Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: dicembre 2014

Dopo le splendide performance che lo hanno visto interpretare alcuni testi della Divina Commedia e della Costituzione, Roberto Benigni si è cimentato nella lettura dei dieci comandamenti, così come la bibbia li descrive nel libro dell’Esodo.

Lo spettacolo è iniziato con un riferimento del comico toscano alle recenti vicende giudiziarie legate a mafia capitale: “Sono felice di essere a Roma, di vedervi tutti a piede libero: con l’aria che tira, siete gli unici in tutta la città, abbiamo fatto fatica a trovare tutte le persone incensurate”. Si è creato così un collegamento fra lo spettacolo e l’attualità, facendo intendere che i dieci comandamenti sono estremamente attuali e parlano all’uomo di ieri come a quello di oggi.

Benigni ha intrattenuto per due ore il pubblico e bisogna riconoscere che non è affatto semplice tenere incollati milioni di telespettatori quando si parla di certi argomenti. Sicuramente l’attore ci era già riuscito, come ricordavamo, con la Divina Commedia e con la Costituzione, dunque questa volta si è mosso su un terreno apparentemente più semplice.

Ma perché le persone sono affascinate da queste ri-letture di Benigni? Che si tratti di brani elaborati da Dante, dai padri costituenti o dall’autore sacro, l’attore dà anima alle parole, le torna a leggere con lo stesso spirito col quale vennero scritte, ridonando loro vita e freschezza. In ogni caso questi testi hanno impresso sulla carta emozioni, passioni, sentimenti che sono comuni agli uomini di tutti i tempi ed è per questo che possono essere considerati, nonostante la noia con la quale spesso li avviciniamo, degli “evergreen”.

La lettura e la spiegazione dei primi tre comandamenti è stata preceduta dal racconto del contesto nel quale i dieci comandamenti vennero dati. Benigni, seguendo la narrazione biblica, ha spiegato come i dieci comandamenti siano stati consegnanti a Mosè durante la fuga degli ebrei dall’Egitto, quando il popolo eletto stava facendo un’esperienza di liberazione. Essi si vanno dunque a inserire in un orizzonte di salvezza: non sono comandamenti, come spesso li avvertiamo, che vogliono opprimere l’uomo, ma che al contrario lo vogliono liberare.

Benigni si è poi avvicinato al testo con un metodo “esegetico” spiegando parola per parola i primi tre comandamenti, cioè quelli che riguardano i nostri doveri verso Dio.

L’attore si è soffermato su determinate parole sulle quali generalmente non si riflette, come quel “Dio tuo” inserito in quello che è stato definito “biglietto da visita di Dio”. Benigni ha paragonato l’espressione al modo di chiamarsi di chi è innamorato: “Amore mio”. Con la sua spiegazione, l’attore ha vivacemente descritto quello che dovrebbe essere il rapporto fra Dio e il credente: un’appassionata e coinvolgente esperienza d’amore, fatta anche di gelosia, perché sì, il Dio della rivelazione biblica è un Dio geloso.

Magistrale la lettura del secondo comandamento. Benigni ha illustrato come il comandamento non riguardi solo la bestemmia, sicuramente volgare e deprecabile, ma tutto ciò che intende piegare il nome di Dio alle bassezze umane come l’odio e la prevaricazione. L’attore ha citato le crociate e l’inquisizione, ma non ha mancato di citare l’Isis che “usa il nome di Dio per terrorizzare gli uomini, ma questo è un delirio di dio, è un inno alla morte”. Un’affermazione coraggiosa nel contesto culturale occidentale, sempre pronto a recriminare, giustamente, le proprie colpe del passato e allo stesso tempo così poco attento alla drammaticità del presente.

Infine per quanto riguarda il terzo comandamento, Benigni ha evidenziato la rivoluzione di Dio: in un momento della storia dove c’erano padroni, schiavi, principi e sudditi, il Dio della Bibbia azzera le differenze e chiama ogni singolo uomo, addirittura anche gli animali, al riposarsi godendo di Dio.

