Nicola Rosetti
Lunedì 12 ottobre alle 19.25 andrà in onda su TV2000 (canale 23 del digitale terrestre) la prima puntata del programma settimanale “Buongiorno Professore” condotto da Andrea Monda, docente di Religione Cattolica (IRC) in un liceo di Roma, saggista e autore di vari libri su Tolkien, Lewis e Chesterton. Per capire meglio di cosa si tratta, abbiamo intervistato il Prof. Monda.
Professore, quale format è stato scelto per questo programma?
Nel primissimo pomeriggio, subito dopo il termine delle lezioni della mattina, in una classe del liceo Albertelli (dove insegno religione da diversi anni), rimarranno alcuni studenti con me per “rifare” insieme una lezione, questa volta però filmati dalle discrete telecamere di TV2000. Partendo dai primi di ottobre e finendo a maggio, il programma seguirà un intero anno scolastico, con i ritmi, le pause, i picchi e i programmi propri di un normalissimo anno scolastico (così ad esempio non ci saranno lezioni a Natale e a Pasqua).
È la prima volta che la tv si occupa in questo modo dell’Ora di Religione. Cosa significa ciò a livello culturale e mediatico?
È una novità in effetti. Lo prendo come un segnale positivo, innanzitutto di un rinnovato interesse da parte dei vescovi italiani. Forse si è acquisita una nuova consapevolezza. Nei fatti un prof di religione incontra ogni settimana tra i 400 e i 500 bambini o ragazzi, nel mio caso io incontro circa 500 adolescenti a cui mi è chiesto di parlare loro di Dio, del senso religioso e dell’avventura del cristianesimo. Quale parroco oggi può vantare simili numeri? È un punto privilegiato di osservazione (e di azione) quello del prof di religione, non può essere trascurato: davanti a me ogni anno sfila l’Italia del futuro, io vedo il nostro paese con 5-10 anni di anticipo. Non è poco.
Qual è il segreto per una buona riuscita dell’Ora di Religione?
Da una parte il segreto è lo stesso che vale anche per le altre materie: la competenza e la passione del professore. Si deve essere bravi nella materia, ma anche bravi a comunicare. E non si comunica solo con l’arte oratoria, ma con la vita. Qui forse la religione segna un po’ una differenza con le altre materie. Io se non sono motivato non riesco a motivare i miei alunni, se non ho passione per quello che insegno non appassiono nessuno, e forse qui si tratta anche di crederci. Se manca quella trasparenza della vita, quella coerenza tra ciò che si dice e ciò che si è, tutto crolla. I ragazzi, anche quelli meno capaci a scuola, hanno un fiuto raffinatissimo per cogliere subito se un professore è motivato, appassionato o se è uno che sta lì a scaldare la sedia, attenendosi al mansionario per intascare lo stipendio a fine mese. Il prof burocrate è diffuso ma è anche un evidente e fastidioso controsenso.
Qual è il maggiore contributo che l’IRC offre nella scuola italiana?
La libertà. È l’unica ora facoltativa. Da questo punto di vista è l’unica affidata totalmente alla bravura del professore. La matematica è quella cosa lì e la devi studiare così come è, anche se sei al classico e non ti piace.. è obbligatoria. L’ora di religione, quando tra il prof e l’alunno può nascere un vero rapporto educativo (perché non c’è il terrore dell’interrogazione, del voto, della media…), è il momento in cui gli alunni si aprono, si sciolgono, affrontano temi che toccano da vicino i nodi della loro esistenza di adolescenti, molto agitata dunque. Il cristianesimo è poi la religione della libertà, perché il volto di Dio è il volto dell’amore: liberamente dato e liberamente accolto, o rifiutato. A fianco di questa libertà, è fin troppo ovvio che l’IRC permette di “leggere” il passato e il presente con una profondità e precisione che non si trovano nelle altre discipline. Pensiamo soltanto alla storia dell’arte, alla poesia, alla letteratura.. Il cristianesimo è la chiave di lettura del mondo occidentale, è il “grande codice” come diceva Northrop Frye.
ROMA – Sabato 10 ottobre alle 15.20 andrà in onda su TV2000 (canale 23 del digitale terrestre) la prima puntata del programma settimanale “Il prof. di religione” condotto da Andrea Monda, docente di Religione Cattolica (IRC) in un liceo di Roma, saggista e autore di vari libri su Tolkien, Lewis e Chesterton. Per capire meglio di cosa si tratta, abbiamo intervistato il Prof. Monda.
Professore, quale format è stato scelto per questo programma?
Nel primissimo pomeriggio, subito dopo il termine delle lezioni della mattina, in una classe del liceo Albertelli (dove insegno religione da diversi anni), rimarranno alcuni studenti con me per “rifare” insieme una lezione, questa volta però filmati dalle discrete telecamere di TV2000. Partendo dai primi di ottobre e finendo a maggio, il programma seguirà un intero anno scolastico, con i ritmi, le pause, i picchi e i programmi propri di un normalissimo anno scolastico (così ad esempio non ci saranno lezioni a Natale e a Pasqua).
