Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: novembre 2015

Anche quest’anno, con un po’ di anticipo rispetto al solito, è scoppiata la polemica su come festeggiare – e se festeggiare – il Natale nelle scuole.

Il primo caso si è verificato in una scuola di Casazza (BG) dove la prof.ssa Antonia Savio, preside dell’istituto, avrebbe impedito di inserire il brano Adeste Fideles in uno spettacolo che si dovrà svolgere pochi giorni prima delle vacanze natalizie. Contattata dalla stampa, la preside, fra l’altro, ha dichiarato: “È tutto falso. Nessuno ha vietato niente a nessuno. 240 bambini avrebbero dovuto imparare a cantare in latino una canzone difficile come Adeste fideles”.

Dunque, secondo la responsabile dell’istituto, nessuna polemica contro il celebre canto natalizio, ma solo una preoccupazione di “natura didattica” legata alla difficoltà della lingua latina. Eppure è strano che una simile preoccupazione possa venire dalla prof.ssa Savio che, come possiamo leggere nel suo curriculum vitae pubblicato sul sito della sua scuola, dal 2007 al 2010 è stata Direttore di corsi di lingua araba per adulti e alunni e Direttore di corso di lingua rumena per alunni!

Il secondo episodio si è verificato a Rozzano (MI), dove il prof. Marco Parma, dirigente dell’Istituto Comprensivo Garofani, alle tradizionali manifestazioni legate al Natale ha preferito organizzare un Concerto d’Inverno per il 21 gennaio. A differenza del primo caso, il preside non ha cercato di smentire o minimizzare, ma si è giustificato dicendo: “A me interessa che a scuola ogni momento sia condivisibile per tutti e che nulla possa creare imbarazzo o disagio a qualcuno”.

Verrebbe da chiedere al prof. Parma: Ma perché bisogna inventarsi dal nulla una festa per tutti che poi, non avendo nessuna radice storica, finisce per essere la festa di nessuno? Perché non consentire agli alunni stranieri la possibilità di conoscere le usanze del paese che li ospita? Vogliamo che questi ragazzi crescano nel nostro paese senza sentirsi parte di esso? Non si potrebbe poi chiedere agli alunni stranieri di spiegare, in un altro momento, usi e costumi dei loro paesi di origine, anziché autocensurarsi?

La vera integrazione avviene “per addizione” e attraverso la reciprocità. Il dialogo si costruisce quando le identità si confrontano e si compongono e non certo con l’annullamento di una di esse.
Che cosa accadrebbe se prendessimo sul serio la posizione del Prof. Parma e la applicassimo in maniera coerente?. Innanzitutto dovremmo iniziare ad abolire le vacanze di Natale e dovremmo tenere le scuole aperte per chi non festeggia la nascita di Gesù!

E poi magari non dovremmo più parlare di domenica (Giorno del Signore), ma di Giorno del Sole, come fanno gli inglesi. Anzi no, dovremmo sostituire la settimana, troppo legata al racconto della genesi, con la più neutra decade e alla fin fine, per non legare il tempo alla nascita di Cristo, saremmo obbligati a contare gli anni dalla fondazione di Roma!

È poi importante notare che le proteste non sono giunte da genitori di alunni stranieri, ma da responsabili di istituzioni dello stato italiano. Ogni tentativo di strumentalizzare queste vicende in chiave anti-immigrati risulta dunque del tutto fuorviante. Anzi, ad esempio, alcuni genitori musulmani sono stati intervistati e hanno dichiarato di non provare alcun disagio davanti a presepi e concerti natalizi.

Si tratta dunque di capire bene che la responsabilità delle solite polemiche nel periodo natalizio sono da attribuire a nostri connazionali che, con la scusa della tolleranza e del rispetto verso le altre religioni, vorrebbero abolire i simboli e le tradizioni tipiche della nostra cultura.

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Da quando ho iniziato a insegnare religione a scuola, ho sempre fatto utilizzo dell’arte sacra per far conoscere ai miei alunni i contenuti della materia e spesso mi capita di accompagnarli durante le visite didattiche nelle chiese più importanti di Roma. Questo tipo di lavoro, per il suo contenuto culturale, è sempre stato apprezzato dai ragazzi, dalle famiglie e dai colleghi.

Sono rimasto dunque molto colpito dalla scelta del Consiglio di Interclasse della scuola elementare Matteotti di Firenze che ha deciso di annullare la visita degli alunni alla mostra “Bellezza divina”, allestita a Palazzo Strozzi e dedicata alla raffigurazione del sacro nell’arte moderna e contemporanea, nella quale è possibile ammirare opere di Picasso, Van Gogh, Fontana, Munch e Chagall. Dal verbale di interclasse risulterebbe che la visita sarebbe stata sospesa al fine di “venire incontro alla sensibilità delle famiglie non cattoliche verso il tema religioso della mostra”.