 

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Il 12 dicembre su ilfattoquotidiano.it è uscito un articolo dal titolo “Salerno, ora di religione ‘contesa': guerra tra la scuola e la famiglia di uno studente“. Il pezzo tratta della battaglia legale fra una scuola e la famiglia di un alunno che, non avvalendosi dell’insegnamento della religione cattolica, non si è vista garantire lo svolgimento dell’attività alternativa, come previsto dalla legge. Nell’articolo sembra però che a finire sotto il mirino sia proprio l’insegnamento della Religione cattolica e pertanto riteniamo utile qualche chiarimento.

L’articolo inizia con queste parole: “Si potrebbe definire una guerra di religione quella in corso a Salerno tra la famiglia di uno studente e l’istituto comprensivo Calcedonia della città. Al centro dello scontro, che finirà in tribunale, l’ora di insegnamento della religione cattolica”.

In realtà al centro dello scontro, non c’è l’insegnamento della religione cattolica, ma la mancata attivazione dell’attività alternativa, come affermato dal legale della famiglia secondo il quale “non sarebbe stata assicurata l’attività alternativa prevista dalla Legge per chi non si avvale dell’ora di religione”.

Da parte sua, la preside dell’istituto, secondo la ricostruzione de ilfattoquotidiano.it , ha dichiarato: “…posso assicurare che quel bambino non hai mai fatto l’ora di insegnamento di religione cattolica. Ho agli atti le dichiarazioni dei docenti, compresa quella della maestra di religione che conferma di non aver mai visto il bambino in classe. A questo punto l’avvocato può dire quel che vuole ma io posso dimostrare il contrario”.

E ancora: “In questo istituto quando all’atto di iscrizione i genitori esercitano il diritto di non fare religione organizziamo l’attività alternativa con la famiglia. Quel bambino non è l’unico; abbiamo ragazzini musulmani e di altre religioni: ci comportiamo con tutti allo stesso modo”.

Da quanto riportato, non è del tutto chiaro come la vicenda si sia effettivamente svolta: se davvero è stata organizzata l’attività alternativa, perché la famiglia dell’alunno in questione si è rivolta a un legale? E perché chiedere all’insegnante di religione se il bambino sia mai stato in classe durante l’insegnamento della religione cattolica? Non sarebbe bastato rivolgersi all’insegnante che ha svolto l’attività alternativa?

Ad ogni modo, una cosa risulta chiara e cioè che è del tutto fuorviante parlare di “ora di religione contesa” o di “guerra di religione”, ingenerando l’idea che sia colpa dell’insegnamento della religione cattolica se a un alunno non è stato garantito un diritto, che invece dovrebbe essere garantito dall’istituzione scolastica.

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Mercoledì 10 dicembre, presso l’Istituto Patristico Augustinianum è avvenuta la presentazione del volume “La santità è possibile. Nascono per non morire”, del cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. L’opera raccoglie gli scritti dell’alto prelato che riguardano 124 figure fra Santi, Beati e Servi di Dio.

L’incontro è stato introdotto da padre Edmondo A. Caruana, O. Carm., responsabile editoriale della LIbreria Editrice Vaticana, che ha spiegato al pubblico presente in sala come questo sia il trentaquattresimo libro scritto dal Cardinale, frutto di 10 anni di servizio presso la Congregazione per le Cause dei Santi.

Ha preso poi la parole il Prof. Roberto Morozzo della Rocca, ordinario di Storia contemporanea presso l’università Roma Tre, che ha parlato delle molteplici definizioni che si possono dare della santità: essa infatti può essere definita da un punto di vista biblico, letterario o prettamente spirituale.

È indubbio che la santità si manifesti in modo molto vario: ci sono santi che si sono dedicati alle opere di carità, altri all’educazione e all’istruzione, altri alla vita contemplativa, altri si sono dedicati all’educazione dei figli, ecc. Allo stesso tempo, ogni forma di santità ha la caratteristica di essere una interazione fra la grazia di Dio e l’impegno dell’uomo. Grazie a questo mix, nell’uomo si compie una trasfigurazione e si realizza la divinizzazione, come sottolinea il cristianesimo orientale.