È la prima volta che la tv si occupa in questo modo dell’Ora di Religione. Cosa significa ciò a livello culturale e mediatico?
È una novità in effetti. Lo prendo come un segnale positivo, innanzitutto di un rinnovato interesse da parte dei vescovi italiani. Forse si è acquisita una nuova consapevolezza. Nei fatti un prof di religione incontra ogni settimana tra i 400 e i 500 bambini o ragazzi, nel mio caso io incontro circa 500 adolescenti a cui mi è chiesto di parlare loro di Dio, del senso religioso e dell’avventura del cristianesimo. Quale parroco oggi può vantare simili numeri? È un punto privilegiato di osservazione (e di azione) quello del prof di religione, non può essere trascurato: davanti a me ogni anno sfila l’Italia del futuro, io vedo il nostro paese con 5-10 anni di anticipo. Non è poco.
Qual è il segreto per una buona riuscita dell’Ora di Religione?
Da una parte il segreto è lo stesso che vale anche per le altre materie: la competenza e la passione del professore. Si deve essere bravi nella materia, ma anche bravi a comunicare. E non si comunica solo con l’arte oratoria, ma con la vita. Qui forse la religione segna un po’ una differenza con le altre materie. Io se non sono motivato non riesco a motivare i miei alunni, se non ho passione per quello che insegno non appassiono nessuno, e forse qui si tratta anche di crederci. Se manca quella trasparenza della vita, quella coerenza tra ciò che si dice e ciò che si è, tutto crolla. I ragazzi, anche quelli meno capaci a scuola, hanno un fiuto raffinatissimo per cogliere subito se un professore è motivato, appassionato o se è uno che sta lì a scaldare la sedia, attenendosi al mansionario per intascare lo stipendio a fine mese. Il prof burocrate è diffuso ma è anche un evidente e fastidioso controsenso.
Qual è il maggiore contributo che l’IRC offre nella scuola italiana?
La libertà. È l’unica ora facoltativa. Da questo punto di vista è l’unica affidata totalmente alla bravura del professore. La matematica è quella cosa lì e la devi studiare così come è, anche se sei al classico e non ti piace.. è obbligatoria. L’ora di religione, quando tra il prof e l’alunno può nascere un vero rapporto educativo (perché non c’è il terrore dell’interrogazione, del voto, della media…), è il momento in cui gli alunni si aprono, si sciolgono, affrontano temi che toccano da vicino i nodi della loro esistenza di adolescenti, molto agitata dunque. Il cristianesimo è poi la religione della libertà, perché il volto di Dio è il volto dell’amore: liberamente dato e liberamente accolto, o rifiutato. A fianco di questa libertà, è fin troppo ovvio che l’IRC permette di “leggere” il passato e il presente con una profondità e precisione che non si trovano nelle altre discipline. Pensiamo soltanto alla storia dell’arte, alla poesia, alla letteratura.. Il cristianesimo è la chiave di lettura del mondo occidentale, è il “grande codice” come diceva Northrop Frye.
Jessica Redeghieri insegna presso la scuola dell’infanzia di Novellara e lavora con gli adulti come formatrice. Fa parte di docenti virtuali, il gruppo facebook che raccoglie oltre 11.000 insegnanti che integrano la didattica tradizionale con le più nuove tecnologie. Sul suo canale youtube ha realizzato oltre 160 video tutorial per aiutare altri insegnanti a destreggiarsi nella didattica virtuale. L’abbiamo intervistata per capire meglio le potenzialità che il web offre nel campo della didattica.
Quando e come ha iniziato ad appassionarsi alla didattica virtuale?
Le tecnologie sono da sempre una mia passione personale prima ancora che professionale. Ho sempre avuto sin da bambina una predilezione per i giochi elettronici, i videogiochi e il computer. Questa passione mi ha accompagnato negli anni e mi ha portato ad approfondire il grande tema delle tecnologie parallelamente agli studi pedagogici.
Durante gli anni di formazione universitaria e anche successivamente sono entrata in contatto con le teorie che prevedono un apporto attivo e creativo e una costruzione del proprio sapere da parte del bambino.
Avendo provato in prima persona quanto gli strumenti digitali possano essere uno stimolo per imparare in modo attivo, creativo e piacevole ho cercato di inserirli da subito, quando e dove possibile, all’interno dei percorsi e delle attività proposte ai ragazzi e ai bambini.
Non direi, quindi, di essermi appassionata alla didattica virtuale. Direi piuttosto che, l’utilizzo degli strumenti tecnologici, ovviamente accanto ad altri tipi di strumenti, è stato una naturale conseguenza delle mie scelte didattiche reali.
Come è possibile utilizzare le moderne tecnologie a scuola?
Al di là dei singoli strumenti tecnologici che sono e rimangono mezzi, tutto dipende dalle scelte progettuali, metodologiche e strategiche, dell’insegnante.
