Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Catechesi della bellezza

Nel video che proponiamo, Don Gianluca Busi presenta al pubblico la mostra Tradizione dello splendore. Icone italiane contemporanee dedicata alle opere d’arte realizzate da 16 iconografi italiani contemporanei che possono essere ammirate presso il museo Magi di Pieve di Cento (Bo) fino al 1 marzo 2015.

L’arte iconografica si sta sempre più affermando nel nostro paese. Per rendersene conto basta citare alcuni dati. Una quarantina di iconografi si dedicano a tempo pieno alla scrittura di icone, mentre un altro centinaio lo fa svolgendo anche altre attività lavorative. Ogni anno si tengono più di 100 corsi di iconografia nei quali sono coinvolti mediamente otto allievi. Ciò significa che si producono in Italia dalle dieci alle quindicimila icone.

Nel video Don Gianluca spiega come gli iconografi contemporanei si rifanno a “4 filoni” iconografici: c’è chi è legato alla tradizione rappresentativa della “Chiesa indivisa” (Fabio Nones, Paolo Orlando, Paola Zuddas), chi invece è più vicino all’iconografia italiana altomedioevale (Giovanni Raffa e Laura Renzi, Fabrizio Diomedi, Giuseppe Bottione), chi ancora si ispira alle icone romane (Ivan Polverari) e infine chi impronta la sua produzione sul modello della Scuola di Mosca (Giovanni Mezzalira, Giancarlo Pellegrini, Antonio de Benedictis, Luisanna Garau e lo stesso Don Gianluca Busi).

Share

Diciamo che tutto è partito da esigenze pratiche, ma queste mi hanno aperto la strada ad una riflessione più approfondita che mi ha portato a parlare di una “necessaria didattica per immagini” quando si parla di religione.

Infatti, se si va a scavare a fondo, si noterà come il legame fra parola e immagine è un elemento costitutivo del cristianesimo. Basta pensare a due passi biblici. Il primo tratto dal prologo del Vangelo di Giovanni, l’altro dalla lettera di Paolo ai Colossesi.

San Giovanni scrive “Il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14). Con queste parole l’evangelista esprime il cuore della fede cristiana, secondo la quale l’infinito si è fatto conoscere nel limite della condizione umana, ciò che per sua natura è incontenibile ha preso una forma, ciò che non era visibile ha accettato di farsi vedere ai nostri occhi.

Che dire poi di quanto affermato da Paolo nella lettera ai Colossesi? L’apostolo delle genti scrive infatti che Cristo “è l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15).

Se il binomio parola-immagine è un elemento fondamentale nella rivelazione cristiana, esso non può essere trascurato in tutte quelle attività come la catechesi o l’irc, che, a diverso titolo, si adoperano a fare conoscere questa rivelazione.

Immergendosi nell’universo dell’arte sacra, si può avere quasi l’impressione che il fine della religione sia quello di promuovere le belle arti. Ovviamente le cose non stanno così, in quanto il compito della religione è quello di far entrare l’uomo in comunione con Dio, però è come se la religione, in preda ad un eccesso di bene, traboccasse e producesse frutti anche in campi che non sono totalmente suoi.

Credo che se volessimo sintetizzare quello che abbiamo detto con un’opera d’arte, non potremmo che scegliere il San Luca di El Greco. L’evangelista, vestito di verde, regge con una mano il libro dei vangeli, aperto verso di noi, sul quale possiamo vedere una pagina scritta a sinistra e una dipinta a destra. Il santo, con la mano destra, ci porge una penna, quasi invitandoci a continuare l’opera di scrittura del Vangelo. Sì, perché l’arte, tanto quanto la scrittura, ci interroga e ci provoca sul senso della nostra esistenza.

Share

Don Gianluca Busi, iconografo e membro della commissione di arte sacra della Diocesi di Bologna, spiega in questo video la simbologia dei magi nel corso dei secoli. Scopriamo così che la più antica raffigurazione dei magi la troviamo nelle Catacombe di Priscilla a Roma.