Durante il pontificato di Giovanni Paolo II sono stati proclamati 482 santi e 1183 beati. Cifre da record che mostrano la particolare attenzione del Papa polacco per il tema della santità. Le cerimonie di canonizzazione sono spesso avvenute durante i viaggi apostolici di Papa Wojtyla, perché egli voleva mostrare, anche a “livello geografico”, l’universalità della santità e proporre ai fedeli che visitava dei “santi autoctoni”. Questo modo di operare di Giovanni Paolo II va visto come una scelta pastorale e non, come spesso viene descritta in alcuni ambienti accademici, come una sorta di politica ecclesiastica.

Purtroppo è ancora molto diffusa la mentalità per cui la santità sia riservata solo ad alcune categorie di persone, come ad esempio i religiosi. Al contrario, molti dei santi proclamati negli ultimi decenni sono laici. Ciò è stato possibile grazie al Concilio Vaticano II, che nella Costituzione Dogmatica “Lumen Gentium”, al capitolo V, ha affermato il principio della vocazione universale alla santità. Inoltre non è da trascurare il ruolo dei movimenti ecclesiali che hanno tracciato, e continuano a tracciare, percorsi di santificazione.

È intervenuto poi padre Raffaele Di Muro, Ofm Conv., professore di Spiritualità presso le Pontificie Facoltà Teologiche “San Bonaventura” e “Teresianum”, uno fra i massimi conoscitori della figura di San Massimiliano Kolbe, che ha definito l’opera poderosa, non solo per il numero di pagine, ma soprattutto per la caratura teologica, frutto di anni di esperienza a continuo contatto con i santi.

Secondo il religioso, il libro mostra come i santi abbiano affrontato le situazioni più avverse e, lasciandosi guidare dalla bontà di Dio, ne siano usciti sempre a testa alta. Sul volto dei santi traspare una pienezza di umanità e un senso di profonda gioia, spesso non troppo recepita dall’immaginario comune. La vita dei santi è la più grande apologia che si possa fare del cristianesimo, come ha ricordato anche papa Benedetto XVI, e non potrebbe esistere senza l’intervento di Dio nella vita degli uomini.

In conclusione ha preso la parola l’autore che, nel ricordare come la santità scaturisca dalla vocazione battesimale e sia dunque aperta a tutti, ha ricordato alcuni particolari canonizzazioni avvenute durante il suo servizio: per la prima volta nella bimillenaria storia della Chiesa sono stati proclamati santi due bambini che non hanno subito il martirio. Inoltre, sempre per la prima volta, due coppie di sposi sono saliti agli onori dell’altare. Infine, l’80% dei santi proclamati ha subito il martirio.

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Si avvicinano le vacanze natalizie e come ogni anno non mancano polemiche su quelle scuole nelle quali è impedito l’allestimento dei presepi. Le ultime notizie su questo tema giungono da Bergamo, dove Luciano Mastrorocco, preside dell’Istituto Comprensivo De Amicis, non ha nei fatti permesso la presenza di presepi nei locali dell’istituto.

Da quello che è dato capire, il preside ha agito di propria iniziativa, a suo dire in accordo col corpo docenti, e non a seguito delle lamentele di genitori di alunni stranieri. Ci sembra opportuno evidenziare questo fatto, perché a nostro avviso il problema non riguarda la convivenza fra italiani e stranieri, ma il modo di intendere l’integrazione, la reciprocità e la laicità di alcuni nostri concittadini che occupano posti di rilievo nella società.

In un comunicato del preside, apparso sul sito della scuola, si può leggere: “La nostra comunità, quella scolastica, si avvale dell’apporto di culture, pensieri, idee, atteggiamenti, storie, tradizioni che provengono dalla complessità di un mondo aperto e dialogante”.

Ci si può legittimamente chiedere: come mai in questa comunità scolastica, specchio di un mondo aperto e dialogante, non ci sia spazio per la cultura, i pensieri, le idee, gli atteggiamenti, le storie e legate all’avvenimento cristiano al quale si richiamano non pochi alunni che la frequentano?

Inoltre, il presepe, realizzato per la prima volta dall’italianissimo Francesco di Assisi, è un’espressione tipica dell’arte e della creatività del nostro popolo: perché tutto ciò non può trovare posto accanto alle altre tradizioni e culture dei bambini di altri paesi?

