Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: dicembre 2015

Fra due anni ricorrerà il quinto centenario della riforma protestante e già sin da ora si può osservare un rinnovato interesse verso Lutero e i temi della riforma protestante. Alla luce di ciò, anche sul prossimo numero de La Civiltà Cattolica sarà possibile leggere un saggio, a firma di padre Giancarlo Pani, sulla centralità della lettera di San Paolo ai Romani nel pensiero di Lutero.

Lutero insegnava a leggere e a commentare la Bibbia nella università di Wittenberg, recentemente fondata dal Principe di Sassonia Federico il Saggio. Dopo essersi dedicato alla spiegazione dei Salmi, le sue lezioni si incentrarono sulla Lettera ai Romani. La sua non fu una lettura meramente esegetica, ma esistenziale, trovando nelle parole di Paolo una risposta alla propria inquietudine.

Lutero, studiando l’opera di Paolo e i relativi commenti di Sant’Agostino, si avvicina ai temi della giustificazione, della grazia e della fede che diventeranno centrali nella riforma protestante.

Scrive padre Pani: “Lutero vuole mettere in evidenza quale sia il peccato più grande nell’uomo. Esso non consiste solo nella ribellione alla legge di Dio e nell’attaccamento ai beni temporali, bensì nel credere di poter divenire irreprensibili con le proprie forze: non è raro vedere che i giudei e gli eretici rinunciano ai beni mondani, ma pochi sanno rinunciare alle virtù, ai beni spirituali, ai meriti, che costituiscono un impedimento molto più grande per accogliere la grazia di Cristo. Questa infatti si riceve solo nella fede e per la misericordia di Dio. La salvezza non viene dallo sforzo dell’uomo, come ritengono gli “iustitiarii”: un termine, questo, forse inventato, certo valorizzato in modo straordinario da Lutero, per indicare coloro che pretendono di poter essere giusti con il proprio impegno spirituale. La conclusione è lapidaria: La santità è dono della misericordia”.

È interessante notare come, per Lutero, la Lettera ai Romani sia stata una sorta di porta per la comprensione dell’intera Scrittura. Scrive infatti ancora il religioso: “Il primo pregio di Lutero è proprio quello di aver messo in luce, sia pure attraverso tortuosi itinerari, l’evangelo di Paolo, il più antico scrittore nel Nuovo Testamento e il primo interprete del messaggio cristiano. Per lui la Lettera apre all’intelligenza dell’intera Sacra Scrittura, la quale deve intendersi tutta di Cristo”.

Come è già stato detto, la riflessione di Lutero sui temi della giustificazione, della grazia e della fede, segue quella di Paolo e di Agostino eppure questa volta ci troviamo dinnanzi a qualcosa di diverso se non addirittura rivoluzionario. Infatti, come sappiamo, la teologia luterana segnerà in qualche modo la fine del Medioevo e darà inizio all’età moderna, scardinando le basi della civiltà. Scrive infatti padre Pani: “Se l’esegesi data da Lutero della giustificazione per la sola fede aveva antichissime radici nella storia del cristianesimo, l’effetto che essa ebbe nel Cinquecento fu dirompente. L’interpretazione, infatti, escludendo nel modo più assoluto qualsiasi merito da parte dell’uomo per la salvezza, metteva in discussione la pietà cristiana che era alla base della vita della Chiesa, dell’impegno dei laici e degli appartenenti agli Ordini religiosi, delle opere di carità e di assistenza”.

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Si è svolto a Madrid dal 9 all’11 dicembre un corso di formazione sui temi della comunicazione rivolto ai membri della Consiglio delle Conferenze E episcopali Europee (CCEE). Fra i vari esperti di comunicazione che hanno tenuto il corso, c’era anche Martina Pastorelli, fondatrice di Catholic Voices Italia (www.catholicvoicesitalia.it). L’abbiamo intervistata per fare un punto della situazione sul rapporto fra Chiesa e comunicazione.

Come è nato il corso che si è tenuto a Madrid?

Penso che il corso, che è stato promosso dalla Commissione Episcopale per le Comunicazioni Sociali del CCEE e organizzato dalla Fondazione Carmen de Noriega, sia frutto della volontà della Chiesa di “leggere i segni dei tempi”: si sta facendo strada la consapevolezza che per rispondere alle sfide poste dalla società attuale si debbano cercare modi che comunichino con linguaggio comprensibile la perenne novità del Cristianesimo. In questo senso, l’approccio di Catholic Voices rappresenta uno strumento prezioso a disposizione dei cattolici per dialogare con la cultura contemporanea, giacchè li aiuta a rendere vivibili e appetibili i valori cristiani anche per persone di sensibilità diverse. Si tratta di un passaggio fondamentale, perché come ci insegna Papa Francesco, è da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali. I vescovi hanno apprezzato molto come il reframing di Catholic Voices metta la comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro.

Quali temi in particolare sono stati affrontati?

Tutti quelli su cui la Chiesa e la società civile tendono ad entrare in collisione (aborto, famiglia, sessualità, procreazione assistita, libertà religiosa, ecc): Catholic Voices le chiama ‘questioni nevralgiche’ perché toccano i nervi scoperti delle persone, e le traduce in occasioni per vivere e comunicare la fede in un modo tale che gli altri percepiscano l’impegno della Chiesa e dei cattolici come contributo al bene comune e non come un pericolo da cui difendersi.

Possiamo dire che la Chiesa è nata come strumento di comunicazione per annunciare a tutti la buona notizia di Cristo morto e risorto. Quali sono oggi i punti di forza della Chiesa nel campo della comunicazione?