Don Gianluca illustra come l’immagine dei magi venga riproposta più volte nell’arte funeraria, come ad esempio nell’epitaffio di Severo o nel sarcofago di IV secolo esposto al Museo Ambrosiano. Il sacerdote infatti spiega che c’é un forte parallelismo fra il defunto che offre la propria anima a Cristo e i magi che portano i propri doni a Gesù Bambino.

Ma troviamo il tema dei magi rappresentato anche sugli altari, in un contesto eucaristico, come quello dell’altare del Duca di Ratchis, conservato nel Museo Cristiano di Cividale del Friuli. In questo caso, secondo don Gianluca, come i magi donano l’oro, l’incenso e la mirra ricevendo a loro volta in dono Gesù Bambino dalla Vergine Maria, così, durante la celebrazione eucaristica, offriamo il pane e il vino per avere in cambio Cristo col suo corpo e col Suo Sangue.

Troviamo ancora i magi che guidano una processione di vergini nei mosaici della chiesa di San’Apollinare Nuovo Ravenna risalente al VI secolo: come i magi offrono i propri doni, così le vergini offrono tutta la propria vita a Cristo.

L’affascinante viaggio alla scoperta delle più belle raffigurazioni dei magi termina con la spiegazione dell’icona della natività di Andrej Rublev. Don Gianluca fa notare come i magi siano osservati con invidia dagli angeli, sia perché l’uomo, con la sua natura umana, sperimenta il dramma della libertà, sia perché essi vedono il Verbo di Dio che si fa uomo e non angelo.

Share

In occasione dell’imminente Solennità dell’Immacolata Concezione, proponiamo questo video nel quale don Gianluca Busi, iconografo e membro della commissione per l’arte della Diocesi di Bologna, presenta gli schemi iconografici mariani più diffusi. I primi tre appartengono alla tradizione orientale, mentre gli altri tre a quella occidentale.

Don Gianluca parte dall’immagine di Maria detta “Odighitria”, cioè “colei che ci mostra la strada”: la madre indica il figlio, via verità e vita, e allo stesso tempo il figlio indica la madre, capolavoro della creazione.

Don Gianluca prosegue illustrando le caratteristiche della “Eleusa”, ovvero “Madre di Dio della tenerezza”. A un primo sguardo potremmo pensare che si tratti della tenerezza fra una madre e il suo bambino, ma a una lettura più attenta possiamo notare come lo sguardo della Madonna sia triste. In realtà ella sta provando tenerezza per l’umanità peccatrice verso la quale volge gli occhi.

Infine il sacerdote volge la sua attenzione al modello della “Madre di Dio del Segno”, che nella sua tipologia deriva probabilmente da un’immagine femminile pagana legata ai misteri eleusini. Questa donna cerca il divino attraversi un’estasi, che la porterà in fuga fuori dal suo mondo. Al contrario, Maria, rivolta verso Dio, genera Gesù.

Passando alla tradizione occidentale, don Gianluca si sofferma sulla scena dell’annunciazione nel suo legame con l’eucaristia, analizzando, fra le altre, quella dipinta nella Cappella degli Scrovegni a Padova.

Il sacerdote propone poi una riflessione sul tema dell’addolorata attraverso il dipinto di Piero della Francesca per il cimitero di Monterchi e quello di Rogier van der Weyden, custodito oggi nel Museo del Prado.

Share

Oggi 4 dicembre, giorno in cui la chiesa festeggia San Giovanni Damasceno, si costituisce l’omonima “Compagnia di San Giovanni Damasceno“, un punto di ritrovo virtuale su facebook per tutti coloro che sono interessati a diffondere la fede attraverso l’arte.

Il gruppo raccoglia già 150 persone. Ci sono sacerdoti che realizzano dipinti e sculture, catechisti che annunciano il vangelo attraverso le opere d’arte, insegnanti di religione che durante le loro lezioni usano le riproduzioni di quadri, autori che scrivono libri di arte sacra, guide che accompagnano fedeli e turisti nei musei diocesani, parroci che organizzano visite in alcune chiese che hanno non solo un’interesse religioso, ma anche storico e artistico.

