Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Nicola Rosetti

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – È pronto lo stemma pontificio di Papa Francesco che farà bella mostra di sé sul balcone dell’episcopio di San Benedetto del Tronto. L’opera è stata firmata dall’ingegnere e architetto Alberto Romani che abbiamo avuto il piacere di incontrare e intervistare. Alberto Romani è nato a San Benedetto del Tronto il 23 Dicembre del 1976. Dopo essersi laureato in “Ingegneria Edile – Architettura”, ha intrapreso la strada della libera professione ed è fondatore e presidente dell’Associazione Nazionale dei Laureati in “Ingegneria Edile – Architettura”. Inoltre si occupa di araldica (realizza stemmi) e liuteria (costruttore e restauratore di chitarre).

Può dirci qualcosa per introdurci nel mondo dell’araldica?

L’araldica ecclesiastica, in modo simile a quanto avviene per l’arte iconografica, non può prescindere dalle preghiere che l’artista recita durante la composizione dello stemma. La preghiera deve essere continua e in “favore” della persona che viene rappresentata nell’emblema stesso.

Sin dal suo concepimento, e durante il procedere della scrittura araldica, fino alla definitiva conclusione, il compositore entra in “confidenza” con il Signore, con la Vergine Maria, ma anche con i Santi che talvolta, per scelta del committente, vengono rappresentati attraverso i simboli nello stemma stesso. Chiaramente tutto ciò richiede tempo, concentranzione, pazienza, serenità da parte di chi realizza l’opera.

Badiamo bene che quest’arte, riferita all’ambito ecclesiale, vuole ricordare anche che sussiste la necessità di costante preghiera per i nostri Vescovi, Arcivescovi, Cardinali, Papi, i quali hanno voluto rappresentare la loro missione, il loro affidamento e le loro aspirazioni di fede attraverso un insieme di simboli.

A tal proposito, sottolineo il fatto che tale stemma è stato, non a caso, benedetto dalla Comunità dei Frati Francescani Minori Conventuali della nostra città, durante una celebrazione eucaristica domenica 4 agosto; il tutto a ricordare il legame istauratosi tra il nostro attuale Pontefice e la figura di San Francesco d’Assisi.

Quanto tempo ha impiegato per realizzare l’opera?

Ho realizzato quest’opera in circa 3 mesi e mezzo di tempo. Anche se uno stemma può apparire semplice da realizzare come disegno, tuttavia, ci sono delle tempistiche e dei procedimenti particolari, anche dovuti alla tipologia di materiale che viene utilizzato. Sottolineo poi il fatto che è particolarmente indicato, per le premesse fatte sopra, realizzare queste opere completamente a mano, cercando di evitare le realizzazioni industriali, perchè appunto verrebbe meno tutto l’aspetto spirituale. Per capirci, è come se un’icona venisse realizzata con delle macchine industriali!

Quale tecnica è stata utilizzata?

Ho anzitutto creato il supporto in lamiera zincata da 3 mm di spessore. Dopo averla calandrata e irrigidita nella parte posteriore con lamelle saldate sempre dello stesso materiale, ho dato il fondo con primer e vernice color chiaro (tonalità tra l’avorio chiaro e il sabbia). Dopo aver disegnato i contorni dell’emblema, ho utilizzato vernici sintetiche brillanti per esterni, nonché oro e argento dove occorreva.

È la prima volta che realizza oggetti del genere?

Ho già avuto modo di realizzare opere di questo tipo per privati, ma anche per l’attuale Papa Emerito Benedetto XVI e per il nostro Vescovo della Diocesi di San Benedetto Del Tronto-Ripatransone-Montalto, Sua Eccellenza Monsignor Gervasio Gestori. Ho anche realizzato uno stemma araldico per il “Gruppo Diocesano Ministranti per le Celebrazioni Solenni” che tuttora è in possesso del nostro Vescovo. Di recente ho avuto l’opportunità di realizzare uno stemma araldico per la “Pastorale Giovanile della Provincia Francescana delle Marche” dei Frati Minori Conventuali.

Può spiegare il significato della simbologia adoperata da Papa Francesco per la sua insegna?

Fondamentalmente, Papa Francesco ha conservato il suo stemma anteriore, che scelse già al momento della sua consacrazione episcopale. I simboli della dignità pontificia sono uguali a quelli che furono a suo tempo scelti da Benedetto XVI (mitra collocata tra chiavi decussate d’oro e d’argento, rilegate da un cordone rosso).

Lo scudo è totalmente di colore blu: questo colore, nella simbologia, indica il distacco dai valori mondani e l’ascesa dell’anima verso Dio; nell’araldica, simboleggia fedeltà, santità, castità, devozione e giustizia, nonché, bellezza, fortezza, vigilanza e perseveranza.

All’interno dello scudo, in alto, campeggia l’emblema dell’ordine di provenienza del Papa, la Compagnia di Gesù: un sole raggiante e fiammeggiante caricato dalle lettere, in rosso, IHS, che indicano il monogramma di Cristo. La lettera H è sormontata da una croce; in punta sono rappresentati in nero i tre chiodi della crocifissione.

In basso a sinistra (ovvero nel linguaggio tecnico “a destra dell’ombelico” dello scudo), si trovano la stella, mentre a destra (ovvero nel linguaggio tecnico “a sinistra dell’ombelico” dello scudo) il fiore di nardo. La stella, secondo l’antica tradizione araldica, simboleggia la Vergine Maria, madre di Cristo e della Chiesa; mentre il fiore di nardo indica San Giuseppe. Nella tradizione iconografica ispanica, infatti, San Giuseppe è raffigurato con un ramo di nardo in mano. Ponendo nel suo scudo tali immagini, il Papa ha inteso esprimere la propria particolare devozione verso la Vergine Santissima e San Giuseppe.

Il motto del Santo Padre Francesco è ripreso dalle Omelie di San Beda il Venerabile, sacerdote (Om. 21; CCL 122, 149-151), il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di San Matteo, scrisse: “Vidit ergo Jesus publicanum et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi Sequere me” (Vide Gesù un pubblicano e siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi).

Questa omelia è un omaggio alla misericordia divina ed è riprodotta nella Liturgia delle Ore della festa di San Matteo. Essa riveste un significato particolare nella vita e nel percorso spirituale di Papa Francesco. Difatti, nella festa di San Matteo del 1953, il giovane Bergoglio sperimentò, in un modo del tutto particolare, la presenza amorosa di Dio nella sua vita. In seguito ad una confessione, si sentì toccare il cuore ed avvertì la discesa della misericordia di Dio, che lo chiamava alla vita religiosa, sull’esempio di Sant’Ignazio di Loyola.

