Nicola Rosetti
ROMA – Sonia Di Santo è una dei cento adulti che la notte di Pasqua di quest’anno a Roma ha ricevuto il Battesimo. È nata il 23 Dicembre 1980 a Roma ed è un’attrice doppiatrice . L’abbiamo contattata per conoscere meglio il suo percorso che la portata ad abbracciare la fede cristiana.
Sonia, nonostante la nostra società sia sempre più plurale e multietnica, per tanti di noi che hanno ricevuto il Battesimo da piccoli, può ancora sembrare strano che qualcuno riceva questo sacramento da adulto. Puoi spiegare ai nostri lettori il contesto dal quale provieni? La mia famiglia era Testimone di Geova, io stessa lo diventai, quindi non ricevetti il battesimo cristiano. Ho avuto molte brutte esperienze all’interno dell’organizzazione dei Testimoni di Geova, una volta sono stata sottoposta ad una sorta di comitato giudiziario per fatti che erano legati alla mia vita privata.
Sette uomini adulti mi chiesero cosa avevo fatto e mi fecero mettere tutto per iscritto. In tutto ciò notai la totale mancanza di amore e misericordia: davvero Dio non poteva volere tutto ciò!
Mi allontanai e smisi di cercare Dio. Ebbi molti problemi a scuola, mi ammalai di bulimia ed ebbi vari disturbi dell’alimentazione. Cominciai anche a fare uso di droghe. Mi sentivo libera e volevo recuperare tutto il tempo perduto! Poi conobbi il buddismo e lo praticai per 9 anni fino a quando…
Quale circostanza della vita ti ha poi condotto ad abbracciare la fede cristiana? Nel Giugno 2012 morì Chiara Corbella Petrillo e, tramite una mia collega di lavoro, venni a conoscenza di questa donna che tenne in grembo 2 figli malformati e li fece nascere ed infine morì di tumore dopo la nascita del terzo figlio. Attaccavo su tutti i blog questa ragazza, per me era una pazza, un’integralista.
Poi lessi che stava compiendo dei miracoli. Non so perché, ma la pregai, sfidandola , per rimanere incinta. Dopo 10 giorni lo ero! Dopo un mese persi il bambino ed ero distrutta . Pregai allora il Signore dopo tanto tempo e gli chiesi di farmi capire se esisteva. Il giorno dopo mi arrivò tramite facebook un invito per il “corso zero” dai frati francescani di Assisi! Arrivai nella città di San Francesco e nei 4 giorni di catechesi incontrai Dio.
Ci puoi raccontare il percorso che hai intrapreso per prepararti al sacramento del Battesimo? Mi sono preparata per 2 anni. Ho studiato le scritture con il mio padre spirituale, il biblista Don Pino Pulcinelli. Ho continuato a frequentare i corsi per giovani ad Assisi tenuti dai frati francescani e soprattutto ho iniziato il percorso dei Dieci Comandamenti promosso da Don Fabio Rosini. Per me è stata un’esperienza straordinaria che ha cambiato la mia vita!
Cosa ti affascina maggiormente di Cristo e del suo messaggio? L’Amore. Mi piace pensare che vado bene così come sono, che non devo cambiare o sforzarmi. Non sono io che devo andare da lui, ma è Dio che, come il padre della parabola del figlio perduto, mi viene incontro. Basta lasciarsi incontrare.
Come hanno accolto i tuoi amici la scelta di diventare cristiana? Sono tutti molto contenti. Certo vengo da ambienti compositi : al mio battesimo verranno attori, cantanti, doppiatori, compagni del percorso politico, frati francescani, preti e parroci di altre parrocchie, ex Testimoni di Geova, buddisti, cattolici..insomma un battesimo “ecumenico”!
In quale parrocchia sei stata battezzata e chi ha amministrato il sacramento? A darmi il sacramento non poteva che essere il mio padre spirituale, il carissimo Don Pino Pulcinelli dell’Università Lateranense.
Continuano le nostre interviste a personaggi che interverranno al primo Meeting dei giornali cattolici on line che si terrà dal 12 al 14 giugno presso Grottammare (AP). Oggi abbiamo contattato Giovanni Tridente, Professore Incaricato di “Etica Informativa” ed “Opinione Pubblica” presso la Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce e Coordinatore dell’Ufficio Comunicazione e Stampa presso la medesima università. Il docente è anche autore del recentissimo volume “Teoria e pratica del giornalismo religioso. Come informare sulla Chiesa Cattolica: fonti, logiche, storie e personaggi” edito da Edusc.
Professore, lei opera all’interno di un’istituzione che forma coloro che saranno responsabili delle comunicazioni nelle varie diocesi del mondo. Quali sono i requisiti fondamentali che deve avere una figura professionale di questo tipo? Chi opera negli Uffici di Comunicazione di istituzioni ecclesiastiche deve innanzitutto amare la Chiesa e la propria professione. Ciò lo spingerà inevitabilmente ad un desiderio di formazione costante, sia umana che professionale appunto, che lo porterà a vivere in quasi-simbiosi con l’istituzione per cui opera e a rapportarsi con il mondo dei media in maniera amichevole, in totale spirito di apertura e servizio.
Tra le cose che insegnamo ai nostri studenti, i quali provengono da decine di Diocesi e Paesi di tutto il mondo, c’è proprio questa attitudine a non vivere con paura il rapporto con i giornalisti, anzi a cercare tutte le vie possibili per instaurare con gli stessi un rapporto cosiddetto “win-win”, che è di beneficio sia per l’istituzione che per il mondo dell’informazione.
Un altro aspetto fondamentale riguarda il dire sempre la verità, rifuggendo la tentazione di voler nascondere eventuali fallimenti. Questo atteggiamento, infatti, è deleterio, perché a lungo andare crea soltanto problemi ulteriori.
Legato a ciò, c’è la necessità di imparare ad “anticipare” le possibili crisi mediatiche che potrebbero colpire l’istituzione, studiando proprio nei momenti di tranquillità le soluzioni a problemi che un giorno ci si potrebbe trovare a vivere. Perché, volenti o nolenti, presto o tardi, ciò accadrà e bisognerà risultare preparati.