Spesso, tutte queste persone, non per propria volontà, si trovano sole nel portare avanti le loro lodevoli attività. Davanti a questa varietà di esperienze ci si è domandato: “Perché non fare qualcosa per aggregare quanti sono accomunati dallo stesso interesse per la fede e per l’arte?”.

Ed ecco che è nata, in modo spontaneo e dal basso, questa nuova realtà. Quando si è trattato di scegliere il nome, la mente si è subito indirizzata verso San Giovanni Damasceno, il teologo dell’immagine che, primo fra tutti, ha elaborato un pensiero sistematico sul ruolo dell’arte all’interno della religione cristiana.

Ma che cosa faranno concretamente coloro che entreranno in questo gruppo facebook? In maniera molto semplice, condivideranno su questa piazza virtuale articoli, schede bibliografiche, link, foto, video sui temi che sono di comune interesse, in maniera tale che tutti si possano arricchire dell’esperienza altrui.

Fanno già parte della Compagnia nomi importanti come Rodolfo Papa, docente di Storia delle teorie estetiche presso la Pontificia Università Urbaniana, artista, storico dell’arte e Accademico Ordinario Pontificio e Don Gianluca Busi, iconografo e membro della commissione per l’arte sacra della Diocesi di Bologna che hanno già condiviso nel gruppo i loro significativi contributi.

Se anche tu sei interessato all’arte sacra, che aspetti!? Basta cliccare sul gruppo “Compagnia di San Giovanni Damasceno” e iscriversi al gruppo!

Share

San Giovanni Damasceno, l’ultimo padre della Chiesa vissuto in oriente a cavallo fra il VII e l’VIII secolo ha elaborato una particolare teologia dell’immagine che costituirà l’impalcatura per le definizioni dogmatiche sulla liceità delle immagini durante il VII concilio ecumenico tenutosi a Nicea nel 787. Questa visione teologica finirà per essere una peculiarità del cristianesimo.

Il Damasceno è nato nella Siria occupata dall’islam, una religione aniconica, e ha sviluppato le sue riflessioni durante la lotta iconoclasta voluta dall’Imperatore di Costantinopoli Leone III Isaurico. Dunque, da un punto di vista storico, è sorprendente come egli sia riuscito a maturare una visione dell’immagine in un clima culturale così ostile.

Innanzitutto per il Damasceno l’immagine è qualcosa di voluto da Dio sin dalla Creazione, poiché egli stesso “è stato il primo che ha fatto un’immagine ed ha mostrato delle immagini. Infatti egli ha creato l’uomo secondo la sua immagine”.

Ma se Dio si fosse limitato a ciò e fosse rimasto nelle altezze dei cieli, per noi sarebbe stato impossibile rappresentarlo. San Giovanni Damasceno infatti si chiede: “Come sarà raffigurato l’invisibile? Come sarà ritratto ciò che è senza figura? Come sarà delineato ciò che non ha quantità, né grandezza, né limiti?”.

È solo grazie al Mistero dell’Incarnazione che il divino si può rappresentare e ciò che per sua natura è invisibile diventa visibile. Scrive infatti il nostro: “Invece, è chiaro che, quando tu abbia visto che colui che è incorporeo è diventato un uomo a causa tua, allora farai l’immagine della sua forma umana… ed esporrai alla vista colui che ha accettato di essere visto”.

Per San Giovanni Damasceno le immagini di Cristo che noi produciamo ci consentono di continuare l’esperienza che fecero gli apostoli e i discepoli, infatti essi “videro corporalmente il Cristo, le sue sofferenze e i suoi miracoli, ed udirono le sue parole: anche noi desideriamo vedere e udire. Quelli videro faccia a faccia, poiché egli era presente corporalmente. Ma noi, poiché egli non è presente corporalmente, attraverso i libri udiamo le sue parole e attraverso la pittura delle immagini, contempliamo l’effigie della sua figura corporea”.

Il binomio parola-immagine ci permette di entrare in comunione con Cristo che ha scelto proprio la via dell’incarnazione per donarsi all’uomo: “Come attraverso le parole sensibili noi udiamo con orecchie corporee e pensiamo le cose spirituali, così attraverso la visione corporea ci eleviamo alla visione spirituale. Per questo il Cristo assunse corpo ed anima e cioè perché l’uomo ha corpo ed anima”.

