Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: settembre 2014

ROMA – Angelo Curzi, romano, sposato e padre di tre ragazzi, frequenta da moltissimi anni nei mesi estivi la Riviera delle Palme. Pochi giorni fa, insieme ad altri fedeli della parrocchia Nostra Signora di Guadalupe a Monte Mario di Roma e al parroco don Franco Mammoli, ha partecipato alla messa celebrata da Papa Francesco in Santa Marta e ha assistito il Santo Padre durante il sacro rito. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare questa sua esperienza.

Come ha saputo che avrebbe assistito il Papa durante la messa?

La sera precedente don Franco, il nostro Parroco, mi ha telefonato chiedendomi se volevo fare da chierichetto insieme ad un altro parrocchiano. La prima risposta, influenzata da un certo timore e rispetto verso il Santo Padre, è stata no. Ho servito messa da ragazzo, ma qui la cosa era molto diversa. Poi Don Franco mi ha spiegato che non dovevamo officiare in maniera tradizionale ma semplicemente portare i calici e le ampolle durante l’offertorio e assistere Papa Francesco fino al lavaggio delle mani.

Le omelie che il Papa tiene a Santa Marta costituiscono ormai una peculiarità del pontificato di Bergoglio. Quale passaggio le è maggiormente rimasto impresso?

Il Papa in quell’occasione si è soffermato principalmente e ripetutamente sul fatto che, solo chi porta i suoi peccati e li unisce al Sangue di Cristo potrà ambire alla vita eterna. Non ci saranno agevolazioni per chi pensa che la sua sapienza lo porterà ad una scorciatoia. Solo i veri penitenti, anche se ultimi nella scala sociale avranno la pace eterna. Tutti noi peccatori dovremmo chiedere al Signore la grazia del perdono.

Ha avuto modo di avvicinare il Santo Padre e di scambiare con lui qualche parola al termine della messa?

Ho avuto questa opportunità, come tutti gli altri presenti in Santa Marta. Mi ha fatto piacere che il mio breve pensiero, abbia indotto il Santo Padre a guardarmi negli occhi e stringermi più forte, entrambe le mani

Quali sono le emozioni che si provano stando accanto a un Papa e in particolare a questo Papa?

Le emozioni sono tante. La prima sensazione, più che un’emozione, è stata di preoccupazione per la sua salute. Erano le sette del mattino quando il Papa si è apprestato a celebrare la messa con il suo passo deciso, ma con il viso stanco e la voce affannata.

È stato toccante per me verificare l’altissima spiritualità e l’estrema umanità in ogni suo gesto accompagnato da un linguaggio che entra e rimane nel cuore di ognuno, lasciando una traccia indelebile. L’ho potuto constatare specialmente quando ha ringraziato noi chierichetti durante la messa guardandoci negli occhi, come se avessimo fatto un qualcosa di speciale per lui. Ero io in cuor mio a volerlo ringraziare, ma lui, il Papa, con la sua semplicità mi aveva anticipato.

Infine mi ha colpito scoprire che ogni mattina il Papa si mette a disposizione della comunità, già alle sette del mattino. Sì perché, come ho detto, alla fine della messa, dopo un periodo di meditazione e silenzio che lui fa con i fedeli stando seduto tra loro, saluta tutti uno ad uno ed è stato davvero emozionante vedere il Successore di Pietro ultimo tra gli ultimi.

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Nel mondo contemporaneo si è verificata una frattura fra la fede e la vita. Non poche volte ci capita di vivere la religiosità come un aspetto separato dal resto della nostra esistenza: l’appartenenza alla chiesa è una cosa, altre cose sono la famiglia, il lavoro, l’amicizia, ecc. Su questa dicotomia, in particolare fra fede e lavoro, si è magistralmente pronunciato Paolo VI durante l’omelia per la Messa di Mezzanotte del Natale 1968 tenuta presso il centro siderurgico di Taranto. Sono parole ancora attuali e per questo vogliamo riporle all’attenzione dei nostri lettori.

