Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: novembre 2014

ROMA – Giovedì 27 novembre, presso la libreria Feltrinelli sita in via Appia Nuova è stato presentato dallo stesso autore “I tre giorni di Pompei”, ultima fatica di Alberto Angela, che è possibile acquistare in tutte le librerie a partire da mercoledì scorso.

In una sala gremita, il noto conduttore ha esordito dicendo che questo è il libro che avrebbe sempre voluto scrivere e che è il frutto di più di 20 anni di studi e ricerche condotti sul posto. Il volume non è una monografia di singoli aspetti di Pompei, ma, per quanto possibile, cerca di comporre un collage di tutta la città.

Uno degli intenti dell’opera è quello di sfatare molti i luoghi comuni sulla fine di Pompei, che sono stati in parte alimentati da alcuni colossal. Tanto per iniziare, gli abitanti di Pompei, e delle altre città che vennero distrutte insieme ad essa, non vedevano il Vesuvio come noi oggi lo vediamo e che, nella sua conformazione, è proprio il frutto di ciò che accadde nel 79 d.C.

A proposito della data, secondo l’autore, i tragici fatti di Pompei non avvennero il 24 agosto, ma due mesi più tardi, poiché durante gli scavi archeologici sono stati rinvenuti cibi che venivano consumati in autunno come castagne, noci edatteri. Inoltre i corpi delle persone ritrovate erano avvolti da vestiti pesanti. La data del 24 agosto è probabilmente frutto di un errore di trascrizione dei più antichi documenti legati a questa vicenda.

Secondo Alberto Angela anche il mito della fiorente città è da rivedere. Infatti Pompei era già stata violentemente colpita da un terremoto nel 62 d.C., i ricchi si erano trasferiti e avevano lasciato le proprie case ai liberti. Da un punto di vista economico, il vino prodotto a Pompei aveva perso in importanza a favore di quello prodotto nelle Gallie (anche allora c’era la rivalità fra vini francesi e italiani!).

Nell’immaginario comune si pensa che la città sia stata distrutta dalla lava, in realtà non fu così. Pompei fu sommersa da lapilli e pezzi di pietra pomice che si riversarono in abbondanza sulla città a seguito di una grande esplosione avvenuta attorno alle tredici del 24 ottobre. Pompei venne investita da una valanga di gas spinta a una velocità di circa 150 km/h, la temperatura raggiunse i 500 gradi e la potenza dell’esplosione fu pari a quella di 50.000 bombe atomiche gettate su Hiroshima.

Si calcola che nei territori interessati circa 20.000 persone persero la vita, di cui 12.000 a Pompei e 4.000 a Ercolano. Pompei, proprio per quella fase di decadenza di cui si accennava prima, non venne mai ricostruita.

Ma il libro non parla solo di morte. Piero Angela si è sforzato di ricostruire quella che era la vita di una città di 2000 anni fa, tragicamente conservata dalla calamità che la distrusse.

La ricchezza delle notizie è accompagnata dallo stile divulgativo che contraddistingue l’attività professionale dell’autore.

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Fra le cappelle laterali, vorremmo soffermarci su quella della Passione, decorata da Gaspare Celio su disegno del gesuita Giuseppe Valeriani. Essa costituisce una singolare meditazione sulla Passione di Cristo.

All’ingresso della cappella troviamo i profeti Isaia e Zaccaria che ci invitano ad entrare e a contemplare il Mistero della Passione. Sotto al primo profeta leggiamo il passo Is 30,20: “Erunt oculi tui videntes preceptorem tuum” (=i tuoi occhi vedranno il tuo maestro). Con questa frase il fedele è invitato a seguire Gesù. Sotto all’altro profeta leggiamo invece il passo Zc 12,10: “Viderunt in quem transfixerunt” (= volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto).

Nell’intradosso dell’arco che ci introduce alla cappella, possiamo vedere molte scene dell’Antico Testamento che, in un modo o nell’altro, prefigurano la croce. Adamo ed Eva colgono il frutto dall’albero proibito: come per mezzo dell’albero della conoscenza del bene e del male è venuta nel mondo la morte, così per mezzo della croce è venuta la vita.

Segue poi la scena del sacrificio di Isacco: come nell’Antico Testamento Abramo offrì in sacrificio suo figlio, così nel Nuovo Testamento Dio Padre offre suo figlio Gesù sulla croce per la salvezza del mondo. Ancora sul tema del sacrificio si sofferma un’altra immagine che descrive il sacrificio di Noè dopo il diluvio universale.

Infine un episodio dell’esodo prefigura la croce come segno di speranza: si tratta del bastone con un serpente di bronzo che Mosè innalzò nel deserto e donò vita a tutti quelli che si rivolgevano verso di esso. Allo stesso modo oggi chi guarda la croce è salvo.

Nella cappella inizia poi un vero e proprio racconto della Passione di Cristo per immagini. L’agonia di Gesù, raffigurata nella lunetta di destra, inizia nell’orto degli ulivi, dove il Signore prega e suda sangue. Lo viene a confortare un angelo, mentre Pietro, Giacomo e Giovanni si sono addormentati. Nella lunetta di fronte, Gesù viene arrestato dai soldati mentre è baciato da Giuda, il traditore.

Quattro tele ripercorrono ulteriormente le sofferenze e le umiliazioni subite da Gesù. Nella prima il Cristo viene bendato. Sotto possiamo leggere il passo Lc 22,64: “Et velaverunt eum et percutiebant faciem eius” (= lo bendarono e percuotevano il suo volto).

