Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: marzo 2014

ROMA – Si è aperta giovedì 27 marzo nella sede della prestigiosa rivista “La Civiltà Cattolica” la due giorni di studio e approfondimento sulle radici spirituali e culturali di Papa Francesco. L’evento è stato organizzato, oltre che dalla rivista dei Gesuiti, dalla Pontificia Università Gregoriana e dal Collegio Sacerdotale Argentino.

Fino ad ora “La Civiltà Cattolica” si era prodigata a far conoscere Papa Francesco soprattutto alla luce della spiritualità gesuita. Quest’ultima iniziativa va dunque a completare un itinerario che sicuramente ha offerto e continuerà ad offrire le giuste chiavi di lettura per comprendere fino in fondo il Papa “venuto dalla fine del mondo”.

Padre Antonio Spadaro, prima di cedere la parola al relatore, il Prof. Guzmán Carriquiri, ha consatato come a Roma sia poco conosciuta la teologia argentina e che quindi un’iniziativa del genere era assolutamente necessaria.

Padre Spadaro ha ricordato come, intervistando Papa Francesco per “La Civiltà Cattolica”, abbia chiesto al Santo Padre: «Che cosa ha realizzato il Concilio Vaticano II? Che cosa è stato?» e come egli abbia risposto in maniera semplice, ma estremamente chiara: «Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi». E ancora: «Sì, ci sono linee di ermeneutica di continuità e di discontinuità, tuttavia una cosa è chiara: la dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi che è stata propria del Concilio è assolutamente irreversibile».

Dunque i temi del Vaticano II e sella sua recezione nell’America Latina sono imprescindibili per comprendere Papa Bergoglio. E proprio su questi temi si è soffermato il professor Guzmán Carriquiri.

L’illustre relatore è nato a Montevideo (Uruguay) e ha iniziato il suo servizio presso la Santa Sede nel 1971. L’11 febbraio 1977 è stato nominato da Paolo VI Capo-ufficio del Pontificio Consiglio per i Laici. Giovanni Paolo II nel 1991 lo ha nominato Sotto-Segretario del Pontificio Consiglio per i Laici, incarico confermato nel tempo dallo stesso pontefice e poi riconfermato da Benedetto XVI nel 2009. Il 14 maggio 2011 il Santo Padre Benedetto XVI lo ha nominato Segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina. È stato “professore invitato” in varie università pontificie italiane e di altri Paesi europei e latino-americani ed ha al suo attivo numerose pubblicazioni.

Nella sua relazione di taglio storico, il Prof. Carriquiri ha rievocato le 5 conferenze generali della CELAM (Consejo Episcopal Latinoamericano). La CELAM è nata a Rio de Janeiro quando dal 25 luglio al 4 agosto 1955, si riunirono per la prima volta tutti i vescovi latinoamericani, che gettarono le basi per la sua costituzione, che ricevette l’approvazione da parte di Pio XII.

Si trattò di un’esperienza di collegialità “ante litteram” visto che di essa si sarebbe iniziato a parlare solo qualche anno più tardi durante il Concilio Vaticano II. Un concilio al quale la chiesa latinoamericana ha dato poco rispetto a quanto hanno offerto altri episcopati come quello francese o quello belga, visto che tutto l’episcopato aveva una “formazione romana” e non viveva un costante confronto come accadeva per i vescovi del centro europa. Tuttavia il concilio è stato per l’America Latina una sorta di grande corso di aggiornamento che ha permesso in seguiro una propria rielaborazione.

Le cose cambiarono durante le successive conferenze tenutesi a Medillin nel 1968 e a Puebla nel 1979, quando, dopo l’esperienza conciliare, l’America Latina iniziò ad elaborare una propria teologia centrata sull’opzione preferenziale, ma non esclusiva per i poveri, sulla pietà popolare e sui tratti caratteristici della cultura latino americana. Si trattava dunque non più di una “teologia riflessa”, ma di una teologia propria, non più una “Chiesa riflessa”, ma una “Chiesa fonte”.

Nell’ultima conferenza generale tenuta ad Aparecida nel 2007 spiccò la figura del Card. Bergoglio che ebbe un ruolo determinante nella stesura del documento finale. Fra questo e la Evangelii Gaudium si possono trovare non poche somiglianze, soprattutto l’incontro con Cristo, il discepolato e la missione.

Padre Spadaro ha concluso constatando che, se Dio nella sua provvidenza ha scelto un Papa Latino Americano, questo vuol dire in qualche modo che oggi la chiesa dalla quale il pontefice proviene ha un messaggio per tutta la chiesa universale.

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ROMA – A margine della presentazione del libro “Le chiese stazionali di Roma. Un itinerario quaresimale” scritto dall’ambasciatrice Hanna Suchocka abbiamo avvicinato Sua Eminenza il Card. Giovanni Battista Re che ha gentilmente risposto a qualche nostra domanda. L’alto prelato è nato a Borno nel 1934. Dal 2000 al 2010 è stato Prefetto della Congregazione per i Vescovi, l’organo della curia romana che si occupa in primo luogo dell’elezione dei nuovi vescovi.

Lei è stato uno dei più stretti collaboratori di Giovanni Paolo II. Con quali parole descriverebbe Karol Woytjla?