La notizia è stata ampiamente commentata sui social come twitter e facebook. Gli utenti hanno nella stragrande maggioranza dei casi biasimato la scelta operata dall’istituto. Molti hanno giustamente notato come l’arte italiana ed europea sia in gran parte dedicata a temi religiosi: basta pensare a capolavori come gli affreschi di Giotto, alle tele di Caravaggio o alle sculture di Bernini, solo per citarne alcuni. Non è possibile parlare di arte glissando l’argomento religioso. Questo è un dato di fatto, a prescindere dalle proprie convinzioni religiose.

Non pochi utenti hanno espresso il loro disagio verso coloro che vengono nel nostro paese senza accettarne la cultura. Ma, se si fa attenzione, questo tipo di commento è fuori luogo. Infatti nella notizia lanciata dal Quotidiano Nazionale, non si fa alcun riferimento a lamentele da parte di genitori di alunni stranieri o comunque non cattolici. La decisione è stata presa da una parte del corpo docente della scuola.

È dunque legittimo pensare che in questo caso, in maniera analoga a quanto già tante volte avvenuto in episodi simili, una parte della componente docente, con la scusa del rispetto verso le altre culture, si è fatta promotrice di una moderna forma di oscurantismo che vuole negare le radici della nostra civiltà e della nostra cultura.

Il ricordo è subito andato ad un episodio che ho vissuto in prima persona qualche anno fa. Stavo presentando alla classe un’uscita didattica che avremmo fatto a Santa Maria Maggiore. In quella classe c’era un alunno musulmano. Una collega, presente in classe, si sentì in obbligo di dire al ragazzino che la visita era a carattere culturale, che non si sarebbero fatte delle preghiere ecc. L’alunno, sorpreso per quelle parole, disse alla maestra che per lui non c’era nessun problema e che anzi, poche settimane prima era stato col padre a Padova e aveva visitato molte chiese!

Sorgono spontanee delle domande: che rapporto abbiamo col nostro passato? La nostra società riconosce il cattolicesimo come parte integrante del proprio patrimonio o lo espunge in modo ideologico dal proprio contesto culturale? La scuola riesce a fare un’opera di sintesi fra le espressioni della cultura cristiana e le altre espressioni culturali presenti nel nostro Paese?

Quanto accaduto a Firenze potrebbe avviare una riflessione su questi temi e quello che è stato un episodio infelice per la scuola italiana potrebbe essere il punto di partenza per un rinnovato interesse verso un patrimonio che troppo spesso abbiamo ignorato o sottovalutato.

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La chiesa del Gesù si trova nel pieno centro di Roma e rappresenta a livello architettonico il cuore della spiritualità gesuita. Il tempio infatti fu voluto dallo stesso fondatore della Compagnia di Gesù, Ignazio di Loyola, che nel fra la fine del 1550 e l’inizio del 1551 vide la posa della prima pietra. Vari architetti misero mano al progetto, ma gli interventi più importanti si devono al Vignola e a Giacomo della Porta.

La struttura della chiesa è quella tipica degli edifici religiosi costruiti nel periodo della Riforma Cattolica: la chiesa ha una pianta a croce latina; un’unica navata, tale da favorire il raccoglimento e la concentrazione durante le sacre funzioni; sei cappelle laterali, tre a destra e tre a sinistra; e una cupola.

Si accede alla chiesa per mezzo di tre porte. Sopra quella centrale è possibile vedere il simbolo della Compagnia di Gesù, che è composto dalle lettere JHS (le prime lettere del nome di Gesù in greco), da una croce sopra la H e dai tre chiodi della croce sotto di essa. Sopra le porte laterali troviamo invece le statue di Sant’Ignazio, a sinistra, e di San Francesco Saverio, a destra.

Sulla trabeazione leggiamo la scritta “Alexander Cardinalis Farnesius S.R.E. vicecanc fecit MDLXXV (=Il Cardinale Alessandro Farnese, vicecancelliere di Santa Romana Chiesa, fece costruire nell’anno 1575). Il Card. Farnese infatti fu munifico donatore verso la Chiesa del Gesù.

Portandoci all’interno della chiesa, possiamo subito ammirare uno dei massimi capolavori di Giovan Battista Gaulli: il trionfo del nome di Gesù. Il monogramma di Gesù (JHS) è adorato da una moltitudine di angeli e di santi. Fra questi possiamo notare Ignazio con i paramenti liturgici, sulla destra, e i magi, sulla sinistra.