Scrive ancora il preside: “Tutto ciò che attiene alla vita delle persone, alla loro cultura, al loro immaginario, si incontra nella scuola, ambiente che diventa crocevia di esperienze e narrazioni le più diverse e che gli insegnanti sapientemente mettono a confronto perché l’esperienza di uno diventi patrimonio dell’altro“. Ma come riesce a trovare attuazione tutto ciò, se a una parte di alunni viene impedito di presentare quello che è un tratto caratteristico della propria cultura?

Tutti i nodi vengono al pettine quando il preside afferma: “Cerchiamo di pensare per potenzialità, cosa impossibile se cominciamo ad assumere i limiti delle appartenenze religiose”. Nella sua visione dunque, le diverse appartenenza religiose non sono tasselli che vanno a costruire un puzzle variopinto e plurale, ma limiti che di fatto vanno ignorati e annullati. Ma allora tutto quel discorso sull’apertura e sul dialogo non si va a fare benedire?

Infine, secondo il preside “non possiamo assumere l’impegno di celebrare ricorrenze religiose, perché questo va oltre il nostro compito”. Ma allora dovremmo abolire anche le vacanze natalizie e su questo punto non diciamo nulla, magari sarebbe interessante chiedere cosa ne pensano gli alunni, cristiani e non! Battute a parte, pensiamo che oscurare i simboli e le espressioni culturali di un popolo non sia mai un segno di civiltà, perché la convivenza civile si costruisce attraverso la reciprocità.

Concludiamo dicendo che, contrariamente alle intenzioni inclusive del preside, la scelta di non allestire il presepe non favorisce l’integrazione, perché agli alunni stranieri è tolta la possibilità di conoscere gli usi e i costumi dei loro compagni italiani.

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ROMA – Si è svolta martedì 9 dicembre alle ore 17.30, presso la Sala Marconi della Radio Vaticana, la presentazione del volume “La tomba e la sua memoria. All’interno della Basilica di San Pietro”, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana a firma di monsignor Marco Agostini, officiale nella sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato e cerimoniere pontificio.

L’incontro è stato introdotto da Neria De Giovanni che, nella sua veste di presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari, ha spiegato come il libro parli di bellezza con uno stile bello e piacevole da leggere.

Ha preso poi la parola Sua Eminenza il Card. Raffaele Farina, archivista e bibliotecario emerito di Santa Romana Chiesa, che ha esordito dicendo che nessuno sa quanti libri siano stati scritti sulla basilica, ed è dunque difficile scrivere qualcosa di originale, evitando di copiare qua e là. Il volume di Mons. Agostini è riuscito a fornirci qualcosa di diverso.

L’alto prelato è poi passato a descrivere le caratteristiche deI libro che raccoglie una serie di articoli pubblicati dall’Osservatore Romano insieme a tre nuovi testi inediti. Ogni capitolo si conclude con una riflessione di carattere teologico-liturgica, che ci permette di apprezzare la basilica e le sue numerose opere d’arte alla luce della loro funzione liturgica.

Spesso la calca di turisti impedisce di cogliere la basilica per quello che è, e cioè un luogo dove vengono officiati i sacri riti. Per questo motivo, se si vuole gustare San Pietro nel suo momento più vivo, bisognerebbe visitarla al mattino presto. Ed è proprio in questo orario che l’autore vi si reca per celebrare la santa messa. Ciò rende in un certo senso unico il libro, perché la basilica è raccontata dal particolare punto di vista di chi la abita ogni giorno per adempiere al proprio ministero sacerdotale.

È poi intervenuto Guido Cornini, curatore del Reparto Arti Decorative dei Musei Vaticani, che ha letto un passo del volume dove sono descritti i diversi tipi di visitatori di San Pietro: “C’è il turista più o meno preparato a vedere cose belle, ad osservare cose diverse da quelle che scorge nelle grandi vetrine dei negozi moderni, e che s’accontenta della contemplazione dell’opera in ratione naturae, ossia gli basta ciò che è rappresentato: il fatto, la persona. C’è pellegrino che guarda le opere con una partecipazione che possiamo chiamare emotiva dovuta alla “simpatia” con le stesse cose rappresentate, vede in esse quod naturae modum excedit. Ma c’è anche il visitatore, pellegrino e turista, che insieme agli atteggiamenti testé ricordati, coglie le opere nel loro elemento materiale e tecnico, nel loro fine, nella loro collocazione storica, nella loro dipendenza dalla personalità singolare dell’artista, che osserva il modo estetico con cui sono fissate”.

