivo bene della Chiesa. Il quadro che Valente ci mostra è quello di un uomo intenzionato a far risplendere sul volto della Chiesa quella luce che solo il suo Signore può donarle.  Egli si allinea alla maggioranza solo quando vede che questa oppone il respiro intero della tradizione e della fede contro una teologia la cui memoria sembra tornare indietro solo fino al Concilio Vaticano I o a quello di Trento.

Nell’ultima parte del libro dedicata agli anni del post-concilio, particolarmente interessante a nostro avviso è una citazione di un discorso che Ratzinger svolge a Foggia nel 1985 quando ormai è divenuto cardinale. Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede si espresse in questo modo: “Alla chiesa appartiene essenzialmente l’elemento del ricevere, così come la fede deriva dall’ascolto e non è il prodotto di proprie riflessioni o decisioni. La fede infatti è incontro con ciò che io non posso escogitare o produrre con i miei sforzi, che mi deve appunto venire incontro. Questa struttura  del ricevere, dell’incontrare la cgiamiamo sacramento. E appunto per questo rientra nella struttura fondamentale del sacramento il fatto che esso venga ricevuto e che nessuno se lo possa conferire da solo… La Chiesa non si può fare, ma solo ricevere”. In un tempo come quello di oggi in cui molti, sia dentro che fuori dalla Chiesa, propongono soluzioni per la Chiesa, Ratzinger ci ha ricordato che ad essa non ci si può avvicinare con lo spirito di manager aziendali, ma che essa è una realtà preesistente a noi e che continuerà ad esistere dopo di noi e che il miglior atteggiamento è l’adesione e il desiderio di scoprirne e vivere il mistero. Un libro dunque molto utile quindi, del quale si può vivamente consigliare la lettura  in questo anno della fede.

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