Tutta la composizione è ispirata al verso paolino “perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (cfr. Fil 2,10-11) che è possibile leggere su un cartiglio tenuto da alcuni angeli. Infatti le figure, disposte dentro la cornice, su di essa e fuori, rispecchiano proprio la tripartizione del citato passo biblico.

I Gesuiti volevano che la loro chiesa rispondesse a criteri di funzionalità e per questo dotarono la navata di un pulpito. Avrebbero anche voluto un soffitto piatto, in modo tale da poter propagare meglio la voce del predicatore, ma in questo non furono assecondati dal pur generoso cardinale Farnese il quale preferiva una volta a botte, come quella che appunto oggi possiamo ammirare.

Spostando ora la nostra attenzione verso il presbiterio, possiamo concentrarci sulla pala dell’altare maggiore. Essa è opera del pittore romano Alessandro Capalti che ha raffigurato l’episidio della circoncisione di Gesù. Come sappiamo, durante questo rito, che avveniva otto giorni dopo la nascita, veniva dato anche il nome, in questo caso “il nome di Gesù” al quale è dedicata la chiesa. La tela, attraverso un ingegnoso meccanismo, si può abbassare e mostrare la statua del Sacro Cuore.

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Tempi non facili per circa 10.000 insegnanti di religione cattolica a tempo determinato che operano in tutta Italia e che costituiscono quasi la metà dell’intero corpo docenti di questa materia. Se infatti solo pochi fortunati nel mese di settembre sono riusciti ad avere regolarmente accreditato lo stipendio, per la stragrande maggioranza non è andata così.

Ad oggi, ancora un abbondante numero di docenti non ha visto accreditato la liquidazione del mese scorso. È per esempio il caso della maestra Oriella Pietra, docente in una scuola primaria di Milano, che ha dichiarato: “Sono sbigottita dal fatto che dopo trentasette anni di servizio possano accadere cose del genere”.

È vero, sono soldi che prima o poi il Ministero dell’Economia e delle Finanze liquiderà (Mef), ma nel frattempo i docenti devono fare i conti con la vita di tutti i giorni, come ci ha detto un’altra docente di scuola primaria: “Ho ricevuto l’ultimo stipendio ad agosto e poi niente più. Per questo motivo non sono riuscita a pagare l’affitto. Fortunatamente ho incontrato la comprensione della proprietaria della casa nella quale alloggio. So che molti altri insegnanti purtroppo sono nella mia stessa situazione”.

Sono stati più fortunati altri docenti che hanno percepito il compenso fra gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre e che tuttavia hanno riscontrato anomalie nelle cifre erogate, spesso inferiori di alcune centinaia di euro rispetto a quello che dovrebbe essere il regolare importo.

Tutta colpa del nuovo sistema di pagamento per gli insegnanti di religione. Fino allo scorso anno le scuole inviavano agli uffici competenti del Mef i contratti annuali cartacei. Quest’anno, invece, i contratti sono stati inseriti attraverso il sistema informatico SIDI, come avviene per tutti gli altri docenti. Questo passaggio al sistema digitale però ha comportato disguidi e anomalie. Evidentemente il sistema non è stato settato in maniera tale da evitare disagi ad un numero così cospicuo di lavoratori.

Tutto risolto col mese di ottobre? Nient’affatto! Molti docenti che si aspettavano il conguaglio di quanto non versato a settembre sono rimasti delusi. Non solo non hanno ricevuto gli arretrati, ma in non pochi casi si sono visti liquidare una cifra inferiore a quella si settembre! È il caso della maestra Nicolina Viceconti, docente di scuola primaria di Roma, che, da quanto prospettato dal Mef, ad ottobre percepirà 120 euro in meno.

Sono moltissimi i docenti che si trovano in quest’ultima situazione e non è ancora molto chiaro capire il perché in quanto, al momento, è possibile visualizzare sul sito della pubblica amministrazione solo l’importo e non il cedolino di ottobre.

È davvero imbarazzante che in questa situazione si trovino anche insegnanti che addirittura fra qualche mese andranno in pensione! Speriamo che la situazione si possa risolvere al più presto e che sia posto rimedio al disagio procurato a centinaia e centinaia di famiglie.

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Il viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI nel Regno Unito che si svolse nel settembre 2010 fu preceduto da non poche polemiche, sia nelle piazze che sui media. Per quanto possa essere paradossale, in una cultura che si vanta delle proprie aperture, sembrava non esserci spazio per il capo della Chiesa Cattolica.