È in quest’ultimo tipo di visitatore che possiamo scorgere l’identikit del lettore ideale che Mons. Agostini ha in mente. Il dottor Cornini si è poi soffermato sugli aspetti più artistici e tecnici del volume, parlando in particolare dei reliquiari e dei mosaici della basilica di San Pietro, temi trattati nel libro di Mons. Agostini

Infine ha preso la parola l’autore del libro che, dopo aver ringraziato i relatori e i presenti, ha spiegato come la sua passione verso l’arte sia nata a Verona, una città che presenta allo stesso tempo bellezze antiche, medioevali e moderne. In questo contesto è stato facile acquisire un modo di leggere l’arte.

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In occasione dell’imminente Solennità dell’Immacolata Concezione, proponiamo questo video nel quale don Gianluca Busi, iconografo e membro della commissione per l’arte della Diocesi di Bologna, presenta gli schemi iconografici mariani più diffusi. I primi tre appartengono alla tradizione orientale, mentre gli altri tre a quella occidentale.

Don Gianluca parte dall’immagine di Maria detta “Odighitria”, cioè “colei che ci mostra la strada”: la madre indica il figlio, via verità e vita, e allo stesso tempo il figlio indica la madre, capolavoro della creazione.

Don Gianluca prosegue illustrando le caratteristiche della “Eleusa”, ovvero “Madre di Dio della tenerezza”. A un primo sguardo potremmo pensare che si tratti della tenerezza fra una madre e il suo bambino, ma a una lettura più attenta possiamo notare come lo sguardo della Madonna sia triste. In realtà ella sta provando tenerezza per l’umanità peccatrice verso la quale volge gli occhi.

Infine il sacerdote volge la sua attenzione al modello della “Madre di Dio del Segno”, che nella sua tipologia deriva probabilmente da un’immagine femminile pagana legata ai misteri eleusini. Questa donna cerca il divino attraversi un’estasi, che la porterà in fuga fuori dal suo mondo. Al contrario, Maria, rivolta verso Dio, genera Gesù.

Passando alla tradizione occidentale, don Gianluca si sofferma sulla scena dell’annunciazione nel suo legame con l’eucaristia, analizzando, fra le altre, quella dipinta nella Cappella degli Scrovegni a Padova.

Il sacerdote propone poi una riflessione sul tema dell’addolorata attraverso il dipinto di Piero della Francesca per il cimitero di Monterchi e quello di Rogier van der Weyden, custodito oggi nel Museo del Prado.

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ROMA – Si è svolta giovedì 4 dicembre presso la prestigiosa sede del “La Civiltà Cattolica” la presentazione del volume “Nel cuore di ogni padre” che raccoglie gli scritti dell’allora padre Bergoglio. Il libro, edito da Rizzoli, contiene un’introduzione di Antonio Spadaro, Direttore della celebre rivista dei gesuiti.

Lo stesso Spadaro ha introdotto l’incontro ricordando come 13 marzo 2013, dopo l’elezione di Bergoglio, non ebbe il tempo di andare a vedere quali volumi di padre Bergoglio fossero presenti nella biblioteca de “La Civiltà Cattolica”. A ciò l’indomani rimediò padre Domenico Ronchitelli, caporedattore della rivista, che portò a padre Spadaro il volume “Meditaciones para religiosos”, la versione originale del libro che ora viene proposto in lingua italiana.

Padre Spadaro ha evidenziato come questo sia l’unico volume, scritto da Bergoglio, citato durante l’intervista che il Papa ha concesso al direttore de “La Civiltà Cattolica”. Il Papa ne ha parlato anche durante l’incontro con i membri del collegio degli scrittori de “La Civiltà Cattolica”. Questo ci fa capire quanto questo scritto stia a cuore al Papa.

Il volume raccoglie una serie di saggi scritti da padre Bergoglio fra il 1976 e il 1982, quando si trovava alla guida della provincia dei gesuiti dell’Argentina e aveva una quarantina di anni. Il futuro pontefice delinea in questi suoi scritti la figura del gesuita che dovrebbe essere una persona dal pensiero incompleto, aperto, che riesca a cogliere, a partire dal frammento, un orizzonte più ampio o, come scrive lo stesso Bergoglio, a “percorrere cortili scorgendo praterie”.