Così concepito, il rapporto con Dio non è un vago spiritualismo. Anzi il Damasceno si sente in dovere di rimproverare che si avvicina al Dio cristiano soltanto attraverso l’anima: “Se tu dici che bisogna accostarsi a Dio soltanto con la mente, allora elimina tutte le cose materiali, le lampade, l’incenso profumato, la stessa preghiera espressa attraverso la voce, gli stessi sacramenti divini che sono compiuti con la materia, pane, il vino, l’olio dell’unzione, la figura della croce”.

Se rappresentiamo Cristo, possiamo rappresentare anche tutti quelli che lo hanno seguito. Scrive infatti San Giovanni: “Se gli amici di Cristo sono destinati ad essere eredi di Dio, coeredi di Cristo e partecipi della gloria e del regno di Dio, come essi possono non essere compartecipi della sua gloria sulla terra?”.

Grazie a queste premesse logiche e teologiche, sia in oriente che in occidente, si assisterà a un’incredibile sviluppo delle arti figurative. Ma nelle vicende di San Giovanni Damasceno non è da trascurare il suo rapporto con il potere politico, verso il quale ha sviluppato un atteggiamento simile a quello che fu dei martiri.

Egli, da una parte, voleva rispettare l’autorità civile dell’imperatore, dall’altra, rivendicava la propria libertà nelle cose di Dio e si rivols a Leone III Isaurico con queste parole: “Ora noi siamo sottoposti a te negli affari della vita materiale, nei tributi, nelle imposte, nei commerci, per i quali a te è stato affidato il potere su di noi. Ma nell’ordinamento ecclesiastico noi abbiamo i pastori che ci hanno annunziato la parola e hanno posto il loro sigillo alla legge ecclesiastica”.

Share

Nel transetto di sinistra riposano le spoglie mortali di Ignazio di Loyola. Esse giacciono in un’urna realizzata da Alessandro Algardi. La tomba è inserita in un contesto monumentale realizzato dal gesuita Andrea Pozzo fra il 1695 e il 1699. In alto vediamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che vegliano sul mondo, una grande sfera marmorea interamente ricoperta di lapislazzuli.

Poco sotto possiamo vedere due angeli che sorreggono lo scudo con lo stemma dei gesuiti. La grande nicchia contiene la statua in oro e argento di Sant’Ignazio, rivestito da una preziosa pianeta. La statua è “nascosta” da una tela del Pozzo che raffigura Gesù Cristo nell’atto di donare a Sant’Ignazio il vessillo della Compagnia. Un angelo mostra il libro dei vangeli a quattro personaggi, che rappresentano altrettanti continenti raggiunti dall’opera di evangelizzazione dei gesuiti.

Tutti i giorni alle ore 17.00 è possibile essere spettatori di uno straordinario “gioco” : la pala, attraverso un particolare meccanismo, viene fatta scendere e mostra la statua del santo che viene illuminata, insieme a tutto il resto della chiesa.

Sulla sinistra osserviamo un gruppo scultoreo che simboleggia il trionfo della fede sull’idolatria, opera di G. B. Théodon. La Fede, rappresentata come una donna con il calice e l’ostia, sovrasta un re pagano, al seguito del quale c’è l’idolatria. Sulla destra invece, un altro gruppo scultoreo mostra la fede, una donna con la croce in mano, che sconfigge l’eresia, opera di Pierre Le Gros.

Sia la tela del Pozzo che i due gruppi scultorei mettono in mostra la spiritualità militante di Ignazio e dei suoi figli spirituali che concepiscono la vita come una battaglia, ovviamente combattuta senza armi, per rendere maggior gloria a Dio.

Sopra la composizione del Théodon possiamo vedere una pala marmorea raffigurante l’approvazione della Compagnia di Gesù da parte di Papa Paolo III, mentre sopra quella di Le Gros, un’altra pala marmorea rappresenta Gregorio XV che canonizza Ignazio e Francesco Saverio.

