Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Nicola Rosetti

ROMA – Mercoledì 13 maggio alle ore 19.00 presso la parrocchia San Roberto Bellarmino è stato presentato il volume La Parola secondo Giovanni. Riflessioni sul lessico del quarto Vangelo del Prof. Tito Pasqualetti, prima docente di lettere classiche presso il Liceo Classico Leopardi e poi preside del Liceo Scientifico di San Benedetto del Tronto.

Si è confrontato col l’autore don Enrico Ghezzi, noto biblista e insigne studioso dell’opera giovannea. L’incontro è stato moderato dal Prof. Sergio Ventura, docente di Religione Cattolica presso il Liceo Classico Tasso.

Pasqualetti ha esordito raccontando come sia nato il libro: a seguito del suo pensionamento, ha avuto modo di leggere il Vangelo di Giovanni nell’originale greco. Si è trattato di una seconda lettura, visto che, all’inizio della sua carriera, aveva scelto di far leggere delle pagine di Giovanni ai suoi alunni del ginnasio in un’edizione pubblicata dalla Sei.

Il volume, seguendo la narrazione evangelica, analizza il significato dei termini più importanti usati da Giovanni. Pasqualetti si è avvicinato al testo con un approccio letterario e filologico rilevando come i vocaboli di Giovanni, in molti casi, conservino i significati del greco classico, mentre, in altri, assumono una connotazione originale oppure sono proprio inventati dal quarto evangelista.

Ad esempio, la parola “doxa“, che nel greco classico vuol dire “opinione”, in Giovanni assume il significato di “gloria”. Oppure Giovanni ha inventato il sostantivo “agape” (=amore). Infatti, nel greco classico esiste solo il verbo “agapao”, ma col significato di “salutare”.Si può dunque affermare, senza timore di essere smentiti, che col vangelo nascono una nuova lingua e un nuovo pensiro.

Un tale approccio permette di avvicinare maggiormente la mente dell’autore del quarto vangelo. Il Prof. Pasqualetti ha sottolineato come questo tipo di lavoro consenta una comprensione più profonda e una maggiore aderenza al testo originale. Lo studioso ha portato a titolo d’esempio un episodio personale.

Quando era bambino al catechismo, ascoltando la parabola del figliuol prodigo (nel vangelo di Luca), aveva sentito che il protagonista del racconto si cibava di ghiande. Ha scoperto poi che nell’originale greco si parla invece di carrubbe, un cibo sicuramente molto più gustoso del primo!

Ma passando dalle carrubbe a un nutrimento molto più importante per il cristiano, quello eucaristico, il Prof. Pasqualetti ha sottolineato come nel sesto capitolo ci si imbatta nel verbo “trogo” che propriamente vuol dire “rosicchiare” ed è riferito alla carne che Gesù darà per la salvezza del mondo. Ciò indica lo stile realistico del linguaggio di Giovanni che a volte non disprezza l’uso di parole di uso popolare.

Ha preso poi la parola don Enrico Ghezzi che ha fornito una lettura teologica sottolineando come già dal secondo secolo, con Clemente Alessandrino, il Vangelo di Giovanni sia stato definito spirituale: esso racconta in primo luogo dell’intimità fra Gesù e suo Padre, la stessa intimità che Gesù partecipa ai suoi discepoli. Infine questo amore dei discepoli diventa fonte di evangelizzazione.

Don Ghezzi si è poi soffermato sulla parola Logos, domandandosi come mai Giovanni abbia usato proprio questo termine e non, ad esempio, Sophia (=Sapienza). Il biblista ha sottolineato come questo vocabolo sia una sorta di ponte fra il cristianesimo e la cultura greca diffusa nel Mediterraneo e in particolare nell’area anatolica, dove il vangelo si è formato.

Il Logos infatti era per i greci un principio spirituale immanente al mondo. Nel momento in cui Giovanni afferma che il Logos era presso Dio e che questo stesso Logos si è fatto carne, si compie un’operazione culturale straordinaria e impensabile per il mondo antico.

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GROTTAMMARE – Presso il salone Sacro Cuore della Parrocchia Sant’Agostino si è svolta la presentazione del libro Sulle strade del mondo di Enzo Farinella, collaboratore dell’Ansa e corrispondente di Radio Vaticana in Irlanda.