Nelle parole di Bergoglio si può notare come non ci sia nessuna contrapposizione fra dottrina e prassi. Per Bergoglio la chiesa non può essere concepita né come “una bottega di restauro”, né come “un laboratorio di utopia”.

Ha preso poi la parola padre Marco Tasca, generale dei Frati Minori Conventuali che ha individuato quattro parole chiave per leggere il libro. La prima è “cuore”, il centro biologico della vita che in modo dinamico pulsa sangue dal centro alle periferie del corpo. Ma il cuore, nella spiritualità cristiana, è anche sede del sentimento, della coscienza, della volontà ed è sintesi di tutta la persona, perché è il luogo dove si sperimenta la presenza di Gesù. Tuttavia non si tratta di una “comfort zone” poiché, ad esempio, nel libro compare per 70 volte la parola “lotta”. È dal cuore che si dipana il coraggio dell’annuncio e allo stesso tempo la pazienza apostolica che rendono i cristiani non gli estirpatori della zizzania, ma seminatori del grano.

Padre Tasca si è poi soffermato sulla figura del padre che costituisce la cifra del pontificato in quanto il padre armonizza, mette insieme, compone il vecchio e il nuovo. Ma è anche colui che dispensa misericordia. Questa parola, e relativi sinonimi, abbondano nel libro ed è particolarmente significativo che, fra i tanti episodi, padre Bergoglio citi solo quello della vita di San Francesco nel quale il Poverello di Assisi incontra la misericordia di Dio Padre, donando misericordia al lebbroso.

La riflessione di padre Tasca si è poi concentrata sul tema delle radici. Per Bergoglio, riesce a elevarsi solo chi ha radici, solo chi è attaccato a ciò che ci fonda. Questo atteggiamento genera un senso di “appartenenza” e si è qualcuno solo nella misura in cui sia appartiene. Per essere gesuiti è necessario appartenere a un corpo, a una storia. Senza questa appartenenza all’ordine, si corre il rischio di diventare “franchi tiratori” o, al contrario, “pensionati”.

Infine padre Tasca ha sottolineato l’importanza della dimensione spirituale nel pensiero di Bergoglio, un spiritualità che significa ricerca costante del volto di Cristo. A tal proposito, padre Tasca ha citato un’espressione del Card. Maradiaga, secondo il quale, “quando stai con Bergoglio, sembra che conosca Dio Padre personalmente”.

Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes, ha riflettuto sulla leadership di Papa Francesco, tutta centrata sulla sua visione ecclesiologica caratterizzata dalla missionarietà, da una visione non clericale e non autoreferenziale.

Mauro Magatti, sociologo e docente presso l’università del Sacro Cuore, ha legato il successo di Papa Francesco al fatto che egli risponde a interrogativi moderni come quelli sul rapporto fra libertà ed autorità, affermandosi come un leader che guida senza opprimere.

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Oggi 4 dicembre, giorno in cui la chiesa festeggia San Giovanni Damasceno, si costituisce l’omonima “Compagnia di San Giovanni Damasceno“, un punto di ritrovo virtuale su facebook per tutti coloro che sono interessati a diffondere la fede attraverso l’arte.

Il gruppo raccoglia già 150 persone. Ci sono sacerdoti che realizzano dipinti e sculture, catechisti che annunciano il vangelo attraverso le opere d’arte, insegnanti di religione che durante le loro lezioni usano le riproduzioni di quadri, autori che scrivono libri di arte sacra, guide che accompagnano fedeli e turisti nei musei diocesani, parroci che organizzano visite in alcune chiese che hanno non solo un’interesse religioso, ma anche storico e artistico.

Spesso, tutte queste persone, non per propria volontà, si trovano sole nel portare avanti le loro lodevoli attività. Davanti a questa varietà di esperienze ci si è domandato: “Perché non fare qualcosa per aggregare quanti sono accomunati dallo stesso interesse per la fede e per l’arte?”.

Ed ecco che è nata, in modo spontaneo e dal basso, questa nuova realtà. Quando si è trattato di scegliere il nome, la mente si è subito indirizzata verso San Giovanni Damasceno, il teologo dell’immagine che, primo fra tutti, ha elaborato un pensiero sistematico sul ruolo dell’arte all’interno della religione cristiana.

