Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: gennaio 2014

Venerdì 31 gennaio alle ore 21.15, presso l’Auditorium Comunale  “G. Tebaldini” di San Benedetto del Tronto, avrà luogo il primo degli incontri organizzati dalla nostra testata in collaborazione con l’Ufficio Diocesano per la Cultura e la libreria “La Bibliofila”. La professoressa Maria  Rosa Poggio presenterà il suo volume “Symbolum. Percorsi e approfondimenti sul Catechismo della Chiesa Cattolica” edito dalla Libreria Editrice Vaticana.

Abbiamo pensato di esordire proponendo una riflessione sulla fede e sull’arte.  Il nostro paese detiene il 60% dei beni artistici a livello mondiale. Quale fattore ha permesso una così grande proliferazione artistica? Crediamo che la risposta vada cercata in gran parte nella tradizione religiosa dell’Italia.

Il cristianesimo infatti, a differenza degli altri monoteismi, che concepiscono il divino come totalmente altro, crede nel mistero dell’incarnazione: il Verbo di Dio, come ci ricorda l’evangelista Giovanni nel suo prologo, si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14).

Romano Penna, uno dei più importanti esegeti italiani, ha messo  bene  in evidenza come, nell’originale testo greco, “verbo” e “carne” siano vicini: sarebbe dunque più corretto tradurre “Il verbo-carne si fece”. Lo studioso non manca di notare come le parole “verbo” (Logos in greco) e “carne” (sarx) non siano mai vicine in tutta la letteratura precristiana. Ci troviamo quindi davanti a qualcosa di totalmente nuovo.

Se il divino dunque ha preso la forma dell’umano, ecco che il cristianesimo può fare quello che per gli altri monoteismi non è consentito: può rappresentare Dio attraverso un’immagine.

Il tema dell’immagine attraversa tutta la bibbia, partendo già dal primo capitolo: l’uomo e la donna sono creati ad immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26).

Venendo al Nuovo Testamento, Paolo proclama che Cristo è immagine del Dio invisibile riallacciandosi così alle parole del Gesù di Giovanni che dice: “Chi vede me vede il Padre”.

L’immagine di Cristo ci conduce al Padre. E il tema del Cristo-Sacramento che ci mostra il Padre ci introduce in quella che possiamo chiamare la dimensione sacramentale dell’arte sacra.

Quando siamo davanti a un’opera d’arte di carattere religioso, essa ci rimanda sempre a qualcosa di più profondo. Quei colori, quella tecnica che l’artista ha adoperato stanno  lì a dirci qualcosa che va oltre ciò che vediamo.

Solo per fare un esempio, si può pensare ai classici colori con i quali è rappresentata  la tunica di Gesù: rosso e blu. Rosso come il sangue, per ricordarci che egli è vero uomo  e blu come il cielo per indicarci che egli è vero Dio.

È questo back-ground teologico che ha reso possibile lo straordinario sviluppo delle arti figurative in tutti quei luoghi, e particolarmente in Italia, dove il cristianesimo si è diffuso, dando vita a quelle straordinarie opere d’arte che oggi tutti, credenti e non credenti, possiamo ammirare.

Pensiamo che oggi l’arte possa svolgere il ruolo che in passato ha svolto la natura, ammirando la quale, molti uomini si sono chiesti chi avesse potuto darle vita. L’uomo contemporaneo, davanti ad una tela di Caravaggio o ad un dipinto di Michelangelo si può domandare: Chi ha ispirato tanta bellezza?

Ecco perché noi vediamo “l’arte come finestra per raggiungere Dio”.

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ROMA – Il prossimo numero de “La Civiltà Cattolica” che uscirà sabato primo febbraio sembra particolarmente dedicato al tema della comunicazione. Andrzej Koprowskj  concentra la sua attenzione sulla multimedialità della Radio Vaticana. Giovanni Sale dedica un pezzo a Papa Paolo VI e al tema del dialogo Chiesa-mondo.  Gianpaolo Salvini presenterà gli incontri di inizio anno di Papa Francesco.

Ma vorremmo concentrare la nostra attenzione sul primo degli articoli di questo numero di febbraio redatto dal Direttore de “La Civiltà Cattolica”, Padre Antonio Spadaro. Il religioso  commenta il messaggio di Papa Francesco per la 48a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali e coglie l’occasione per provare a delineare un profilo del grande Papa comunicatore.

Per il Direttore de “La Civiltà Cattolica”, il segreto della comunicazione di Papa Francesco sta nella sua corporeità “naturalmente sbilanciata sull’interlocutore”.  Lo si è potuto subito apprendere quando Papa Francesco si è affacciato per la prima volta dalla Loggia delle Benedezioni  e ha chiesto, chinando il capo, la preghiera dei fedeli presenti in Piazza San Pietro su se stesso.  Padre Spadaro spiega che il Papa “ha reso attivi chi era immaginato come recettore e la conseguenza è stata che tutta la piazza ha reagito, partecipando, in prima persona, alla costruzione dell’evento”.