Una volta eletto Vescovo, Bergoglio, in ricordo di tale avvenimento decise di scegliere, come motto e programma di vita, l’espressione di San Beda “miserando atque eligendo”, che ha inteso riprodurre anche nel proprio stemma pontificio.

Lei è un appassionato di araldica. Quando è nato questo suo interesse?

Diciamo che sin dall’età adolescenziale sono stato attratto dalla simbologia e dallo studio dei simboli. Inizialmente cercavo di capire da solo il significato degli stessi e poi verificavo il mio pensiero attraverso documentazioni e ricerche. Poi rimasi incuriosito quando lessi una frase su un libro di araldiche, attraverso la quale si confermava ciò che era già da tempo il mio pensiero: ogni individuo, in quanto essere umano uguale ad un altro essere umano ha il diritto di poter possedere uno stemma araldico che lo rappresenti, a prescindere dal fatto che egli stesso sia un nobile oppure no, un alto prelato oppure no; perchè la vera nobiltà, scaturisce dalle opere che si compiono in favore dell’umanità e se esse rimangono solo un’ideale rappresentato attraverso simboli, allora l’araldica non ha senso di esistere. Poi decisi di iniziare a buttare giù un primo schema di stemma araldico personale, tuttora nel cassetto e in fase di studio preliminare.

Può lasciare un recapito per chi eventualmente fosse interessato a contattarla per lavoro?

Certamente! Chi fosse interessato, può contattarmi all’indirizzo e-mail albertoromani@alice.it

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L’ultima tela che ammiriamo nella cappella Contarelli riguarda la morte di san Matteo. La composizione si ispira a quanto descritto nella “Legenda Aurea” da Jacopo da Varagine secondo cui l’evangelista sarebbe stato ucciso dopo aver celebrato la messa.

Al centro della composizione si vede il carnefice seminudo che impugna con la mano destra una spada, mentre con l’altra blocca il braccio destro di San Matteo che è ancora vestito con alcuni paramenti liturgici. Un angelo si affaccia da una nuvola per porgere all’evangelista la palma, simbolo del martirio.

Sullo sfondo si intravvede un altare sul quale il santo ha appena celebrato l’eucaristia. Esso è anche riconoscibile grazie alla croce che vi è disegnata.

Tutto intorno stanno degli uomini che sono inorriditi dall’atto che il carnefice sta per compiere. Fra di essi, un po’ nascosto per la verità, possiamo vedere il ritratto di Caravaggio.

Anche in questo caso la contestualizzazione storica e teologica ci permette di comprendere meglio l’opera. Possiamo immaginare che la preoccupazione dei committenti sia sempre la stessa e cioè quella di tradurre in immagini la genuina dottrina cattolica da contrapporre alla nuova eresia protestante. Martin Lutero aveva negato (contraddicendo la stessa Scrittura che tanto venerava) il carattere sacrificale dell’eucaristia a favore del solo carattere conviviale del sacramento.

Egli aveva anche negato il valore e l’efficacia del culto dei santi. Ecco allora che l’artista sta qui a ribadirci la dottrina di sempre: nel sacramento dell’eucaristia, oltre all’aspetto conviviale dato dalla materia con la quale il sacramento stesso si celebra, vi è un vero e proprio memoriale del sacrificio di Gesù sulla croce che viene ricordato dalla posizione dell’evangelista che muore con le braccia spalancate. Anche la croce dipinta sull’altare sta a ricordarci la stessa verità di fede.

Se ogni Santo è un “alter Christus” il martire lo è ancora di più, perché muore in perfetta imitazione del suo Signore. È dunque per questo motivo che i martiri, come tutti gli altri santi, meritano un culto particolare che Lutero aveva loro negato.

Si conclude così questa ulteriore catechesi della bellezza che ci ha dimostrato ancora una volta come il linguaggio dell’arte possa aiutare noi cristiani ad annunciare verità così alte che difficilmente possono essere espresse attraverso le parole. Le immagini invece si imprimono più facilmente nella nostra mente e ci fanno penetrare il Mistero.

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GMG – Lo vediamo spesso in televisione, stampato su magliette e gadget dei giovani che stanno partecipando alla XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù.   Stiamo parlando del logo della straordinaria manifestazione che raccoglie centinaia di migliaia di giovani cattolici provenienti da ogni parte del mondo. Ma chi lo ha “inventato”? L’Ancoraonline ha contattato Gustavo Huguenin, il giovane ideatore del logo, e lo ha intervistato.

Quanti anni hai e quali studi hai fatto?

Ho 27 anni e studiato Graphic Design.

Fai parte di qualche movimento religioso?

Sì! Io faccio parte del Rinnovamento Carismatico Cattolico, attraverso il gruppo di preghiera e di azione nella comunicazione del movimento.

Come è nato il logo della giornata mondiale della gioventù?

La creazione ha avuto il suo inizio nella preghiera, ho chiesto l’aiuto dello Spirito Santo, meditando il passo biblico “Andate e ammaestrate tutte le nazioni”(Mt 28,19). L’opera, dal concepimento fino alla consegna del materiale, è durata circa 10 giorni.

Quante persone hanno proposto un logo per la giornata mondiale della gioventù?

Ci sono stati più di 200 i partecipanti al concorso provenienti da molti paesi. Poi i loghi dei 5 finalisti sono stati inviati in Vaticano per la scelta del vincitore

Quando hai saputo che il tuo logo era stato scelto per la giornata mondiale della gioventù?

All’inizio dell’anno 2012 mi hanno invitato ad andare al comitato GMG e mi hanno dato questa incredibile notizia .

Quali sono state le tue emozioni?

Sono stato molto contento di sapere che il mio lavoro sarebbe stato così importante. Non ho fatto in tempo a digerire questa bella notizia che già durante quella prima settimana ho potuto vedere l’impatto di questo. Migliaia di pellegrini indossano oggi la maglia col logo. Molti altre cose che i pellegrini usano sono legate al logo, dalle magliette, agli orecchini, alle collane. Molti si sono ispirati al logo e c’è chi è venuta a farsi un taglio di capelli con il disegno del simbolo! Ho visto anche autoadesivi con il logo e una torta di compleanno!

Hai avuto modo di incontrare personalmente papa Francesco in questi giorni?