Il Dott. Farinella, originario della Sicilia, ma da oltre 40 anni residente a Dublino, sta concentrando tutte le sue forze per far conoscere una pagina di storia spesso molto sottovalutata, non solo in Europa, ma nella stessa Irlanda. Attraverso una serie di libri, alcuni già scritti, altri in cantiere, Farinella sta facendo riscoprire il contributo che il monachesimo irlandese ha portato all’intera Europa.

Il vecchio continente infatti, fra il V e l’XI secolo diventò cristiano grazie a tre fattori: la conversione dei re, il monachesimo benedettino e quello irlandese. Caratteristica di quest’ultimo fu la peregrinatio pro Christo: migliaia di monaci lasciarono la loro terra per diffondere il vangelo nel Europa continentale.

Fra questi possiamo ricordare San Colombano che, partito dal monastero di Bangor, attraversò la Francia, la Svizzera per concludere la sua vita a Bobbio, dove ancora riposano i suoi resti mortali. Durante la sua peregrinatio, fondò monasteri che, oltre a essere luoghi di preghiera, divennero importanti centri culturali: basta pensare che Bobbio è stata definita “la Montecassino del Nord”.

È sorprendente notare come i monaci irlandesi, ispirati dai valori del Vangelo, furono antesignani di molti temi che oggi sono al centro del dibattito pubblico. Fra i molti esempi che si potrebbero fare, il Dott. Farinella ha citato quelli di Adamnano e di Cutberto.

Il monaco Adamnano, che fu abate del monastero di Iona, a quel tempo uno fra i più importanti centri culturali e religiosi d’Europa, nel 697 emanò la Lex innocentium che proibiva di colpire donne, bambini e quanti non fossero strettamente coinvolti nelle operazioni militari in caso di guerra. Si tratta della prima forma di quello che oggi chiameremmo diritto umanitario i cui principi sono enunciati nella Convenzione di Ginevra (1949).

Invece il monaco Cutberto di Lindisfarne, ha ricordato ancora Farinella, è noto per aver emanato la prima legge a tutela dell’ambiente. Infatti in un suo scritto del 675 cercò di proteggere l’edredone, un volatile che, proprio in ricordo del nostro monaco, viene chiamato “uccello di Cuddy”. Esso nidifica ancora nei pressi del monastero di Landisfarne ed è diventato il simbolo di tutta la regione britannica.

Non essendo stata colonizzata dai romani, l’Irlanda vide diffondersi il cristianesimo senza il martirio. Quello che i romani non riuscirono a fare con le armi, i cristiani lo fecero con la forza della fede: in pochi anni tutta l’isola fu conquistata a Cristo.

Purtroppo però, ha osservato ancora Farinella, nella storia irlandese non sono mancate vicende molto dolorose, soprattutto a causa dei vicini inglesi che hanno occupato per secoli l’isola. Come è anche descritto nel libro, gli inglesi arrivarono a premiare con cinque sterline chiunque avesse portato la testa di un prete o addirittura con 10 sterline chi fosse riuscito a decollare un vescovo.

A proposito di vescovi, molti di essi furono reclusi nel XVII secolo nella colonia penale di Inisbofin. Il vescovo si Clonfert, Walter Linch, riuscì a fuggire e portò con sé un quadro della Madonna e giunse a Györ, in Ungheria. Questa tela, che ancora oggi si può ammirare nella cattedrale, il 17 marzo 1697, nel pieno della persecuzione contro gli irlandesi, pianse sangue.

Da quanto si è detto, si comprende come un po’ ovunque in Europa sia possibile trovare tracce della presenza dei monaci irlandesi. La riscoperta di questo importante apporto ci farà sicuramente sentire un po’ più europei.

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Nell’imminenza della Pasqua, proponiamo questo video nel quale don Gianluca Busi, iconografo, membro della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra di Bologna e uno dei principali animatori della Compagnia di San Giovanni Damasceno, spiega come il mistero pasquale sia stato rappresentato nel corso dei secoli.

Secondo il sacerdote, siamo abituati ad immaginare la resurrezione così come ce la propone Piero della Francesca e cioè col Cristo che esce dalla tomba glorioso e vincitore. Tuttavia, una simile rappresentazione è lontana dalle fonti evangeliche e dalle raffigurazioni dei primi cristiani.