In questo contesto, Austen Ivereigh e Jack Valero, due cattolici che operano nel mondo della comunicazione, non si persero d’animo, raggrupparono una trentina di “ordinary catholics”, che in 6 mesi di Media Training trasformarono in capaci comunicatori della propria fede sui temi più scottanti dell’attualità. Fu un successo: le “voci cattoliche”, formate per trasmettere nel modo più efficace il messaggio cristiano attraverso i media, diedero oltre 100 interviste radio/tv, contribuendo a migliorare in modo significativo l’immagine della Chiesa nel Regno Unito.

Nasceva così Catholic Voices che nel corso di questi quattro anni si è estesa in ben 15 paesi. Fra questi, da poco, c’è anche l’Italia. Per conoscere meglio questa realtà abbiamo intervistato Martina Pastorelli, fondatrice di Catholic Voices Italia e curatrice del libro che ne spiega il metodo, intitolato “Come difendere la fede senza alzare la voce” (ed. Lindau).

Perché Catholic Voices Italia?

Tutto nasce da un’esperienza molto personale. Sposata con un non credente e circondata da amici di impronta liberal, mi sono trovata sempre più spesso chiamata in causa per la mia fede, quasi a dover “giustificare” certe posizioni della Chiesa. All’inizio erano confronti animati, da cui uscivo scoraggiata e sentendomi non capita, poi un bel giorno la reazione cambia e mi sento dire: “E’ così che quelli come voi riusciranno a portare dalla vostra parte, su certi temi, quelli come noi”. Cos’era successo? Che nel frattempo mi ero imbattuta in Catholic Voices e ne avevo applicato il metodo, che spiega come il linguaggio e il modo con cui ci si pone facciano la differenza. Si tratti della pausa caffè al bar coi colleghi piuttosto che di un dibattito pubblico, il cattolico del gruppo finisce spesso per dover rendere conto della propria fede. Ecco, in queste circostanze, sapere argomentare il maniera umana, chiara e pacata è essenziale. Papa Francesco, tra l’altro, ce lo dimostra ogni giorno.

Qual è il punto di forza del metodo di Catholic Voices?

Il metodo, chiamato reframing, insegna a individuare in ogni critica mossa alla Chiesa, anche la più ostile, un’intenzione positiva, un valore che è quasi sempre (anche se inconsciamente) cristiano e parte da questo terreno comune per riformulare l’argomento e far riflettere sulla posta in gioco. E’ un metodo che permette di uscire dalla logica del conflitto, a mettere da parte aggressività e vittimismi, a fare appello alla ragione, al buon senso. A entrare in un rapporto prima di tutto umano con l’altro. Crea empatia, che è il presupposto di ogni dialogo.

Possiamo dire che il progetto di Catholic Voices porta avanti una nuova forma apologetica?

Sì, una nuova apologetica, che sa parlare alla società di oggi, anche attraverso i suoi mezzi di comunicazione, così centrali. Si tratta di equipaggiare i cattolici, aiutarli a spiegare nel modo più efficace i valori in cui crediamo e l’impegno autentico della Chiesa per il bene comune. L’obiettivo è riuscire a dialogare con tutti, credenti e non, sui temi che toccano l’intera società, proprio perché è in gioco il bene della società stessa. In questo raccogliamo l’invito di Papa Francesco che ha chiamato i cristiani “a dialogare con quelli che non la pensano come noi, con quelli che hanno un’altra fede o che non hanno fede”. Il Papa ci ha ricordato che possiamo andare incontro a tutti senza paura e senza rinunciare alla nostra appartenenza.

Quali iniziative concrete sta portando avanti Catholic Voice in Italia?

Catholic Voices si articola in corsi di media training per quanti intervengono nel dibattito pubblico (il primo partirà a Roma tra pochi giorni) ma si rivolge anche a un pubblico più vasto con il libro “Come difendere la fede senza alzare la voce”, che applica il metodo del reframing ai temi più controversi e suggerisce i punti chiave da mettere in evidenza per spiegare la posizione della Chiesa, riuscire a vincere i pregiudizi e riavviare il dialogo con umanità e buon senso.

Qual è il rapporto di Catholic Voices con la gerarchia cattolica?

Catholic Voices non parla ufficialmente a nome della Chiesa ma ne ha la benedizione e ne rispetta in toto la leadership e la dottrina. In tutto il mondo ha ricevuto ampi consensi tra i vescovi e i massimi esponenti della Chiesa: penso ad esempio al Cardinale e Arcivescovo di New York, Dolan, grande fan del progetto o all’Arcivescovo di Westminster Nichols, che ha definito “cruciale” il tentativo di CV di mettere insieme fede e ragione nel dibattito pubblico.

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