Ma che cosa faranno concretamente coloro che entreranno in questo gruppo facebook? In maniera molto semplice, condivideranno su questa piazza virtuale articoli, schede bibliografiche, link, foto, video sui temi che sono di comune interesse, in maniera tale che tutti si possano arricchire dell’esperienza altrui.

Fanno già parte della Compagnia nomi importanti come Rodolfo Papa, docente di Storia delle teorie estetiche presso la Pontificia Università Urbaniana, artista, storico dell’arte e Accademico Ordinario Pontificio e Don Gianluca Busi, iconografo e membro della commissione per l’arte sacra della Diocesi di Bologna che hanno già condiviso nel gruppo i loro significativi contributi.

Se anche tu sei interessato all’arte sacra, che aspetti!? Basta cliccare sul gruppo “Compagnia di San Giovanni Damasceno” e iscriversi al gruppo!

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San Giovanni Damasceno, l’ultimo padre della Chiesa vissuto in oriente a cavallo fra il VII e l’VIII secolo ha elaborato una particolare teologia dell’immagine che costituirà l’impalcatura per le definizioni dogmatiche sulla liceità delle immagini durante il VII concilio ecumenico tenutosi a Nicea nel 787. Questa visione teologica finirà per essere una peculiarità del cristianesimo.

Il Damasceno è nato nella Siria occupata dall’islam, una religione aniconica, e ha sviluppato le sue riflessioni durante la lotta iconoclasta voluta dall’Imperatore di Costantinopoli Leone III Isaurico. Dunque, da un punto di vista storico, è sorprendente come egli sia riuscito a maturare una visione dell’immagine in un clima culturale così ostile.

Innanzitutto per il Damasceno l’immagine è qualcosa di voluto da Dio sin dalla Creazione, poiché egli stesso “è stato il primo che ha fatto un’immagine ed ha mostrato delle immagini. Infatti egli ha creato l’uomo secondo la sua immagine”.

Ma se Dio si fosse limitato a ciò e fosse rimasto nelle altezze dei cieli, per noi sarebbe stato impossibile rappresentarlo. San Giovanni Damasceno infatti si chiede: “Come sarà raffigurato l’invisibile? Come sarà ritratto ciò che è senza figura? Come sarà delineato ciò che non ha quantità, né grandezza, né limiti?”.

È solo grazie al Mistero dell’Incarnazione che il divino si può rappresentare e ciò che per sua natura è invisibile diventa visibile. Scrive infatti il nostro: “Invece, è chiaro che, quando tu abbia visto che colui che è incorporeo è diventato un uomo a causa tua, allora farai l’immagine della sua forma umana… ed esporrai alla vista colui che ha accettato di essere visto”.

Per San Giovanni Damasceno le immagini di Cristo che noi produciamo ci consentono di continuare l’esperienza che fecero gli apostoli e i discepoli, infatti essi “videro corporalmente il Cristo, le sue sofferenze e i suoi miracoli, ed udirono le sue parole: anche noi desideriamo vedere e udire. Quelli videro faccia a faccia, poiché egli era presente corporalmente. Ma noi, poiché egli non è presente corporalmente, attraverso i libri udiamo le sue parole e attraverso la pittura delle immagini, contempliamo l’effigie della sua figura corporea”.

Il binomio parola-immagine ci permette di entrare in comunione con Cristo che ha scelto proprio la via dell’incarnazione per donarsi all’uomo: “Come attraverso le parole sensibili noi udiamo con orecchie corporee e pensiamo le cose spirituali, così attraverso la visione corporea ci eleviamo alla visione spirituale. Per questo il Cristo assunse corpo ed anima e cioè perché l’uomo ha corpo ed anima”.

Così concepito, il rapporto con Dio non è un vago spiritualismo. Anzi il Damasceno si sente in dovere di rimproverare che si avvicina al Dio cristiano soltanto attraverso l’anima: “Se tu dici che bisogna accostarsi a Dio soltanto con la mente, allora elimina tutte le cose materiali, le lampade, l’incenso profumato, la stessa preghiera espressa attraverso la voce, gli stessi sacramenti divini che sono compiuti con la materia, pane, il vino, l’olio dell’unzione, la figura della croce”.