A mio parere gli strumenti tecnologici (e pedagogici) da privilegiare sono quelli che permettono al bambino di creare qualcosa dando spazio quindi alla progettazione, alla ricerca, alla produzione e alla presentazione del proprio prodotto.
Solo alcuni esempi sono gli strumenti per la creazione di mappe mentali e concettuali (es. Bubbl.us, Mindomo), bacheche per la cura dei contenuti (es. Padlet, Symbaloo), presentazioni dinamiche (es. Prezi, Powtoon), video-racconti (es. Animoto, Slidestory), mappe geografiche (es. MyMaps, HistoryPin), lezioni (es. Blendspace, Edpuzzle).
Importante poi è favorire la relazione sostenendo il lavoro di gruppo, la condivisione e la creazione condivisa e avvalendosi anche di strumenti che privilegiano, quindi, l’interazione tra i ragazzi. Rispetto a questo tipo di strumenti vorrei citare tra tutti Google Drive, ambiente che permette, tra le altre funzioni, di creare documenti, fogli di lavoro, presentazioni (e molto altro) in modo condiviso quindi a più mani.
Se pensiamo, poi, alle relazioni non solo tra gli alunni ma anche tra gli alunni e l’insegnante possiamo citare gli strumenti che permettono di creare e gestire aule virtuali come Edmodo e Google Classroom e gli strumenti di videoconferenza come Hangouts e Skype.
Se, infine, vogliamo far sperimentare ai ragazzi le potenzialità dei reali strumenti tecnologici e quindi farli avvicinare ai “nuovi” ambiti di ricerca possiamo aprire le porte a temi come la robotica, l’animazione 3D, l’elettronica, la programmazione. Questo permetterà ai ragazzi non solo di apprendere attivamente ma anche di toccare con mano le tecnologie con cui, probabilmente, avranno a che fare nella loro vita futura sia professionale che personale.
Quale app utilizza maggiormente a scuola?
Per quanto riguarda la scuola negli ultimi anni abbiamo sfruttato soprattutto le potenzialità della robotica e della programmazione quindi utilizzo strumenti che mi permettano di affrontare questo tipo di tematiche che, anche per i bambini più piccoli, sono sempre un validissimo spunto di riflessione soprattutto se i percorsi proposti sono orientati alla scoperta attiva, alla creazione di prodotti e alla riflessione a piccolo e grande gruppo. Tra i software per laprogrammazione, ad esempio, ha avuto un forte impatto Kodu Game Lab e tra i robot il preferito per i più piccoli rimane BeeBot.
Quali sono i vantaggi nell’usare una didattica di questo tipo?
All’interno di un impianto didattico che privilegi l’apprendimento attivo da parte del bambino le tecnologie, se intese come strumenti di creazione, possono essere una fonte preziosa perché prima di ogni altra cosa permettono ai bambini di creare prodotti originali frutto di percorsi di progettazione unici e quindi estremamente personalizzati.
Secondo lei, la classe docente italiana è pronta ad affrontare questo nuovo approccio alla didattica?
Penso che al momento i docenti abbiano a disposizione una serie immensa di strumenti di formazione, informazione e approfondimento sia rispetto all’utilizzo tecnico delle tecnologie sia rispetto ai metodi e alle strategie più adeguati. Uno strumento prezioso è proprio il web perché, attraverso gruppi di discussione, siti, blog, canali e forum, ognuno può trovare infiniti spunti, risorse e occasioni di confronto. Numerosissimi sono, poi, i corsi che hanno come obiettivo quello di riflettere sull’utilizzo delle tecnologie nella didattica.
Penso che il cambiamento di approccio debba partire per lo più da una riflessione sui metodi di insegnamento che anche alla spinta delle tecnologie all’interno della didattica ha contribuito ad aprire, o meglio riaprire.
Jessica Redeghieri insegna presso la scuola dell’infanzia di Novellara e lavora con gli adulti come formatrice. Fa parte di docenti virtuali, il gruppo facebook che raccoglie oltre 11.000 insegnanti che integrano la didattica tradizionale con le più nuove tecnologie. Sul suo canale youtube ha realizzato oltre 160 video tutorial per aiutare altri insegnanti a destreggiarsi nella didattica virtuale. L’abbiamo intervistata per capire meglio le potenzialità che il web offre nel campo della didattica.
Quando e come ha iniziato ad appassionarsi alla didattica virtuale?
Le tecnologie sono da sempre una mia passione personale prima ancora che professionale. Ho sempre avuto sin da bambina una predilezione per i giochi elettronici, i videogiochi e il computer. Questa passione mi ha accompagnato negli anni e mi ha portato ad approfondire il grande tema delle tecnologie parallelamente agli studi pedagogici.
Durante gli anni di formazione universitaria e anche successivamente sono entrata in contatto con le teorie che prevedono un apporto attivo e creativo e una costruzione del proprio sapere da parte del bambino.