Come ricordavamo nell’introduzione, lei è autore di un volume che viene a colmare una lacuna nel campo della formazione dei giornalisti che si occupano dell’informazione religiosa. Quali sono i punti forti del suo libro?
Come lei dice, si tratta di un tentativo editoriale, ad oggi, unico nel suo genere, concepito proprio per venire incontro al bisogno di tanti colleghi chiamati a raccontare la Chiesa e il mondo vaticano e che casomai non hanno ricevuto una formazione specifica al riguardo, perché si occupavano ad esempio di tematiche totalmente estranee all’ambito religioso.
Ovviamente, proprio per il taglio teorico-pratico e accademico-esperienziale, è rivolto anche a quei giovani che studiano nelle facoltà di giornalismo e comunicazione, dove spesso non si fa esplicito riferimento al settore della religione e della Chiesa come avviene invece per la politica o lo sport.
Per cui, ciò che il manuale offre agli uni e agli altri è una conoscenza sistematica delle peculiarità della Chiesa e della sua organizzazione, oltre a strumenti necessari per poter “raccontare” adeguatamente questa realtà e rendere un servizio il più possibile fedele alla verità.
È suddiviso in quattro grandi sezioni. La prima, introduttiva, offre uno “sguardo d’insieme” sull’argomento, spiegando perché anche nel settore dell’informazione sulla Chiesa sia giusto parlare di vera e propria teoria e pratica.
La seconda sezione, quella più corposa, segue in linea di massima la medesima impostazione della manualistica classica sul giornalismo, adattando metodi e temi (storia, formazione, fonti, documentazione, retorica, etica, Internet) al campo specifico della religione.
Nella terza parte vengono offerte delle chiavi di lettura per comprendere la dinamica ecclesiale, ossia perché la Chiesa ha un proprio diritto, una propria gerarchia e si serve dell’economia per la sua missione. Infine, vengono spiegate alcune prassi istituzionali, come il ruolo del Papato, il magistero, l’organizzazione della Santa Sede, il Conclave e la Sede Vacante e l’importanza della diplomazia.
Un fiore all’occhiello di tutto il manuale considero che sia comunque il glossario di termini ecclesiastici e cattolici che compare nell’Appendice, dove è spiegato il significato di tanti vocaboli talvolta anche desueti, ma necessari per un “vaticanista”.
Il meeting che si terrà a Grottammare si occuperà in gran parte dei giornali diocesani. In che cosa si deve distinguere un giornale diocesano? Quali devono essere a suo avviso le sue peculiarità? Un giornale diocesano appartiene evidentemente all’Istituzione ecclesiale stessa, che ne è proprietaria, e quindi rappresenta in termini tecnici un “soggetto” di comunicazione istituzionale. Lavorare in un organo che è interno all’istituzione è perciò cosa diversa che lavorare per un mezzo generalista di proprietà altrui.
Fatto salvo il possesso di tutte le caratteristiche professionali tipiche di qualunque giornalista, chi informa per conto della Diocesi cercherà di rendere al meglio la trasmissione di contenuti propri, che mostrano ad esempio la vitalità della Chiesa locale, ricorrendo principalmente a testimonianze, storie, volti…
Si guarderà bene, poi, dal cadere nel rischio tipico che lo studioso spagnolo Bru chiama “riduzionismo tematico” e che si identifica con la concentrazione dell’interesse informativo soltanto sulla vita dell’istituzione (nomine, provvedimenti…), dimenticandosi degli aspetti umani e sociali che comunque caratterizzano la vitalità dell’organismo o del territorio.
Lei parteciperà al meeting. Che cosa l’ha spinta a partecipare e cosa direbbe ad altri giornalisti per invogliarli a partecipare?
Quando ho saputo per puro caso che si stava organizzando una iniziativa di questo genere ho pensato subito che quello sarebbe stato anche il mio posto. Scrivo da quando avevo 16 anni e mi sono sempre interessato delle realtà informative locali e più in generale cattoliche.
Radunarsi per riflettere sulla propria professione, sul risvolto che questo compito ha sulla società è sempre un fatto positivo, dal quale non si possono che trarre insegnamenti utili, condividendo le migliori esperienze.
Sarà questo lo spirito con cui vi parteciperò e credo che sarà una buona occasione anche per altri colleghi per avvicinarsi a questo mondo dell’informazione religiosa che forse non è così pubblicizzato, ma fa davvero tanto per la missione della Chiesa in Italia.
CHIESA – Giovanni Paolo II ha avuto sempre un grande amore per il laicato cattolico e in particolare per i giovani. Questa sua predilezione verso i giovani lo ha spinto a dare vita alle Giornate Mondiali della Gioventù alle quali hanno partecipato nel corso degli anni migliaia di ragazzi. Il sentimento di benevolenza per le giovani generazioni non ha mancato di essere corrisposto. Sono nati così i “Papaboys”. In occasione della canonizzazione di Giovanni Paolo II abbiamo intervistato Daniele Venturi, Presidente Nazionale dei Papaboys
Daniele, vuoi raccontare ai nostri lettori come e quando è nato il movimento dei Papaboys?
Il sito internet www.papaboys.org è nato nel 2001, mentre l’Associazione Nazionale Papaboys è stata fondata nel 2004. I Papaboys però non vogliono essere tanto un movimento, ma sono soprattutto un’associazione al servizio della Chiesa e dei giovani.
Quanti associati raccoglie oggi la vostra associazione e quali sono le più importanti attività che svolgete?
Gli associati attualmente sono circa 15.000. Principalmente noi Papaboys siamo impegnati a sostenere tutte le attività di preghiera proposte dalla Chiesa. Spesso sono proprio i Papaboys ad animare le Adunanze Eucaristiche. A me piace dire che il nostro compito è quello di “apritori di porte delle chiese”: aprire le parrocchie e portarci dentro i fedeli a pregare, con Gesù al centro dell’altare, ed è a Lui che affidiamo tutti le nostre invocazioni.