A dispetto delle apparenze, i tempi che stiamo vivendo sono una grande opportunità per una nuova evangelizzazione. Per attuarla – ci spiega il Papa – alla Chiesa serve un nuovo slancio missionario, che richiede il coraggio e la pazienza di ascoltare l’altro per poi andargli incontro partendo da ciò che abbiamo in comune, in primis il bisogno di amare ed essere amati. Punto di forza della Chiesa è proprio il suo essere “esperta in umanità”. Se aggiungiamo anche quella straordinaria risorsa (vera e propria “medicina”) che è la misericordia – intesa come capacità di mostrare il volto misericordioso di Cristo – si capisce che la Chiesa ha davanti a sé un’occasione straordinaria per arrivare al mondo intero.

E invece quali sono le criticità? Quali sono gli errori più frequenti?

Sono diversi: ad esempio chiudersi nel recinto della rabbia e delle paure (per questo il Papa parla invece sempre di aprirsi); praticare quella che Francesco ha definito “fede da tabella” (che esclude chi dà fastidio o non rispetta i nostri ritmi); lavorare solo con formule che, pur vere, non vengono più intese nel mondo di oggi. Anzichè predicare complesse dottrine – il che ovviamente non esclude l’annuncio della Verità – oggi serve incontrare, dialogare e testimoniare per trasmettere la bellezza della proposta cristiana, la sua “convenienza” inclusiva, il suo impegno per la dignità di tutto l’uomo e di ogni uomo.

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La Compagnia di San Giovanni Damasceno, il gruppo facebook che raggruppa oltre trecento appassionati di arte sacra, compie un anno! È stata “fondata” infatti il 4 dicembre (giorno nel quale la Chiesa fa memoria di San Giovanni Damasceno) dello scorso anno dal nostro redattore Nicola Rosetti che abbiamo intervistato.

Nicola, come è nata l’idea di creare un gruppo facebook di questo tipo?

Da quando ho iniziato a insegnare religione, mi sono sempre servito delle immagini artistiche che mi hanno aiutato a raccontare, ad esempio, le storie della bibbia. La visione delle immagini facilita molto la comprensione dei testi sacri e dunque per me è diventato abituale fare lezione con parole e immagini. Molti colleghi lavorano nello stesso modo. Poi ho iniziato a vedere che c’erano tante persone che, in altri ambiti e per altre finalità, erano interessate all’arte sacra e così ho cercato di metterle in contatto nel modo oggi più semplice e cioè attraverso un gruppo facebook.

Perché il gruppo è dedicato a San Giovanni Damasceno?

San Giovanni Damasceno è una figura quasi del tutto sconosciuta e tuttavia è un personaggio fondamentale nella storia della Chiesa. È l’ultimo Padre della Chiesa vissuto a cavallo fra il VII e l’VIII secolo ed è l’uomo al quale dobbiamo essere grati se nelle nostre chiese possiamo trovare così tante belle opere d’arte. Infatti c’è stato un momento nella storia della Chiesa nel quale ogni immagine sacra sarebbe potuta sparire per sempre, infatti, l’imperatore bizantino Leone III Isaurico voleva che nei luoghi di culto non vi fossero immagini in ossequio alla trascendenza di Dio. San Giovanni Damasceno si oppose strenuamente a questa visione aniconica, spiegando che, nel momento in cui il Verbo di Dio si è fatto carne e ha preso il volto di Gesù di Nazaret, per i cristiani è possibile rappresentare il divino. Le tesi di San Giovanni Damasceno vennero riprese durante il secondo Concilio di Nicea che condannò l’iconoclastia e stabilì una volta per tutte la liceità delle immagini. Possiamo dire che col Secondo Concilio di Nicea, il tema dell’immagine è entrato a far parte del patrimonio dogmatico del cristianesimo: l’arte non è qualcosa di accessorio o secondario nella vita della Chiesa, anzi, essa svolge a pieno titolo una vera e propria azione evangelizzatrice! Infine, è importante notare che, anche a livello “laico”, se oggi viviamo nella “società dell’immagine”, lo dobbiamo a San Giovanni e al Secondo Concilio di Nicea!

Chi fa parte della Compagnia di San Giovanni Damasceno?

Oltre agli insegnanti di religione che ho già menzionato, fanno parte del gruppo tanti appassionati di iconografia, diverse persone che operano all’interno di musei diocesani ed esperti di arte sacra.

In che cosa consiste l’attività del gruppo?

Si tratta di un gruppo spontaneo, creato “dal basso” e pertanto non ci sono regole definite. Molto semplicemente, chi fa parte del gruppo posta sullo spazio comune temi che possono interessare agli altri membri. Condividiamo materiale fotografico, link su siti o articoli che parlano di arte sacra, titoli di libri, esperienze ed eventi. È bello quando, ad esempio, il responsabile di un museo ci parla di qualche iniziativa intrapresa per rendere più fruibili le opere d’arte di cui i musei diocesani sono pieni: l’esperienza di uno può stimolare e arricchire gli altri.

Concludiamo con una domanda più personale. Quale opera d’arte ti affascina di più o senti più vicina?

Per la profondità dei significati, credo che i dipinti di Caravaggio nella Cappella Contarelli siano qualcosa di insuperato! Però se dovessi scegliere un’opera d’arte che sintetizzi allo stesso tempo il mio lavoro e lo spirito della Compagnia, sceglierei senza ombra di dubbio il San Luca dipinto da El Greco. In questa opera, l’evangelista mostra un vangelo aperto su una pagina scritta e su una illustrazione: è come se il pittore ci volesse ribadire ancora una volta l’inscindibile binomio parola-immagine

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