Venerdì 26, ho avuto l’opportunità attesa per oltre 18 mesi. Ho sempre detto che incontrare il Papa sarebbe stato il premio più grande! Quando il mio logo fu scelto, mi aspettavo di incontrare Papa Benedetto XVI, che ammiro e verso il quale continuo ad avere un amore filiale. Oggi il Papa è Francesco,  e sono stato accolto con il suo sorriso caldo e sincero e con la sua gioia contagiosa.

Cosa vi siete detti?

Ero un un po’ nervoso e la cosa che mi preoccupava di più era mostrare il mio affetto per lui. Gli ho baciato la mano e gli ho chiesto la sua benedizione. Gli ho regalato una carta con il logo della GMG. Quando ha visto il simbolo, ha sorriso e ha detto: “Bellissimo! Che creatività!”. E io ho gli ho risposto: “Santo Padre, questo simbolo rappresenta la gioventù che è venuta alla GMG, è il cuore che riceve l’abbraccio di Gesù”.

Come sta vivendo la giornata mondiale della gioventù il ragazzo che ne ha inventato il logo?

Ho lavorato per oltre un anno nel comitato organizzatore locale, coordinando il team e i progetti di design. È stato un lavoro piuttosto intenso e impegnativo, ma ricompensato dal vedere che ci sono i valori cristiani e tanti giovani in cerca di Dio in tutto il mondo.

Puoi spiegare ai nostri lettori il significato del logo?

Sulla base del brano del Vangelo di Matteo (capitolo 28), il simbolo esprime un riferimento a due persone: Gesù e il discepolo. In questo episodio, Gesù si incontra con i suoi discepoli su una montagna, proprio come avviene presso la statua del Cristo Redentore, simbolo universale della città di Rio de Janeiro. Attorno a questa immagine si forma un cuore, che rappresenta tutto l’uomo e ha senso come il centro, così come Rio de Janeiro ospiterà tutte le nazioni.

Il riferimento al discepolo è presente nella composizione del cuore con Cristo, così come quelli che hanno Gesù nel cuore. Il nostro popolo ha un cuore caldo e generoso, che ha la sua essenza nella fede in Cristo.

La parte superiore, verde, si ispira ai tratti di Pan di Zucchero, simbolo della nostra meravigliosa città, e la croce in essa contenute, rafforza il senso del territorio brasiliano conosciuto come “Terra di Santa Cruz”.

Puoi lasciare un indirizzo email per coloro che eventualmente fossero interessati a contattarti per lavoro?

Il mio indirizzo email è: gustavo@inspiratodesign.com

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Abbiamo detto nel precedente articolo che molto tempo passò prima che la tela che oggi vediamo posta sopra l’altare principale potesse esservi collocata.

Caravaggio aveva terminato le due tele che raffiguravano “La vocazione di San Matteo” e “Il martirio di San Matteo” (tela della quale parleremo nella prossima puntata) quando gli eredi del cardinale Matteo Contarelli fecero collocare sopra l’altare della cappella il gruppo scultoreo che oggi possiamo ammirare nella chiesa della Trinità dei pellegrini. Esso rappresenta un angelo che col braccio sinistro regge un calamaio mentre col destro indica il cielo a significare l’origine divina delle parole che San Matteo sta per scrivere nel suo Vangelo. L’evangelista è seduto su uno scranno e viene come sorpreso alle spalle dall’angelo a significare l’alterità dell’azione divina nei confronti dell’uomo.

Per chi osserva l’opera, la mano che regge la penna con la quale l’evangelista sta per scrivere è in una posizione media fra l’angelo e il libro. Con questo particolare l’artista ha espresso la posizione che l’agiografo ha nella storia della salvezza: egli si trova a metà strada fra l’angelo che lo ispira e il libro che egli consegnerà alla comunità cristiana. I vangeli non sono scesi dal cielo, allo stesso modo in cui il Corano è sceso dal cielo per i musulmani: essi sono testi ispirati da Dio, ma scritti con le mani e con la testa degli uomini di cui Dio si è servito; si può dire che in un certo senso vale per la composizione delle Sacre Scritture lo stesso principio del rapporto Grazia divina-responsabilità umana del quale abbiamo parlato a proposito della precedente tela. Per i cattolici, a differenza dei protestanti, non vale il principio della “Sola Scriptura”, essa è sempre annunciata e interpretata dalla Chiesa in linea con le parole di Sant’Agostino: “Non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della Chiesa cattolica” (cfr. Sant’Agostino, Contra epistulam Manichaei quam vocant fundamenti, 5, 6).

Dunque a un livello teologico l’opera dell’artista fiammingo rispondeva perfettamente alle esigenze del tempo. Perché dunque è stata rimossa? Molto probabilmente perché accanto a due opere di Caravaggio gli spettatori potevano avvertire qualcosa di “stonato”, un’opera scultorea forse si inseriva male fra due opere su tela e ne spezzava l’unità. Fu così che i committenti nel 1602 decisero di rimuoverla e di commissionare a Caravaggio anche la tela che doveva sovrastare l’altare.

Come dicevamo nella precedente catechesi della bellezza, quest’opera venne giudicata inopportuna: l’angelo faceva tutto un corpo con San Matteo non evidenziando l’origine divina della Sacra Scrittura e in più guidava materialmente l’evangelista nella stesura del Vangelo e una tale immagine non rendeva bene la visione cattolica sull’ispirazione delle Scritture; l’evangelista sembrava una sorta di burattino nelle mani dell’angelo che figurava così come l’unico autore del vangelo a scapito della componente umana. L’opera, come dicevamo, fu acquistata da Vincenzo Giustiniani, passò poi ai Musei di Berlino e fu distrutta verso la fine della seconda guerra mondiale nell’incendio della Flakturm  Friedrichshain ed oggi la conosciamo solo grazie a qualche foto scattata prima che fosse distrutta.

Fu così che Caravaggio compose l’attuale tela. Caravaggio riprese il modello elaborato da Jacob Cobaert e dipinse San Matteo sorpreso alle spalle dall’angelo, però pose questi sospeso nel cielo per accentuare l’origine divina del messaggio evangelico. La posizione dell’evangelista è comunque tutt’altro che classica! Egli sta scrivendo il suo vangelo ascoltando le parole dell’angelo stando seduto in modo poco composto su uno sgabello.