Avendo provato in prima persona quanto gli strumenti digitali possano essere uno stimolo per imparare in modo attivo, creativo e piacevole ho cercato di inserirli da subito, quando e dove possibile, all’interno dei percorsi e delle attività proposte ai ragazzi e ai bambini.
Non direi, quindi, di essermi appassionata alla didattica virtuale. Direi piuttosto che, l’utilizzo degli strumenti tecnologici, ovviamente accanto ad altri tipi di strumenti, è stato una naturale conseguenza delle mie scelte didattiche reali.
Come è possibile utilizzare le moderne tecnologie a scuola?
Al di là dei singoli strumenti tecnologici che sono e rimangono mezzi, tutto dipende dalle scelte progettuali, metodologiche e strategiche, dell’insegnante.
A mio parere gli strumenti tecnologici (e pedagogici) da privilegiare sono quelli che permettono al bambino di creare qualcosa dando spazio quindi alla progettazione, alla ricerca, alla produzione e alla presentazione del proprio prodotto.
Solo alcuni esempi sono gli strumenti per la creazione di mappe mentali e concettuali (es. Bubbl.us, Mindomo), bacheche per la cura dei contenuti (es. Padlet, Symbaloo), presentazioni dinamiche (es. Prezi, Powtoon), video-racconti (es. Animoto, Slidestory), mappe geografiche (es. MyMaps, HistoryPin), lezioni (es. Blendspace, Edpuzzle).
Importante poi è favorire la relazione sostenendo il lavoro di gruppo, la condivisione e la creazione condivisa e avvalendosi anche di strumenti che privilegiano, quindi, l’interazione tra i ragazzi. Rispetto a questo tipo di strumenti vorrei citare tra tutti Google Drive, ambiente che permette, tra le altre funzioni, di creare documenti, fogli di lavoro, presentazioni (e molto altro) in modo condiviso quindi a più mani.
Se pensiamo, poi, alle relazioni non solo tra gli alunni ma anche tra gli alunni e l’insegnante possiamo citare gli strumenti che permettono di creare e gestire aule virtuali come Edmodo e Google Classroom e gli strumenti di videoconferenza come Hangouts e Skype.
Se, infine, vogliamo far sperimentare ai ragazzi le potenzialità dei reali strumenti tecnologici e quindi farli avvicinare ai “nuovi” ambiti di ricerca possiamo aprire le porte a temi come la robotica, l’animazione 3D, l’elettronica, la programmazione. Questo permetterà ai ragazzi non solo di apprendere attivamente ma anche di toccare con mano le tecnologie con cui, probabilmente, avranno a che fare nella loro vita futura sia professionale che personale.
Quale app utilizzi maggiormente a scuola?
Per quanto riguarda la scuola negli ultimi anni abbiamo sfruttato soprattutto le potenzialità della robotica e della programmazione quindi utilizzo strumenti che mi permettano di affrontare questo tipo di tematiche che, anche per i bambini più piccoli, sono sempre un validissimo spunto di riflessione soprattutto se i percorsi proposti sono orientati alla scoperta attiva, alla creazione di prodotti e alla riflessione a piccolo e grande gruppo. Tra i software per laprogrammazione, ad esempio, ha avuto un forte impatto Kodu Game Lab e tra i robot il preferito per i più piccoli rimane BeeBot.
Quali sono i vantaggi nell’usare una didattica di questo tipo?
All’interno di un impianto didattico che privilegi l’apprendimento attivo da parte del bambino le tecnologie, se intese come strumenti di creazione, possono essere una fonte preziosa perché prima di ogni altra cosa permettono ai bambini di creare prodotti originali frutto di percorsi di progettazione unici e quindi estremamente personalizzati.
Secondo lei, la classe docente italiana èpronta ad affrontare questo nuovo approccio alla didattica?
Penso che al momento i docenti abbiano a disposizione una serie immensa di strumenti di formazione, informazione e approfondimento sia rispetto all’utilizzo tecnico delle tecnologie sia rispetto ai metodi e alle strategie più adeguati. Uno strumento prezioso è proprio il web perché, attraverso gruppi di discussione, siti, blog, canali e forum, ognuno può trovare infiniti spunti, risorse e occasioni di confronto. Numerosissimi sono, poi, i corsi che hanno come obiettivo quello di riflettere sull’utilizzo delle tecnologie nella didattica.
Penso che il cambiamento di approccio debba partire per lo più da una riflessione sui metodi di insegnamento che anche lla spinta delle tecnologie all’interno della didattica ha contribuito ad aprire, o meglio riaprire.
empo di Misericordia del giornalista inglese Austen Ivereigh è sicuramente una delle più complete biografie su Papa Francesco. L’autore, in nove capitoli, ognuno di una cinquantina di pagine, ripercorre la vita del primo pontefice latino-americano, dalle origini fino all’elezione a successore di Pietro.