Lo stesso processo comunicativo è stato messo in atto quando un ragazzo si è scattato una foto col cellulare inquadrando il Papa, se stesso e i suoi amici. Anche in questo evento il Papa ha reso protagonisti coloro che in genere sono, a livello comunicativo, solo spettatori. La conclusione che il religioso ne ricava è che “dunque, più che comunicare, Papa Francesco crea eventi comunicativi, ai quali ci si sente richiamati a partecipare attivamente.

L’analisi di Padre Spadaro prosegue analizzando sei occasioni nelle quali il Papa ha avuto modo di parlare del tema della comunicazione, per giungere infine  a delle considerazioni su testo che il Pontefice ha preparato in occasione della prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che avrà per tema “Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro”.

Padre Spadaro osserva come il Pontefice abbia iniziato la sua riflessione sulla condizione del mondo attuale globalizzato anche grazie a internet che in un certo senso “esprime la profezia di un mondo nuovo, anche perché può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà”. Una possibilità che si può realizzare solo se la rete diventa mezzo di condivisione.

Spadaro, uno dei massimi esperti in campo ecclesiale per ciò che concerne la comunicazione e le nuove tecnologie, ritiene che sia facile ridurre internet ad una infrastruttura tecnologica, perdendo così tutta la sua dinamica antropologica. Bisogna invece tenere conto che “la nostra vita è già una rete, anche senza i tablet e gli smartphone”. E proprio per questo motivo il Papa scrive: “la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili, ma di persone”.

La Chiesa comunica da sempre, comunica la “buona novella” cioè il Vangelo, per cui la sua attenzione verso il mondo delle comunicazioni sociali è del tutto naturale e legittima. Lo sottolinea anche il Papa, quando afferma: “la comunicazione concorre a dare forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa”.

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Nei giorni 19, 23 e 29 agosto 2013 Padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica” si è recato a Santa Marta per intervistare Papa Francesco. Questa intervista è uscita il 19 settembre proprio sulla prestigiosa rivista dei gesuiti. Ora il testo viene ripubblicato dalla dalla casa editrice Rizzoli.

In questa nuova edizione, l’intervistatore fornisce un aiuto nella comprensione di quanto già dichiarato dal Pontefice, permettendo ai lettori di addentrarsi dietro le quinte di quella che lo stesso Spadaro ha definito, più che un’intervista, un’esperienza spirituale.

La comune formazione gesuitica ha permesso a Padre Spadaro di leggere in profondità le espressioni del Papa. Si può dire infatti che fra i due ci sia “un linguaggio comune in più” (p. 18). Ciò permette al lettore di avvicinarsi al “vero Papa Francesco” e non a quello a volte caricaturale di certa stampa.

L’incontro si è svolto in un clima assai sereno nel quale il Papa ha messo a suo agio padre Spadaro. La sua autorevolezza – scrive il direttore de “La Civiltà Cattolica” a p. 19 – non si accompagna alla distanza ieratica, ma alla disponibilità vicina.

In fin dei conti, una delle chiavi del “successo” di Papa Bergoglio, sta nel suo entrare in sintonia con chi gli sta di fronte. “Si tratta di quella simpatia di cui parla Abraham Joshua Heschel e che riguarda il profeta, il quale armonizza la sua vita alla parola di Dio, coinvolgendo i sentimenti di chi lo ascolta (p. 20)”. Il Papa comunque non si limita a comunicare, ma crea eventi comunicativi, cioè rende attori e protagonisti coloro che dovrebbero essere solo spettatori (cfr. p. 69).

Papa Francesco è il primo papa, dopo più di 180 anni, che proviene da un ordine religioso. L’ultimo era stato il bellunese Bartolomeo Alberto Cappellari che apparteneva all’ordine benedettino e che, alla sua elezione, prese il nome di Gregorio XVI. Come è noto, chi appartiene a una particolare famiglia religiosa, ne segue il carisma. Uno degli aspetti più interessanti del libro è sicuramente il continuo richiamo alla spiritualità dell’ordine dal quale il Santo Padre proviene.

Una particolarità della spiritualità gesuitica sulla quale più si riflette è quella del discernimento, cioè la capacità di scorgere fra le cose umane quelle divine. Esso richiede una profonda immersione in Dio: “Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente poveri (p. 28)”.

È proprio questa visione delle cose che ha portato il Papa a circondarsi di 8 cardinali, ascoltando i quali egli prenderà quelle decisioni che sono più utili per il bene della Chiesa. Riforme che ci saranno, ma in modo lento e graduale, proprio perché il Papa diffida delle scelte impulsive.

Le riforme non saranno solo strutturali. Queste avverranno in seconda battuta. Papa Francesco, con una logica profondamente cristiana, ritiene che la prima e la più importante delle riforme sia quella del cuore: “La prima riforma è quella dell’atteggiamento (p. 59)”.