Il Papa si rivolge agli operai che lo ascoltano constatando una difficoltà di comunicazione fra il mondo della religione e quello del lavoro: “Noi facciamo fatica a parlarvi. Noi avvertiamo la difficoltà a farci capire da voi. O Noi forse non vi comprendiamo abbastanza? Sta il fatto che il discorso è per Noi abbastanza difficile”.

Questa incomprensione, secondo il Papa, è dovuta al fatto che “il lavoro e la religione, nel nostro mondo moderno, sono due cose separate, staccate, tante volte anche opposte”. Ma il Papa sottolinea che “questa separazione fra il mondo del lavoro e quello religioso, quello cristiano, non esiste, o meglio non deve esistere”.

Secondo Paolo VI, l’uomo moderno, così tecnologicamente progredito, si avvicina con diffidenza, se non proprio con ostilità, alla religione perché vede in essa un freno al proprio progresso. Ma una tale inibizione non ha senso. Anzi, religiosità, lavoro, abilità tecnica e progresso si devono incontrare. Il Papa infatti prosegue la sua omelia dicendo: “Non abbiate timore che questa presenza, questa alleanza, vissuta nella fede e nel costume, voglia mutare l’aspetto, la finalità, l’ordinamento d’un’impresa come questa e di altre simili; voglia cioè, come volgarmente si dice, clericalizzare il lavoro moderno dell’uomo, ovvero frenare la sua espansione, opporre la finalità religiosa della vita allo sviluppo dell’attività umana, il Vangelo al progresso scientifico, tecnico, economico e sociale”.

Con queste parole Paolo VI vuole ricordare che la tecnologia non si oppone alla spiritualità. Infatti nella visione cattolica, Dio ha creato l’uomo e lo ha dotato di intelligenza perché egli continuasse l’opera della creazione. Nelle sue scoperte, nelle sue invenzioni, l’uomo non fa altro che mettere a frutto i talenti che Dio gli ha dato. Dice infatti il Papa: “È questo un pensiero, un principio, che dovrà sempre più diventare sorgente di meditazione per l’uomo moderno, e suscitare in lui non l’orgoglio e la tragedia di Prometeo, ma quel sentimento primordiale e dinamico di simpatia e di fiducia verso la natura, di cui siamo parte e in cui siamo esploratori”.

Nell’osservazione della natura e nella volontà di comprendere i meccanismi del mondo, l’uomo scopre una via che lo conduce a Dio con un “sentimento che si chiama meraviglia – sentimento di gioventù e d’intelligenza -, e che passando dall’osservazione incantata delle cose alla ricerca suprema della loro origine diventa scoperta del mistero, diventa adorazione, diventa preghiera.

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C’è un altro brano che mi è sembrato particolarmente adatto per illuminare il percorso dell’anno scolastico che ci sta davanti. Si tratta di un brano di Péguy nel quale si parla di come si realizza una sedia.

“Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era allora neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto”.

In questo brano l’autore insiste sulla necessità di costruire la sedia bene, perché è giusto che sia così, “per sé, in sé, nella sua stessa natura”, come egli stesso scrive. È questa la principale e l’unica motivazione che deve muovere l’operaio nel suo lavoro. Egli non deve essere mosso dal dalla retribuzione, dall’elogio del padrone o dei clienti.

Se il lavoro dell’operaii deve essere compiuto “per sé” è allora naturale che egli lavori al meglio sia le parti della sedia che si vedono che quelle che rimangono più nascoste. Per Péguy la sedia deve essere realizzata “secondo il principio delle cattedrali”. Chi ha avuto la fortuna di salire sulla cima di una cattedrale avrà potuto notare che i particolari che vi si trovano sono lavorati con la stessa cura degli elementi che si trovano in basso e che sono visibili a tutti.

In questo breve testo l’autore sembra aver magistralmente descritto quale debba essere la “spiritualità del lavoro”. Per trasposizione si può fare un analogo discorso per il mondo della scuola.

Dobbiamo amare lo studio e farlo amare ai nostri alunni “per sé”, perché è grazie ad esso che i nostri occhi si aprono sulla realtà. Saremmo dei bravi insegnanti se riuscissimo a far comprendere loro che non studiano per il voto o per fare un piacere agli insegnanti o ai genitori (il salario, il padrone e gli intenditori nelle parole di Péguy), ma per se stessi.