I papaboys sono nati con Giovanni Paolo II. Quale è stato il rapporto con i suoi successori Benedetto XVI e Francesco?
I Papaboys sono nati con Giovanni Paolo II, cresciuti con Benedetto XVI e continuano a crescere con Francesco. A due mesi dall’elezione di Benedetto XVI, il 28 giugno 2005, partecipammo all’incontro “Tanti cuori attorno al Papa. Messaggero di Pace” presso l’Aula Paolo VI.
Proprio durante la sei giorni di intercessione per la pace che avevamo organizzato a febbraio 2013 arrivò la notizia delle dimissioni di Benedetto XVI; in quell’occasione Benedetto XVI ci fece recapitare dall’arcivescovo Konrad Krajewski, centinaia di corone del Rosario.
Con Francesco il feeling inizia in Terra Santa: noi seguiremo il Santo Padre con tutta una serie di iniziative. Per l’occasione abbiamo anche realizzato il sito www.terrasanctapax.org che conterrà momenti live e di preghiera.
Quale aspetto del carisma di Giovanni Paolo II ti affascina maggiormente?
Ti rispondo evidenziando la principale motivazione che mi ha convinto a mettermi in gioco: la continua conferma della sua credibilità. Giovanni Paolo II predicava il perdono ed ha perdonato; predicava l’amore per i giovani ed i giovani li ha amati… (ci ha amati n.d.r.); predicava il donarsi fino alla fine e fino all’ultimo istante si è donato senza risparmiarsi.
Hai avuto modo di incontrare personalmente Giovanni Paolo II? Cosa ricordi, quali sono state le tue emozioni?
Ho incontrato Giovanni Paolo II in occasione dell’ultimo concerto di Natale in Vaticano, nel 2004. Ho potuto vedere da vicino il volto della sofferenza e, nel suo volto, ho potuto intravvedere il volto di Gesù.
In poche parole gli dissi cosa stavo facendo e mi sono impegnato, in quell’occasione, a continuare anche nel futuro.
Raccontaci della tua partecipazione alle Giornate Mondiali della Gioventù? Quale è stata la tua prima? Quale quella che ti è rimasta più nel cuore?
Alla GMG per il Giubileo del 2000 arrivai soltanto all’ultimo minuto, poi partecipai a Colonia 2005 con Benedetto XVI. Toronto e Rio le ho seguite al servizio dei ragazzi coordinando i vari gruppi. Per Rio avevo anche un biglietto invito, ma nello stile di Papa Francesco ho preferito trasferirlo a chi aveva più merito di me di essere lì.
La GMG che mi è rimasta più nel cuore… sarà quella di Cracovia 2016.
È forse il relatore più laico che parteciperà al primo Meeting dei giornali cattolici on line che si terrà a Grottammare (AP) dal 12 al 14 giugno. Stiamo parlando di Daniele Bellasio, milanese, classe 1974. Dopo essersi laureato in giurisprudenza, ha lavorato per “Il Foglio”, per “Il Borghese”, per il gruppo Class ed è attualmente capo redattore dei commenti e social media editor de “Il Sole 24 ore”. Lo abbiamo abbiamo raggiunto e intervistato.
Lei che lavora per un giornale laico, non confessionale, che si occupa di economia, come ha accolto l’invito a partecipare al primo meeting di giornali che si richiamano espressamente alla visione cattolica? Con fiducia, che poi forse è la versione – lei direbbe – “laica” della fede. Mi sono detto: “Se mi chiamano, significa che ritengono che io possa essere utile. Se posso essere utile, ottimo, ci sarò!”. Ovviamente, come si dice nei profili di twitter, le mie opinioni sono soltanto le mie opinioni. Sinceramente, ho una naturale predisposizione alla curiosità. Il grande Maurizio Milani direbbe: “Sono un curioso fisso”. In questo caso, la curiosità è legata al tipo di dibattito che potrà essere fatto, ai tipi di dubbi e di idee che potranno essere sollevati e, perché no, al tipo di utilità che potrà essere riscontrata o no nel mio contributo.
Lei nel suo blog ha scritto: “Non posso più non dirmi cristiano e credo nel libero mercato e nella libera persona”. Cosa comporta l’essere cristiani in un ambiente di lavoro come il suo? Nel posto di lavoro, e in particolare in un posto di lavoro laico, autorevole e imparziale come il Sole 24 Ore, è bene essere soprattutto professionali. Cerco di fare al meglio il mio mestiere di giornalista. Sono profondamente convinto che essere un buon lavoratore, un buon professionista, tentare di essere un buon lavoratore, un buon professionista, sia un buon modo per essere e/o tentare di essere una brava persona. Io ci provo. Tutto qui. Ovviamente quella citazione vuole essere anche un mio particolare, piccolo e personale tributo a Benedetto Croce.
Lei ha accostato il suo richiamo alla fede cristiana ai temi del mercato e della persona. Qual è secondo il suo punto di vista il nesso fra queste tre realtà? Innanzitutto, vorrei dire che ho fatto quell’accostamento nella mia biografia per il blog che curo. Questa per me è una precisazione importante, perché, tra i compiti che svolgo, c’è anche quello di social media editor. Un blog è uno strumento “personale” di racconto e di esposizione, anche professionale, di idee, storie, notizie. La natura dello strumento “blog” implica la massima sincerità, per quanto lo si possa essere con e su se stessi, sulla descrizione della persona che lo cura. Non si può non dire chi si è, se si vuole avere un blog con un nome e cognome al fianco di un titolo.
La fede, il mercato e la persona sono tre realtà che hanno, ai miei occhi, una splendida e feconda mamma: la libertà. E “una buona mamma non solo accompagna i figli nella crescita, non evitando i problemi, le sfide della vita. Una buona mamma aiuta anche a prendere le decisioni definitive con libertà”. E’ un insegnamento che vale anche per i laici, anche se è di Papa Francesco.