Nella seconda tela il Cristo è pronto per essere flagellato alla colonna. Sotto possiamo leggere il passo Gv 19,1. “Tunc ergo apprehendit Pilatus Iesum et flagellavit” (= dunque Pilato prese Gesù e lo fece flagellare).

Nella terza tela il Cristo è vestito con una tunica rossa. Sotto possiamo leggere il passo Mt 27,28: “Clamidem coccineam circumdederunt ei” (= gli misero addosso un manto scarlatto).

Nella quarta tela vediamo Gesù vestito di bianco. Sotto possiamo leggere il passo Lc 23,11. “Sprevit autem illum Herodes et illusit indutum veste alba” (= allora Erode lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì con una splendida veste bianca).

Due grandi affreschi descrivono poi le ultime ore di vita di Gesù: a sinistra possiamo vedere la salita di Gesù verso il Calvario, mentre a destra Gesù viene crocifisso. Sulla pala dell’altare possiamo ammirare la scena della deposizione: il corpo esanime di Gesù viene tolto dalla croce.

Nella volta della cappella possiamo infine vedere gli strumenti che sono stati adoperati per uccidere Gesù portati in gloria da una moltitudine di angeli: la croce, la lancia, la canna con la spugna, i tre chiodi e la corona di spine.

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Dopo averla intervistata la settimana scorsa, torniamo a parlare con la Dott.ssa Martina Pastorelli, fondatrice di Catholic Voice Italia e curatrice del volume “Come difendere la fede senza alzare la voce”. Questa volta tratteremo con lei alcuni temi specifici del libro, in particolare quello del ruolo pubblico della Chiesa.

“Ah va bene, tu la pensi così perché sei cattolico”. Quante volte ce lo siamo sentiti dire, come se fossimo cittadini di serie B o, mi passi l’espressione, dei “minus habens”! Quali sono secondo lei le radici “culturali” di questo snobbismo verso le posizioni dei cattolici?

Le ragioni di questo atteggiamento sono molteplici: forse la più recente è legata alla tendenza di confinare la religione a un qualcosa di meramente privato, soggettivo, il che porta a non riconoscere, come bene per me, il sentimento dell’altro.

Poi gioca certamente il fatto che l’unica forma di sapienza accettata sembra essere quella derivante dal pensiero scientifico, per cui tutto viene ridotto a fattore matematico e nulla si può dire su valori come l’amore, la giustizia, la rettitudine, ecc.

Causa non ultima è la grande misconoscenza delle verità della fede cattolica, che contribuisce notevolmente all’indifferenza e al sospetto verso la Chiesa e i suoi insegnamenti.

Per questo un lavoro di reframing – come quello proposto da Catholic Voices – per vincere i pregiudizi comunicando la bellezza autentica del messaggio cristiano, è indispensabile per riaprire il canale di ascolto da parte dell’altro.

Il punto è che la democrazia moderna deve essere aperta all’universalità di quei contributi che la possano aiutare a creare una società dove la ricchezza del singolo possa essere espressa per il bene di tutta la comunità. Ecco perchè il cattolico può reclamare molto serenamente un ruolo di primo piano nel dibattito politico pubblico.

A pag. 23 leggiamo: “la gente è contraria a una interferenza della Chiesa su ciò che preferirebbe venisse tralasciato, e a favore di una interferenza della Chiesa su ciò che invece vorrebbe venisse affrontato”. Secondo lei cosa si può fare per evitare queste critiche di comodo, e a corrente alternata, in modo tale che la voce dei cattolici ritrovi piena cittadinanza nel dibattito pubblico?

Invitiamo a riflettere su come la Chiesa sia regolarmente accusata di essere ora troppo di sinistra, addirittura progressista (quando difende poveri e immigrati, ad esempio) ora troppo di destra, reazionaria e conservatrice (quando promuove la famiglia naturale o si oppone all’aborto).

Richiamare l’attenzione su questa contraddizione evidente aiuta a capire come in realtà stiamo parlando delle nostre aspettative, anzichè di una effettiva interferenza della Chiesa.

Quanto a far sentire la voce dei cattolici, si tratta di fare appello – molto semplicemente – alla libertà di espressione, ricordando che la Chiesa vuole tenere ben distinte – seppure in dialogo – la sfera religiosa da quella politica.

Qui non si tratta di voler imporre una visione religiosa nella vita pubblica, ma di bilanciare le libertà in una moderna società pluralista, garantendo ai cattolici il diritto di manifestare le proprie convinzioni ed il proprio credo.

Portiamo le persone a chiedersi: una società che vi si appella così spesso, non vorrà mica, in nome della tolleranza, abolire la tolleranza stessa?

A mio avviso un altro spunto molto interessante si trova a pagina 25 dove si può leggere: “La non negoziabilità di certi principi non deriva perciò dalla incapacità dei cattolici al dialogo democratico, ma dal fatto che, negoziandoli, il bene comune si trasformerebbe nel minor male comune”. Può commentare questa affermazione?

Ciò che va fatto notare è che negoziare certi principi equivale di fatto a negoziare la persona, che viene “consegnata” nelle mani di altri, che ne disporranno.

Quei principi chiamati non negoziabili sono le garanzie che non permettono alla società di disumanizzarsi: difendendoli non si nega il dialogo democratico ma lo si eleva, mostrando che essi sono l’unica vera difesa dellla dignità della persona da ogni forma di potere arrogante.