Infatti, stando ai vangeli, nessuno ha visto Gesù nell’atto di risorgere. Piuttosto la Sacra Pagina si sofferma sulle esperienze che i discepoli hanno fatto del Risorto che a loro si è manifestato. Nei primi secoli poi, i cristiani hanno rappresentato il principale mistero cristiano attraverso simboli e metafore.

A partire dal VI secolo si afferma l’immagine di Cristo che scende negli inferi e libera Adamo ed Eva. Nel XIV secolo Ambrogio Lorenzetti dipinge per la prima volta il Cristo che esce dal sepolcro. Questa modo di parlare della resurrezione si afferma in modo ancora più compiuto con Andrea del Castagno che rappresenta il risorto osservato da un uomo.

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n occasione della festa dell’Annunciazione proponiamo un video di don Gianluca Busi, iconografo, membro della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra di Bologna e uno dei principali animatori della Compagnia di San Giovanni Damasceno.

Nella prima parte, don Gianluca mostra come il tema dell’annunciazione sia stato rappresentato da artisti come Simone Martini, il Beato Angelico, Filippo Lippi e Leonardo da Vinci.

Nella seconda parte Don Claudio Arletti, parroco di Maranello e biblista, si sofferma sul tema della libertà, senza la quale non ci sarebbe stata l’Incarnazione.

Infine don Gianluca analizza un’icona dell’annunciazione realizzata dagli iconografi contemporanei Laura Renzi e Giovanni Raffa che si sono ispirati a quella realizzata nel XIV secolo da Andrej Rublëv.

Don Gianluca, grazie all’ausilio delle immagini e a una profonda lettura iconologica, ci introduce nel mistero dell’incarnazione e ci fa apprezzare il valore catechetico delle opere d’arte.

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È il simbolo stesso della nostra religione, la troviamo rappresentata nei più svariati modi, gli artisti hanno intrapreso una sorta di gara per raffigurarla. Stiamo parlando della Croce. Don Gianluca Busi, iconografo e membro della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra di Bologna, ci aiuta con questo video a leggere alcune opere d’arte per introdurci al mistero della morte e resurrezione di Cristo.

Se è importante saper collocare ogni opera d’arte in situ, lo è tanto più per le opere sacre che sono state pensate per uno spazio liturgico. Ciò, ovviamente, vale anche per la croce. Nelle antiche chiese trovava spazio sopra una sorta di tramezzo che divideva il presbiterio dal resto della chiesa. In una simile posizione, la croce veniva a sovrapporsi col volto del Cristo glorioso collocato. In tal modo, il fedele riusciva a percepire il mistero della morte e resurrezione con straordinario equilibrio.

Le cose cambiano con l’affermarsi della spiritualità francescana a partire dal XIII secolo. Il Poverello di Assisi aveva una grande venerazione per il Cristo crocifisso e così la rappresentazione del Nazareno prende sempre più le forme di quello che gli storici dell’arte chiamano “Christus patiens” (= Cristo che soffre).

Attraverso le più svariate raffigurazioni della croce, don Gianluca Busi condurrà le persone a meditare sulla ricchezza del mistero pasquale.

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Dopo l’intervista dell’anno scorso a un suo ex professore, in occasione del secondo anniversario dell’elezione di Papa Francesco, abbiamo intervistato Jorge Milia, giornalista, scrittore ed ex alunno di quello che sarebbe poi diventato Papa Francesco. Il signor Milia infatti ha frequentato l’Istituto dell’Immacolata Concezione di Santa Fe, dove il professor Bergoglio insegnava letteratura. Su quell’esperienza, lo scrittore, molto conosciuto in Argentina, ha scritto anche un libro edito da Mondadori, Maestro Francesco

Come era il professor Bergoglio in classe?

“El Padre Bergoglio”, Jorge Mario Bergoglio S.I. o “Carucha”, è stato un insegnante speciale in una scuola speciale. L’Immacolata è il più antico istituto dell’Argentina, una storia dentro la storia. Questo istituto non voleva essere una culla di leader. La Compagnia di Gesù aveva un’altra idea: quella di educare i giovani per diventare uomini che pensano con un senso cristiano della vita ed essere in definitiva di formare testimoni della fede.