Quale pensa sarà il suo maggior contributo al primo meeting dei giornali cattolici on line? Raccontare la mia esperienza. Nel mondo cosiddetto “on line”, una prateria, una frontiera davanti a noi, è bene soprattutto partire dall’esperienza e condividere le esperienze. Un po’ come nella nostra vita quotidiana, no?
ROMA – Il primo meeting dei giornali cattolici on line si terrà dal 12 al 14 giugno a Grottammare. Per la prima volta le più importanti realtà cattoliche presenti in rete si incontreranno per confrontarsi, scambiare esperienze e individuare strategie comuni.
L’incontro è aperto a tutte le realtà pagine, blog, siti, radio, tv, presenti in rete o diffuse in forma stampata o via etere. Per conoscere più nel dettaglio cosa accadrà durante il meeting, nelle prossime settimane intervisteremo giornalisti, direttori di testate ed altre persone che a vario titolo parteciperanno all’evento. Iniziamo con l’intervista ad Antonio Gaspari, direttore di Zenit, una delle principali realtà che collaborano per la realizzazione di questo importante evento.
Durante la presentazione del meeting, lei ha detto che questo evento è nato durante una passeggiata. Ci può spiegare meglio cosa intendeva?
Eravamo a San Benedetto del Tronto, insieme al capo redattore del giornale diocesano “L’Ancora”, Simone Incicco. Stavamo riflettendo sul perché Papa Francesco avesse così tanto successo dal punto di vista comunicativo. Discutevamo anche di come riuscire a fare comunicazione evitando la tentazione della cattive notizie, degli scandali, delle denuncie, degli attacchi e delle critiche. Ci siamo interrogati se e come era possibile fare un informazione basata sulle buone notizie. Come far crescere un giornalismo di inchiesta che raccontasse di grandi ideali, di storie eroiche, di larghi orizzonti…
Eravamo anche un po’ annoiati dei racconti di un cristianesimo, troppo intellettuale, con una impostazione moralistica e con poca carità. Abbiamo sentito il desiderio di raccontare dell’incontro delle persone con Cristo e dell’amicizia come dono di Dio. Ci siamo chiesti anche come fossero piccoli i nostri progetti di fronte ad una tecnologia telematica che sta assumendo dimensioni galattiche. Abbiamo sentito la necessità di sfidarci e di chiamare a raccolta tutti gli amici che lavorano nella comunicazione, per discutere come favorire e diffondere la cultura dell’incontro proposta da Papa Francesco. Così abbiamo pensato ad un meeting nazionale, invitando però anche ospiti internazionali.
Lei è stato l’ideatore del titolo della prima edizione del meeting “Pellegrini nel cyberspazio”. Cosa l’ha spinta a formulare proprio questo titolo?
Coscienti o no, ogni persona compie una cammino terreno con grandi aspirazioni nel cuore. È vero che ognuno cerca l’infinito. In questo cammino siamo tutti pellegrini che cercano amore, felicità, gioia, senso, amicizia, famiglia, conoscenza, fratellanza, condivisione, buon vivere. Il cyberspazio è la dimensione più vicina ad una forma di comunicazione che non si ferma al sistema solare, ma che ha le potenzialità per comunicare con l’intera galassia. In questo pellegrinaggio ci siamo tutti credenti e non. Mi è sembrata l’immagine più consona all’idea di meeting che avevamo pensato.
Lei fa parte della squadra di Zenit da quando è nata, prima come inviato e poi come direttore editoriale. Alla luce della sua esperienza, quali sono i limiti e le risorse della stampa cattolica?
Le risorse sono enormi, direi senza limite. ZENIT è nata 16 anni fa, con un investimento di appena trentamila dollari. Si trattava di un’unica edizione in spagnolo spedita via mail a circa 400 utenti. Oggi usciamo ogni giorno in sette lingue (italiano, inglese, spagnolo, tedesco, francese, portoghese e arabo).
Pubblichiamo una media giornaliera tra le 75 e le 100 notizie via mail. Sono più di 500mila i sottoscrittori. Spediamo circa 16 milioni di mail al mese. Abbiamo un pubblico che frequenta la nostra pagina WEB (www.zenit.org) e le nostre pagine su Facebook e Twitter. Il venerdì santo della scorsa settimana le visualizzazioni sulle nostre pagine Facebook hanno superato i tre milioni di utenti.
Non sono molto bravo nelle critiche. Se devo pensare ai limiti della stampa cattolica, posso dire che a volte sembra che manchi il coraggio e la convinzione delle grandi visioni. Pur essendo più ardimentosa della stampa che gioca sulla cronaca nera e sugli scandali, l’editoria cattolica dovrebbe osare di più.
La stampa cattolica è più facilmente diffusa fra gli adulti rispetto alle generazioni più giovani. Cosa si può fare secondo lei per raggiungere anche questa importante fascia d’età?
La prima cosa da fare è offrire ai giovani la possibilità di entrare in redazione per raccontare e scrivere delle aspirazioni della nuova generazione. Nella redazione di ZENIT ci sono giovani liceali e universitari ai primi anni che scrivono articoli, fanno interviste, recensiscono libri, film, mostre, concerti.
Non è giusto che persone adulte continuino a scrivere cosa dovrebbero fare i giovani. Va bene proteggerli e sostenerli nella crescita, ma bisogna incoraggiarli e cercare di alimentare in grande libertà la loro sete del vero del buono e del bello.
Nella redazione di ZENIT abbiamo chiesto ai giovani di scrivere e raccontare della loro generazione. Li abbiamo aiutati con amicizia, facendoli sentire parte della compagnia della buona notizia. La collaborazione con i colleghi più esperti li sta facendo crescere spingendoli a volare sempre più in alto.
La tecnologia telematica ci sta aiutando, perché analizzando il pubblico che frequenta le pagine di Facebook per esempio, abbiamo constatato che l’età di chi segue e interviene di più va dai sedici fino ai 32 anni.