Il volume, di taglio prevalentemente storico, ha il pregio di narrare la vita di Bergoglio tenendo sempre presente i contesti nei quali si sono svolte le vicende dell’attuale pontefice. La vita di Bergoglio è così indissolubilmente associata alla famiglia d’origine, alla città di Buenos Aires, alla situazione politica dell’Argentina, alle vicende della Compagnia di Gesù e allo sviluppo della Chiesa in America Latina.
La figura di Papa Francesco ha portato moltissime persone in ogni parte del globo ad avere una rinnovata attenzione verso la Chiesa, eppure la sua persona è stata spesso oggetto delle più svariate critiche, anche prima del sua salita al Soglio di Pietro. Si è parlato di lui come di un comunista, di un progressista, ma allo stesso tempo si è anche detto di lui che era un conservatore!
L’analisi attenta dell’autore consente di fare chiarezza sul personaggio Bergoglio e di liberarlo dalle gabbie ideologiche nelle quali spesso lo si è voluto imprigionare. Ad esempio, coloro che conoscono poco la storia della Chiesa in America Latina, quando hanno sentito Papa Francesco parlare di una “Chiesa povera per i poveri”, hanno associato questo discorso alla Teologia della Liberazione, la visione teologica, nata in America Latina, che rilegge l’avvenimento cristiano alla luce dell’ideologia marxista.
Austen Ivereigh spiega invece molto bene come Bergoglio sia invece in sintonia con la Teologia del Popolo, una variante Argentina della Teologia della Liberazione che mette al centro della propria riflessione la sensibilità religiosa e la cultura delle popolazioni latino-americane e che, a ben vedere, ha poco a che fare con la Teologia della Liberazione.
Un’altra caratteristica della Teologia del Popolo è quella di mettere al centro la gente comune come soggetto attivo nella costruzione della società, mentre nella visione marxista il popolo è piuttosto la massa da educare e lo strumento attraverso il quale giungere al potere.
Benché sia nella Teologia della Popolo che in quella della Liberazione si parli di “popolo”, è evidente che gli approcci siano completamente diversi. Questa diversità di vedute spaccava anche la Compagnia di Gesù: da una parte c’erano quelli che come Bergoglio volevano un contatto vivo con i poveri e gli ultimi (con lo slogan “i sandali senza i libri) dall’altra c’erano coloro che volevano teorizzare modelli utili per migliorare le condizioni dei poveri (con lo slogan “i libri senza i sandali).
La visione di Bergoglio si ispirava al carisma di Ignazio di Loyola e all’azione dei missionari gesuiti che nelle reducciones avevano portato il vangelo alle popolazioni locali avendo con esse un assiduo contatto. Per questa sua fedeltà alle origini della Compagnia di Gesù Bergoglio fu considerato un conservatore.
Il volume è ricco infine di testimonianze dirette di molte persone che hanno conosciuto da vicino Bergoglio, di rimandi a quelle che sono le sue fonti spirituali e le sue letture e tutto ciò fa sì che sia davvero un libro da leggere se si vuole conoscere a fondo l’attuale pontefice
empo di Misericordia del giornalista inglese Austen Ivereigh è sicuramente una delle più complete biografie su Papa Francesco. L’autore, in nove capitoli, ognuno di una cinquantina di pagine, ripercorre la vita del primo pontefice latino-americano, dalle origini fino all’elezione a successore di Pietro.
Il volume, di taglio prevalentemente storico, ha il pregio di narrare la vita di Bergoglio tenendo sempre presente i contesti nei quali si sono svolte le vicende dell’attuale pontefice. La vita di Bergoglio è così indissolubilmente associata alla famiglia d’origine, alla città di Buenos Aires, alla situazione politica dell’Argentina, alle vicende della Compagnia di Gesù e allo sviluppo della Chiesa in America Latina.
La figura di Papa Francesco ha portato moltissime persone in ogni parte del globo ad avere una rinnovata attenzione verso la Chiesa, eppure la sua persona è stata spesso oggetto delle più svariate critiche, anche prima del sua salita al Soglio di Pietro. Si è parlato di lui come di un comunista, di un progressista, ma allo stesso tempo si è anche detto di lui che era un conservatore!
L’analisi attenta dell’autore consente di fare chiarezza sul personaggio Bergoglio e di liberarlo dalle gabbie ideologiche nelle quali spesso lo si è voluto imprigionare. Ad esempio, coloro che conoscono poco la storia della Chiesa in America Latina, quando hanno sentito Papa Francesco parlare di una “Chiesa povera per i poveri”, hanno associato questo discorso alla Teologia della Liberazione, la visione teologica, nata in America Latina, che rilegge l’avvenimento cristiano alla luce dell’ideologia marxista.
Austen Ivereigh spiega invece molto bene come Bergoglio sia invece in sintonia con la Teologia del Popolo, una variante Argentina della Teologia della Liberazione che mette al centro della propria riflessione la sensibilità religiosa e la cultura delle popolazioni latino-americane e che, a ben vedere, ha poco a che fare con la Teologia della Liberazione.