Il più grande cambio di atteggiamento che il Papa vuole, in piena conformità con il messaggio del vangelo, è quello che riguarda il ruolo della Chiesa. Il Santo Padre desidera che la comunità ecclesiale non sia autoreferenziale, ma tutta protesa verso i bisogni dell’uomo di oggi: “Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le porte aperte, cerchiamo pure di essere una Chiesa che trova nuove strade (p. 60)”.

Per Papa Francesco non si tratta di un appiattimento della Chiesa verso il mondo, come troppo spesso proposto dai mass media, ma di un genuino senso missionario che dovrebbe spingere la Chiesa a uscire da sé per abitare le tante periferie geografiche ed esistenziali

Ma Bergoglio è un conservatore o un progressista? Quando anni addietro si trovò con ruoli di responsabilità all’interno del suo ordine, papa Bergoglio confessa di aver preso scelte che contribuirono ad affibbiargli l’etichetta di conservatore. Non pochi oggi al contrario lo etichettano come progressista, ma si direbbe che questo è il destino degli uomini di Dio i quali, in realtà, oltrepassano di gran lunga queste categorie mondane.

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Per dirla con linguaggio giornalistico, Papa Francesco è un personaggio che buca lo schermo. Quello del Pontefice, tuttavia, non è un tipo di successo mondano: è la sua adesione a Cristo e al messaggio del Vangelo a catturare l’attenzione di milioni di persone in tutto il mondo.

Se è vero che migliaia di fedeli occupano uno spazio fisico come quello di Piazza San Pietro per stringersi attorno al Vescovo di Roma, è altrettanto vero che le folle lo seguono anche nello spazio virtuale: già da qualche mese Papa Francesco ha più di 10 milioni di followers su Twitter.

Sembra che ora la straordinarietà evangelica della sua persona sia percepita anche da uno strumento tecnologico come Google Traduttore! Se infatti si chiede di tradurre “Bergoglio” dall’italiano, il dizionario virtuale ci restituisce la frase “mondo migliore” in qualsiasi altra lingua: “Better World” in inglese, “Mundo melius” in latino, “mundo Mejor” in spagnolo, “Mundo melhor” in portoghese! Provare per credere!

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Sono molte le pubblicazioni in questi ultimi anni che aiutano i lettori ad avvicinarsi al mondo della fede attraverso l’arte. Basti pensare ai volumi di Timothy Verdon, Maria Gloria Riva o Maria Rosa Poggio. A questa ampia letteratura si aggiunge un interessante volume del gesuita Andrea Dall’Asta intitolato “Dio storia dell’uomo. Dalla parola all’immagine” delle Edizioni Messaggero Padova.

Il testo, più che una raccolta di opere d’arte di ispirazione religiosa e delle loro relative spiegazioni, si propone come una riflessione di ampio respiro sul rapporto fra parola e immagine, come messo in luce già nel titolo.

Tutte le esperienze gnoseologiche e religiose si sbilanciano a favore del dato visivo, come nel mondo greco, dove si predilige l’osservazione della realtà, oppure di quello uditivo, come nella cultura ebraica, dove il popolo eletto si mette in ascolto della rivelazione divina. L’autore invece mostra come il cristianesimo offra una straordinaria sintesi fra questi due dati, una sintesi resa possibile dal Mistero dell’Incarnazione nel quale la Parola si è fatta Carne.

La centralità della Parola nell’Antico Testamento viene analizzata nel primo capitolo, mentre l’importanza dell’Immagine occupa il secondo. Questi primi due capitoli, che fanno da introduzione agli altri temi successivamente esposti,  sono quelli più propriamente teologici e sono ricchi di riferimenti scritturistici.

Fra le analisi delle opere prese in esame, abbiamo particolarmente apprezzato quella sull’autoritratto di Albrecht Dürer. Dall’Asta spiega come il pittore tedesco abbia rappresentato se stesso come Figlio di Dio. Apparentemente, ritrarsi in questo modo, potrebbe sembrare blasfemo, ma l’analisi dell’autore ci mostra come invece Dürer abbia colto in profondità l’essenza del cristianesimo: ogni fedele è chiamato a conformarsi a Cristo, a diventare sua immagine. È nel Figlio che diventiamo figli di Dio.

Probabilmente l’autore sente questa immagine molto vicina a sé, visto che è stata anche scelta come copertina del libro.

Quello che colpisce dell’analisi di tutte le opere è la particolare profondità con la quale vengono studiate. Le parole usate dall’autore non servono solo a descrivere le opere in termini formali, ma si spingono a cogliere l’anima di ogni raffigurazione, restituendo ad esse il “valore sacramentale” che ogni opera religiosa possiede e che spesso i critici sottovalutano. L’arte sacra infatti rimanda sempre a un contenuto più alto. Essa è stata realizzata con un fine catechetico e per accendere nel fruitore/fedelela pietà. Ignorare queste dimensioni non fa cogliere appieno queste espressioni artistiche.

Lo stile adoperato è sempre chiaro e lineare, nonostante la profondità dei contenuti. In più passi è possibile scorgere una sensibilità quasi di stile orientale, molto attenta alla dimensione trinitaria e in particolare alla pneumatologia.

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