ROMA – A margine della presentazione del libro “Le chiese stazionali di Roma. Un itinerario quaresimale” scritto dall’ambasciatrice Hanna Suchocka abbiamo avvicinato Sua Eminenza il Card. Giovanni Battista Re che ha gentilmente risposto a qualche nostra domanda. L’alto prelato è nato a Borno nel 1934. Dal 2000 al 2010 è stato Prefetto della Congregazione per i Vescovi, l’organo della curia romana che si occupa in primo luogo dell’elezione dei nuovi vescovi.
Lei è stato uno dei più stretti collaboratori di Giovanni Paolo II. Con quali parole descriverebbe Karol Woytjla?
Giovanni Paolo II è stato grande sotto ogni aspetto: come uomo, come papa e come santo. Ed è stato grande anche come come amico: veramente voleva bene ai suoi collaboratori e quindi ha sempre avuto grande attenzione per noi. Certo è un Papa che è rimasto nel cuore della gente. Era un mistico, un uomo di grande spiritualità e al medesimo tempo molto attento alle persone e alle situazioni tanto concrete. Questo suo modo di essere ha influito sulla storia. Tutto ciò che ha caratterizzato il suo pontificato è stato ispirato da motivazioni profondamente religiose: egli desiderava far riavvicinare gli uomini a Dio e ridare a Dio la cittadinanza in un mondo che non poche volte lo aveva dimenticato.
Poiché il decano e il vice decano del collegio cardinalizio avevano raggiunto gli 80 anni, lei ha svolto, a norma del diritto canonico, le funzioni del decano, essendo per anzianità il primo dei cardinali vescovi. Quali sono i sentimenti di un cardinale di Santa Romana Chiesa che entra nella Sistina per eleggere il successore di Pietro? Ho partecipato al conclave del marzo 2013 con altri 115 cardinali. Ho sentito molto la responsabilità di fronte a Dio di collaborare con lui per trovare il Papa che andava bene per il nostro tempo. È stato trovato un Papa che va proprio bene per questo tempo: un Papa caratterizzato da grande umanità, ma anche da grande spiritualità, semplicità, sobrietà e direi un Papa che corrisponde alle attese di questo momento difficile della storia del mondo.
Quale aspetto di Papa Francesco la colpisce maggiormente? L’aspetto che si nota di più in lui – e che ha suscitato anche tanto simpatia – è il fatto di essere molto vicino alla gente. Questo Papa ha voluto abolire le distanze ed è molto vicino alla persone, cerca di avvicinarsi ad esse: basta vederlo nelle udienze generali, quando si fa prossimo ai fedeli in Piazza San Pietro abbracciandoli, baciandoli ed accarezzandoli.
La Chiesa si sta preparando a vivere in ottobre il sinodo per la famiglia. Se ne parla molto anche sui media, spesso con grande approssimazione. Come vede questo evento un uomo di Chiesa come lei? L a famiglia e la spiritualità familiare sono peculiari per il futuro del mondo. Per cui è encomiabile l’attenzione del Papa verso le famiglie. È bene che prima di tutto ci si prepari bene alla vita familiare e cioè è necessario aiutare i fidanzati a prepararsi al matrimonio, alla spiritualità del matrimonio e della famiglia, poiché è all’interno della famiglia che avviene la trasmissione della fede. È importante quindi che il Papa abbia messo al centro del prossimo sinodo il tema della famiglia, perché oggi essa è minacciata e ha bisogno di essere difesa secondo il piano di Dio.
ROMA – Si è svolta lunedì 24 marzo alle ore 17.30 presso l’Istituto Patristico Augustinianum la presentazione del volume “Le chiese stazionali di Roma. Un itinerario quaresimale” scritto dal già primo ministro polacco e attuale ambasciatrice Hanna Suchocka, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. All’incontro, moderato da don Giuseppe Merola, redattore dell’ufficio editoriale LEV, hanno preso parte, oltre all’autrice, varie ed illustri personalità.
Il cardinale Giovanni Battista Re, ha esordito ricordando il carattere straordinario di Roma, unica al mondo per la sua storia, per il suo respiro universale, per essere il centro del cristianesimo e per le sue incomparabili chiese, luoghi prima di tutto di preghiera e di spiritualità, ma anche veri e propri musei che contengono capolavori artistici inestimabili. Per conoscere bene Roma bisogna conoscere anche queste 44 chiese dell’itinerario quaresimale.
Il porporato si è soffermato sul carattere spirituale del percorso proposto dal libro, apprezzando l’intento dell’autrice di rivivere l’esperienza che tanti cristiani hanno vissuto nel corso dei secoli. Il libro è una sorta di diario dei sentimenti vissuti ogni mattina, sostando in queste chiese.
Secondo l’alto prealato, oggi il passaggio dal carnevale alla quaresima è sul calendario, ma non incide realmente nella vita quotidiana, non ha riflesso sul tessuto sociale. Invece nel passato non è stato così.
Infatti il tempo di quaresima è nato già nel II secolo in oriente e si è affermato a Roma a partire dal 313. Alla fine del IV secolo notiamo una precisa organizzazione del tempo quaresimale. Originariamente era un ritrovarsi per ascoltare le parole del Papa.
È stato Gregorio Magno a sistemare le stazioni quaresimali così come oggi le conosciamo. Questa pratica è durata fino al XIV secolo, quando la sede papale si trasferì ad Avignone. Nel XVI secolo San Filippo Neri cercò di riportarla in auge, limitandone le visite alle 7 chiese più importanti.
Ha preso poi la parola Alfons M. Kloss, ambasciatore d’Austria presso la Santa Sede, evidenziando il taglio non accademico del libro. In esso vi si trovano la fede, la storia e l’arte con l’intento di volersi avvicinare all’essenza della nostra fede, all’esperienza dei primi martiri, e riscoprire così il senso profondo della quaresima.