Tutto questo ha coinciso con l’idea del professor Bergoglio. Ma lui è andato anche oltre. Aveva un nuovo modo di vedere le cose, improntato ad una grande apertura mentale che ci lasciava la libertà di indagare ciò che ci interessava. Non solo ci faceva leggere la letteratura, ma ci permetteva anche di “creare” la nostra scrittura. Ci ha anche dato la possibilità di parlare con gli autori di spicco del momento.

Dove si trovava quando Bergoglio è stato eletto Papa? Se lo aspettava?

Non, non mi aspettavo la sua elezione. Avevo parlato con lui poco prima del conclave e mi aveva detto che allo suo ritorno da Roma mi avrebbe chiamato. Invece, il 13 marzo ero a casa, in giardino con un elettricista che stava piazzando degli apparecchi. Mia moglie mi ha detto dalla finestra: “C’è il fumo bianco”. Io, che aveva per un attimo dimenticato il Conclave, risposi si spegnere il forno, pensando di aver lasciato dei semi di zucca a cuocere, ma lei mi ripose: “No, non è qui, è a Roma!”. Mi sono dunque precipitato davanti alla TV per vedere chi fosse il nuovo Papa e quando ho sentito che il cardinale Tauran pronunciava le parole “Georgium Marium …” ho cominciato a piangere. Da quel momento in poi il mio telefono ha iniziato a squillare e non ha smesso più per due giorni!

Qual è il più importante contributo che un Papa argentino può dare alla Chiesa del XXI secolo?

Penso che, anche se molte persone sono già scioccate da ciò che Francesco ha già fatto, i cambiamenti potranno essere valutati solo alla fine del suo pontificato. Il cambiamento non sta nel suo essere latino-americano, argentino o gesuita, ma nella scelta dei cardinali elettori. Questo è stato preso in considerazione da pochissime persone fino ad ora, ma se non ci fosse stato un cambiamento di prospettiva nel collegio cardinalizio, oggi non avremmo avuto Papa Francesco. L’importante è che la maggior parte dei cardinali ha ritenuto che un tale cambiamento fosse necessario. Dopo, da quel “Buonasera”, il nuovo vescovo di Roma, ha iniziato le altre modifiche, ma non dimentichiamo che il primo grande cambiamento è avvenuto la sera dell’elezione.

È vero che per tutto il mondo l’essere latino-americano, argentino e gesuita sono fattori importanti. In tutti e tre i casi si tratta di una prima volta. E si potrebbero fare molte disquisizioni su quale di questi tre aspetti sia Di maggior rilievo nella figura di Papa Francesco. Ma il vero segreto di Bergoglio sta nella sua personalità, nella sua capacità di lavoro e nella fede.

Che cosa ha significato per l’Argentina l’elezione di Papa Bergoglio?

La questione è difficile, perché può avere molte risposte. In primo luogo è necessario specificare di quale Argentina parliamo. Se parliamo di Bergoglio bisogna sapere che ci sono quelli che lo vogliono e quelli che lo odiano. Alcuni di questi ultimi ora si sono travestiti da amici, ma è solo una cosa facciata. Certamente l’elezione ha cambiato molte sotto l’aspetto politico. La più importante è stata quella di evitare il disegno di legge per modificare la Costituzione. Questo ha significato l’impossibilità della rielezione per Cristina Fernández (il Capo di Stato dell’Argentina, ndr). Così si capisce l’ira del suo governo nei primi due primi giorni. Dopo hanno recuperato il buon senso (o si sono anch’essi vestiti di ipocrisia) dimenticando le quattordici sollecitazioni da parte del Cardinale Primate per avere un’udienza, sempre negata dalla Fernàndez. Per quanto riguarda l’aspetto ecclesiale invece, gli argentini hanno la stessa adesione a Francesco di tutto il mondo. Ma nella chiesa di Argentina ancora non si vede un cambiamento eclatante. E questo è logico, sono strutture molto grandi che dovevano fare un cambiamento. Per la gente comune è sempre più facile.

Ha sentito ultimamente il Papa? Cosa vi siete detti?