Giovanni Paolo II è stato grande sotto ogni aspetto: come uomo, come papa e come santo. Ed è stato grande anche come come amico: veramente voleva bene ai suoi collaboratori e quindi ha sempre avuto grande attenzione per noi. Certo è un Papa che è  rimasto nel cuore della gente. Era un mistico, un uomo di grande spiritualità e al medesimo tempo molto attento alle persone e alle situazioni tanto concrete. Questo suo modo di essere ha influito sulla storia. Tutto ciò che ha caratterizzato il suo pontificato è stato ispirato da motivazioni  profondamente religiose:  egli desiderava far riavvicinare gli uomini a Dio e ridare a Dio la cittadinanza in un mondo che non poche volte lo aveva dimenticato.

Poiché il decano e il vice decano del collegio cardinalizio avevano raggiunto gli 80 anni, lei ha svolto, a norma del diritto canonico, le funzioni del decano, essendo per anzianità il primo dei cardinali vescovi.  Quali sono i sentimenti di un cardinale di Santa Romana Chiesa che entra nella Sistina per eleggere il successore di Pietro? Ho partecipato al conclave del marzo 2013 con altri 115 cardinali.  Ho sentito molto la responsabilità di fronte a Dio di collaborare con lui per trovare il Papa che andava bene per il nostro tempo. È stato trovato un Papa che va proprio bene per questo tempo:  un Papa caratterizzato da grande umanità, ma anche da grande spiritualità, semplicità, sobrietà e direi un Papa che corrisponde alle attese di questo momento difficile della storia del mondo.

Quale aspetto di Papa Francesco la colpisce maggiormente? L’aspetto che si nota di più in lui – e che ha suscitato anche tanto simpatia – è il fatto di essere molto vicino alla gente. Questo Papa ha voluto abolire le distanze ed è molto vicino alla persone, cerca di avvicinarsi ad esse: basta vederlo nelle udienze generali, quando si fa prossimo ai fedeli in Piazza San Pietro abbracciandoli, baciandoli ed accarezzandoli.

La Chiesa si sta preparando a vivere in ottobre il sinodo per la famiglia. Se ne parla molto anche sui media, spesso con grande approssimazione. Come vede questo evento un uomo di Chiesa come lei? L a famiglia e la spiritualità familiare sono peculiari per il futuro del mondo. Per cui è encomiabile l’attenzione del Papa verso le famiglie. È bene che prima di tutto ci si prepari bene alla vita familiare e cioè è necessario aiutare i fidanzati a prepararsi al matrimonio, alla spiritualità del matrimonio e della famiglia, poiché è all’interno della famiglia che avviene la trasmissione della fede. È importante quindi che il Papa abbia messo al centro del prossimo sinodo il tema della famiglia, perché oggi essa è minacciata e ha bisogno di essere difesa secondo il piano di Dio.

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ROMA – Si è svolta lunedì 24 marzo alle ore 17.30 presso l’Istituto Patristico Augustinianum la presentazione del volume “Le chiese stazionali di Roma. Un itinerario quaresimale” scritto dal già primo ministro polacco e attuale ambasciatrice Hanna Suchocka, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. All’incontro, moderato da don Giuseppe Merola, redattore dell’ufficio editoriale LEV, hanno preso parte, oltre all’autrice, varie ed illustri personalità.

Il cardinale Giovanni Battista Re, ha esordito ricordando il carattere straordinario di Roma, unica al mondo per la sua storia, per il suo respiro universale, per essere il centro del cristianesimo e per le sue incomparabili chiese, luoghi prima di tutto di preghiera e di spiritualità, ma anche veri e propri musei che contengono capolavori artistici inestimabili. Per conoscere bene Roma bisogna conoscere anche queste 44 chiese dell’itinerario quaresimale.

Il porporato si è soffermato sul carattere spirituale del percorso proposto dal libro, apprezzando l’intento dell’autrice di rivivere l’esperienza che tanti cristiani hanno vissuto nel corso dei secoli. Il libro è una sorta di diario dei sentimenti vissuti ogni mattina, sostando in queste chiese.

Secondo l’alto prealato, oggi il passaggio dal carnevale alla quaresima è sul calendario, ma non incide realmente nella vita quotidiana, non ha riflesso sul tessuto sociale. Invece nel passato non è stato così.

Infatti il tempo di quaresima è nato già nel II secolo in oriente e si è affermato a Roma a partire dal 313. Alla fine del IV secolo notiamo una precisa organizzazione del tempo quaresimale. Originariamente era un ritrovarsi per ascoltare le parole del Papa.

È stato Gregorio Magno a sistemare le stazioni quaresimali così come oggi le conosciamo. Questa pratica è durata fino al XIV secolo, quando la sede papale si trasferì ad Avignone. Nel XVI secolo San Filippo Neri cercò di riportarla in auge, limitandone le visite alle 7 chiese più importanti.

Ha preso poi la parola Alfons M. Kloss, ambasciatore d’Austria presso la Santa Sede, evidenziando il taglio non accademico del libro. In esso vi si trovano la fede, la storia e l’arte con l’intento di volersi avvicinare all’essenza della nostra fede, all’esperienza dei primi martiri, e riscoprire così il senso profondo della quaresima.

L’ambasiatore si è soffermato sulla propria esperienza, raccontando di come egli viva il Mercoledì delle Ceneri a Santa Sabina, prima stazione quaresimale, e di come questa chiesa gli ricordi, per la presenza dei domenicani, la chiesa frequentata a Vienna. L’austerità della basilica lo introduce nel clima della quaresima.