L’ambasiatore si è soffermato sulla propria esperienza, raccontando di come egli viva il Mercoledì delle Ceneri a Santa Sabina, prima stazione quaresimale, e di come questa chiesa gli ricordi, per la presenza dei domenicani, la chiesa frequentata a Vienna. L’austerità della basilica lo introduce nel clima della quaresima.
Il prof. Stanislaw Grygiel, ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo, ha fatto parte del gruppo composto da docenti, membri del corpo diplomatico e amici che hanno compiuto il pellegrinaggio insieme all’autrice. Tutti questi pellegrini chiedevano a Dio di illuminare il proprio lavoro per il bene comune.
Il docente, citando le parole di Goethe, ha ricordato come l’Europa sia nata dal pellegrinaggio. Pellegrinare attraverso le tappe delle stazioni quaresimali, vuol dire andare in cerca di una sorgente secondo le parole di Giovanni Paolo II nel Trittico Romano: “Sorgente dove sei? Dove sei sorgente?”.
Ed una volta trovata la sorgente è necessario inginocchiarsi per attingere ad essa. Chi non si sa inginocchiare alla sorgente finisce per turbare le acque. Nell’atto del pellegrinaggio continua a nascere l’Europa. Possiamo quindi domandarci: “L’Europa staccata dalla Chiesa, sarà ancora Europa?
Il prof. Marek Inglot SJ, docente presso la Facoltà di Storia e Beni culturali della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana, ha notato come il testo della Suchocka non sia solo un libro per essere letto, ma che invita ad intraprendere il cammino verso le stazioni quaresimali. Esso inoltre spinge il lettore ad interrogarsi sulla propria fedeltà a quanto hanno vissuto i primi cristiani.
Il docente ha sottolineato, seguendo il pensiero di Giovanni Paolo II rivolto alla Terra Santa, che già solo andare con la mente in questi luoghi, significa ripercorrere i passi del Verbo Incarnato, e mettersi sulle strade di un Dio che ci ha preceduto in questo viaggio.
Infine il religioso ha riscontrato una naturale simpatia dell’autrice verso i segni polacchi presenti a Roma. Ma anche verso i gesuiti. Quest’ultima “simpatia” ha suscitato in sala un sorriso… Essendo il relatore un gesuita! Ma padre Inglot ha specificato di riferirsi ai gesuiti della prima ora, a Sant’Ignazio e ai suoi compagni. Infatti l’autrice nel libro ricorda come a San Paolo Fuori le Mura, il 22 aprile 1541 Sant’Ignazio e i suoi fecero i voti solenni. E ancora come a San Lorenzo in Damaso fu presente San Francesco Saverio.
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Paolo Annibali, scultore e docente di Storia dell’Arte presso il Liceo Scientifico (anche del sottoscritto!) di San Benedetto del Tronto, ha da poco terminato la sua ultima opera “La porta degli emigrati” che da qualche giorno fa bella mostra di sé presso il Santuario di San Gabriele a Colledara. Lo abbiamo contattato ed ha gentilmente risposto alle nostre domande.
Professore, da quanti anni svolge la sua attività di scultore e come è iniziata la sua attività?
Sin da bambino divoravo album da disegno, avevo sempre le mani sporche di plastilina, ma questa voracità si è spenta con gli anni delle elementari, la scuola di allora non teneva in nessuna considerazione queste doti. Il desiderio dell’arte è riapparso con la fine delle medie, quando incontrai degli insegnanti che davano grande importanza ai rapporti umani. Provo nei loro confronti una grande riconoscenza, non solo per le scelte artistiche future, ma, diventato insegnante, ho cercato in qualche modo di imitarli, usandoli come modelli.
Debbo a loro che intrapresi gli studi con il liceo artistico e poi l’accademia. Certo, non è così scontato tradurre un talento in mestiere, è molto facile perdersi, l’arte è il mondo dell’incertezza, dell’approssimazione. Ancora non dimentico l’espressione dei miei genitori, quando comunicai che volevo fare l’artista, anzi lo scultore, lessi nei loro occhi la disperazione di chi immagina, non senza cognizione, il proprio figlio proiettato verso una vita di stenti.
In effetti il mestiere dell’arte è un percorso in eterna salita, nella quale devi credere senza esitazioni in te stesso e in quello che fai. Quando sei giovane il mestiere è un continuo inizio, in quanto i riscontri, soprattutto economici, sono pesantemente modesti, e solo quella fede ti può salvare.
Tra i tanti inizi, quello che più ha segnato la mia strada, è quello del 1981, quando giovane promessa appena uscito dall’accademia, mi colse l’artrite reumatoide, che per un lungo periodo m’impedì qualsiasi attività. L’esperienza del dolore mi offrì la possibilità di esplorare il mio mondo interiore più intensamente. Quando i morsi della malattia si attenuarono, la mia sensibilità si era affinata, il bagaglio emotivo arricchito. Nel 1983 organizzai la mia prima mostra personale in cui la mia ricerca poetica si era avviata verso quelle tematiche che ancora fanno parte della mia opera.
A quale corrente artistica appartiene la sua produzione e qual è lo scultore che lei vede come un modello?
Non mi sento di appartenere a nessuna corrente artistica. Oggi l’arte vive un momento di grande complessità e fragilità. Il mio lavoro è orientato verso la figurazione, un mondo direi forse rassicurante e anacronistico, anche se oggi mi sembra più che mai attuale, in quanto molti giovani sembrano esprimere le stesse tensioni.
Non ho mai pensato ad uno scultore come modello, ma a tanti. A tutti quelli che hanno espresso una forte componente morale e civile: Giovanni Pisano, Donatello…. Ma anche pittori come David, Courbet, Mantegna….
Nell’arco della sua carriera si è parecchio dedicato a soggetti sacri. Può ricordare ai nostri lettori quali sono le opere di maggior rilievo che ha prodotto per la committenza ecclesiastica? Ci può dire poi quale opera considera il suo capolavoro?