Nel transetto di destra troviamo un’altra opera monumentale, realizzata su disegno di Pietro da Cortona, che accoglie la reliquia del braccio di San Francesco Saverio, collocata proprio sopra l’altare. Il grande quadro che sovrasta l’altare, opera di Carlo Maratta, rappresenta la morte di Francesco Saverio. Il Santo è raffigurato ancora nella spezzatura del timpano curvilineo mentre su una nuvola ascende verso il cielo accompagnato da molti angeli.

La parte alta del transetto è decorata da scene della vita di Francesco Saverio come il battesimo di una principessa pagana e l’episodio nel quale un granchio riporta al Santo un crocifisso che aveva perso nel mare.

Share

Fra le cappelle laterali, vorremmo soffermarci su quella della Passione, decorata da Gaspare Celio su disegno del gesuita Giuseppe Valeriani. Essa costituisce una singolare meditazione sulla Passione di Cristo.

All’ingresso della cappella troviamo i profeti Isaia e Zaccaria che ci invitano ad entrare e a contemplare il Mistero della Passione. Sotto al primo profeta leggiamo il passo Is 30,20: “Erunt oculi tui videntes preceptorem tuum” (=i tuoi occhi vedranno il tuo maestro). Con questa frase il fedele è invitato a seguire Gesù. Sotto all’altro profeta leggiamo invece il passo Zc 12,10: “Viderunt in quem transfixerunt” (= volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto).

Nell’intradosso dell’arco che ci introduce alla cappella, possiamo vedere molte scene dell’Antico Testamento che, in un modo o nell’altro, prefigurano la croce. Adamo ed Eva colgono il frutto dall’albero proibito: come per mezzo dell’albero della conoscenza del bene e del male è venuta nel mondo la morte, così per mezzo della croce è venuta la vita.

Segue poi la scena del sacrificio di Isacco: come nell’Antico Testamento Abramo offrì in sacrificio suo figlio, così nel Nuovo Testamento Dio Padre offre suo figlio Gesù sulla croce per la salvezza del mondo. Ancora sul tema del sacrificio si sofferma un’altra immagine che descrive il sacrificio di Noè dopo il diluvio universale.

Infine un episodio dell’esodo prefigura la croce come segno di speranza: si tratta del bastone con un serpente di bronzo che Mosè innalzò nel deserto e donò vita a tutti quelli che si rivolgevano verso di esso. Allo stesso modo oggi chi guarda la croce è salvo.

Nella cappella inizia poi un vero e proprio racconto della Passione di Cristo per immagini. L’agonia di Gesù, raffigurata nella lunetta di destra, inizia nell’orto degli ulivi, dove il Signore prega e suda sangue. Lo viene a confortare un angelo, mentre Pietro, Giacomo e Giovanni si sono addormentati. Nella lunetta di fronte, Gesù viene arrestato dai soldati mentre è baciato da Giuda, il traditore.

Quattro tele ripercorrono ulteriormente le sofferenze e le umiliazioni subite da Gesù. Nella prima il Cristo viene bendato. Sotto possiamo leggere il passo Lc 22,64: “Et velaverunt eum et percutiebant faciem eius” (= lo bendarono e percuotevano il suo volto).

Nella seconda tela il Cristo è pronto per essere flagellato alla colonna. Sotto possiamo leggere il passo Gv 19,1. “Tunc ergo apprehendit Pilatus Iesum et flagellavit” (= dunque Pilato prese Gesù e lo fece flagellare).

Nella terza tela il Cristo è vestito con una tunica rossa. Sotto possiamo leggere il passo Mt 27,28: “Clamidem coccineam circumdederunt ei” (= gli misero addosso un manto scarlatto).

Nella quarta tela vediamo Gesù vestito di bianco. Sotto possiamo leggere il passo Lc 23,11. “Sprevit autem illum Herodes et illusit indutum veste alba” (= allora Erode lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì con una splendida veste bianca).

Due grandi affreschi descrivono poi le ultime ore di vita di Gesù: a sinistra possiamo vedere la salita di Gesù verso il Calvario, mentre a destra Gesù viene crocifisso. Sulla pala dell’altare possiamo ammirare la scena della deposizione: il corpo esanime di Gesù viene tolto dalla croce.