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La cappella Contarelli

Ci accingiamo a conoscere uno dei luoghi più visitati e amati di Roma: la cappella Contarelli in San Luigi dei francesi. La cappella prende il nome dal cardinale francese Matteo Contarelli che la comprò nel 1565 e decise di adornarla con opere d’arte che si riferissero al santo del quale portava il nome: l’apostolo ed evangelista Matteo.

Benché il cardinale avesse espresso con chiarezza cosa avrebbe voluto nella sua cappella, nulla si fece fino a quando nel 1585 giunse la morte. Ad occuparsi allora della realizzazione delle opere d’arte furono gli eredi, che però videro i primi risultati solo poco prima del 1600.

Ad occuparsi della realizzazione della cappella fu Caravaggio, su interessamento del potente cardinale Del Monte, suo protettore. Egli realizzò la “Vocazione di San Matteo” e poco dopo “Il martirio di San Matteo” che vennero posti rispettivamente sulla parete sinistra e su quella destra della cappella.

Sulla parete di fondo invece venne sistemata nel 1602 “L’ispirazione di San Matteo”, opera dello scultore fiammingo Jacob Cobaert, che però non piacque e venne rimossa. Oggi l’opera può essere ammirata nella chiesa della Trinità dei pellegrini. Al suo posto venne realizzata una tela da Caravaggio, che però ancora non riuscì a soddisfare i gusti dei committenti. L’opera fu acquistata da Vincenzo Giustiniani, passò poi ai Musei di Berlino e fu distrutta verso la fine della seconda guerra mondiale nell’incendio della Flakturm Friedrichshain. Infine Caravaggio realizzò l’opera che oggi ammiriamo.

Le tre tele che stiamo per conoscere possono essere definite un condensato di teologia cattolica: infatti l’autore ha espresso attraverso il linguaggio dell’arte le più alte verità della fede cattolica, messe in dubbio in quel periodo dalla rivoluzione protestante. Per parlare di queste meravigliose opere d’arte, seguiremo lo stesso metodo utilizzato per “La cena di Emmaus”: passeremo dalla descrizione al significato.

La vocazione di San Matteo

Descrizione

Nel quadro possiamo individuare due gruppi di persone: quelle sedute al tavolo e quelle in piedi. Al primo gruppo appartengono 5 persone, fra cui, in posizione centrale, San Matteo. In piedi sta  invece Gesù, quasi coperto da San Pietro. I primi sono vestiti in abiti cinquecenteschi tipici dell’epoca del pittore, mentre il Signore e il principe degli apostoli sono vestiti con abiti antichi. Nella parte alta del quadro, in posizione comunque decentrata, si vede una finestra, dalla quale però non proviene luce. Il buio della scena viene squarciato dalla luce che proviene dalla parte del Cristo e che va a illuminare tutti i personaggi seduti al tavolo, compresi quelli che, in posizione curvata, continuano a contare i denari non curandosi minimamente di quello che sta accadendo. I pubblicani più vicini a Gesù lo osservano con stupore, tuttavia l’unico che sembra rispondere alla chiamata di Gesù sembra essere proprio Matteo, che con l’indice sinistro indica se stesso come se si sentisse interpellato. La mano di Pietro sembra confermare la chiamata del Cristo che avviene in modo dolce. Si noti la posizione della mano di Gesù che richiama quella del Creatore nella volta della Cappella Sistina.

Significato

Passiamo dalla descrizione al significato. Con un po’ di stupore ci accorgeremo che la tela è piena di significati, che solo grazie ad una approfondita conoscenza della teologia cattolica possiamo apprezzare in pieno. Partiamo proprio dai due gruppi; quello seduto al tavolo rappresenta la “dimensione orizzontale” umana, mentre il gruppo formato da Gesù e Pietro rappresenta la “dimensione verticale” divina: insomma, il quadro ci sta parlando del più grande dei misteri, quello dell’incontro dell’uomo col divino.

La luce proviene dalla parte di Gesù e di colui che egli ha chiamato a guidare la Chiesa e non dalla finestra, come a dire che solo dalla parte del Salvatore e della Chiesa che egli ha instituito può provenire la salvezza. Dobbiamo pensare che non è ancora passato mezzo secolo dalla rivoluzione protestante che ha spaccato l’Europa e la committenza ecclesiastica vuole ribadire l’unicità della Chiesa, anche attraverso il potente linguaggio delle immagini. Sempre in quest’ottica va vista collocazione di Pietro che è posta fra Gesù e lo spettatore: Pietro, e con lui tutta la Chiesa, svolge un ruolo di mediazione fra il divino e l’umano, al contrario di quanto affermato da Lutero.

La luce poi illumina tutti coloro che sono seduti al tavolo. Anche qui dobbiamo vedere tradotta in immagini una delle verità più importanti dell’antropologia cristiana, quella della grazia e del libero arbitrio. La luce della grazia illumina tutti gli uomini, è Dio che fa il primo passo verso di loro, ma a questo desiderio di salvezza non tutti rispondono allo stesso modo: è il dramma della libertà incarnato dai due personaggi che stanno sull’estrema sinistra, non a caso curvati su se stessi; sono così attenti solo ed esclusivamente alle loro persone e ai loro interessi, che si autoescludono dalla salvezza portata dalla grazia di Cristo. Al contrario, Matteo si sente coinvolto dalla chiamata e risponde positivamente. Egli si sente chiamato dalla dolcezza di quella mano che non è rigida e tesa come in atto di comandare, ma con estrema delicatezza invita alla sequela e alla responsabilità

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CITTÀ DEL VATICANO – Il Santo Padre ha celebrato nella cappella di Santa Marta l’ultima messa prima della pausa estiva. Ci ha abituati in questi mesi a uno stile semplice e diretto. Per saperne di più abbiamo intervistato il Sig. Filippo Petrignani, che lavora presso la Direzione dei Musei Vaticani in qualità di vice responsabile dell’Ufficio Immagini e Diritti, che ha avuto modo di partecipare ad una messa celebrata dal Papa.

Quando ha partecipato alla messa del Papa?

Ho partecipato alla prima messa celebrata in pubblico dal Papa Francesco, che si è svolta domenica 17 marzo 2013 presso la Parrocchia di Sant’Anna in Vaticano. Sono stato per così dire “invitato” alla celebrazione il sabato pomeriggio precedente, allorquando una Suora che abita in Vaticano mi ha detto che il Santo Padre avrebbe presenziato la Celebrazione Eucaristica delle ore 9, aperta a tutti i residenti e i dipendenti della Città del Vaticano che avessero voluto partecipare.