La loro negazione impedisce il progresso morale di una nazione, che si vedrà continuamente costretta a legiferare per limitare i danni e i mali derivanti dall’aver negoziato su quei principi. E ciò che sta già avvenendo, tra l’altro.

A pag. 31 viene citato il bel libro di G. Rusconi “L’impegno” nel quale l’autore dà un’analisi dettagliata di come la Chiesa accompagni la società nella vita di ogni giorno. Secondo lei, quanto è importante far entrare nel dibattito pubblico il concreto contributo che la Chiesa offre?

La Chiesa cattolica è la seconda struttura internazionale di pianificazione e sviluppo dopo le Nazioni Unite, e la seconda agenzia umanitaria dopo la Croce Rossa: è bene ricordarlo a chi chiede di relegare la religione ad un fatto privato o a chi parla della Chiesa come di un corpo estraneo alla dinamica della società, distante dai problemi reali e concreti.

Al contrario, anche in Italia, il contributo pubblico offerto della Chiesa è diventato imprescindibile, specialmente in momenti di crisi economica come quello che stiamo vivendo, basti pensare al punto di riferimento rappresentato dalle mense ecclesiali (persino nelle città più “ricche” della penisola) o all’impegno nella lotta alle nuove povertà con iniziative di vario tipo (empori solidali, erogazione di micro-crediti, fondi di solidarietà). Questa è una presenza concreta e preziosissima, che è sotto gli occhi di tutti.

Anche qui, secondo me, è importante fare appello al buon senso e alla giusta misura: conviene davvero impuntarsi per un’esenzione – penso all’IMU – di cui peraltro beneficia tutto il mondo no profit, o vogliamo guardare a tutti i campi in cui la Chiesa supplisce concretamente alle carenze dello Stato sociale?

Far notare questo non è irrilevante, perchè dal riconoscimento del suo contributo pratico e morale alla società, scaturisce anche il diritto della Chiesa di far sentire la sua voce nel Paese in occasione delle grandi battaglie politiche per il bene comune.

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La chiesa del Gesù si trova nel pieno centro di Roma e rappresenta a livello architettonico il cuore della spiritualità gesuita. Il tempio infatti fu voluto dallo stesso fondatore della Compagnia di Gesù, Ignazio di Loyola, che nel fra la fine del 1550 e l’inizio del 1551 vide la posa della prima pietra. Vari architetti misero mano al progetto, ma gli interventi più importanti si devono al Vignola e a Giacomo della Porta.

La struttura della chiesa è quella tipica degli edifici religiosi costruiti nel periodo della Riforma Cattolica: la chiesa ha una pianta a croce latina; un’unica navata, tale da favorire il raccoglimento e la concentrazione durante le sacre funzioni; sei cappelle laterali, tre a destra e tre a sinistra; e una cupola.

Si accede alla chiesa per mezzo di tre porte. Sopra quella centrale è possibile vedere il simbolo della Compagnia di Gesù, che è composto dalle lettere JHS (le prime lettere del nome di Gesù in greco), da una croce sopra la H e dai tre chiodi della croce sotto di essa. Sopra le porte laterali troviamo invece le statue di Sant’Ignazio, a sinistra, e di San Francesco Saverio, a destra.

Sulla trabeazione leggiamo la scritta “Alexander Cardinalis Farnesius S.R.E. vicecanc fecit MDLXXV (=Il Cardinale Alessandro Farnese, vicecancelliere di Santa Romana Chiesa, fece costruire nell’anno 1575). Il Card. Farnese infatti fu munifico donatore verso la Chiesa del Gesù.

Portandoci all’interno della chiesa, possiamo subito ammirare uno dei massimi capolavori di Giovan Battista Gaulli: il trionfo del nome di Gesù. Il monogramma di Gesù (JHS) è adorato da una moltitudine di angeli e di santi. Fra questi possiamo notare Ignazio con i paramenti liturgici, sulla destra, e i magi, sulla sinistra.

Tutta la composizione è ispirata al verso paolino “perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (cfr. Fil 2,10-11) che è possibile leggere su un cartiglio tenuto da alcuni angeli. Infatti le figure, disposte dentro la cornice, su di essa e fuori, rispecchiano proprio la tripartizione del citato passo biblico.

I Gesuiti volevano che la loro chiesa rispondesse a criteri di funzionalità e per questo dotarono la navata di un pulpito. Avrebbero anche voluto un soffitto piatto, in modo tale da poter propagare meglio la voce del predicatore, ma in questo non furono assecondati dal pur generoso cardinale Farnese il quale preferiva una volta a botte, come quella che appunto oggi possiamo ammirare.

Spostando ora la nostra attenzione verso il presbiterio, possiamo concentrarci sulla pala dell’altare maggiore. Essa è opera del pittore romano Alessandro Capalti che ha raffigurato l’episidio della circoncisione di Gesù. Come sappiamo, durante questo rito, che avveniva otto giorni dopo la nascita, veniva dato anche il nome, in questo caso “il nome di Gesù” al quale è dedicata la chiesa. La tela, attraverso un ingegnoso meccanismo, si può abbassare e mostrare la statua del Sacro Cuore.

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ROMA – Giovedì 20 novembre alle 16.30 presso la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura – Seraphicum avverrà la cerimonia di premiazione del “Premio De Carli”, promosso dall’Associazione Culturale Giuseppe De Carli – Per l’informazione religiosa. Nell’ambito della manifestazione, verrà presentato il volume “Dio è comunicazione per eccellenza. Giuseppe De Carli professionista a servizio della verità” edito dalle Edizioni Santa Croce.