Un’altra caratteristica della Teologia del Popolo è quella di mettere al centro la gente comune come soggetto attivo nella costruzione della società, mentre nella visione marxista il popolo è piuttosto la massa da educare e lo strumento attraverso il quale giungere al potere.
Benché sia nella Teologia della Popolo che in quella della Liberazione si parli di “popolo”, è evidente che gli approcci siano completamente diversi. Questa diversità di vedute spaccava anche la Compagnia di Gesù: da una parte c’erano quelli che come Bergoglio volevano un contatto vivo con i poveri e gli ultimi (con lo slogan “i sandali senza i libri) dall’altra c’erano coloro che volevano teorizzare modelli utili per migliorare le condizioni dei poveri (con lo slogan “i libri senza i sandali).
La visione di Bergoglio si ispirava al carisma di Ignazio di Loyola e all’azione dei missionari gesuiti che nelle reducciones avevano portato il vangelo alle popolazioni locali avendo con esse un assiduo contatto. Per questa sua fedeltà alle origini della Compagnia di Gesù Bergoglio fu considerato un conservatore.
Il volume è ricco infine di testimonianze dirette di molte persone che hanno conosciuto da vicino Bergoglio, di rimandi a quelle che sono le sue fonti spirituali e le sue letture e tutto ciò fa sì che sia davvero un libro da leggere se si vuole conoscere a fondo l’attuale pontefice
Capita spesso che agli alunni delle superiori lo studio della Divina Commedia risulti pesante, noioso e faticoso. Doversi confrontare con un testo scritto parecchi secoli fa e di notevole mole non è certo facile. Se in più si aggiunge che l’analisi del testo è soprattutto incentrata su questioni stilistiche e figure retoriche, allora la noia è garantita.
Franco Nembrini, rettore del Centro scolastico La Traccia di Calcinate (BG), ha tentato un’altra strada. Nel suo Dante, poeta del desiderio (edito da Itaca in tre volumi: Inferno, Purgatorio e Paradiso) l’autore mostra come sia proprio il tema del desiderio a farci riscoprire e innamorare dell’opera del Sommo Poeta.
Non solo la Divina Commedia, ma tutta l’opera dantesca e la stessa vita dell’Alighieri viene riletta alla luce del desiderio, che può essere definito come la pasta di cui è fatto l’uomo. Infatti, come descritto da Dante nel Convivio, l’uomo è sempre mosso dal desiderio, sin da quando è bambino.
All’inizio il suo interesse si rivolge verso cose piccole e di poco significato e poi, una volta cresciuto, egli brama sempre di più. Eppure, nessuna delle cose che cerca è in grado di soddisfare il suo desiderio ed è proprio per questo che continua a cercare la felicità altrove: sempre in cerca e sempre insoddisfatto perché il suo cuore è destinato all’Infinito.
Questa esperienza che ogni uomo prova è la stessa nella quale si è imbattuto Dante. A un certo punto della sua vita egli sentiva di avere raggiunto la felicità nel suo amore per Beatrice. Come ha scritto nel sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, Beatrice è “venuta da cielo in terra a miracol mostrare”, cioè è come un riverbero sulla terra dello splendore divino.
Beatrice però all’età di 24 anni si spegne: per il Poeta è un colpo durissimo. Dante inizia a cercare consolazione nella letteratura. Come è possibile che quella donna, quasi un ponte fra l’umano e l’infinito, abbia cessato di vivere? Perché dopo la sua morte, Dante si è rifugiato in altro, pur avendo provato per lei il massimo dell’amore possibile?
Sono domande che si pongono in maniera forte in Dante, che il poeta affronta alla luce della propria fede e che lo portano a scrivere la Divina Commedia, un vero e proprio percorso di purificazione attraverso l’esercizio letterario che lo porterà a “vedere Dio”, l’unico in grado di saziare in modo definitivo la fame di infinito che abita nel cuore dell’uomo.
Nembrini rilegge in chiave umana l’opera di Dante e questo permette a chi legge i suoi volumi di immedesimarsi nel poeta e di sentirlo vicino, quasi come un compagno di strada. Le forme letterarie della Divina Commedia diventano allora mezzi espressivi che servono al poeta per esprimere i suoi sentimenti: al centro di tutto c’è l’uomo, la sua esistenza, il suo porsi delle domande davanti al proprio destino e una tale lettura non può che essere affascinante.
Non mancano nei volumi di Nembrini raffronti con altri grandi della letteratura, in particolare Leopardi che nella sua produzione artistica canta le stesse esigenze del cuore di Dante, pur non arrivando alle stesse conclusioni.
La Divina Commedia, scritta da un uomo di fede, è commentata da un altro uomo di fede che svolge quella che possiamo definire una “lettura credente”. Questa operazione è quantomai necessaria ai nostri giorni se vogliamo restituire splendore a gran parte della letteratura che è stata elaborata in un contesto di fede e che non può essere letta nella sua pienezza se non attraverso uno sguardo cristiano.