Tra le opere più significative che ho realizzato, penso ci sia l’ultima, la “Porta degli emigrati” per il Santuario di San Gabriele, forse perché è l’opera della maturità, forse perché è ancora fresco il ricordo della fatica, ma anche l’ambone della cattedrale di Fiesole, la porta della cattedrale di Jesi.
Più che il mio capolavoro, il cui giudizio lascerei ad altri, parlerei dell’opera che amo di più: la “Madonna della Misericordia” per la parrocchia di San Pio X a San Benedetto del Tronto. E’ una scultura che racconta un momento particolarmente difficile della mia esistenza.
Quale rapporto c’è fra chi commissiona l’opera d’arte e lo scultore? L’artista ha una certa libertà?
Tra artista e committente si istaura una certa complicità, quando il committente ti sceglie per realizzare un’opera, ha in te una grande fiducia. Va un po’ sfatato il luogo comune per cui le opere su committenza siano delle costrizioni per la sensibilità dell’artista.
I temi definiti sono per l’artista, quello che è la rima per il poeta, per non parlare poi di tutta l’arte del passato in cui si operava solo esclusivamente su committenza. Direi anche che la libertà espressiva e la propria personalità si possono affermare anche nei temi più angusti delle opere su committenza. L’importante è la qualità dell’opera.
In che misura secondo lei l’arte contemporanea riesce a descrivere la sensibilità religiosa dell’uomo di oggi?
Il rapporto tra spiritualità e arte contemporanea è complesso e spesso conflittuale. Distinguerei tra un’arte sacra creata appositamente per la liturgia e un’arte che pur lontana nei temi evidenzia la ricerca di senso, l’annuncio, l’intuizione del divino. Nella complessità del contemporaneo molto spesso è più la seconda tipologia di opere che ci avvicinano al sentimento di Dio. E’ sempre la bellezza lo strumento attraverso la quale si può parlare di spiritualità.
Lei oltre ad essere scultore è docente. Come si pongono secondo lei i ragazzi di oggi di fronte al nostro patrimonio artistico e in definitiva rispetto alla bellezza?
Se il mestiere dell’arte è straordinario posso dire, dopo tanti anni di insegnamento, che quello di docente lo è altrettanto. Il mondo della scuola è ancora il mondo della speranza e direi anche della bellezza. Certo lo studio è fatica, chi di noi si alzava la mattina con la gioia nel cuore pensando di andare a scuola? Nonostante che i ragazzi intuiscano che parlando di Masaccio o di una colonna greca, gli racconti le cose più belle che ha creato l’uomo, un conto è assistere una lezione, dove l’insegnante cerca di trasmetterti la sua passione, un conto è poi studiarsela e di nuovo raccontarla.
Ma il tempo dell’adolescenza è un tempo particolare. Nell’età adulta si ripensano tante cose e ci si accorge che molti discorsi sono “passati”, così l’arte è entrata a far parte del patrimonio più profondo di ognuno. Credo che tu ne sia la testimonianz: ebbi un sussulto di gioia, quando, in visita a Santa Maria sopra Minerva a Roma, ti incontrai mentre spiegavi le numerose opere d’arte del luogo ad un gruppo di bambini.
Il 17 dicembre 2013 Papa Francesco ha esteso alla Chiesa universale il culto liturgico in onore di Pietro Favre, che, a detta dello stesso Pontefice, è la figura di gesuita che gli è più cara, dopo ovviamente Ignazio di Loyola. Ma chi è Pietro Favre? Per conoscere questo “nuovo santo” può essere utile la lettura del volume “Pietro Favre. Servitore della consolazione” curato dal Direttore de “La Civiltà Cattolca”, padre Antonio Spadaro ed edito per i tipi dell’Ancora.
Il testo raccoglie un insieme di saggi comparsi su “La Civiltà Cattolica” che possono aiutare a delineare il ritratto del “santo di Papa Francesco”. Il primo contributo scritto nel 1979 da padre Giuseppe Mellinato è di taglio biografico e funge da introduzione agli altri che invece si soffermano su particolari carismi di Favre.
Scopriamo allora che Pietro Favre è nato a Villaret, in Savoia, il 13 aprile 1506 in una modesta famiglia di contadini. All’età di 19 anni si recò a studiare alla Sorbona di Parigi, dove incontrò Ignazio di Loyola che era più grande di lui di una ventina di anni. Insieme dimorarono presso il Collegio Santa Barbara con Francesco Saverio.
Capiamo subito quindi che Favre è uno dei primi amici di Ignazio e dunque avvicinarlo significa comprendere qualcosa in più su come è nata la Compagnia di Gesù. Egli non aveva le idee chiare su quale fosse la propria vocazione, fu così che nel gennaio del 1534 iniziò gli esercizi spirituali, la pratica di discernimento ideata proprio da Ignazio, che lo porteranno nel maggio dello stesso anno a diventare prete.
Egli dunque è il primo sacerdote della Compagnia di Gesù, prima ancora dello stesso Ignazio! Fu proprio Favre a celebrare la messa quel 15 agosto 1534 quando Ignazio e altri cinque suoi amici alle pendici di Montmartre fecero voto di unirsi in quello che sarebbe divenuto uno dei più importanti ordini religiosi della Riforma Cattolica.
È proprio nel contesto della desiderio di riforma che Favre svolge il suo apostolato. Egli, secondo le parole dei padri Coupeau e Zollner, “poteva testimoniare che la diffusione del protestantesimo era dovuta a una crisi morale e spirituale in seno alla Chiesa cattolica. Per il fatto che i cattolici dei paesi tedeschi avevano perso il retto sentire, era andata persa anche la retta fede. Per poter riacquistare la retta fede, la strategia di Favre tendeva a ricondurre i fedeli al retto sentire” (p. 72).
E quale metodologia seguiva Favre? Sono ancora i due gesuiti a spiegarcelo: “Anziché esibirsi pubblicamente in dispute teologiche o polemizzare sulle condanne reciproche, con incontri personali voleva convincere i protestanti di quanto gli stesse a cuore la riforma spirituale e quanto fosse necessaria l’unità di tutta la Chiesa” (ibidem).