Quante volte l’esecuzione dei compiti a casa è fatta con superficialità, tanto per fare, tanto per non sentire le prediche dell’insegnante! E lo sappiamo tutti, perché anche noi siamo stati studenti! Quando ci siamo comportati così e quando ancora gli studenti di oggi fanno le stesse cose, non abbiamo amato lo studio “per sé”. Dobbiamo invece insegnare ad agire “secondo lo spirito delle cattedrali” perché solo così i nostri studenti potranno apprezzare a pieno il loro stare a scuola

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Lunedì la campanella è suonata e così siamo tornati tutti, studenti e insegnanti, nel nostro quotidiano ambiente di lavoro. Prima che le lezioni iniziassero mi sono domandato come avrei svolto la mia prima lezione quest’anno e così mi è venuto in mente di condividere con i miei alunni alcuni brevi testi che potessero dare senso al nostro stare in classe.

Il primo breve brano che ho proposto loro è tratto dal discorso che Papa Francesco ha rivolto al mondo della scuola lo scorso 10 maggio. Si tratta di una frase non lunga, ma piena di significato, che dice: “La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello”.

Papa Francesco ha sintetizzato il compito della scuola in queste tre parole: vero, bene e bello. Se infatti ci facciamo caso, nonostante le discipline siano tante, hanno questa triade come comune denominatore.

Partiamo dal vero. In quali discipline noi vediamo emergere in particolar modo il vero? Possiamo pensare ad esempio alla storia. Quando noi studiamo storia, in fin dei conti non facciamo altro che cercare la verità dei fatti, andiamo alla ricerca di ciò che è veramente accaduto. Ma siamo alla ricerca della verità anche quando studiamo le scienze e tutte le leggi della natura ad esse collegate. Nel nostro studio la mente si china sulla realtà per conoscere la sua verità.

Quali sono poi le materie che ci avvicinano al bello? Sicuramente la storia dell’arte ci rende prossimi a quanto di migliore l’uomo è riuscito a produrre. Pensiamo a tutte le opere d’arte, pittoriche o scultoree, che ammiriamo nei libri di testo. Lo studio dell’arte non solo ci induce a osservare delle opere belle, ma crea anche in noi il desiderio e la ricerca della bellezza e del buon gusto.

Se la storia dell’arte ci fa appassionare al bello attraverso gli occhi, la musica lo fa attraverso le orecchie! Infatti, ascoltando un brano musicale, ci predisponiamo a cogliere l’armonia di una melodia.

È possibile cogliere la bellezza anche attraverso la letteratura. Studiando una poesia possiamo cogliere lo stato d’animo di un autore che, essendo un uomo come noi, può aver espresso con le parole dei sentimenti che noi stessi abbiamo provato.

Infine attraverso le discipline scolastiche possiamo riflettere sul bene. È possibile farlo con lo studio della religione attraverso gli insegnamenti di Gesù e le vite dei santi. Oppure, in modo diverso, cittadinanza e costituzione ci insegna quali sono le regole basilari per vivere bene insieme.

E la scuola o ci educa ad essere cercatori di verità, di bellezza e di bontà oppure abdica al suo compito, perché al vero, al bello e al bene tende ogni uomo e non c’è – o non ci dovrebbe essere – rottura fra la scuola e la vita.

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Il mondo della comunicazione è stato rivoluzionato in questi ultimi anni da internet, dai social network e da molte altre moderne tecnologie. Proviamo a vedere quali sono i lati positivi di un giornale on line.

Sicuramente uno degli aspetti più importanti che caratterizza un giornale on line è l’immediatezza della notizia. Ad esempio, grazie a un tablet, ogni giornalista può caricare in tempo reale una notizia riguardante un fatto di cronaca.

Inoltre, ogni giornale on line è ormai collegato a facebook o a twitter. Con questi social network, in pochi secondi, una notizia può fare il giro del mondo. Non è raro che gli utenti di facebook e twitter, davanti alle notizie di un tg, esclamino: “Ah sì, questa notizia già la sapevo!”.