C’è qualche passaggio dell’omelia tenuta dal Papa che le è rimasto particolarmente impresso?

Sono arrivato a Sant’Anna alle 8,45 circa ed ho trovato la piccola Chiesa già stracolma, trovando posto solo in fondo, verso la porta di uscita. Il Santo Padre ha celebrato la Liturgia Eucaristica, soffermandosi nell’Omelia sul Vangelo del giorno, invitandoci con parole semplici a chiedere perdono a Dio sempre e comunque. “Non ci stanchiamo di chiedere perdono, perché Dio non si stanca mai di perdonarci”. Il suo linguaggio semplice ed i suoi modi sono rimasti impressi nei nostri cuori.

Ci sono particolari sullo stile del Papa che l’hanno colpita, anche al di fuori del momento liturgico?

Alla fine della celebrazione, come da tradizione dei Suoi predecessori, il Santo Padre ha lasciato per primo la Chiesa. Le Guardie Svizzere ed il personale della Sicurezza vaticana (Corpo della Gendarmeria), come di consueto ci hanno trattenuti in Chiesa, per lasciare (immaginavamo) che il Santo Padre si allontanasse prima di consentire l’uscita del pubblico. Dopo un paio di minuti circa, ci hanno lasciati uscire. Io, essendo tra i più vicini alla porta, sono stato tra i primi a varcare la soglia. Subito dopo, l’incredibile: il Papa, come un Parroco, ci aspettava fuori dalla porta, sulla strada, ancora con i paramenti liturgici indosso, per salutarci uno ad uno!! La Signora che era davanti a me ha esclamato: “Non è possibile, non può essere il Papa…” Invece era Lui, in persona, con il Suo sorriso. Quando l’ho incontrato mi ha chiesto subito chi fossi e dove lavorassi. E poi mi ha detto: “Prega per me”. Gli ho risposto: “Prego per Lei e per la Chiesa tutta, Santo Padre”. Lui mi ha detto: “Grazie. Anche io pregherò per tutti Voi che oggi siete venuti qui”. Insomma, nei quasi 30 anni che presto servizio per la Santa Sede tante volte, per lavoro o solo per vederlo, per ascoltare il Suo messaggio, ho atteso il Papa, Giovanni Paolo II o Benedetto XVI, per salutarlo: sia che transitasse all’interno delle Mura vaticane, sia che arrivasse ad una Celebrazione Eucaristica, ad una processione, al GMG, ad un qualsiasi appuntamento con i Fedeli. Mai mi era capitato che un Papa aspettasse me per salutarmi….

Ci sono altri episodi che può raccontare?

Non ho avuto modo ancora di partecipare alla Messa mattutina nella residenza di Santa Marta. I miei colleghi che sono già andati mi hanno tutti confermato l’informalità di questo Papa, che saluta tutti prima di lasciare la Cappella per andare a lavorare. Memorabile il giorno in cui, salutando il gruppo dei presenti, ha detto: “Prima di andare a lavorare ci vuole un buon caffè” e al suo Segretario che si affannava a chiedere l’arrivo dal bar di una tazzina di caffè ha risposto “No, perché? C’è una macchinetta distributrice? Andiamo a prendere il caffè lì. Non preoccupatevi, ho gli spiccioli…”

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Durante le nostre catechesi artistiche abbiamo sempre rivolto la nostra attenzione a opere di chiese cattoliche, oggi invece prendiamo in considerazione un polittico che si trova nella chiesa luterana di Santa Maria a Wittenberg. Lo facciamo essenzialmente per due motivi: in primo luogo perché il linguaggio dell’arte, essendo comune non solo alle varie confessioni cristiane, ma addirittura ad una gran quantità di religioni, avvicina fra loro gli uomini e poi perché, dall’osservazione di una tale opera, possiamo imparare a conoscere un po’ meglio i nostri fratelli cristiani, pur non condividendo le loro dottrine.

Il polittico in questione è posto sull’altare della chiesa di Santa Maria di Wittenberg, è stato dipinto nel 1547 da Lucas Cranach il Vecchio, che può essere considerato l’ideologo del Luteranesimo nel campo della pittura, ed è composto da quattro panneli. I primi tre ci illustrano i tre sacramenti riconosciuti dai luterani: il battesimo, l’eucaristia e la penitenza. Nell’ultimo, posto in basso, c’è il crocifisso.

Partendo dal primo pannello possiamo osservare Filippo Melantone, stretto collaboratore di Lutero, mentre sta amministrando presso un fonte battesimale il primo sacramento dell’iniziazione cristiana. Accanto a lui, sulla destra, scorgiamo l’iniziatore della riforma protestante che tiene aperto il libro della bibbia. Sulla sinistra invece vediamo il pittore stesso che regge la veste bianca che il neo battezzato indosserà. Vicino a Lucas Cranach il Vecchio ci sono la madre e il padre del bambino in ricchi abiti cinquecenteschi.

Veniamo ora al pannello centrale. Sia per la sua posizione che per le sue dimensioni comprendiamo che questa è la scena più importante. Il momento dell’ultima cena è rappresentato ispirandosi all’iconografia orientale che mostra spesso gli apostoli disposti a mo’ di “sigma” mentre Gesù è seduto a capotavola. La scena si ispira alla narrazione di Giovanni: vediamo infatti l’apostolo prediletto dal Signore appoggiarsi sul suo petto mentre Gesù imbocca Giuda. Fra i dodici apostoli è seduto Lutero il quale sta dando il calice ad un uomo che ha le sembianze di Lucas Cranach il Giovane. In questo particolare possiamo vedere uno dei capisaldi della dottrina eucaristica luterana e cioè la comunione sotto le due specie. I Luterani infatti non riconoscono la dottrina cattolica della concomitanza e pertanto ritengono valida la comunione solo se ricevuta attraverso entrambe le specie del pane e del vino

Nel terzo pannello è raffigurato Johannes Bugenhagen, pastore della chiesa di Santa Maria di Wittenberg, mentre con una chiave accoglie nella comunione della chiesa un fedele e con un’altra allontana un peccatore. Fino a questo momento, a livello iconografico, le chiavi sono sempre state un attributo di Pietro. Lutero però ha contestato (erroneamente) la dottrina del primato asserendo che le chiavi non appartengono al solo Pietro, ma a tutta la chiesa. Ecco perché Cranach le dipinge nelle mani di un semplice pastore

Veniamo ora all’ultimo pannello posto in basso. Al centro vi è il crocifisso, sulla destra Lutero che predica e sulla sinistra i fedeli che lo ascoltano. Fra questi si può riconoscere la moglie di Lutero, l’ex suora cistercense Caterina von Bora , mentre mentre dà la mano a loro figlio Hans. Se è vero che il crocifisso occupa una posizione centrale nel pannello dando espressione alla cosiddetta “theologia crucis”, dall’altra dobbiamo constatare che esso ha dimensioni più piccole rispetto alla sovrastante scena dell’ultima cena e questo perché per Lutero, a differenza della comune dottrina di allora, vede nell’eucaristia il memoriale della cena e non del sacrificio di Cristo sulla Croce.