Il prof. Stanislaw Grygiel, ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo, ha fatto parte del gruppo composto da docenti, membri del corpo diplomatico e amici che hanno compiuto il pellegrinaggio insieme all’autrice. Tutti questi pellegrini chiedevano a Dio di illuminare il proprio lavoro per il bene comune.

Il docente, citando le parole di Goethe, ha ricordato come l’Europa sia nata dal pellegrinaggio. Pellegrinare attraverso le tappe delle stazioni quaresimali, vuol dire andare in cerca di una sorgente secondo le parole di Giovanni Paolo II nel Trittico Romano: “Sorgente dove sei? Dove sei sorgente?”.

Ed una volta trovata la sorgente è necessario inginocchiarsi per attingere ad essa. Chi non si sa inginocchiare alla sorgente finisce per turbare le acque. Nell’atto del pellegrinaggio continua a nascere l’Europa. Possiamo quindi domandarci: “L’Europa staccata dalla Chiesa, sarà ancora Europa?

Il prof. Marek Inglot SJ, docente presso la Facoltà di Storia e Beni culturali della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana, ha notato come il testo della Suchocka non sia solo un libro per essere letto, ma che invita ad intraprendere il cammino verso le stazioni quaresimali. Esso inoltre spinge il lettore ad interrogarsi sulla propria fedeltà a quanto hanno vissuto i primi cristiani.

Il docente ha sottolineato, seguendo il pensiero di Giovanni Paolo II rivolto alla Terra Santa, che già solo andare con la mente in questi luoghi, significa ripercorrere i passi del Verbo Incarnato, e mettersi sulle strade di un Dio che ci ha preceduto in questo viaggio.

Infine il religioso ha riscontrato una naturale simpatia dell’autrice verso i segni polacchi presenti a Roma. Ma anche verso i gesuiti. Quest’ultima “simpatia” ha suscitato in sala un sorriso… Essendo il relatore un gesuita! Ma padre Inglot ha specificato di riferirsi ai gesuiti della prima ora, a Sant’Ignazio e ai suoi compagni. Infatti l’autrice nel libro ricorda come a San Paolo Fuori le Mura, il 22 aprile 1541 Sant’Ignazio e i suoi fecero i voti solenni. E ancora come a San Lorenzo in Damaso fu presente San Francesco Saverio.

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Paolo Annibali, scultore e docente di Storia dell’Arte presso il Liceo Scientifico (anche del sottoscritto!) di San Benedetto del Tronto, ha da poco terminato la sua ultima opera “La porta degli emigrati” che da qualche giorno fa bella mostra di sé presso il Santuario di San Gabriele a Colledara. Lo abbiamo contattato ed ha gentilmente risposto alle nostre domande.

Professore, da quanti anni svolge la sua attività di scultore e come è iniziata la sua attività?

Sin da bambino divoravo album da disegno, avevo sempre le mani sporche di plastilina, ma questa voracità si è spenta con gli anni delle elementari, la scuola di allora non teneva in nessuna considerazione queste doti. Il desiderio dell’arte è riapparso con la fine delle medie, quando incontrai degli insegnanti che davano grande importanza ai rapporti umani. Provo nei loro confronti una grande riconoscenza, non solo per le scelte artistiche future, ma, diventato insegnante, ho cercato in qualche modo di imitarli, usandoli come modelli.

Debbo a loro che intrapresi gli studi con il liceo artistico e poi l’accademia. Certo, non è così scontato tradurre un talento in mestiere, è molto facile perdersi, l’arte è il mondo dell’incertezza, dell’approssimazione. Ancora non dimentico l’espressione dei miei genitori, quando comunicai che volevo fare l’artista, anzi lo scultore, lessi nei loro occhi la disperazione di chi immagina, non senza cognizione, il proprio figlio proiettato verso una vita di stenti.

In effetti il mestiere dell’arte è un percorso in eterna salita, nella quale devi credere senza esitazioni in te stesso e in quello che fai. Quando sei giovane il mestiere è un continuo inizio, in quanto i riscontri, soprattutto economici, sono pesantemente modesti, e solo quella fede ti può salvare.

Tra i tanti inizi, quello che più ha segnato la mia strada, è quello del 1981, quando giovane promessa appena uscito dall’accademia, mi colse l’artrite reumatoide, che per un lungo periodo m’impedì qualsiasi attività. L’esperienza del dolore mi offrì la possibilità di esplorare il mio mondo interiore più intensamente. Quando i morsi della malattia si attenuarono, la mia sensibilità si era affinata, il bagaglio emotivo arricchito. Nel 1983 organizzai la mia prima mostra personale in cui la mia ricerca poetica si era avviata verso quelle tematiche che ancora fanno parte della mia opera.

A quale corrente artistica appartiene la sua produzione e qual è lo scultore che lei vede come un modello?

Non mi sento di appartenere a nessuna corrente artistica. Oggi l’arte vive un momento di grande complessità e fragilità. Il mio lavoro è orientato verso la figurazione, un mondo direi forse rassicurante e anacronistico, anche se oggi mi sembra più che mai attuale, in quanto molti giovani sembrano esprimere le stesse tensioni.

Non ho mai pensato ad uno scultore come modello, ma a tanti. A tutti quelli che hanno espresso una forte componente morale e civile: Giovanni Pisano, Donatello…. Ma anche pittori come David, Courbet, Mantegna….

Nell’arco della sua carriera si è parecchio dedicato a soggetti sacri. Può ricordare ai nostri lettori quali sono le opere di maggior rilievo che ha prodotto per la committenza ecclesiastica? Ci può dire poi quale opera considera il suo capolavoro?