No, ad eccezione di qualcuna risposta via e-mail, non ho parlato con lui. L’ultima volta è stato a settembre scorso. Ma non è stata più che una chiacchierata di amici poiché io non sono un uomo di stato che ha da discutere di questioni importanti. Sono un uomo comune che solo ha avuto la fortuna di essere amico del Papa. Quando ci siamo sentiti, lui mi chiedeva sempre delle mie figlie, e ricorda ogni cosa che gli ho raccontato in precedenza e non lascia mai di darmi consigli. Quando gli ho raccontato come si aiutano fra loro, mi ha detto che con mia moglie abbiamo fatto un buon lavoro, perché le nostre figlie hanno il senso della solidarietà. Essere solidali tra sorelle o fratelli non significa fornire denaro l’uno a l’altro, è il suo buon consiglio, ma stare insieme per combattere la solitudine.

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Abdoulaye Mbodj è un giovane avvocato, il primo africano iscritto dal 2012 all’Ordine degli Avvocati di Milano. L’Avv. Mbodj, 30enne, infatti è nato a Dakar, in Senegal, e nel 1991 si è trasferito in Italia, vicino a Lodi, raggiungendo i suoi genitori. Dopo il liceo scientifico, si è laureato con lode in Giurisprudenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Da quasi tre anni sta dando vita a dei progetti che sostengano lo sviluppo nel suo Paese d’origine. A tal fine ha costituito una Onlus, “Associazione Amici di Babacar Mbaye e Awa Fall Onlus”, dedicata alla memoria dei propri nonni materni. Per conoscere meglio questa realtà lo abbiamo intervistato.

Lei è da molti anni in Italia, ma quali sono i legami con la sua terra natale?

I legami con il mio Paese d’origine, il Senegal, sono molto forti e saldi. Infatti, quasi ogni anno torno nel mio Paese ed ho frequenti contatti con i miei cugini che sento spesso telefonicamente e su skype. Come avvocato ho anche seguito qualche pratica legale per il Consolato senegalese in Milano. Inoltre, conosco perfettamente la lingua senegalese, il wolof. Infine, sono molto legato alla comunità senegalese di Zingonia in Provincia di Bergamo, a cui storicamente io e la mia famiglia siamo legati.

Come è nata l’onlus che ha fondato?

L’idea della Onlus è piuttosto recente, essendo stata costituita il 27 maggio 2014. Tuttavia l’idea originaria parte da molto lontano. Infatti, nel 2008 durante la mia vacanza-studio americana di due mesi a Chicago per scrivere la tesi di laurea, ebbi modo di conoscere un caro amico di Crema, Alberto Piantelli, con il quale durante una conversazione lanciammo l’idea di poter fare qualcosa di concreto per il mio Paese, al quale desideravo restituire un po’ della mia fortuna.

Quindi, nell’estate 2013, con il supporto del Rotaract Terre Cremasche di Crema, io e Alberto organizzammo due aperitivi di fundraising in cui coinvolgemmo tanti giovani, unendo il divertimento con una giusta e nobile causa: aiutare il mio Paese d’origine.

Con i fondi raccolti (3.000,00 €) nei due aperitivi a Crema, in Provincia di Cremona, abbiamo pagato i container che da Genova hanno trasportato i beni donati dall’Ospedale di Crema (dispositivi e presidi medico-sanitari) alla volta del Senegal, per ristrutturare il reparto di ginecologia dell’Ospedale Roi Bauodin di Guediawaye Samh Notaire, una circoscrizione di 40.000 abitanti della capitale del Senegal, Dakar.

Dopo questo inizio come avete proseguito?

Ci siamo concentrati su altri due settori con difficoltà croniche in Senegal: quello della Pubblica Amministrazone e quello dell’istruzione. Pertanto, abbiamo rivolto i nostri sforzi anche all’Ufficio anagrafe del Comune senegalese, fornendo stampanti, computer e scanner al fine di informatizzare e digitalizzare l’Ufficio comunale con una più sicura archiviazione elettronica della documentazione, che con l’archiviazione cartacea spesso si deteriova o addirittura veniva smarrita. Mentre per la scuola elementare abbiamo fornito beni di prima necessità per l’attività scolastica ordinaria: penne, pastelli, matite, quaderni, cancellini, gessi, registri ecc.

Quali sono i progetti per il futuro?