Per conoscere meglio l’associazione, il premio e il libro, abbiamo intervistato la Dott.ssa Elisabetta Lo Iacono, Presidente dell’Associazione e docente di Mass media presso la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura Seraphicum, e il Dott. Giovanni Tridente, Professore Incaricato di “Etica Informativa” ed “Analisi e Pratica dell’informazione” presso la Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce, che hanno curato il volume presentato.

Dott.ssa Lo Iacono, come é nata l’Associazione Culturale Giuseppe De Carli e il premio ad essa collegato?

L’associazione è nata nel gennaio del 2012 con lo scopo di ricordare la grande figura umana e professionale di Giuseppe De Carli, ma anche con la volontà di fare tesoro dei suoi insegnamenti e, in particolare, di tenere viva questa eredità soprattutto a favore dei più giovani verso i quali indirizzava sempre la sua attenzione e fiducia, atteggiamento non così comune nell’ambiente giornalistico.

Valutando le iniziative da promuovere per il perseguimento di questi obiettivi, abbiamo pensato all’opportunità di creare un Premio che mettesse in luce quei lavori, nell’ambito dell’informazione religiosa, realizzati secondo quella professionalità e sensibilità che caratterizzavano l’operato di De Carli. Quest’anno, peraltro, abbiamo ampliato il numero dei premiati, un modo per portare alla ribalta un maggior numero di lavori: i primi tre delle categorie testi scritti, filmati e giovani.

La cerimonia di premiazione, inoltre, rappresenta anche un’occasione di dibattito e riflessione su questo particolare ambito dell’informazione, attraverso il coinvolgimento di personalità del mondo ecclesiastico e del giornalismo, per creare un terreno di confronto utile a un crescente dialogo e collaborazione ai fini di un’adeguata comprensione e trasmissione degli eventi ecclesiali che, come ci ricorda papa Francesco, necessitano di una particolare ermeneutica.

Può presentare ai nostri lettori il volume “Dio è comunicazione per eccellenza”?

L’intenso dibattito sviluppato nel corso della cerimonia dell’anno scorso, attorno allo stato dell’informazione religiosa, ci ha fatto pensare a una pubblicazione che ne raccogliesse gli atti, rappresentando di fatto una dettagliata testimonianza su questo primo evento: da coloro che hanno portato il proprio saluto ricordando De Carli agli ospiti della tavola rotonda, dai vincitori alle immagini che raccontano i momenti salienti ed emozionanti della giornata.

Ovviamente non manca una parte introduttiva sull’Associazione, i suoi obiettivi, la biografia di De Carli per conoscerne a fondo la figura, così come la bibliografia.

Degna di interesse anche l’appendice che riporta le relazioni della giornata di studio, organizzata lo scorso giugno con la Pontificia Università della Santa Croce, sul tema “I viaggi dei Papi: tra diplomazia e comunicazione”, con le relazioni di mons. Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario di papa Ratzinger, e di Marco Tosatti, Vaticanista di La Stampa-Vatican Insider.

Una pubblicazione che, senza troppe pretese, punta a documentare il primo passo importante di questa Associazione, su un percorso che abbiamo intrapreso in ricordo e come omaggio a Giuseppe De Carli, ma anche a servizio dell’informazione religiosa, un ambito nel quale, da cattolici e operatori dei media, crediamo fortemente.

Dott. Tridente, perché avete dato al volume questo titolo?

“Dio è comunicazione per eccellenza” era una delle consapevolezze a cui era giunto Giuseppe De Carli nel corso della sua carriera. Tra l’altro, oltre alla preparazione in Filosofia, aveva deciso di conseguire un baccellierato proprio in Teologia. Giuseppe era convinto che per essere un buon informatore di ciò che attiene alla sfera religiosa occorreva innanzitutto formarsi, acquisire la preparazione adeguata per fornire un servizio utile, chiaro e soprattutto veritiero.

Dire che “Dio è comunicazione per eccellenza” significa anche tracciare l’orizzonte verso cui un comunicatore cattolico deve tendere: essere in un certo senso all’altezza di questa professione e svolgere un compito di “eccellenza”, per assomigliare quanto più possibile a Dio, in quanto trasmettitore di verità.

Se Dio è comunicazione per eccellenza, chi è il giornalista?

Il giornalista ha un compito arduo ed è quello di servire la verità. Molte volte questa verità non è facilmente raggiungibile, risulta annebbiata, difficile da far emergere per tante ragioni. A questa verità appartengono anche le questioni di fede. In questo, però, l’informatore religioso non farà della facile partigianeria, ma si sforzerà di utilizzare tutti i mezzi a disposizione per portare ad altri la ricchezza che caratterizza queste acquisizioni.

Tra i mezzi utili, come dicevamo, c’è innanzitutto la formazione, che richiede la consapevolezza umile dei propri limiti e tanta voglia di mettersi in gioco ogni giorno. Soltanto in questo modo, ciò che apparentemente è solo una professione si converte in un servizio disinteressato a favore dei propri lettori, ascoltatori e spettatori.

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Nell’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica” che uscirà sabato 15 novembre, il gesuita Mario Imperatori dedica un’ampia riflessione sul rapporto esistente fra il Papa, Vescovo di Roma, e la chiesa universale, alla luce delle diverse sensibilità ecclesiologiche della chiesa cattolica e di quella ortodossa. Mentre per la chiesa cattolica si può parlare di un modello improntato alla «centralizzazione romana», per quella ortodossa si può parlare di una «tentazione nazionalista». Questi due approcci hanno luci ed ombre che sono messi in evidenza dall’autore.