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GROTTAMMARE – Abbiamo avuto il piacere di incontrare il Prof. Michael Koob, giovane docente di Religione Cattolica presso il Friederich Spee Gymnasium di Treviri. Il professore accompagna un gruppo di una ventina di studenti che sono ospitati da alcune famiglie di giovani che frequentano l’Istituto Tecnico Statale Mazzocchi di Ascoli. Il gemellaggio fra l’istituto ascolano e quello tedesco è ormai una tradizione che dura da parecchi anni. Le due città sono legate dalla figura di Sant’Emidio: il patrono di Ascoli infatti è nato a Treviri. Il prof Koob insieme alla sua collega Andrea Klinkner, che ringraziamo per averci fatto da traduttrice, sono ospiti dei coniugi Sabino Papagna e Rossana Sarchielli di Ascoli e dei coniugi Roberto Mataloni e Antonella Lanari di Grottammare.

Prof. Koob, ci può spiegare a grandi linee come è organizzata la scuola tedesca?

Il settore dell’istruzione, come altri settori, è di competenza dei vari Land (stati federali) tedeschi. Nel Land della Renania-Palatinato dove si trova Treviri ci sono 2 gradi di istruzione: si inizia con la Grund Schule che dura 4 anni per poi poter scegliere il Gymnasium oppure la Real Schule che durano 9 anni. Diversamente dal sistema italiano, al termine del quarto anno della Grund Schule si continua con il computo degli anni per cui si passa dalla quarta classe alla quinta e via via fino ad arrivare alla tredicesima classe.

Lei insegna Latino e Religione Cattolica. Ci può spiegare qual è l’iter di formazione che ha seguito?

Terminato il Gymnasium mi sono iscritto alla Facoltà di Teologia di Treviri e contemporaneamente ho seguito anche il corso per insegnare Latino, perché nel nostro Land i docenti debbono insegnare necessariamente 2 materie. Terminata l’università ho frequentato per due anni un tirocinio e subito dopo sono stato assunto come docente di ruolo. Analogamente a quanto accade in Italia, per insegnare Religione Cattolica, c’è bisogno di un certificato di idoneità rilasciato dalla Chiesa.

In Italia coloro che aspirano all’Insegnamento della Religione Cattolica devono necessariamente frequentare un’università ecclesiastica. Come funzionano le cose in Germania?

Personalmente ho frequentato, come ho appena detto, la Facoltà di Teologia di Treviri che è ubicata all’interno dell’università statale, ma dipende dalla Chiesa. Ci sono anche università statali che hanno una facoltà di teologia cattolica.

In Italia l’insegnamento della Religione Cattolica è presente in tutte le scuole di ogni ordine e grado ad esclusione dell’Università. I bambini della scuola dell’infanzia frequentano l’ora di religione per un’ora e mezza, quelli della scuola primaria per due ore, mentre quelli della scuola secondaria per un’ora. In Germania invece?

L’insegnamento religioso è impartito sia alla Grund Schule che al Gymnasium o alla Real Schule. In ogni ordine di scuola viene impartito per due ore. Il nostro impegno di docenti ci tiene impegnati a scuola per 24 ore settimanali, ogni ora di lezione dura 45 minuti.

L’Italia è un paese di tradizione cattolica. Agli alunni che intendono non avvalersi dell’Insegnamento della Religione Cattolica è garantita un’Attività Alternativa. Cosa prevede il vostro ordinamento scolastico?

La Germania ha una storia diversa, come è noto è la patria della riforma protestante. Per questo gli alunni possono avvalersi dell’insegnamento della Religione Cattolica, di quella Protestante o di un corso di Etica.

Fra queste discipline quale è più seguita?

Dipende dai Land. Nel nostro Land la maggior parte degli studenti segue la Religione Cattolica, spesso però capita che scelgano in seguito di seguire Etica. Questo calo di interesse nei confronti del discorso religioso può essere compreso nel più ampio quadro del disinteresse dell’uomo contemporaneo verso ogni tipo di istituzione, sia essa di carattere politico, sportivo o culturale. Si registra uno spostamento dai temi etico-religiosi come la giustizia, la pace ad uno stile di vita individualistico e poco impegnato

Quale programma si svolge durante l’ora di religione?

Ci sono temi “classici” quali la questione di Dio, la figura di Gesù Cristo, l’etica, lo studio di alcuni passi scelti della bibbia. Questi temi vengono studiati nei primi anni e vengono approfonditi in seguito. Generalmente non vengono trattati i temi artistici o musicali legati alla religione. Importante è anche la Scienza delle Religioni, cioè lo studio di ogni singola religione nei primi anni. Negli anni successivi viene preso un tema, come può essere per esempio l’immagine di Dio, e si confronta come ogni religione lo sviluppa.

Parliamo della valutazione. In Italia gli alunni sono valutati con una scala numerica da uno a 10 mentre l’Insegnamento della Religione Cattolica viene valutata con dei giudizio (ottimo, distinto ecc.). Inoltre l’Insegnamento della Religione Cattolica, pur essendo considerata una materia al pari delle altre, non fa media. Qual è la situazione in Germania?

L’insegnamento religioso è in tutto e per tutto uguale alle altre materie e viene valutato con una scala numerica da uno a sei dove uno è il valore massimo e sei quello minimo. Al contrario di quanto avviene in Italia è possibile che questa materia compaia, in particolari casi, come materia inserita nell’esame di maturità.

Passiamo infine al tema economico! Quanto guadagna un insegnante tedesco?

Ci sono vari “gruppi di guadagno”. Si inizia col gruppo “A 13″ e poi, se si eseguono determinati lavori si può passare in “gruppi di guadagno” superiori. Lo stipendio di un insegnante che appartiene al gruppo “A 13″ si aggira attorno ai 3000 euro netti, inoltre ogni tre anni si ottiene un aumento di circa 70-80 euro.