Tra le opere più significative che ho realizzato, penso ci sia l’ultima, la “Porta degli emigrati” per il Santuario di San Gabriele, forse perché è l’opera della maturità, forse perché è ancora fresco il ricordo della fatica, ma anche l’ambone della cattedrale di Fiesole, la porta della cattedrale di Jesi.

Più che il mio capolavoro, il cui giudizio lascerei ad altri, parlerei dell’opera che amo di più: la “Madonna della Misericordia” per la parrocchia di San Pio X a San Benedetto del Tronto. E’ una scultura che racconta un momento particolarmente difficile della mia esistenza.

Quale rapporto c’è fra chi commissiona l’opera d’arte e lo scultore? L’artista ha una certa libertà?

Tra artista e committente si istaura una certa complicità, quando il committente ti sceglie per realizzare un’opera, ha in te una grande fiducia. Va un po’ sfatato il luogo comune per cui le opere su committenza siano delle costrizioni per la sensibilità dell’artista.

I temi definiti sono per l’artista, quello che è la rima per il poeta, per non parlare poi di tutta l’arte del passato in cui si operava solo esclusivamente su committenza. Direi anche che la libertà espressiva e la propria personalità si possono affermare anche nei temi più angusti delle opere su committenza. L’importante è la qualità dell’opera.

In che misura secondo lei l’arte contemporanea riesce a descrivere la sensibilità religiosa dell’uomo di oggi?

Il rapporto tra spiritualità e arte contemporanea è complesso e spesso conflittuale. Distinguerei tra un’arte sacra creata appositamente per la liturgia e un’arte che pur lontana nei temi evidenzia la ricerca di senso, l’annuncio, l’intuizione del divino. Nella complessità del contemporaneo molto spesso è più la seconda tipologia di opere che ci avvicinano al sentimento di Dio. E’ sempre la bellezza lo strumento attraverso la quale si può parlare di spiritualità.

Lei oltre ad essere scultore è docente. Come si pongono secondo lei i ragazzi di oggi di fronte al nostro patrimonio artistico e in definitiva rispetto alla bellezza?

Se il mestiere dell’arte è straordinario posso dire, dopo tanti anni di insegnamento, che quello di docente lo è altrettanto. Il mondo della scuola è ancora il mondo della speranza e direi anche della bellezza. Certo lo studio è fatica, chi di noi si alzava la mattina con la gioia nel cuore pensando di andare a scuola? Nonostante che i ragazzi intuiscano che parlando di Masaccio o di una colonna greca, gli racconti le cose più belle che ha creato l’uomo, un conto è assistere una lezione, dove l’insegnante cerca di trasmetterti la sua passione, un conto è poi studiarsela e di nuovo raccontarla.

Ma il tempo dell’adolescenza è un tempo particolare. Nell’età adulta si ripensano tante cose e ci si accorge che molti discorsi sono “passati”, così l’arte è entrata a far parte del patrimonio più profondo di ognuno. Credo che tu ne sia la testimonianz: ebbi un sussulto di gioia, quando, in visita a Santa Maria sopra Minerva a Roma, ti incontrai mentre spiegavi le numerose opere d’arte del luogo ad un gruppo di bambini.

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ROMA – È passato un anno da quando, quella sera del 13 marzo, il cardinale protodiacono Jean-Louis Tauran si è affacciato dalla loggia centrale di San Pietro e ha annunciato al mondo l’ascesa al soglio di Pietro del Cardinale Jorge Mario Bergoglio. Già col solo annuncio, l’arcivescovo di Buenos Airese aveva raggiunto diversi “primati”: primo Papa latino-americano, primo gesuita a diventare Vescovo di Roma e primo Pontefice che si è dato il nome di Francesco!

È su questo ultimo “primato” che vorremmo soffermare la nostra attenzione. Perché il primo Papa gesuita ha scelto di chimarsi come il fondatore dei Frati Minori? È stato lo stesso Pontefice a darne la spiegazione, durante il primo incontro con i giornalisti, avvenuto qualche giorno dopo la sua elezione. Il Papa spiegò come il nome di Francesco gli sia venuto in mente dopo che, ad elezione appena avvenuta, il confratello cardinale Hummes gli disse: “Non dimenticarti dei poveri”. Fu così che al cardinale Bergoglio, per associazione di idee, venne subito in mente il nome di Francesco.

Ma un’ulteriore spiegazione può venire visitando un luogo nel pieno centro di Roma: la Chiesa del Gesù. Questo tempio è assai caro ad ogni membro della Compagnia di Gesù, poiché qui giacciono le spoglie mortali di Ignazio, che, fra l’altro, visse in delle stanze attigue alla chiesa, ambienti che sono oggi aperti al pubblico.

All’interno di questo maestoso edificio, si trova una piccola cappella, oggi dedicata al Sacro Cuore, ma che in origine era dedicata proprio a San Francesco. Infatti nel XVI secolo Francesco Borgia, terzo preposito generale della Compagnia di Gesù, fece costruire una cappella in onore del santo del quale portava il nome e la fece abbellire con delle tele, opera degli artisti Giuseppe Paniz e Paolo Bril, nelle quali vengono raffigurate alcune scene della vita del Poverello d’Assisi.