Per Imperatori “con «centralizzazione romana» intendiamo qui il modo con il quale il primato petrino è stato concretamente esercitato in Occidente a partire dalla fine della lotta delle investiture, culminate nel Dictatus Papae di Gregorio VII”.

Il religioso spiega che la «centralizzazione romana» ha permesso alla chiesa cattolica “la liberazione dall’abbraccio soffocante del potere politico in nome della libertas Ecclesiae. Il che, sotto il regime di cristianità, ha evitato alla Chiesa occidentale di soccombere al cesaropapismo, mentre durante la modernità essa ha potuto evitare di venir infeudata prima allo Stato moderno, e poi al nazionalismo.

Però dall’altra parte, prosegue l’autore, la «centralizzazione romana» ha avuto un ruolo frenante “rispetto ai tentativi di riforma cattolica durante i secoli XV-XVI, e quello scatenante rispetto all’allontanamento del mondo tedesco dalla Chiesa, culminato nel dramma della riforma luterana”, inoltre “esso ha anche contribuito non poco a oscurare il ruolo istituzionale dei vescovi, indubbiamente centrale nel corso del primo millennio e di fondamentale importanza dal punto di vista teologico”.

A porre rimedio a questi limiti è intervenuto il Concilio Vaticano II che “ha svolto una cruciale funzione teologica riequilibratrice. E lo ha fatto cercando di integrare il primato definito dal Vaticano I all’interno di una più ampia teologia del ministero episcopale, che lo stesso Vaticano I non aveva potuto sviluppare, e tutta centrata sull’affermazione del carattere sacramentale dell’ordinazione episcopale e sull’esistenza del Collegio dei vescovi”.

Padre Imperatori passa poi a considerare l’approccio ortodosso spiegando che “con «tentazione nazionalista» intendiamo qui una diffusa modalità di esercizio del ministero episcopale presente negli ultimi due secoli del secondo millennio in non poche Chiese ortodosse. Possiamo definirla come un adattamento, nel particolare contesto dello sviluppo dell’idea dello Stato nazionale moderno, del tradizionale cesaropapismo orientale, tale per cui una Chiesa particolare tende a restringere il proprio orizzonte cattolico identificandolo sempre più con quello di una cultura e di una nazione particolari”.

Questa «tentazione nazionalista» è stata però bilanciata da una “gestione” collegiale della chiesa grazie al Santo Sinodo che riunisce i vescovi locali della chiesa ortodossa e “questo ha contribuito non poco a mantenere viva, al di là di tutti i pur reali condizionamenti politici, la consapevolezza di una communio Ecclesiarum tendenzialmente universale, attutendo in questo modo le fin troppo reali derive nazionaliste nel corso della modernità”.

Alla luce di tutto ciò, l’autore si domanda se ci sia “un legame tra Roma e l’universalità teologica, cioè specificamente ecclesiale, che il suo vescovo è incaricato di rappresentare e di custodire” e individua questo elemento nelle “figure teologiche di Pietro e di Paolo: il primo, in quanto «apostolo dei circoncisi» (Gal 2,8); il secondo, in quanto gli fu «affidato il Vangelo per i non circoncisi» (Gal 2,7)” .

Secondo padre Imperatori, la peculiarità della chiesa romana sta nella sua universalità realizzata dalla comunione di ebrei e gentili “ed è ugualmente significativo il fatto che né Pietro né Paolo abbiano fondato questa comunità: ciò conferma che la loro importanza non è affatto legata alla fondazione storica della comunità romana, ma a quella teologica, rappresentata dalla missione che unisce indissolubilmente questi apostoli tra loro”.

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Portandoci ora nel transetto destro possiamo ammirare la sontuosa tomba di San Luigi Gonzaga. Quattro colonne tortili ornate da viticci, due a destra e due a sinistra, incorniciano la pala marmorea, opera di Pierre Le Gros, raffigurante il Santo portato in gloria da una moltitudine di angeli. Sotto l’altare si conserva la preziosa tomba di Luigi in oro e lapislazzuli, vegliata da due angeli che hanno in mano dei flagelli, simbolo delle mortificazioni alle quali il Gonzaga si sottoponeva. Si accede all’altare dopo aver varcato una balaustra sopra alla quale sono posizionati due angeli, opera del Ludovisi, che portano in mano dei gigli, simbolo della purezza di San Luigi. La realizzazione dell’intera opera si deve alla generosità del principe Scipione Lancellotti, il cui simbolo ricorre due volte sui basamenti delle colonne.

Sul lato opposto possiamo ammirare un’altra meravigliosa opera, realizzata sempre su disegno di Andrea Pozzo. La pala marmorea, opera di Filippo Valle, rappresenta l’annunciazione. L’Eterno Padre manda la colomba dello Spirito Santo sulla Vergine Maria dopo che questa ha detto il suo “Sì”. Gli angeli sulla balaustra sono opera di Pietro Bracci.

Se ora ci portiamo nuovamente nella navata centrale, possiamo ammirare i dipinti dell’abside. Nella calotta absidale possiamo vedere Sant’Ignazio librarsi mentre con sguardo compassionevole guarda alle umane miserie. Poco sotto a questo dipinto, vediamo un clipeo con la scritta “Ego Romae propitius ero” (=Io a Roma vi sarò propizio). Tale iscrizione si riferisce alla scena sottostante che rappresenta la visione de “La Storta”.