Nella volta della cappella possiamo infine vedere gli strumenti che sono stati adoperati per uccidere Gesù portati in gloria da una moltitudine di angeli: la croce, la lancia, la canna con la spugna, i tre chiodi e la corona di spine.

Share

La chiesa del Gesù si trova nel pieno centro di Roma e rappresenta a livello architettonico il cuore della spiritualità gesuita. Il tempio infatti fu voluto dallo stesso fondatore della Compagnia di Gesù, Ignazio di Loyola, che nel fra la fine del 1550 e l’inizio del 1551 vide la posa della prima pietra. Vari architetti misero mano al progetto, ma gli interventi più importanti si devono al Vignola e a Giacomo della Porta.

La struttura della chiesa è quella tipica degli edifici religiosi costruiti nel periodo della Riforma Cattolica: la chiesa ha una pianta a croce latina; un’unica navata, tale da favorire il raccoglimento e la concentrazione durante le sacre funzioni; sei cappelle laterali, tre a destra e tre a sinistra; e una cupola.

Si accede alla chiesa per mezzo di tre porte. Sopra quella centrale è possibile vedere il simbolo della Compagnia di Gesù, che è composto dalle lettere JHS (le prime lettere del nome di Gesù in greco), da una croce sopra la H e dai tre chiodi della croce sotto di essa. Sopra le porte laterali troviamo invece le statue di Sant’Ignazio, a sinistra, e di San Francesco Saverio, a destra.

Sulla trabeazione leggiamo la scritta “Alexander Cardinalis Farnesius S.R.E. vicecanc fecit MDLXXV (=Il Cardinale Alessandro Farnese, vicecancelliere di Santa Romana Chiesa, fece costruire nell’anno 1575). Il Card. Farnese infatti fu munifico donatore verso la Chiesa del Gesù.

Portandoci all’interno della chiesa, possiamo subito ammirare uno dei massimi capolavori di Giovan Battista Gaulli: il trionfo del nome di Gesù. Il monogramma di Gesù (JHS) è adorato da una moltitudine di angeli e di santi. Fra questi possiamo notare Ignazio con i paramenti liturgici, sulla destra, e i magi, sulla sinistra.

Tutta la composizione è ispirata al verso paolino “perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (cfr. Fil 2,10-11) che è possibile leggere su un cartiglio tenuto da alcuni angeli. Infatti le figure, disposte dentro la cornice, su di essa e fuori, rispecchiano proprio la tripartizione del citato passo biblico.

I Gesuiti volevano che la loro chiesa rispondesse a criteri di funzionalità e per questo dotarono la navata di un pulpito. Avrebbero anche voluto un soffitto piatto, in modo tale da poter propagare meglio la voce del predicatore, ma in questo non furono assecondati dal pur generoso cardinale Farnese il quale preferiva una volta a botte, come quella che appunto oggi possiamo ammirare.

Spostando ora la nostra attenzione verso il presbiterio, possiamo concentrarci sulla pala dell’altare maggiore. Essa è opera del pittore romano Alessandro Capalti che ha raffigurato l’episidio della circoncisione di Gesù. Come sappiamo, durante questo rito, che avveniva otto giorni dopo la nascita, veniva dato anche il nome, in questo caso “il nome di Gesù” al quale è dedicata la chiesa. La tela, attraverso un ingegnoso meccanismo, si può abbassare e mostrare la statua del Sacro Cuore.

Share

Portandoci ora nel transetto destro possiamo ammirare la sontuosa tomba di San Luigi Gonzaga. Quattro colonne tortili ornate da viticci, due a destra e due a sinistra, incorniciano la pala marmorea, opera di Pierre Le Gros, raffigurante il Santo portato in gloria da una moltitudine di angeli. Sotto l’altare si conserva la preziosa tomba di Luigi in oro e lapislazzuli, vegliata da due angeli che hanno in mano dei flagelli, simbolo delle mortificazioni alle quali il Gonzaga si sottoponeva. Si accede all’altare dopo aver varcato una balaustra sopra alla quale sono posizionati due angeli, opera del Ludovisi, che portano in mano dei gigli, simbolo della purezza di San Luigi. La realizzazione dell’intera opera si deve alla generosità del principe Scipione Lancellotti, il cui simbolo ricorre due volte sui basamenti delle colonne.