Francesco Borgia commissionò questo ciclo pittorico francescano non solo per “omonimia”, ma perché fra il fondatore dei Frati Minori e quello dei Gesuiti ci sono delle palesi somiglianze. Se, per esempio, osserviamo la tela nella quale San Francesco si spoglia e rinuncia ai suoi beni, possiamo dire che anche Ignazio fece la stessa scelta di seguire Gesù nella via della povertà. Inoltre Ignazio, proprio come Francesco, prima di convertirsi, era un cavaliere.

Anche la scena che raffigura San Francesco davanti al Sultano, si presta ad essere in parallelo con l’opera di Ignazio: il suo ordine, come quello francescano, sarà innanzitutto missionario e si spingerà nei luoghi più lontani per annunciare il vangelo.

In conclusione possiamo quindi dire che la spiritualità di Ignazio è molto affine a quella di Francesco ed è la stessa che oggi costituisce il programma e lo stile di vita di Papa Francesco.

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Uscirà sabato 15 marzo uno speciale numero de “La Civiltà Cattolica”, particolarmente dedicato al primo anno di pontificato di Papa Francesco. Nell’editoriale sono offerte sette chiavi di lettura che tentano di delineare l’essenza del pontificato del Papa venuto dalla fine del mondo.

Quello di Papa Francesco è definito innanzitutto un “pontificato profetico” poiché “Francesco è un Papa del Concilio Vaticano II, non nel senso che lo ripete e lo difende, ma nel senso che ne coglie il valore intimo di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi, di rilettura del Vangelo alla luce dell’esperienza contemporanea”.

Il pontificato di Papa Francesco viene poi definito “dell’incontro”. Abbiamo visto in tutti questi mesi come il Papa abbia promosso una “cultura dell’incontro” attraverso la valorizzazione dell’altro. Ne sono esempi le sue frequenti telefonate a persone semplici, lo scatto di alcuni selfie, l’abbraccio con le persone più sofferenti.

Il pontefice intende l’esercizio del ministero petrino come una battaglia contro il demonio e contro la mondanità spirituale. Ciò viene definito da “La Civiltà Cattolica” come “pontificato drammatico”.

La rivista dei Gesuiti parla poi di “pontificato di discernimento”. Il tema del discernimento, molto caro alla spiritualità gesuita, accompagna ogni giorno il Papa e gli permette di scorgere, fra le attività ordinarie del mondo, ciò che Dio vuole.

Questo modo di guardare la realtà porta il Papa a non avere una visione prestabilita da imporre al mondo. Egli valuta le situazioni, apre discorsi, senza poi chiudere le questioni: “non si impone sulla storia cercando di organizzarla secondo le proprie coordinate, ma dialoga con la realtà, si inserisce nella storia degli uomini, si svolge nel tempo”. Pertanto il pontificato di Francesco può essere definito “dal pensiero incompleto”.

“La Civiltà Cattolica” parla poi di un “pontificato di tensione tra spirito e istituzione” dove fra queste due realtà non vi è opposizione dialettica ma proficuo dialogo.

Un “pontificato di frontiera e di sfide” infine è l’ultima definizione che l’editoriale ci offre per comprendere il pontificato di Papa Francesco. La formazione spirituale ignaziana lo porta naturalmente ad avere un’indole missionaria che lo indirizza verso le perieferie geografiche ed esistenziali di oggi.

Un secondo articolo di Ignacio Pérez del Viso riflette sulla leadership morale di Papa Francesco. L’analisi parte dalla costatazione che fra  Chiesa e “mondo” c’è una sorta di fruttuoso dialogo: non solo la Chiesa illumina il mondo col suo messaggio di salvezza, ma anche essa è stimolata e sollecitata dal mondo nella sua riflessione.

In questo dialogo si inseriscono anche i membri delle altre religioni e i non credenti con i quali l’allora cardinal Bergoglio a Buonos Aires stabilì una cordiale amicizia che, lungi dall’essere una forma di relativismo, è necessaria per perseguire il bene comune. Con loro non si tratta solo di dialogare, ma di camminare insieme poiché tutti condividono il destino dell’unica umanità.

Padre Pérez del Viso riflette su un particolare momento della storia dell’Argentina, quando, nel 1978, il paese di origine del Papa entrò in conflitto col Cile per il possesso del Canale di Beagle. Al fine di dirimere la questione, Giovanni Paolo II incaricò il cardinale Samorè di agire come mediatore. La situazione era intricata e l’incaricato del Papa, più che una soluzione, vide “una piccola luce alla fine del tunnel”.

Scrive l’autore dell’articolo: in quella circostanza, padre Bergoglio apprese che cosa è la leadership morale assunta da Giovanni Paolo II, che ha il suo fondamento nella fede in Dio, che è Padre e Madre della famiglia umana”. E prosegue: “il politico deve fondarsi su calcoli sicuri per agire senza esporsi al fallimento, mentre il leader morale percepisce, in senso profetico, una «piccola luce» in crescita”.

Quando Papa Francesco si affacciò dalla loggia di San Pietro, ricordiamo che egli parlò di un cammino che lui, nuovo Vescovo di Roma, voleva intraprendere col suo popolo. Questa parola molto probabilmente non è stata citata a caso, ma è mutuata dalla “teologia del popolo”, una sorta di variante argentina della “teologia della liberazione”. Per conoscere la teologia del popolo può essere utile leggere il terzo articolo scritto da Juan Carlos Scannone che ripercorre la storia di come essa nacque.

