Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: agosto 2015

Capita spesso che agli alunni delle superiori lo studio della Divina Commedia risulti pesante, noioso e faticoso. Doversi confrontare con un testo scritto parecchi secoli fa e di notevole mole non è certo facile. Se in più si aggiunge che l’analisi del testo è soprattutto incentrata su questioni stilistiche e figure retoriche, allora la noia è garantita.

Franco Nembrini, rettore del Centro scolastico La Traccia di Calcinate (BG), ha tentato un’altra strada. Nel suo Dante, poeta del desiderio (edito da Itaca in tre volumi: Inferno, Purgatorio e Paradiso) l’autore mostra come sia proprio il tema del desiderio a farci riscoprire e innamorare dell’opera del Sommo Poeta.

Non solo la Divina Commedia, ma tutta l’opera dantesca e la stessa vita dell’Alighieri viene riletta alla luce del desiderio, che può essere definito come la pasta di cui è fatto l’uomo. Infatti, come descritto da Dante nel Convivio, l’uomo è sempre mosso dal desiderio, sin da quando è bambino.

All’inizio il suo interesse si rivolge verso cose piccole e di poco significato e poi, una volta cresciuto, egli brama sempre di più. Eppure, nessuna delle cose che cerca è in grado di soddisfare il suo desiderio ed è proprio per questo che continua a cercare la felicità altrove: sempre in cerca e sempre insoddisfatto perché il suo cuore è destinato all’Infinito.

Questa esperienza che ogni uomo prova è la stessa nella quale si è imbattuto Dante. A un certo punto della sua vita egli sentiva di avere raggiunto la felicità nel suo amore per Beatrice. Come ha scritto nel sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, Beatrice è “venuta da cielo in terra a miracol mostrare”, cioè è come un riverbero sulla terra dello splendore divino.

Beatrice però all’età di 24 anni si spegne: per il Poeta è un colpo durissimo. Dante inizia a cercare consolazione nella letteratura. Come è possibile che quella donna, quasi un ponte fra l’umano e l’infinito, abbia cessato di vivere? Perché dopo la sua morte, Dante si è rifugiato in altro, pur avendo provato per lei il massimo dell’amore possibile?

Sono domande che si pongono in maniera forte in Dante, che il poeta affronta alla luce della propria fede e che lo portano a scrivere la Divina Commedia, un vero e proprio percorso di purificazione attraverso l’esercizio letterario che lo porterà a “vedere Dio”, l’unico in grado di saziare in modo definitivo la fame di infinito che abita nel cuore dell’uomo.

Nembrini rilegge in chiave umana l’opera di Dante e questo permette a chi legge i suoi volumi di immedesimarsi nel poeta e di sentirlo vicino, quasi come un compagno di strada. Le forme letterarie della Divina Commedia diventano allora mezzi espressivi che servono al poeta per esprimere i suoi sentimenti: al centro di tutto c’è l’uomo, la sua esistenza, il suo porsi delle domande davanti al proprio destino e una tale lettura non può che essere affascinante.

Non mancano nei volumi di Nembrini raffronti con altri grandi della letteratura, in particolare Leopardi che nella sua produzione artistica canta le stesse esigenze del cuore di Dante, pur non arrivando alle stesse conclusioni.

La Divina Commedia, scritta da un uomo di fede, è commentata da un altro uomo di fede che svolge quella che possiamo definire una “lettura credente”. Questa operazione è quantomai necessaria ai nostri giorni se vogliamo restituire splendore a gran parte della letteratura che è stata elaborata in un contesto di fede e che non può essere letta nella sua pienezza se non attraverso uno sguardo cristiano.

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Capita spesso che agli alunni delle superiori lo studio della Divina Commedia risulti pesante, noioso e faticoso. Doversi confrontare con un testo scritto parecchi secoli fa e di notevole mole non è certo facile. Se in più si aggiunge che l’analisi del testo è soprattutto incentrata su questioni stilistiche e figure retoriche, allora la noia è garantita.

Franco Nembrini, rettore del Centro scolastico La Traccia di Calcinate (BG), ha tentato un’altra strada. Nel suo Dante, poeta del desiderio (edito da Itaca in tre volumi: Inferno, Purgatorio e Paradiso) l’autore mostra come sia proprio il tema del desiderio a farci riscoprire e innamorare dell’opera del Sommo Poeta.

Non solo la Divina Commedia, ma tutta l’opera dantesca e la stessa vita dell’Alighieri viene riletta alla luce del desiderio, che può essere definito come la pasta di cui è fatto l’uomo. Infatti, come descritto da Dante nel Convivio, l’uomo è sempre mosso dal desiderio, sin da quando è bambino.

All’inizio il suo interesse si rivolge verso cose piccole e di poco significato e poi, una volta cresciuto, egli brama sempre di più. Eppure, nessuna delle cose che cerca è in grado di soddisfare il suo desiderio ed è proprio per questo che continua a cercare la felicità altrove: sempre in cerca e sempre insoddisfatto perché il suo cuore è destinato all’Infinito.