Per il 2015 abbiamo fatto un ambizioso “action plan”, e ci siamo prefissati degli obiettivi strutturali: ci piacerebbe portare in Italia due persone del personale infermieristico e paramedico dell’Ospedale senegalese da formare durante una settimana di training sanitario presso un Ospedale lombardo (Lodi o Crema). Inoltre, ci piacerebbe reperire tramite una locale Croce Bianca, un’ambulanza per l’ospedale senegalese, oltre a recuperare materiali e beni per la prima infanzia per rendere più moderno il reparto di ginecologia.

Quale è la filosofia che soggiace a tutto ciò?

IL motto della nostra Onlus, assai educativo, è: “non regalarmi il pesce ma insegnami a pescarlo che mangio tutta la vita”. Un motto che ribalta radicalmente la tradizionale forma di cooperazione internazionale basata sui fondi dati a pioggia.

Il nostro scopo, infatti, è quello di implementare una politica di sviluppo: alla fornitura alla comunità delle attrezzature necessarie, si affianca infatti la formazione della medesima, propedeutica, in particolare, all’acquisizione delle conoscenze tecniche necessarie per l’utilizzo delle attrezzature sanitarie e amministrative donate.

Ai membri della comunità viene quindi data la preziosa occasione di “aiutarsi”, di divenire coscienti delle proprie potenzialità e, responsabilizzandosi, di migliorare le proprie future condizioni sociali, sanitarie e educative.

E’ un progetto credibile poiché i beni vengono consegnati direttamente dai miei genitori Alioune e Anta che supervisionano affinché i beni vengano destinati ai fini specifici. Inoltre, periodicamente io mi reco direttamente sul posto per fare dei sopralluoghi di verifica e dei controlli sul campo.

Ci sono realtà italiane che sostengono la vostra onlus?

Gli enti che sostengono da quasi tre anni la Onlus e a cui va il mio più vivo e sentito ringraziamento sono: l’Ospedale Maggiore di Crema (in provincia di Cremona), la Parrocchia San Giovanni Bosco di Codogno (in provincia di Lodi) e il Rotaract Terre Cremasche di Crema.

Magari ci sono fra i nostri lettori dei tuoi connazionali o persone che sono interessate a sostenere la sua iniziativa. Come possono fare?

Sicuramente la modalità che raccomando a tutti è la consultazione del sito internet della Onlus: www.aabaonlus.org Iscrivendosi alla newsletter sarà garantito il costante aggiornamento con riferimento alle attività ed iniziative della Onlus, quali ad esempio le cene di fundraising o la presentazione dei risultati associativi. Inoltre, è possibile contattarci mediante l’indirizzo mail dell’associazione associazioneabaonlus@gmail.com

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Rodolfo Papa, pittore, docente di estetica, perito nella XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi e membro della Compagnia di San Giovanni Damasceno (il gruppo facebook che racoglie tutti coloro che diffondono la cultura religiosa attraverso l’arte) si racconta in questo video all’emittente televisiva canadese Sel Lumière.

Rispondendo alle domande del giornalista, Rodolfo Papa ripercorre dapprima le tappe della sua vocazione artistica, per illustrare poi come nella sua esperienza studio, ricerca, pittura e insegnamento universitario siano tutte attività strettamente legate.

Rodolfo Papa, da storico dell’arte, si interessa in particolare di iconologia, e cioè la disciplina che tenta di interpretare le opere d’arte alla luce della simbologia. Una tale lettura richiede delle conoscenze di botanica, di astronomia, di medicina, di gastronomia e dunque consente di spaziare in tanti altri campi del sapere.

L’intervista continua con un’interessante distinzione fra arte, arte religiosa ed arte sacra. Quest’ultima diventa un modo per tradurre in linguaggio pittorico le verità della fede, che devono essere colte dal pittore nella loro essenza, al fine di trasmettere i corretti contenuti della rivelazione cristiana.

La prima parte dell’intervista termina con l’affermazione di Papa sulla centralità del mistero dell’incarnazione che ha reso possibile lo sviluppo dell’arte cristiana. Questo mistero, secondo il docente, assieme a quello della morte di Gesù, stanno alla base della nascita della prospettiva.