Racconta Ignazio nella sua Autobiografia che, trovandosi in una località a nord-est di Roma, La Storta appunto, Dio Padre gli fece intuire di averlo posto accanto a suo Figlio Gesù nell’opera di evangelizzazione e che a Roma sarebbe stato approvato l’ordine religioso che aveva fondato.
Sulla sinistra invece viene rappresentato Sant’Ignazio che manda Francesco Saverio in missione in Oriente, mentre a destra vediamo l’ingresso di San Francesco Borgia nella Compagnia di Gesù della quale diventerà terzo preposito generale dopo Ignazio e Diego Laìnez.

Se invece volgiamo lo sguardo sulla volta, possiamo vedere Ignazio che viene ferito da una palla di cannone durante l’assedio di Pamplona del 20 maggio 1521. Ignazio vede nel cielo San Pietro, vestito di giallo e di blu, con le chiavi del paradiso in mano: grazie alla sua intercessione guarirà il 29 giugno di quello stesso anno, abbandonerà le armi e diventerà un soldato di Cristo.

Spostiamoci ora nella cappella che si trova alla sinistra dell’altare. Vi troviamo il monumento funebre di Gregorio XV, ex studente del Collegio Romano e zio del Cardinale Ludovico Ludovisi, grazie al quale si deve la realizzazione di questa Chiesa. Anche il cardinale Ludovisi riposa qui. La sontuosa tomba è svelata da due angeli musicanti che lasciano vedere il Papa seduto sul trono in atto benedicente. L’imponente monumento, di scuola berniniana, si deve agli scultori Le Gros e Monnnot.

Camillo Rusconi ha realizzato in stucco le quattro virtù cardinali rappresentate da altrettante figure femminili presenti nelle nicchie. La Prudenza, che con uno specchio si guarda alle spalle, regge un serpente, che richiama il passo del Vangelo di Matteo dove l’evangelista scrive : “Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe (cfr Mt 16,16). La Temperanza sta mescolando l’acqua col vino. La Fortezza è rappresentata da una donna che ha uno scudo e una lancia e ai suoi piedi un leone. Infine la Giustizia è raffigurata come una donna che regge in mano una bilancia e ha ai suoi piedi un puttino che regge in mano un fascio littorio, simbolo che precedeva i magistrati nell’antica Roma.

Altre opere di Camillo Rusconi si possono ammirare nella cappella a destra dell’altare. Qui possiamo vedere una statua in gesso di Sant’Ignazio di Loyola che doveva fungere da modello per quella marmorea che ora si trova nella navata centrale della basilica di San Pietro. Possiamo inoltre vedere le virtù teologali nelle nicchie. La Speranza con l’ancora ai piedi, la Carità che allatta molti figli, la Fede col calice e la Religione con le tavole della legge, la bibbia e le chiavi del paradiso.

Ci si può domandare come mai siano state realizzate queste imponenti statue delle virtù e la risposta potrebbe essere abbastanza semplice. Uno dei compiti principali di un gesuita è quello di praticare la direzione spirituale invogliando il fedele ad essere virtuoso nella sua vita.

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Portandoci ora nel transetto destro possiamo ammirare la sontuosa tomba di San Luigi Gonzaga. Quattro colonne tortili ornate da viticci, due a destra e due a sinistra, incorniciano la pala marmorea, opera di Pierre Le Gros, raffigurante il Santo portato in gloria da una moltitudine di angeli. Sotto l’altare si conserva la preziosa tomba di Luigi in oro e lapislazzuli, vegliata da due angeli che hanno in mano dei flagelli, simbolo delle mortificazioni alle quali il Gonzaga si sottoponeva. Si accede all’altare dopo aver varcato una balaustra sopra alla quale sono posizionati due angeli, opera del Ludovisi, che portano in mano dei gigli, simbolo della purezza di San Luigi. La realizzazione dell’intera opera si deve alla generosità del principe Scipione Lancellotti, il cui simbolo ricorre due volte sui basamenti delle colonne.

Sul lato opposto possiamo ammirare un’altra meravigliosa opera, realizzata sempre su disegno di Andrea Pozzo. La pala marmorea, opera di Filippo Valle, rappresenta l’annunciazione. L’Eterno Padre manda la colomba dello Spirito Santo sulla Vergine Maria dopo che questa ha detto il suo “Sì”. Gli angeli sulla balaustra sono opera di Pietro Bracci.

Se ora ci portiamo nuovamente nella navata centrale, possiamo ammirare i dipinti dell’abside. Nella calotta absidale possiamo vedere Sant’Ignazio librarsi mentre con sguardo compassionevole guarda alle umane miserie. Poco sotto a questo dipinto, vediamo un clipeo con la scritta “Ego Romae propitius ero” (=Io a Roma vi sarò propizio). Tale iscrizione si riferisce alla scena sottostante che rappresenta la visione de “La Storta”.

Racconta Ignazio nella sua Autobiografia che, trovandosi in una località a nord-est di Roma, La Storta appunto, Dio Padre gli fece intuire di averlo posto accanto a suo Figlio Gesù nell’opera di evangelizzazione e che a Roma sarebbe stato approvato l’ordine religioso che aveva fondato.
Sulla sinistra invece viene rappresentato Sant’Ignazio che manda Francesco Saverio in missione in Oriente, mentre a destra vediamo l’ingresso di San Francesco Borgia nella Compagnia di Gesù della quale diventerà terzo preposito generale dopo Ignazio e Diego Laìnez.