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“Ratzinger al Vaticano II” è un agile volume delle  edizioni San Paolo nelle quali il giornalista Gianni Valente ripercorre  gli interventi del futuro pontefice in quello che è universalmente considerato l’evento storico religioso più importante del XX secolo. Il libro fa seguito a un altro scritto sempre dallo stesso autore nel 2008 dedicato all’attività accademica del brillante teologo: “Ratzinger professore”.

Ratzinger è un giovanissimo docente dell’Università di Bonn quando prende parte alla prima sessione del Concilio in qualità di perito privato del cardinale arcivescovo di Colonia Frings. Già a partire dal termine della prima sessione viene nominato perito conciliare e in tale veste contribuirà alla redazione dei più importanti documenti conciliari.

L’autore narra in modo scorrevole il succedersi dei fatti, non disprezzando, di tanto in tanto, di inserire i ricordi personali tratti dai diari privati di alcuni protagonisti del Concilio. Desta per esempio un sorriso la descrizione che il Cardinale Siri fa di un testo redatto da Ratzinger considerato “al massimo buono per scrivere una lettera pastorale, stile lettera a Diogneto, e non degno di essere equiparato a un testo conciliare”. Sappiamo come andò a finire: l’arcivescovo di Genova  partecipò in tutto a 4 conclavi uscendone sempre cardinale, mentre Ratzinger…

Un’altra curiosità riguarda una presa di posizione di Ratzinger, successiva all’evento conciliare. Nel 1969 sottoscrive un appello di alcuni professori di Tubinga che propongono di stabilire una durata massima di otto anni per l’esercizio del ministero episcopale. Visti gli sviluppi di questi ultimi mesi, sembra che Joseph Ratzinger, divenuto Papa, abbia quasi tenuto fede a quanto asserito alla fine degli anni ’60

L’opera del professore di dogmatica si inserisce nello scontro fra quelle che sono state chiamate “la minoranza conservatrice” e la “maggioranza progressista”. Più che usare questo linguaggio mutuato dalla politica, si dovrebbe parlare di due sensibilità ecclesiologiche diverse, la prima più preoccupata a conservare il depositum fidei, l’altra più desiderosa di tradurlo in formule maggiormente accessibili per l’uomo contemporaneo. Fra queste due correnti Ratzinger si può ascrivere alla seconda, seppur con alcuni distinguo.  E questa può essere per il lettore una prima sorpresa: quello che spesso è stato percepito dalla massa come un conservatore, in realtà durante i lavori del Concilio lavorò per rinnovare in modo decisivo il volto della Chiesa.

Dalla lettura del libro emerge come in realtà nella vita di Joseph Ratzinger non ci sia una vera e propria svolta in senso conservatore dopo gli anni del Concilio, ma anche durante l’evento conciliare egli non condivise la visione eccessivamente ottimista dei suoi colleghi teologi e di quanti erano di tendenza progressista e sognavano l’inizio di una Nuova Chiesa. No, Ratzinger rimase fedele al senso letterale dell’aggiornamento voluto da Giovanni XXIII che voleva trasmettere il contenuto di sempre in uno stile adatto ai tempi. Nell’euforia generale degli anni ’60, il professore tedesco rimase con i piedi per terra.

Uno dei temi più importanti trattati durante l’assise conciliare fu quello della collegialità, inserito nel più ampio schema De Ecclesia. L’autore mette bene in mostra come il Concilio Vaticano I avesse esaltato il primato del vescovo di Roma, in linea con il magistero pontificio degli ultimi secoli, ma non aveva trattato dell’episcopato, anche a causa dell’irruzione dei piemontesi nella Città Eterna che aveva di fatto provocato l’interruzione del Concilio. La minoranza vedeva nella dottrina della collegialità un potenziale pericolo per il primato petrino.  Tale preoccupazione era sostenuta anche dalla presunta mancanza di un fondamento scritturistico. In una nota scritta ad hoc, Ratzinger faceva notare fra l’altro come neppure le parole “primato” e “infallibilità” siano contenute nella Scrittura!

Connesso al tema della collegialità è quello della sacramentalità dell’ordine sacro. Anche su questo versante, fra membri della minoranza e quelli della maggioranza non c’era una visione unanime. Mentre i primi sostenevano che si entra a far parte del collegio episcopale per mezzo dell’assegnazione del Papa ad una diocesi, gli altri invece ritenevano sufficiente la sola consacrazione episcopale. Come si inserisce in questo dibattito il futuro Pontefice? Secondo Ratzinger le due cose non si escludono a vicenda, anzi, possono e debbono coniugarsi in maniera tale che con la consacrazione si entra a far parte del corpo episcopale e l’assegnazione alla diocesi rende manifesta la comunione dei vescovi con quello di Roma.

In questi come in altri interventi citati nel libro, si vedono le doti di straordinario equilibrio tenute dal perito conciliare Ratzinger. L’autore mette in evidenza come la caratteristica che contraddistingue il giovane professore tedesco sia quello di non farsi trasportare dall’euforia del momento e di agire sempre e soltanto per l’esclusivo bene della Chiesa. Il quadro che Valente ci mostra è quello di un uomo intenzionato a far risplendere sul volto della Chiesa quella luce che solo il suo Signore può donarle.  Egli si allinea alla maggioranza solo quando vede che questa oppone il respiro intero della tradizione e della fede contro una teologia la cui memoria sembra tornare indietro solo fino al Concilio Vaticano I o a quello di Trento.

Nell’ultima parte del libro dedicata agli anni del post-concilio, particolarmente interessante a nostro avviso è una citazione di un discorso che Ratzinger svolge a Foggia nel 1985 quando ormai è divenuto cardinale. Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede si espresse in questo modo: “Alla chiesa appartiene essenzialmente l’elemento del ricevere, così come la fede deriva dall’ascolto e non è il prodotto di proprie riflessioni o decisioni. La fede infatti è incontro con ciò che io non posso escogitare o produrre con i miei sforzi, che mi deve appunto venire incontro. Questa struttura  del ricevere, dell’incontrare la cgiamiamo sacramento. E appunto per questo rientra nella struttura fondamentale del sacramento il fatto che esso venga ricevuto e che nessuno se lo possa conferire da solo… La Chiesa non si può fare, ma solo ricevere”. In un tempo come quello di oggi in cui molti, sia dentro che fuori dalla Chiesa, propongono soluzioni per la Chiesa, Ratzinger ci ha ricordato che ad essa non ci si può avvicinare con lo spirito di manager aziendali, ma che essa è una realtà preesistente a noi e che continuerà ad esistere dopo di noi e che il miglior atteggiamento è l’adesione e il desiderio di scoprirne e vivere il mistero. Un libro dunque molto utile quindi, del quale si può vivamente consigliare la lettura  in questo anno della fede.