Scrive padre Scannone: “dopo il suo ritorno dal Concilio Vaticano II, l’episcopato argentino creò, nel 1966, la Coepal (Commissione episcopale di pastorale)”. Di essa facevano parte i sacerdoti diocesani Gera e Tello che sono consiederati i padri della teologia del popolo. “Essi, prendendo le distanze sia dal liberalismo che dal marxismo, trovarono la propria concettualizzazione nella storia latinoamericana e argentina con categorie come «popolo» e «antipopolo», «popoli» contrapposti a «imperi», «cultura popolare», «religiosità popolare» e così via”.

“Nel caso di Gera e della Coepal, si trattò principalmente del «popolo di Dio» — categoria biblica privilegiata dal Concilio per designare la Chiesa — e delle sue interazioni con i popoli, specialmente con quello argentino”.

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Il 17 dicembre 2013 Papa Francesco ha esteso alla Chiesa universale il culto liturgico in onore di Pietro Favre, che, a detta dello stesso Pontefice, è la figura di gesuita che gli è più cara, dopo ovviamente Ignazio di Loyola. Ma chi è Pietro Favre? Per conoscere questo “nuovo santo” può essere utile la lettura del volume “Pietro Favre. Servitore della consolazione” curato dal Direttore de “La Civiltà Cattolca”, padre Antonio Spadaro ed edito per i tipi dell’Ancora.

Il testo raccoglie un insieme di saggi comparsi su “La Civiltà Cattolica” che possono aiutare a delineare il ritratto del “santo di Papa Francesco”. Il primo contributo scritto nel 1979 da padre Giuseppe Mellinato è di taglio biografico e funge da introduzione agli altri che invece si soffermano su particolari carismi di Favre.

Scopriamo allora che Pietro Favre è nato a Villaret, in Savoia, il 13 aprile 1506 in una modesta famiglia di contadini. All’età di 19 anni si recò a studiare alla Sorbona di Parigi, dove incontrò Ignazio di Loyola che era più grande di lui di una ventina di anni. Insieme dimorarono presso il Collegio Santa Barbara con Francesco Saverio.

Capiamo subito quindi che Favre è uno dei primi amici di Ignazio e dunque avvicinarlo significa comprendere qualcosa in più su come è nata la Compagnia di Gesù. Egli non aveva le idee chiare su quale fosse la propria vocazione, fu così che nel gennaio del 1534 iniziò gli esercizi spirituali, la pratica di discernimento ideata proprio da Ignazio, che lo porteranno nel maggio dello stesso anno a diventare prete.

Egli dunque è il primo sacerdote della  Compagnia di Gesù, prima ancora dello stesso Ignazio! Fu proprio Favre a celebrare la messa quel 15 agosto 1534 quando Ignazio e altri cinque suoi amici alle pendici di Montmartre fecero voto di unirsi in quello che sarebbe divenuto uno dei più importanti ordini religiosi della Riforma Cattolica.

È proprio nel contesto della desiderio di riforma che Favre svolge il suo apostolato. Egli, secondo le parole dei padri Coupeau e Zollner, “poteva testimoniare che la diffusione del protestantesimo era dovuta a una crisi morale e spirituale in seno alla Chiesa cattolica. Per il fatto che i cattolici dei paesi tedeschi avevano perso il retto sentire, era andata persa anche la retta fede.  Per poter riacquistare la retta fede, la strategia di Favre tendeva a ricondurre i fedeli al retto sentire” (p. 72).

E quale metodologia seguiva Favre? Sono ancora i due gesuiti a spiegarcelo: “Anziché esibirsi pubblicamente in dispute teologiche o polemizzare sulle condanne reciproche, con incontri personali voleva convincere i protestanti di quanto gli stesse a cuore la riforma spirituale e quanto fosse necessaria l’unità di tutta la Chiesa” (ibidem).

Troviamo in queste parole una grande assonanza con la sensibilità spirituale di Papa Francesco. Il Pontefice infatti, proprio come il santo che ha tanto a cuore, predilige la cosiddetta “cultura dell’incontro”: al centro dei suoi interessi non c’è l’esposizione di una dottrina, ma il desiderio di farsi prossimo ad ogni uomo.

Lo vediamo nella sua gestualità, nel suo chinarsi verso le persone più sofferenti, nei suoi non rari contatti telefonici: in ognuno di questi  suoi gesti possiamo scorgere il desiderio di incontrare direttamente le persone alle quali vuole fare sentire l’abbraccio di Cristo.

Papa Francesco, come Favre, vive in un tempo di riforma, che è anzitutto una sempre maggiore adesione del cuore a Cristo prima che una serie di cambiamenti di strutture. La riforma della Chiesa è qualcosa di sostanzialmente molto diverso da quella che può essere la riforma di uno stato: essa passa prima di tutto attraverso le persone.

Per tutti questi motivi crediamo che Papa Francesco si ispiri e senta così vicino il primo sacerdote della Compagnia di Gesù.

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Il 17 dicembre 2013 Papa Francesco ha esteso alla Chiesa universale il culto liturgico in onore di Pietro Favre, che, a detta dello stesso Pontefice, è la figura di gesuita che gli è più cara, dopo ovviamente Ignazio di Loyola. Ma chi è Pietro Favre? Per conoscere questo “nuovo santo” può essere utile la lettura del volume “Pietro Favre. Servitore della consolazione” curato dal Direttore de “La Civiltà Cattolca”, padre Antonio Spadaro ed edito per i tipi dell’Ancora.