Immediatezza e rapidità della diffusione dei contenuti devono spingere però gli operatori della comunicazione a prestare la massima attenzione nella pubblicazione delle notizie: senza un’accurata verifica dei fatti si rischia di mettere in circolazione informazioni errate.

Un altro aspetto molto importante delle notizie in rete è la loro “sedimentazione”. Mentre siamo abituati a cestinare un quotidiano cartaceo, la notizia lanciata on line rimane lì “per sempre” e va ad alimentare una sorta di “archivio storico” del quale si può sempre facilmente fruire.

Con l’avvento delle edizioni on line è praticamente cambiato il modo di fare informazione. Mentre prima c’era un’emittente – giornale, radio o tv – che in modo unidirezionale informava i propri utenti (broadcasting), oggi internet permette ai fruitori della comunicazione di commentare le notizie, di apprezzarle attraverso un “Mi piace”, di condividerle o di retwittarle (sharing).

Di conseguenza è cambiato anche il rapporto fra giornalista e lettore: mentre prima le grandi firme del giornalismo italiano rimanevano figure irraggiungibili, oggi la loro stragrande maggioranza ha un profilo facebook o un account twetter dove i lettori possono seguirli, apprezzarli o criticarli.

Ultimo, ma non meno importante, le edizioni on line permettono un notevole abbattimento di costi. Per i lettori la notizia è fruibile in modo gratuito, per gli editori non ci sono costi di stampa o di spedizione.

Alla luce di tutto ciò possiamo dire che internet permette di dare concreta attuazione alla libertà di opinione e di stampa e non è un caso se i paesi dove la democrazia non è affermata contrastino con molta forza l’uso di internet e dei social network.

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Mancano ormai pochi giorni al fatidico suono della campanella col quale migliaia di studenti e insegnanti rimetteranno piede in classe per affrontare un nuovo anno scolastico. Negli ultimi anni, con non poca fatica, nelle scuole stanno facendo il loro ingresso le nuove tecnologie.

Fra queste è da notare Classroom, un innovativo sistema realizzato da Google per creare dei corsi virtuali . Vediamo come funziona.

Innanzitutto la scuola deve registrarsi a Google Apps for Education. Se ne potrà occupare un docente referente che diventerà anche l’amministratore della piattaforma.

A questo punto il docente referente potrà creare degli account per tutti gli altri insegnanti che vorranno utilizzare Classroom. Questi, forniti di username e password potranno accedere a Classroom registrandosi come docenti. Infine i docenti potranno creare un corso (per esempio “Italiano”), attraverso il quale si potranno assegnare compiti e allegare materiale didattico come spiegheremo in seguito.

La scuola fornirà anche un account ad ogni alunno che potrà accedere a Classroom registrandosi come studente. Ogni alunno potrà seguire i vari corsi inserendo una password fornita dal docente titolare del corso.

Quali sono i vantaggi di questa novità introdotta da Google? Innanzitutto i docenti potranno utilizzare il linguaggio digitale che è sempre più l’alfabeto delle nuove generazioni e del mondo del lavoro.

Inoltre si potranno adoperare supporti virtuali che andranno a integrare o sostituire i tradizionali supporti cartacei, con relativo abbattimenti di eventuali costi.

I docenti potranno assegnare un compito attraverso un file word, ma potranno anche condividere con i propri alunni immagini, video, link e altro materiale didattico multimediale con estrema facilità.

Facciamo concretamente un esempio. Immaginiamo che il prof. di storia voglia parlare ai suoi alunni del Concilio Vaticano II. Egli potrà condividere un link col testo del discorso di apertura “Gaudet Mater ecclesia” di Giovanni XXIII, oppure potrà allegare un video col celebre “discorso alla luna”, potrà assegnare un questionario di verifica, ecc.

Cassroom è ovviamente un mezzo che non potrà sostituirsi alla preparazione dei docenti e allo studio degli alunni, ma permetterà sicuramente una didattica più snella e al passo coi tempi.

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