Capita spesso che agli alunni delle superiori lo studio della Divina Commedia risulti pesante, noioso e faticoso. Doversi confrontare con un testo scritto parecchi secoli fa e di notevole mole non è certo facile. Se in più si aggiunge che l’analisi del testo è soprattutto incentrata su questioni stilistiche e figure retoriche, allora la noia è garantita.
Franco Nembrini, rettore del Centro scolastico La Traccia di Calcinate (BG), ha tentato un’altra strada. Nel suo Dante, poeta del desiderio (edito da Itaca in tre volumi: Inferno, Purgatorio e Paradiso) l’autore mostra come sia proprio il tema del desiderio a farci riscoprire e innamorare dell’opera del Sommo Poeta.
Non solo la Divina Commedia, ma tutta l’opera dantesca e la stessa vita dell’Alighieri viene riletta alla luce del desiderio, che può essere definito come la pasta di cui è fatto l’uomo. Infatti, come descritto da Dante nel Convivio, l’uomo è sempre mosso dal desiderio, sin da quando è bambino.
All’inizio il suo interesse si rivolge verso cose piccole e di poco significato e poi, una volta cresciuto, egli brama sempre di più. Eppure, nessuna delle cose che cerca è in grado di soddisfare il suo desiderio ed è proprio per questo che continua a cercare la felicità altrove: sempre in cerca e sempre insoddisfatto perché il suo cuore è destinato all’Infinito.
Questa esperienza che ogni uomo prova è la stessa nella quale si è imbattuto Dante. A un certo punto della sua vita egli sentiva di avere raggiunto la felicità nel suo amore per Beatrice. Come ha scritto nel sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, Beatrice è “venuta da cielo in terra a miracol mostrare”, cioè è come un riverbero sulla terra dello splendore divino.
Beatrice però all’età di 24 anni si spegne: per il Poeta è un colpo durissimo. Dante inizia a cercare consolazione nella letteratura. Come è possibile che quella donna, quasi un ponte fra l’umano e l’infinito, abbia cessato di vivere? Perché dopo la sua morte, Dante si è rifugiato in altro, pur avendo provato per lei il massimo dell’amore possibile?
Sono domande che si pongono in maniera forte in Dante, che il poeta affronta alla luce della propria fede e che lo portano a scrivere la Divina Commedia, un vero e proprio percorso di purificazione attraverso l’esercizio letterario che lo porterà a “vedere Dio”, l’unico in grado di saziare in modo definitivo la fame di infinito che abita nel cuore dell’uomo.
Nembrini rilegge in chiave umana l’opera di Dante e questo permette a chi legge i suoi volumi di immedesimarsi nel poeta e di sentirlo vicino, quasi come un compagno di strada. Le forme letterarie della Divina Commedia diventano allora mezzi espressivi che servono al poeta per esprimere i suoi sentimenti: al centro di tutto c’è l’uomo, la sua esistenza, il suo porsi delle domande davanti al proprio destino e una tale lettura non può che essere affascinante.
Non mancano nei volumi di Nembrini raffronti con altri grandi della letteratura, in particolare Leopardi che nella sua produzione artistica canta le stesse esigenze del cuore di Dante, pur non arrivando alle stesse conclusioni.
La Divina Commedia, scritta da un uomo di fede, è commentata da un altro uomo di fede che svolge quella che possiamo definire una “lettura credente”. Questa operazione è quantomai necessaria ai nostri giorni se vogliamo restituire splendore a gran parte della letteratura che è stata elaborata in un contesto di fede e che non può essere letta nella sua pienezza se non attraverso uno sguardo cristiano.
Queste e tante altre curiosità si trovano nel bel libro Mangiare da Dio scritto a quattro mani da don Andrea Ciucci e da don Paolo Sartor. I due preti buongustai giungono così al terzo volume dedicato al rapporto religione-cibo dopo A tavola con Abramo (2012) e In cucina con i Santi (2013).
Mangiare da Dio, come suggerisce il sottotitolo 50 ricette da San Paolo a Papa Francesco, racconta la Storia della Chiesa sotto la prospettiva culinaria. Gli autori, seguendo la tradizionale suddivisione della Storia della Chiesa (antica, medioevale, moderna e contemporanea), hanno diviso il libro in quattro parti, proponendo ricette ad hoc.
Se per qualche animo puritano l’accostamento della religione al cibo può sembrare azzardato, è necessario ricordare, come qualcuno ha già detto, che Gesù le cose più belle le ha fatte a tavola! Ed è davvero così: basta pensare al miracolo dell’acqua trasformata in vino a Cana, ai pasti consumati assieme ai peccatori, per arrivare al dono di sé attraverso i segni del pane e del vino durante l’Ultima Cena.
È impossibile non soffermarsi sulla modalità che Gesù ha scelto di comunicarsi a noi attraverso la via del cibo e questo può destare meraviglia, stupore e addirittura scandalo, come ci racconta Giovanni nel suo vangelo (cfr. Gv 6). Egli ha anche parlato di se stesso come “il pane vivo sceso dal cielo”. Perché Gesù, fra tante vie, ha scelto proprio questa?