Il testo raccoglie un insieme di saggi comparsi su “La Civiltà Cattolica” che possono aiutare a delineare il ritratto del “santo di Papa Francesco”. Il primo contributo scritto nel 1979 da padre Giuseppe Mellinato è di taglio biografico e funge da introduzione agli altri che invece si soffermano su particolari carismi di Favre.

Scopriamo allora che Pietro Favre è nato a Villaret, in Savoia, il 13 aprile 1506 in una modesta famiglia di contadini. All’età di 19 anni si recò a studiare alla Sorbona di Parigi, dove incontrò Ignazio di Loyola che era più grande di lui di una ventina di anni. Insieme dimorarono presso il Collegio Santa Barbara con Francesco Saverio.

Capiamo subito quindi che Favre è uno dei primi amici di Ignazio e dunque avvicinarlo significa comprendere qualcosa in più su come è nata la Compagnia di Gesù. Egli non aveva le idee chiare su quale fosse la propria vocazione, fu così che nel gennaio del 1534 iniziò gli esercizi spirituali, la pratica di discernimento ideata proprio da Ignazio, che lo porteranno nel maggio dello stesso anno a diventare prete.

Egli dunque è il primo sacerdote della  Compagnia di Gesù, prima ancora dello stesso Ignazio! Fu proprio Favre a celebrare la messa quel 15 agosto 1534 quando Ignazio e altri cinque suoi amici alle pendici di Montmartre fecero voto di unirsi in quello che sarebbe divenuto uno dei più importanti ordini religiosi della Riforma Cattolica.

È proprio nel contesto della desiderio di riforma che Favre svolge il suo apostolato. Egli, secondo le parole dei padri Coupeau e Zollner, “poteva testimoniare che la diffusione del protestantesimo era dovuta a una crisi morale e spirituale in seno alla Chiesa cattolica. Per il fatto che i cattolici dei paesi tedeschi avevano perso il retto sentire, era andata persa anche la retta fede.  Per poter riacquistare la retta fede, la strategia di Favre tendeva a ricondurre i fedeli al retto sentire” (p. 72).

E quale metodologia seguiva Favre? Sono ancora i due gesuiti a spiegarcelo: “Anziché esibirsi pubblicamente in dispute teologiche o polemizzare sulle condanne reciproche, con incontri personali voleva convincere i protestanti di quanto gli stesse a cuore la riforma spirituale e quanto fosse necessaria l’unità di tutta la Chiesa” (ibidem).

Troviamo in queste parole una grande assonanza con la sensibilità spirituale di Papa Francesco. Il Pontefice infatti, proprio come il santo che ha tanto a cuore, predilige la cosiddetta “cultura dell’incontro”: al centro dei suoi interessi non c’è l’esposizione di una dottrina, ma il desiderio di farsi prossimo ad ogni uomo.

Lo vediamo nella sua gestualità, nel suo chinarsi verso le persone più sofferenti, nei suoi non rari contatti telefonici: in ognuno di questi  suoi gesti possiamo scorgere il desiderio di incontrare direttamente le persone alle quali vuole fare sentire l’abbraccio di Cristo.

Papa Francesco, come Favre, vive in un tempo di riforma, che è anzitutto una sempre maggiore adesione del cuore a Cristo prima che una serie di cambiamenti di strutture. La riforma della Chiesa è qualcosa di sostanzialmente molto diverso da quella che può essere la riforma di uno stato: essa passa prima di tutto attraverso le persone.

Per tutti questi motivi crediamo che Papa Francesco si ispiri e senta così vicino il primo sacerdote della Compagnia di Gesù.

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Oggi è un viso noto a miliardi di persone, ma chi era Jorge Maria Bergoglio prima di diventare il duecentosessantaseiesimo Pontefice della Chiesa Cattolica? Ci può aiutare a rispondere a questa domanda l’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica”, uscito sabato primo marzo, nel quale il direttore, padre Antonio Spadaro, volendo far luce sulla passata attività di docente di Papa Francesco, ha intervistato il suo ex alunno Jorge Milia.

Papa Francesco infatti, all’età di 28 anni, fra il 1964 e il 1965, insegnò letteratura a Santa Fe presso il Colegio de la Inmacu­lada Concepción, una delle più antiche e celebri istituzioni gesuitiche in Argentina. Papa Francesco parlò di questa sua esperienza a padre Spadaro nel corso dell’intervista che gli concesse alla fine di agosto 2013. Possiamo dunque considerare questo articolo de “La Civilità Cattolica” una sorta di approfondimento di parte di quella intervista, dove le domande questa volta non sono state poste al “Professor Bergoglio” ma a un suo alunno.

Secondo la testimonianza di Milia l’attività didattica del Professor Bergoglio si inserì in un contesto in cui lo studio della letteratura era già avviato, in quanto da sempre in questo collegio si era particolarmente curata questa disciplina. Ma non si trattò solo di studiare passivamente, infatti Quel giovane docente avviò un corso di scrittura creativa. Gli alunni che vi parteciparono raccolsero i loro scritti in un volume che ebbe la prefazio e di Jorge Louis Borges, uno dei più importanti scrittori argentini del XX secolo.

Cosa distingueva il futuro Pontefice dagli altri professori. Secondo Milia “l’aspetto migliore del suo insegnamento consisteva proprio nel percorrere la materia insieme ai suoi allievi. Non si comportava con i modi tipici di un maestro che dirige e detta tracce da seguire, quanto facendoci partecipare, dando ovviamente consigli e spiegazioni”.