Se rappresentiamo Cristo, possiamo rappresentare anche tutti quelli che lo hanno seguito. Scrive infatti San Giovanni: “Se gli amici di Cristo sono destinati ad essere eredi di Dio, coeredi di Cristo e partecipi della gloria e del regno di Dio, come essi possono non essere compartecipi della sua gloria sulla terra?”.

Grazie a queste premesse logiche e teologiche, sia in oriente che in occidente, si assisterà a un’incredibile sviluppo delle arti figurative. Ma nelle vicende di San Giovanni Damasceno non è da trascurare il suo rapporto con il potere politico, verso il quale ha sviluppato un atteggiamento simile a quello che fu dei martiri.

Egli, da una parte, voleva rispettare l’autorità civile dell’imperatore, dall’altra, rivendicava la propria libertà nelle cose di Dio e si rivols a Leone III Isaurico con queste parole: “Ora noi siamo sottoposti a te negli affari della vita materiale, nei tributi, nelle imposte, nei commerci, per i quali a te è stato affidato il potere su di noi. Ma nell’ordinamento ecclesiastico noi abbiamo i pastori che ci hanno annunziato la parola e hanno posto il loro sigillo alla legge ecclesiastica”.

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Nel transetto di sinistra riposano le spoglie mortali di Ignazio di Loyola. Esse giacciono in un’urna realizzata da Alessandro Algardi. La tomba è inserita in un contesto monumentale realizzato dal gesuita Andrea Pozzo fra il 1695 e il 1699. In alto vediamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che vegliano sul mondo, una grande sfera marmorea interamente ricoperta di lapislazzuli.

Poco sotto possiamo vedere due angeli che sorreggono lo scudo con lo stemma dei gesuiti. La grande nicchia contiene la statua in oro e argento di Sant’Ignazio, rivestito da una preziosa pianeta. La statua è “nascosta” da una tela del Pozzo che raffigura Gesù Cristo nell’atto di donare a Sant’Ignazio il vessillo della Compagnia. Un angelo mostra il libro dei vangeli a quattro personaggi, che rappresentano altrettanti continenti raggiunti dall’opera di evangelizzazione dei gesuiti.

Tutti i giorni alle ore 17.00 è possibile essere spettatori di uno straordinario “gioco” : la pala, attraverso un particolare meccanismo, viene fatta scendere e mostra la statua del santo che viene illuminata, insieme a tutto il resto della chiesa.

Sulla sinistra osserviamo un gruppo scultoreo che simboleggia il trionfo della fede sull’idolatria, opera di G. B. Théodon. La Fede, rappresentata come una donna con il calice e l’ostia, sovrasta un re pagano, al seguito del quale c’è l’idolatria. Sulla destra invece, un altro gruppo scultoreo mostra la fede, una donna con la croce in mano, che sconfigge l’eresia, opera di Pierre Le Gros.

Sia la tela del Pozzo che i due gruppi scultorei mettono in mostra la spiritualità militante di Ignazio e dei suoi figli spirituali che concepiscono la vita come una battaglia, ovviamente combattuta senza armi, per rendere maggior gloria a Dio.

Sopra la composizione del Théodon possiamo vedere una pala marmorea raffigurante l’approvazione della Compagnia di Gesù da parte di Papa Paolo III, mentre sopra quella di Le Gros, un’altra pala marmorea rappresenta Gregorio XV che canonizza Ignazio e Francesco Saverio.

Nel transetto di destra troviamo un’altra opera monumentale, realizzata su disegno di Pietro da Cortona, che accoglie la reliquia del braccio di San Francesco Saverio, collocata proprio sopra l’altare. Il grande quadro che sovrasta l’altare, opera di Carlo Maratta, rappresenta la morte di Francesco Saverio. Il Santo è raffigurato ancora nella spezzatura del timpano curvilineo mentre su una nuvola ascende verso il cielo accompagnato da molti angeli.

La parte alta del transetto è decorata da scene della vita di Francesco Saverio come il battesimo di una principessa pagana e l’episodio nel quale un granchio riporta al Santo un crocifisso che aveva perso nel mare.

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