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Paolo Gambi è un giovane scrittore e giornalista cattolico. Nato a Ravenna il 12 aprile 1979, è laureato in giurisprudenza ed in psicologia con una specializzazione in diritto canonico ed una in comunicazione. Ha al suo attivo oltre quindici libri (tra cui tre scritti con il Cardinal Tonini) e può vantare di aver collaborato con importanti testate, anche estere, come il Financial Times e The Catholic Herald di Londra. Insegna anche teoria della comunicazione all’ISSR S. Apollinare. Dopo mesi di lavoro ha finalmente lanciato il sito www.churchadvisor.it . Gli abbiamo fatto qualche domanda per conoscere meglio questa nuova realtà.

Ogni anno che passa cresce il numero dei siti di ispirazione cristiana. Qual è la peculiarità e cosa offrirà di speciale churchadvisor?

Partecipazione. Churchadvisor non è un sito calato dall’alto, ma un contenitore in cui raccogliere le voci della Chiesa. E per Chiesa si intende anche il popolo di Dio. Quello a cui Papa Francesco ha chiesto la preghiera prima della benedizione, prendendosi la sua fetta di protagonismo. Con questo sito proviamo a portare un po’ di comunicazione dal basso – bottom up – nelle dinamiche ecclesiali.Senza però scadere in improbabili democratizzazioni. Cerchiamo semplicemente di seguire l’invito sempre vivo di “inculturare” il messaggio cristiano nel presente. Vogliamo insomma dare il nostro contributo perché la Chiesa “si traduca” nell’era di internet. Come? Utilizzando tutti gli strumenti più avanzati che sono a disposizione dell’uomo contemporaneo. Churchadvisor offre per il momento tre servizi. Il primo servizio è semplicemente informazione, notizie date con un linguaggio un po’ nuovo, che gli utenti possono commentare a mo’ di blog. Poi pubblichiamo ebook, libri digitali, con una logica di totale apertura lontana dalle dinamiche delle case editrici tradizionali. Insomma, proponeteci pure i vostri libri. Ma soprattutto, e il servizio sarà operativo al 100% molto presto, abbiamo mappato tutte le chiese del mondo, e chiunque abbia vissuto un’esperienza, buona o cattiva – nei limiti della buona fede e di un controllo di massima – può condividerla con il mondo, fornendo la propria valutazione. Sei stato ad un matrimonio di un lontano cugino e quella celebrazione ha fatto la differenza? Eri in vacanza e a Messa hai riscoperto l’incontro con il Signore? Hai partecipato ad una celebrazione talmente sconnessa che non sembrava neanche una Messa cattolica? Questo è il posto giusto per raccontarlo. Anche perché, con il crescere delle condivisioni, i fedeli potranno farsi una mappatura generale, sempre viva, della realtà ecclesiale, e così scegliere i posti adatti per la propria vita di fede. Insomma, questo sito ha l’ambizione di provare ad interpretare l’ecclesialità dell’era contemporanea.

Quante persone sono dietro a questo progetto?

È una comunità che sta crescendo piano piano: siamo agli inizi. Ma chiunque sia incuriosito o abbia voglia di provare a fare un salto di qualità nella vita di Chiesa su internet può contattarci e venire coinvolto.

Chi sono i destinatari di questa nuova piattaforma?

Tutti i cristiani che vivono la propria fede nella Chiesa cattolica. Anche quelli che non hanno più un gruppo di riferimento. La nostra speranza è che tanti cattolici che si sono allontanati dalle strutture più istituzionali della Chiesa possano ritrovare qui, in una realtà partecipata, anche un senso di appartenenza che hanno perduto.

Un sito dal nome inglese. Un caso o una scelta mirata?

Volenti o nolenti l’inglese è oramai diventato il latino dei tempi nostri. Una scelta di universalità. Icontenuti del sito per ora sono solo in italiano, ma stiamo lavorando alla versione inglese.

Churchadvisor terrà sotto osservazione l’attività del Papa o più in generale quella della Chiesa?

Più che tenere sotto osservazione vorrebbe dare vita, dare senso di appartenenza, dare partecipazione. Ovviamente il Papa è segno di unità per tutti i cattolici, quindi è al centro degli interessi della comunità. Infatti abbiamo inaugurato proprio all’inizio del conclave che ha portato all’elezione di questo Papa già così meravigliosamente amato….

Ecco, infatti: churchadvisor nasce in un momento particolare della vita della Chiesa: l’elezione del successore di Benedetto XVI. In uno dei tuoi articoli, volendo ironizzare sulla frenesia dei mezzi di comunicazione che fanno a gara per individuare il nome del futuro Papa, hai fatto l’identikit preciso dell’eletto: maschio, battezzato e verosimilmente non sposato! Qual è il profilo che i mass media, in particolare quelli cattolici, dovrebbero seguire nel proporre le notizie che riguardano l’universo religioso?

Intanto voglio sottolineare come il mio identikit alla fine ci abbia preso! Poi ci tengo a dire che abbiamo inaugurato regalando ai nostri visitatori un ebook dal titolo “Il conclave senza il morto” che ha semplicemente raccontato in forma digitale i candidati al ministero petrino. Compreso il Cardinale Bergoglio, che peraltro annotavo come possibile papabile. Quello che va detto è che noi cattolici dobbiamo ritrovare un linguaggio che talvolta fatichiamo a parlare. Dobbiamo ridare senso alle nostre strutture, ai nostri riti, alle nostre tradizioni in un’era in cui sono cambiate le menti delle persone e per farlo dobbiamo essere in grado di comunicarle, di trasformarle in linguaggiocondiviso. Dobbiamo insomma ritrovare una strada per portare il Vangelo in questo mondo fatto di byte e di reti. La sfida non è facile, perché la difficoltà di noi Chiesa di comunicare con il mondo riflette una difficoltà radicata oramai nei secoli di rappresentarci all’interno del mondo moderno. Comunque c’è solo da essere ottimisti. Ce l’abbiamo sempre fatta. Ce la faremo anche questa volta.Basta che ci mettiamo tutti d’impegno. E poi con Papa Francesco siamo in mani sicure.

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