Se invece volgiamo lo sguardo sulla volta, possiamo vedere Ignazio che viene ferito da una palla di cannone durante l’assedio di Pamplona del 20 maggio 1521. Ignazio vede nel cielo San Pietro, vestito di giallo e di blu, con le chiavi del paradiso in mano: grazie alla sua intercessione guarirà il 29 giugno di quello stesso anno, abbandonerà le armi e diventerà un soldato di Cristo.

Spostiamoci ora nella cappella che si trova alla sinistra dell’altare. Vi troviamo il monumento funebre di Gregorio XV, ex studente del Collegio Romano e zio del Cardinale Ludovico Ludovisi, grazie al quale si deve la realizzazione di questa Chiesa. Anche il cardinale Ludovisi riposa qui. La sontuosa tomba è svelata da due angeli musicanti che lasciano vedere il Papa seduto sul trono in atto benedicente. L’imponente monumento, di scuola berniniana, si deve agli scultori Le Gros e Monnnot.

Camillo Rusconi ha realizzato in stucco le quattro virtù cardinali rappresentate da altrettante figure femminili presenti nelle nicchie. La Prudenza, che con uno specchio si guarda alle spalle, regge un serpente, che richiama il passo del Vangelo di Matteo dove l’evangelista scrive : “Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe (cfr Mt 16,16). La Temperanza sta mescolando l’acqua col vino. La Fortezza è rappresentata da una donna che ha uno scudo e una lancia e ai suoi piedi un leone. Infine la Giustizia è raffigurata come una donna che regge in mano una bilancia e ha ai suoi piedi un puttino che regge in mano un fascio littorio, simbolo che precedeva i magistrati nell’antica Roma.

Altre opere di Camillo Rusconi si possono ammirare nella cappella a destra dell’altare. Qui possiamo vedere una statua in gesso di Sant’Ignazio di Loyola che doveva fungere da modello per quella marmorea che ora si trova nella navata centrale della basilica di San Pietro. Possiamo inoltre vedere le virtù teologali nelle nicchie. La Speranza con l’ancora ai piedi, la Carità che allatta molti figli, la Fede col calice e la Religione con le tavole della legge, la bibbia e le chiavi del paradiso.

Ci si può domandare come mai siano state realizzate queste imponenti statue delle virtù e la risposta potrebbe essere abbastanza semplice. Uno dei compiti principali di un gesuita è quello di praticare la direzione spirituale invogliando il fedele ad essere virtuoso nella sua vita.

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Il viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI nel Regno Unito che si svolse nel settembre 2010 fu preceduto da non poche polemiche, sia nelle piazze che sui media. Per quanto possa essere paradossale, in una cultura che si vanta delle proprie aperture, sembrava non esserci spazio per il capo della Chiesa Cattolica.

In questo contesto, Austen Ivereigh e Jack Valero, due cattolici che operano nel mondo della comunicazione, non si persero d’animo, raggrupparono una trentina di “ordinary catholics”, che in 6 mesi di Media Training trasformarono in capaci comunicatori della propria fede sui temi più scottanti dell’attualità. Fu un successo: le “voci cattoliche”, formate per trasmettere nel modo più efficace il messaggio cristiano attraverso i media, diedero oltre 100 interviste radio/tv, contribuendo a migliorare in modo significativo l’immagine della Chiesa nel Regno Unito.

Nasceva così Catholic Voices che nel corso di questi quattro anni si è estesa in ben 15 paesi. Fra questi, da poco, c’è anche l’Italia. Per conoscere meglio questa realtà abbiamo intervistato Martina Pastorelli, fondatrice di Catholic Voices Italia e curatrice del libro che ne spiega il metodo, intitolato “Come difendere la fede senza alzare la voce” (ed. Lindau).

Perché Catholic Voices Italia?

Tutto nasce da un’esperienza molto personale. Sposata con un non credente e circondata da amici di impronta liberal, mi sono trovata sempre più spesso chiamata in causa per la mia fede, quasi a dover “giustificare” certe posizioni della Chiesa. All’inizio erano confronti animati, da cui uscivo scoraggiata e sentendomi non capita, poi un bel giorno la reazione cambia e mi sento dire: “E’ così che quelli come voi riusciranno a portare dalla vostra parte, su certi temi, quelli come noi”. Cos’era successo? Che nel frattempo mi ero imbattuta in Catholic Voices e ne avevo applicato il metodo, che spiega come il linguaggio e il modo con cui ci si pone facciano la differenza. Si tratti della pausa caffè al bar coi colleghi piuttosto che di un dibattito pubblico, il cattolico del gruppo finisce spesso per dover rendere conto della propria fede. Ecco, in queste circostanze, sapere argomentare il maniera umana, chiara e pacata è essenziale. Papa Francesco, tra l’altro, ce lo dimostra ogni giorno.

Qual è il punto di forza del metodo di Catholic Voices?

Il metodo, chiamato reframing, insegna a individuare in ogni critica mossa alla Chiesa, anche la più ostile, un’intenzione positiva, un valore che è quasi sempre (anche se inconsciamente) cristiano e parte da questo terreno comune per riformulare l’argomento e far riflettere sulla posta in gioco. E’ un metodo che permette di uscire dalla logica del conflitto, a mettere da parte aggressività e vittimismi, a fare appello alla ragione, al buon senso. A entrare in un rapporto prima di tutto umano con l’altro. Crea empatia, che è il presupposto di ogni dialogo.

Possiamo dire che il progetto di Catholic Voices porta avanti una nuova forma apologetica?