Troviamo in queste parole una grande assonanza con la sensibilità spirituale di Papa Francesco. Il Pontefice infatti, proprio come il santo che ha tanto a cuore, predilige la cosiddetta “cultura dell’incontro”: al centro dei suoi interessi non c’è l’esposizione di una dottrina, ma il desiderio di farsi prossimo ad ogni uomo.
Lo vediamo nella sua gestualità, nel suo chinarsi verso le persone più sofferenti, nei suoi non rari contatti telefonici: in ognuno di questi suoi gesti possiamo scorgere il desiderio di incontrare direttamente le persone alle quali vuole fare sentire l’abbraccio di Cristo.
Papa Francesco, come Favre, vive in un tempo di riforma, che è anzitutto una sempre maggiore adesione del cuore a Cristo prima che una serie di cambiamenti di strutture. La riforma della Chiesa è qualcosa di sostanzialmente molto diverso da quella che può essere la riforma di uno stato: essa passa prima di tutto attraverso le persone.
Per tutti questi motivi crediamo che Papa Francesco si ispiri e senta così vicino il primo sacerdote della Compagnia di Gesù.
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La chiesa di San Benedetto Martire è la più antica della nostra città. Essa sorge sul luogo dove da tempo immemorabile si conservano i resti mortali del santo eponimo. L’edificio che oggi vediamo risale al XVIII secolo ed è opera dell’architetto Pietro Augustoni.
La chiesa è a navata unica. Oltre all’altare maggiore, vi sono altri sei altari, tre a destra e tre a sinistra. Varcata la porta, troviamo, murata nella controfacciata, la parte di una lapide che in origine era posta sul sepolcro di San Benedetto e che, secondo le ricostruzioni che sono state fatte, ci fornisce qualche dato sulla vita di San Benedetto. Il martire aveva una sorella gemella di nome Frutta che visse 58 anni, egli invece morì all’età di 28 anni il giorno 13 ottobre (probabilmente 304), quando erano Augusti Diocleziano e Massimiano.
Osservando poi il primo altare sulla parete destra possiamo notare due statue lignee: quella della Madonna Addolorata del 1950 e, in basso, quella del Cristo Morto del 1880.
Sopra al secondo altare della parete destra, vediamo una tela del XVIII secolo nella quale è raffigurata la Madonna del Carmelo che regge Gesù Bambino. Il divin fanciullo sta donando gli “abitini” a Santa Apollonia, riconoscibile dalle tenaglie che ha in mano, suo caratteristico simbolo iconografico. Assistono alla scena anche Santa Lucia, che regge in mano i suoi occhi, e San Nicola di Bari che ha in mano tre palle d’oro.
Sopra al terzo altare della parete destra possiamo ammirare la Pala della Madonna del Rosario, opera del XVI secolo. In questo dipinto distinguiamo due mandorle: in quella più esterna sono rappresentati i 15 misteri del Rosario, mentre in quella interna vediamo la Vergine e Gesù Bambino nell’atto di donare le corone del Rosario a San Domenico e a Santa Caterina da Siena.
Fra le due mandorle corre una fascia, sulla quale troviamo la frase del Salmo 45: “Astitit regina a dextris tuis in vestitu deaurato, circumdata varietate”. Al di sopra della mandorla scorgiamo due angeli oranti, mentre sotto di essa possiamo vedere due uomini che sorreggono dei cartigli: su quello di sinistra si legge “Egredietur virga de radice jesse” (Is 11,1) mentre su quello di destra è scritto “Ecce virgo concipiet et pariet filium” (Is 7,14).
Volgendo la nostra attenzione ora sull’altare che troviamo nella parete di fronte, possiamo ammirare la statua del santo patrono: Benedetto è rappresentato come un giovane soldato romano. Sopra la sua armatura indossa un mantello di colore rosso. Con la mano sinistra tiene una palma, simbolo del martirio, mentre con la destra regge un modellino del Paese Alto. Presso questo altare, visibili al pubblico, possono essere venerati il cranio e le ossa del santo.
Sul secondo altare della parete sinistra troviamo il simulacro della Immacolata Concezione, una immagine molto venerata perché, grazie alla sua intercessione, nel 1855 cessò nella nostra città la piaga della peste. Ogni anno l’8 dicembre, come segno di gratitudine verso la Vergine, questa statua viene portata in processione.
Fra questi due altari non possiamo non notare il luogo dove riposa Padre Giovanni dello Spirito Santo, al secolo Giacomo Bruni, sacerdote passionista sambenedettese che si spense a soli 23 anni e che la chiesa ha riconosciuto come Venerabile. Il dipinto è opera dell’artista don Luigi Sciocchetti, fratello di Mons. Francesco Sciocchetti, benemerito parroco della Madonna della Marina dal 1890 al 1920.
L’ultima pala d’altare che osserviamo risale al XVIII secolo e mostra le anime del purgatorio che grazie all’intercessione di San Giacomo della Marca e di San Pietro d’Alcantera si protendono verso la Madonna e Gesù Bambino nella speranza di raggiungere il cielo.
Se ora spostiamo la nostra attenzione nella zona del presbiterio e più precisamente sull’abside, possiamo notare la pala d’altare, realizzata nel 1707 dal pittore fermano Ubaldo Ricci, raffigurante la scena dell’Ultima Cena. Il Signore Gesù e gli apostoli sono radunati attorno alla mensa. Giovanni è appoggiato sul petto di Gesù e alla sua figura si contrappone quella di Giuda che, voltando le spalle a Gesù, abbandona la mensa.
Nell’abside si possono scorgere alcuni angeli che reggono in mano i simboli della passione: la colonna, la canna con la spugna, il martello, la corona di spine, il calice, la scala, le tenaglie e la croce. La pala d’altare e i putti ci introducono, attraverso il linguaggio delle immagini, al mistero che sull’altare viene celebrato: con il pane e il vino consacrati Gesù ci invita alla sua mensa che è memoriale del suo sacrificio.