Il Professor Bergoglio aveva anche un metodo che diventerà caratteristico nel suo modo di comunicare quando diventerà Papa: rendere attivi coloro che secondo gli schemi tradizionali sono solo fruitori passivi. Infatti assegnava agli alunni degli argomenti da approfondire e “quando l’argomento che l’alunno aveva scelto assumeva consistenza, gli proponeva anche di tenere una lezione ai compagni di classe, oppure anche ad altri alunni del Collegio”.

Ma come era Bergoglio con i suoi alunni? Già da giovane si dimostrava una persona aperta, attenta a stimolare quanto di buono c’era nei suoi ragazzi. Spiega infatti Milia: “Certo è stato un rapporto di fiducia. Sapevamo che potevamo sottoporgli qualsiasi problema con l’assoluta certezza che ci avrebbe aiutati a trovare la soluzione. Alcuni di noi scoprirono in lui un amico al quale confidare anche i problemi familiari”.

Milia ricorda la sua particolare vivacità e come fu gestita da Bergoglio: “Ero un adolescente turbolento. Lui non pose limiti alla mia esuberanza, ma cercò di incanalarla in maniera positiva, dandole una forma”. L’ex alunno di Papa Francesco ricorda anche come il padre, apprezzando l’approccio didattico de Professor Bergoglio, gli disse: “So che non sarò lì a vederlo, ma non ho dubbi che in futuro questo pretino farà parlare di sé”.

Ma il professor Bergoglio non si limitava ad impartire solo lezioni di letteratura. Grazie a lui fu riaperta la biblioteca del Collegio e furono avviati dei corsi di teatro. Insomma, nella sua attività di docente si vede in germe tutta la sua vulcanicità che lo contraddistingue ora che Ponfefice!

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Oggi è un viso noto a miliardi di persone, ma chi era Jorge Maria Bergoglio prima di diventare il duecentosessantaseiesimo Pontefice della Chiesa Cattolica? Ci può aiutare a rispondere a questa domanda l’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica”, uscito sabato primo marzo, nel quale il direttore, padre Antonio Spadaro, volendo far luce sulla passata attività di docente di Papa Francesco, ha intervistato il suo ex alunno Jorge Milia.

Papa Francesco infatti, all’età di 28 anni, fra il 1964 e il 1965, insegnò letteratura a Santa Fe presso il Colegio de la Inmacu­lada Concepción, una delle più antiche e celebri istituzioni gesuitiche in Argentina. Papa Francesco parlò di questa sua esperienza a padre Spadaro nel corso dell’intervista che gli concesse alla fine di agosto 2013. Possiamo dunque considerare questo articolo de “La Civilità Cattolica” una sorta di approfondimento di parte di quella intervista, dove le domande questa volta non sono state poste al “Professor Bergoglio” ma a un suo alunno.

Secondo la testimonianza di Milia l’attività didattica del Professor Bergoglio si inserì in un contesto in cui lo studio della letteratura era già avviato, in quanto da sempre in questo collegio si era particolarmente curata questa disciplina. Ma non si trattò solo di studiare passivamente, infatti Quel giovane docente avviò un corso di scrittura creativa. Gli alunni che vi parteciparono raccolsero i loro scritti in un volume che ebbe la prefazio e di Jorge Louis Borges, uno dei più importanti scrittori argentini del XX secolo.

Cosa distingueva il futuro Pontefice dagli altri professori. Secondo Milia “l’aspetto migliore del suo insegnamento consisteva proprio nel percorrere la materia insieme ai suoi allievi. Non si comportava con i modi tipici di un maestro che dirige e detta tracce da seguire, quanto facendoci partecipare, dando ovviamente consigli e spiegazioni”.

Il Professor Bergoglio aveva anche un metodo che diventerà caratteristico nel suo modo di comunicare quando diventerà Papa: rendere attivi coloro che secondo gli schemi tradizionali sono solo fruitori passivi. Infatti assegnava agli alunni degli argomenti da approfondire e “quando l’argomento che l’alunno aveva scelto assumeva consistenza, gli proponeva anche di tenere una lezione ai compagni di classe, oppure anche ad altri alunni del Collegio”.

Ma come era Bergoglio con i suoi alunni? Già da giovane si dimostrava una persona aperta, attenta a stimolare quanto di buono c’era nei suoi ragazzi. Spiega infatti Milia: “Certo è stato un rapporto di fiducia. Sapevamo che potevamo sottoporgli qualsiasi problema con l’assoluta certezza che ci avrebbe aiutati a trovare la soluzione. Alcuni di noi scoprirono in lui un amico al quale confidare anche i problemi familiari”.

Milia ricorda la sua particolare vivacità e come fu gestita da Bergoglio: “Ero un adolescente turbolento. Lui non pose limiti alla mia esuberanza, ma cercò di incanalarla in maniera positiva, dandole una forma”. L’ex alunno di Papa Francesco ricorda anche come il padre, apprezzando l’approccio didattico de Professor Bergoglio, gli disse: “So che non sarò lì a vederlo, ma non ho dubbi che in futuro questo pretino farà parlare di sé”.

Ma il professor Bergoglio non si limitava ad impartire solo lezioni di letteratura. Grazie a lui fu riaperta la biblioteca del Collegio e furono avviati dei corsi di teatro. Insomma, nella sua attività di docente si vede in germe tutta la sua vulcanicità che lo contraddistingue ora che Ponfefice!

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