Sì, una nuova apologetica, che sa parlare alla società di oggi, anche attraverso i suoi mezzi di comunicazione, così centrali. Si tratta di equipaggiare i cattolici, aiutarli a spiegare nel modo più efficace i valori in cui crediamo e l’impegno autentico della Chiesa per il bene comune. L’obiettivo è riuscire a dialogare con tutti, credenti e non, sui temi che toccano l’intera società, proprio perché è in gioco il bene della società stessa. In questo raccogliamo l’invito di Papa Francesco che ha chiamato i cristiani “a dialogare con quelli che non la pensano come noi, con quelli che hanno un’altra fede o che non hanno fede”. Il Papa ci ha ricordato che possiamo andare incontro a tutti senza paura e senza rinunciare alla nostra appartenenza.

Quali iniziative concrete sta portando avanti Catholic Voice in Italia?

Catholic Voices si articola in corsi di media training per quanti intervengono nel dibattito pubblico (il primo partirà a Roma tra pochi giorni) ma si rivolge anche a un pubblico più vasto con il libro “Come difendere la fede senza alzare la voce”, che applica il metodo del reframing ai temi più controversi e suggerisce i punti chiave da mettere in evidenza per spiegare la posizione della Chiesa, riuscire a vincere i pregiudizi e riavviare il dialogo con umanità e buon senso.

Qual è il rapporto di Catholic Voices con la gerarchia cattolica?

Catholic Voices non parla ufficialmente a nome della Chiesa ma ne ha la benedizione e ne rispetta in toto la leadership e la dottrina. In tutto il mondo ha ricevuto ampi consensi tra i vescovi e i massimi esponenti della Chiesa: penso ad esempio al Cardinale e Arcivescovo di New York, Dolan, grande fan del progetto o all’Arcivescovo di Westminster Nichols, che ha definito “cruciale” il tentativo di CV di mettere insieme fede e ragione nel dibattito pubblico.

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La Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola fu costruita per essere la cappella del Collegio Romano, prima scuola gratuita del mondo fondata da Sant’Ignazio nel 1551. La parte architettonica è del gesuita Orazio Grassi, mentre quella decorativa è del gesuita Andrea Pozzo.

Come leggiamo nella trabeazione della facciata, il tempio è dedicato a Sant’Ignazio, fondatore della Compagnia di Gesù, per opera del Card. Ludovico Ludovisi che lo realizzò nel 1626 (S. Ignatio Soc. Iesu Fundatori Lud. Card. Ludovisius S.R.E. Vicecancellar. D.O.M. MDCXXVI).

Entrando dentro, vediamo che la chiesa è croce latina, con un’unica navata centrale e sei cappelle laterali (tre a destra e tre a sinistra) fra loro comunicanti.

Volgiamo ora lo sguardo sul dipinto che fa bella mostra di sé sulla volta della chiesa. Rappresenta la gloria dell’ordine dei gesuiti. Bisogna iniziare a leggere l’opera a partire dal crocifero avvolto in un panno bianco, colore della gloria e della resurrezione.

Dal fianco di Cristo fuoriesce un raggio che va a colpire Sant’Ignazio e da questi si dipana verso i quattro continenti allora conosciuti e raggiunti dall’opera evangelizzatrice dei figli spirituali di Ignazio.

Fra Ignazio e l’Europa notiamo una nuvola sulla quale possiamo scorgere i Santi Luigi Gonzaga (in talare e cotta mentre regge un giglio, simbolo di purezza) e Stanislao Kostka (in abiti liturgici). Invece fra Ignazio e l’Asia vediamo San Francesco Saverio, uno dei primi compagni di Ignazio e grande evangelizzatore dell’estremo oriente.

I quattro continenti sono rappresentati da altrettante figure muliebri con degli elementi caratteristici: l’Europa è raffigurata come una anziana signora (il vecchio continente), l’Asia come una donna che cavalca un cammello, l’Africa come una donna di colore che regge in mano un corno e infine l’America come un’indigena con in mano una lancia. Tutte queste figure femminili sono rappresentate come vincitrici sulle eresie e sul paganesimo.

Alcuni angeli reggono due scudi sui quali è riportato il passo del vangelo di Luca che dice: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra/e come vorrei che fosse già acceso” (ignem veni mittere in terra/et quid volo nisi accendatur. Cfr. Lc 12,42).

Possiamo notare, sparsi qua e là, una serie di angeli con delle fiaccole che stanno incendiando lil mondo con il fuoco della carità. Infine, non può sfuggire l’assonanza fra la parola “fuoco”, in latino “ignis”, e il nome del fondatore dei gesuiti.

Prima di proseguire la nostra visita, sul pavimento della navata centrale troveremo un disco giallo, ponendoci sopra il quale possiamo avere la visione perfetta della finta cupola, opera di Andrea Pozzo. Non era possibile costruire una cupola vera e così il gesuita, esperto di ottica, si ingegnò per dare a suo modo una cupola alla chiesa! Nei pennacchi possiamo vedere Giuditta, Davide, Sansone e Giaele.

Spostandoci ora nella seconda cappella che troviamo alla nostra destra, possiamo osservare il corpo di San Roberto Bellarmino, personaggio di primaria importanza nel contesto della Riforma Cattolica e docente presso il Collegio Romano fra il 1576 e il 1587. Fra i suoi alunni ci fu San Luigi Gonzaga, che proprio in questi spazi, dove prima c’era l’infermeria del Collegio Romano, rese l’anima a Dio, dopo aver contratto la peste nell’aiutare i malati.

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