Innanzitutto il cibo, come è ovvio, ci nutre e ci fa vivere, quindi, è come se egli ci volesse dire: “Voi avete bisogno di me come il cibo che mangiare, sono indispensabile per la vostra vita”. In secondo luogo il cibo crea livelli di prossimità: pensiamo a tutte quelle volte in cui andiamo a mangiare una pizza con gli amici, oppure quando, per corteggiare una donna la invitiamo a cena: il cibo crea unione e familiarità fra coloro che si siedono a tavola. Per questo, quando partecipiamo all’Eucaristia, noi ci cibiamo del suo corpo e del suo sangue per diventare tutti una cosa sola con lui.
Il volume mostra come, nel corso dei secoli, anche i discepoli di Gesù abbiano dato molta importanza al cibo. Basta pensare alle ricette dispensate da Benedetto da Norcia per i suoi monaci che consumavano i pasti ascoltando brani della scrittura sulla scia delle parole di Gesù “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Ma pensiamo anche al cibo frugale che accompagnava e sosteneva i pellegrini diretti verso Santiago, Roma o Gerusalemme.
La Solennità dei santi Pietro e Paolo ci dà l’opportunità di riflettere su un’immagine che ricorre spesso nella storia dell’arte: la concordia apostolorum. Si tratta di un’immagine tanto semplice quanto profonda nel suo significato. Essa rappresenta i due apostoli Pietro e Paolo nell’atto di abbracciarsi.
Pietro, generalmente sulla sinistra, viene rappresentato come un anziano canuto con i capelli ricci e corti. Paolo invece ha la fronte stempiata e una lunga barba “a punta”. I due nimbi degli apostoli si uniscono a formare un cuore: da qui il nome “concordia” che vuol appunto dire “con un unico cuore”.
Il nuovo testamento ci prestenta i due apostoli come personaggi molto diversi fra loro, sia per il loro carattere che per la loro funzione nella primitiva comunità cristiana. Mentre Pietro aveva conosciuto di persona Gesù e aveva da lui ricevuto il primato sugli altri apostoli, Paolo è diventato discepolo dopo avere avuto una “visione” del Signore. Pietro è stato un “apostolo della prima ora” che ha conosciuto il “Gesù storico”, Paolo ha invece fatto esperienza del “Cristo della fede”.
Nel seguire Gesù non c’ è stata solo una diversità di tempi, ma anche di modi: mentre Pietro, con tutte le umane difficoltà, ha aderito senza riserve, Paolo all’inizio era un persecutore dei cristiani.
Diversa era anche la loro formazione: Pietro era un pescatore, appartenente a quello che oggi definiremmo “ceto medio” e molto probabilmente non aveva avuto una grande preparazione teologica come invece era accaduto a Paolo che apparteneva al partito dei farisei e dunque, fin da giovane, si era prodigato nello studio delle Scritture.
Diverso fu anche il loro tipo di apostolato nel seno della Chiesa: mentre Pietro aveva ricevuto da Gesù stesso l’autorità di guidare la neonata comunità cristiana, Paolo si distinse per il suo zelo missionario e per il desiderio di portare l’annuncio di Cristo morto e risorto per ogni dove.
Pietro, soprattutto in un primo momento, annunciò la buona novella ai Giudei. Paolo invece fece scoprire Cristo ai Gentili, cioè a coloro che non appartenevano al popolo eletto, ma alle “genti”. I due apostoli diventano così le icone delle due anime della chiesa primitiva l’ecclesia ex circumcisione, (proveniente dai Giudei) e l’ecclesia ex gentibus (proveniente dai pagani).
Due figure completamente diverse dunque, eppure unite dall’unico amore per Cristo, un amore che giungerà fino all’effusione del sangue: Pietro morirà crocifisso a testa in giù, non ritenendosi degno di morire come il suo maestro, Paolo, invece, godendo del privilegio concesso ai cittadini romani, verrà decapitato.
Insomma, la concordia apostolorum evoca la cattolicità dell’evento cristiano, il suo tenere insieme anche realtà molto diverse e si può dire che la concordia apostolorum si manifesta nella conciliatio oppositorum.
La coppia dei santi Pietro e Paolo sostituisce quella dei fratelli Romolo e Remo: come Romolo e Remo fondarono la Roma Pagana, i Santi Pietro e Paolo, fratelli nella fede, fortificarono e contribuirono a fondare la Roma Cristiana.
È inoltre interessante notare come questo tema iconografico sia stato ripreso molti secoli dopo per rappresentare San Domenico e San Francesco: il primo, fondatore dell’ordine dei predicatori, mosso dal desiderio di annunciare Cristo attraverso la sapienza e lo studio, l’altro, fondatore dei frati minori, ardente di carità verso gli ultimi. Due carismi diversi che vivono nell’unica chiesa come plasticamente rappresentato, ad esempio, dal Beato Angelico.