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Contengono dei veri e propri tesori, sono numerosissimi, ma spesso poco conosciuti. Stiamo parlando dei musei diocesani, una realtà che vorremmo riscoprire e valorizzare. Per questo motivo intervisteremo prossimamente i direttori dei musei o persone che vi operano.
Iniziamo con la Dott.ssa Lucia Lojacono, direttrice del Museo Diocesano di Reggio Calabria che ha gentilmente risposto alle nostre domande. La Dott.ssa Lojacono aderisce alla Compagnia di San Giovanni Damasceno, il gruppo facebook che raccoglie tutti coloro che diffondono la cultura religiosa attraverso l’arte.

Può presentarci brevemente il Museo diocesano di Reggio Calabria?

Il Museo diocesano “Mons. Aurelio Sorrentino” è adiacente alla Cattedrale dell’Assunta a Reggio Calabria (in via Tommaso Campanella, 63). E’ regolarmente aperto martedì, mercoledì, venerdì e sabato dalle 9 alle 13. Effettua aperture straordinarie per gruppi, previa prenotazione (contatti: cell. 3387554386; info@museodiocesanoreggiocalabria.it).

Il Museo ha un sito web costantemente aggiornato, visitando il quale è possibile rendersi conto di tutte le attività che proponiamoo. Inoltre, il museo è presente sui principali social network: Facebook, Twitter e Pinterest.

Inaugurato il 7 ottobre 2010, il Museo diocesano è sito al pianterreno dell’ala tardo-settecentesca del palazzo arcivescovile costruito sulle rovine di un preesistente edificio, sorto accanto alla Cattedrale alla fine del Cinquecento.

Il percorso narrativo che guida l’esposizione è organizzato “in modo da poter comunicare il sacro, il bello, l’antico, il nuovo”, attuando l’obiettivo prioritario di restituire all’opera esposta la memoria della sua funzione originaria, in modo da farne emergere i significati simbolici, la sua valenza di segno, facendo salvi, peraltro, i nessi altrimenti perduti con la comunità religiosa cui essa appartenne e con lo spazio sacro per il quale fu realizzata. Il Museo documenta, in particolare, le distinte identità, storica e religiosa, delle antiche sedi episcopali di Reggio Calabria e di Bova, fuse nel 1986.

Le opere sono accolte in spazi tematici dedicati, tra gli altri: ai Frammenti della memoria, ove sono marmi sei-ottocenteschi appartenuti all’antica Cattedrale; al Tesoro delle Cattedrali, ove si espongono pregevoli argenterie sacre databili tra Cinque e Novecento; alle insegne che contraddistinguono la dignità e il ruolo del vescovo, ove risalta il ruolo dei singoli prelati in qualità di committenti di opere d’arte dal Quattrocento ad oggi; al rapporto tra Arte e devozione, con suppellettili e vesti liturgiche appartenute alle confraternite reggine, e tra Arte e culto dei Santi, con pregevoli reliquiari e corredi di immagini sacre.

Quali sono le opere di maggior valore artistico presenti nel museo?

Tra le opere più significative esposte, possiamo menzionare la Resurrezione di Lazzaro attribuita al pittore napoletano Francesco De Mura, allievo di Francesco Solimena (terzo decennio sec. XVIII); l’Ostensorio raggiato disegnato da Francesco Jerace nel 1928, in occasione del I Congresso Eucaristico regionale svoltosi a Reggio Calabria; il settecentesco Reliquiario a braccio di San Giovanni Theriste, le cui reliquie furono donate da Apollinare Agresta, abate del monastero italo-greco di Stilo, a monsignor Marcantonio Contestabile, vescovo di Bova dal 1669 al 1699; il Bacolo pastorale di mons. Antonio de Ricci, arcivescovo di Reggio dal 1453 al 1490, opera in argento e smalti di scuola napoletana; un Crocifisso in avorio donato alla Cattedrale dall’arcivescovo Alessandro Tommasini (1818–1826); pregevoli manufatti tessili appartenuti alla Confraternita dell’Immacolata nella chiesa della SS. Annunziata e, tra essi, un parato nobile in broccato di seta, opera di manifattura lionese (1735 circa).

Quali sono a suo avviso i punti d’eccellenza del Museo?