Questa esperienza che ogni uomo prova è la stessa nella quale si è imbattuto Dante. A un certo punto della sua vita egli sentiva di avere raggiunto la felicità nel suo amore per Beatrice. Come ha scritto nel sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, Beatrice è “venuta da cielo in terra a miracol mostrare”, cioè è come un riverbero sulla terra dello splendore divino.

Beatrice però all’età di 24 anni si spegne: per il Poeta è un colpo durissimo. Dante inizia a cercare consolazione nella letteratura. Come è possibile che quella donna, quasi un ponte fra l’umano e l’infinito, abbia cessato di vivere? Perché dopo la sua morte, Dante si è rifugiato in altro, pur avendo provato per lei il massimo dell’amore possibile?

Sono domande che si pongono in maniera forte in Dante, che il poeta affronta alla luce della propria fede e che lo portano a scrivere la Divina Commedia, un vero e proprio percorso di purificazione attraverso l’esercizio letterario che lo porterà a “vedere Dio”, l’unico in grado di saziare in modo definitivo la fame di infinito che abita nel cuore dell’uomo.

Nembrini rilegge in chiave umana l’opera di Dante e questo permette a chi legge i suoi volumi di immedesimarsi nel poeta e di sentirlo vicino, quasi come un compagno di strada. Le forme letterarie della Divina Commedia diventano allora mezzi espressivi che servono al poeta per esprimere i suoi sentimenti: al centro di tutto c’è l’uomo, la sua esistenza, il suo porsi delle domande davanti al proprio destino e una tale lettura non può che essere affascinante.

Non mancano nei volumi di Nembrini raffronti con altri grandi della letteratura, in particolare Leopardi che nella sua produzione artistica canta le stesse esigenze del cuore di Dante, pur non arrivando alle stesse conclusioni.

La Divina Commedia, scritta da un uomo di fede, è commentata da un altro uomo di fede che svolge quella che possiamo definire una “lettura credente”. Questa operazione è quantomai necessaria ai nostri giorni se vogliamo restituire splendore a gran parte della letteratura che è stata elaborata in un contesto di fede e che non può essere letta nella sua pienezza se non attraverso uno sguardo cristiano.

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Mercoledì 12 agosto, presso l’area dell’ex Galoppatoio, suor Maria Gloria Riva ha tenuto una meditazione sulle parole del Vangelo di Matteo “Non abbiate paura, sono io”, parole scelte come tema per la tredicesima edizione de “L’Avvenimento in Piazza”, manifestazione organizzata dal Movimento Fides Vita.

Suor Maria Gloria Riva, Superiora delle monache dell’adorazione eucaristica di San Marino è originaria di Monza. Dopo gli studi artistici ha lavorato presso una casa editrice e ha anche recitato con compagnia teatrale di Milano. Dal 1984 è consacrata e segue la spiritualità di madre Maria Maddalena dell’Incarnazione.

L’intervento di Suor Maria Gloria è iniziato con una meditazione su Gv 6,16-21, l’episodio nel quale Gesù cammina sulle acque. La religiosa ha poi illustrato come questo brano sia stato rappresentato in modo assai diverso nel corso dei secoli.

Mentre nella parrocchia protestante di Saint Pierre le Jeune di Strasburgo la nave di Pietro è salda, nonostante le potenze demoniache e i flutti vogliano rovesciarla, al contrario, il pittore Pietro Annigoni (1947) rappresenta la navicella in modo instabile, quasi sul punto di essere sopraffatta dalla tempesta.

Diversa è anche la rappresentazione del Cristo: se nel primo caso egli si erge ieratico e maestoso sulle acque, nel secondo egli appare, sì pieno di luce, ma sullo sfondo e la sua luce si rifrange sulle acque, diventando un tutt’uno con esse.

Tutto ciò, ha spiegato magistralmente Suor Maria Gloria, è frutto di diverse sensibilità. Mentre nel passato l’uomo, pur attraversato da mille difficoltà, vedeva in Cristo e nella sua Chiesa dei mezzi di sicura salvezza, l’uomo contemporaneo non nutre più questa certezza, finendo per sentirsi spaesato e smarrito nel mezzo delle avversità della vita. Addirittura arriva a temere, non solo la tempesta, ma anche Colui che è in grado di sedarla.

La riflessione di suor Maria Gloria è poi proseguita mettendo a confronto L’Urlo di Munch (1893) con l’Ecce Homo (1939) di Georges Rouault. Per la religiosa, L’urlo può essere assunto come icona dell’uomo postmoderno, solo e in preda alla disperazione nel mezzo di un paesaggio fluido, dalle tinte forti e confuse. Sono gli stessi colori utilizzati dal pittore francese Georges Rouault che però rappresenta il volto sereno di Cristo, ispirato a quello della Sindone.

Suor Maria Gloria ha poi concluso la sua meditazione mostrando al pubblico il Cristo alla porta di Antonio Martinotti, nel quale il figlio di Dio viene rappresentato come colui che con discrezione chiede di entrare nella nostra vita per poterle dare compimento e significato. Davanti ad un Dio così rispettoso, non si può avere paura, ma si deve accoglierlo per farsi abbracciare dal suo amore.

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