Sul lato opposto possiamo ammirare un’altra meravigliosa opera, realizzata sempre su disegno di Andrea Pozzo. La pala marmorea, opera di Filippo Valle, rappresenta l’annunciazione. L’Eterno Padre manda la colomba dello Spirito Santo sulla Vergine Maria dopo che questa ha detto il suo “Sì”. Gli angeli sulla balaustra sono opera di Pietro Bracci.

Se ora ci portiamo nuovamente nella navata centrale, possiamo ammirare i dipinti dell’abside. Nella calotta absidale possiamo vedere Sant’Ignazio librarsi mentre con sguardo compassionevole guarda alle umane miserie. Poco sotto a questo dipinto, vediamo un clipeo con la scritta “Ego Romae propitius ero” (=Io a Roma vi sarò propizio). Tale iscrizione si riferisce alla scena sottostante che rappresenta la visione de “La Storta”.

Racconta Ignazio nella sua Autobiografia che, trovandosi in una località a nord-est di Roma, La Storta appunto, Dio Padre gli fece intuire di averlo posto accanto a suo Figlio Gesù nell’opera di evangelizzazione e che a Roma sarebbe stato approvato l’ordine religioso che aveva fondato.
Sulla sinistra invece viene rappresentato Sant’Ignazio che manda Francesco Saverio in missione in Oriente, mentre a destra vediamo l’ingresso di San Francesco Borgia nella Compagnia di Gesù della quale diventerà terzo preposito generale dopo Ignazio e Diego Laìnez.

Se invece volgiamo lo sguardo sulla volta, possiamo vedere Ignazio che viene ferito da una palla di cannone durante l’assedio di Pamplona del 20 maggio 1521. Ignazio vede nel cielo San Pietro, vestito di giallo e di blu, con le chiavi del paradiso in mano: grazie alla sua intercessione guarirà il 29 giugno di quello stesso anno, abbandonerà le armi e diventerà un soldato di Cristo.

Spostiamoci ora nella cappella che si trova alla sinistra dell’altare. Vi troviamo il monumento funebre di Gregorio XV, ex studente del Collegio Romano e zio del Cardinale Ludovico Ludovisi, grazie al quale si deve la realizzazione di questa Chiesa. Anche il cardinale Ludovisi riposa qui. La sontuosa tomba è svelata da due angeli musicanti che lasciano vedere il Papa seduto sul trono in atto benedicente. L’imponente monumento, di scuola berniniana, si deve agli scultori Le Gros e Monnnot.

Camillo Rusconi ha realizzato in stucco le quattro virtù cardinali rappresentate da altrettante figure femminili presenti nelle nicchie. La Prudenza, che con uno specchio si guarda alle spalle, regge un serpente, che richiama il passo del Vangelo di Matteo dove l’evangelista scrive : “Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe (cfr Mt 16,16). La Temperanza sta mescolando l’acqua col vino. La Fortezza è rappresentata da una donna che ha uno scudo e una lancia e ai suoi piedi un leone. Infine la Giustizia è raffigurata come una donna che regge in mano una bilancia e ha ai suoi piedi un puttino che regge in mano un fascio littorio, simbolo che precedeva i magistrati nell’antica Roma.

Altre opere di Camillo Rusconi si possono ammirare nella cappella a destra dell’altare. Qui possiamo vedere una statua in gesso di Sant’Ignazio di Loyola che doveva fungere da modello per quella marmorea che ora si trova nella navata centrale della basilica di San Pietro. Possiamo inoltre vedere le virtù teologali nelle nicchie. La Speranza con l’ancora ai piedi, la Carità che allatta molti figli, la Fede col calice e la Religione con le tavole della legge, la bibbia e le chiavi del paradiso.

Ci si può domandare come mai siano state realizzate queste imponenti statue delle virtù e la risposta potrebbe essere abbastanza semplice. Uno dei compiti principali di un gesuita è quello di praticare la direzione spirituale invogliando il fedele ad essere virtuoso nella sua vita.

Share