Consapevole che l’educazione museale non sia qualcosa “in più” da inserire facoltativamente nella vita di un Museo, bensì ne debba accompagnare e caratterizzare l’esistenza, il Museo diocesano ha posto da sempre al centro del proprio operare l’azione educativa, attivando ogni iniziativa per promuoverla, sostenerla e potenziarla.

I Servizi educativi museali, al riguardo, rivolgono alle Scuole dell’Infanzia, Primaria e Secondaria la proposta “Tutto un altro museo”, attività didattiche a tema e visite guidate; alle famiglie con bambini dai 4 ai 10 anni, nei mesi estivi, sono offerti i laboratori creativi “La Fabbrica dell’arte”, ideati con il fine di favorire la conoscenza “ludica” dell’arte e di proporre un’idea di Museo non come luogo polveroso e austero, bensì come spazio che sappia suscitare l’interesse per il Bello in modo attivo, stimolante e coinvolgente.

Ai Servizi educativi si devono anche proposte di arte e catechesi mirate, percorsi tematici legati ai diversi momenti dell’Anno Liturgico rivolti a bambini e ragazzi che si preparano alla Prima Comunione e alla Cresima e/o di età compresa tra i 7 e i 14 anni.

In tal modo, il Museo, per vocazione teso al recupero, alla conservazione e alla tutela del bene culturale, diviene anche e soprattutto spazio “speciale” di apprendimento e di educazione alla cultura, il “luogo nel quale è possibile formare cittadini consapevoli e attivi nel condividere e promuovere la trasmissione della memoria storica e l’espressione culturale”.

Qual è il rapporto del museo diocesano col territorio?

Il Museo diocesano di Reggio Calabria pone in essere ogni azione utile a promuovere conoscenza e valorizzazione delle proprie collezioni: in particolare, entro il 2015 il Progetto MyCultuREC, attuato in convenzione con l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, attraverso la realizzazione di un’App, utilizzerà la realtà aumentata per offrire ai visitatori informazioni e contenuti multimediali sulle opere esposte, registrando la visita e interagendo anche a distanza, informandoli di novità ed eventi che si promuovono nello spazio museale.

Nelle prossime settimane, attraverso il lancio di una campagna di crownfounding, il Museo diocesano darà avvio al Progetto Museum Children Ebook©, finalizzato alla realizzazione di un ebook sulle collezioni museali, accattivante per grafica e contenuti, e di un’App, entrambi destinati ai bambini dai 3 ai 10 anni.

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Domenica 1 febbraio, nell’ambito del ciclo di conferenze intitolato “La bellezza della festa. Santi e Patroni di Bologna e altre feste” è stato illustrato lo sviluppo del tema iconografico della Trasfigurazione nel corso dei secoli. Ha guidato la spiegazione don Gianluca Busi, iconografo, membro della Commissione Diocesana per L’Arte Sacra di Bologna e animatore della Compagnia di San Giovanni Damasceno, il gruppo facebook che raccoglie tutti coloro che diffondono la cultura religiosa attraverso l’arte. Ora il video dell’evento è disponibile in rete.

Il sacerdote, mostrando alcuni mosaici, come quello nella Cappella Palatina, e dipinti, come quello di Teofane il Greco o quello di Andrej Rublëv, ha messo in evidenza la contrapposizione fra le rappresentazioni di Mosè ed Elia e quelle di Pietro, Giacomo e Giovanni, poiché, mentre i primi contemplano già la gloria di Dio, gli altri sono presi dai gemiti e dalle sofferenze della condizione umana. Questa condizione è condivisa da tutta la creazione che anela alla redenzione, come è possibile scorgere nelle raffigurazioni delle montagne e della vegetazione.

In occidende si afferma invece una rappresentazione della trasfigurazione più piana e descrittiva, come possiamo notare nelle opere di Duccio, del Beato Angelico, di Bellini, del Perugino di Lorenzo Lotto, di Raffaello e di Veronese.

Anche l’opera del Carracci, che appartiene alla Pinacoteca di Bologna, rappresenta la Trasfigurazione secondo le caratteristiche occidentali. In tale opera inoltre si può osservare l’influsso del pensiero del Cardinale Gabriele Paleotti, Arcivescovo di Bologna e grande teologo dell’immagine nel periodo della Riforma Cattolica insieme a Carlo Borromeo.

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