Nicola Rosetti
empo di Misericordia del giornalista inglese Austen Ivereigh è sicuramente una delle più complete biografie su Papa Francesco. L’autore, in nove capitoli, ognuno di una cinquantina di pagine, ripercorre la vita del primo pontefice latino-americano, dalle origini fino all’elezione a successore di Pietro.
Il volume, di taglio prevalentemente storico, ha il pregio di narrare la vita di Bergoglio tenendo sempre presente i contesti nei quali si sono svolte le vicende dell’attuale pontefice. La vita di Bergoglio è così indissolubilmente associata alla famiglia d’origine, alla città di Buenos Aires, alla situazione politica dell’Argentina, alle vicende della Compagnia di Gesù e allo sviluppo della Chiesa in America Latina.
La figura di Papa Francesco ha portato moltissime persone in ogni parte del globo ad avere una rinnovata attenzione verso la Chiesa, eppure la sua persona è stata spesso oggetto delle più svariate critiche, anche prima del sua salita al Soglio di Pietro. Si è parlato di lui come di un comunista, di un progressista, ma allo stesso tempo si è anche detto di lui che era un conservatore!
L’analisi attenta dell’autore consente di fare chiarezza sul personaggio Bergoglio e di liberarlo dalle gabbie ideologiche nelle quali spesso lo si è voluto imprigionare. Ad esempio, coloro che conoscono poco la storia della Chiesa in America Latina, quando hanno sentito Papa Francesco parlare di una “Chiesa povera per i poveri”, hanno associato questo discorso alla Teologia della Liberazione, la visione teologica, nata in America Latina, che rilegge l’avvenimento cristiano alla luce dell’ideologia marxista.
Austen Ivereigh spiega invece molto bene come Bergoglio sia invece in sintonia con la Teologia del Popolo, una variante Argentina della Teologia della Liberazione che mette al centro della propria riflessione la sensibilità religiosa e la cultura delle popolazioni latino-americane e che, a ben vedere, ha poco a che fare con la Teologia della Liberazione.
Un’altra caratteristica della Teologia del Popolo è quella di mettere al centro la gente comune come soggetto attivo nella costruzione della società, mentre nella visione marxista il popolo è piuttosto la massa da educare e lo strumento attraverso il quale giungere al potere.
Benché sia nella Teologia della Popolo che in quella della Liberazione si parli di “popolo”, è evidente che gli approcci siano completamente diversi. Questa diversità di vedute spaccava anche la Compagnia di Gesù: da una parte c’erano quelli che come Bergoglio volevano un contatto vivo con i poveri e gli ultimi (con lo slogan “i sandali senza i libri) dall’altra c’erano coloro che volevano teorizzare modelli utili per migliorare le condizioni dei poveri (con lo slogan “i libri senza i sandali).
La visione di Bergoglio si ispirava al carisma di Ignazio di Loyola e all’azione dei missionari gesuiti che nelle reducciones avevano portato il vangelo alle popolazioni locali avendo con esse un assiduo contatto. Per questa sua fedeltà alle origini della Compagnia di Gesù Bergoglio fu considerato un conservatore.
Il volume è ricco infine di testimonianze dirette di molte persone che hanno conosciuto da vicino Bergoglio, di rimandi a quelle che sono le sue fonti spirituali e le sue letture e tutto ciò fa sì che sia davvero un libro da leggere se si vuole conoscere a fondo l’attuale pontefice
Capita spesso che agli alunni delle superiori lo studio della Divina Commedia risulti pesante, noioso e faticoso. Doversi confrontare con un testo scritto parecchi secoli fa e di notevole mole non è certo facile. Se in più si aggiunge che l’analisi del testo è soprattutto incentrata su questioni stilistiche e figure retoriche, allora la noia è garantita.
Franco Nembrini, rettore del Centro scolastico La Traccia di Calcinate (BG), ha tentato un’altra strada. Nel suo Dante, poeta del desiderio (edito da Itaca in tre volumi: Inferno, Purgatorio e Paradiso) l’autore mostra come sia proprio il tema del desiderio a farci riscoprire e innamorare dell’opera del Sommo Poeta.
Non solo la Divina Commedia, ma tutta l’opera dantesca e la stessa vita dell’Alighieri viene riletta alla luce del desiderio, che può essere definito come la pasta di cui è fatto l’uomo. Infatti, come descritto da Dante nel Convivio, l’uomo è sempre mosso dal desiderio, sin da quando è bambino.
All’inizio il suo interesse si rivolge verso cose piccole e di poco significato e poi, una volta cresciuto, egli brama sempre di più. Eppure, nessuna delle cose che cerca è in grado di soddisfare il suo desiderio ed è proprio per questo che continua a cercare la felicità altrove: sempre in cerca e sempre insoddisfatto perché il suo cuore è destinato all’Infinito.
Questa esperienza che ogni uomo prova è la stessa nella quale si è imbattuto Dante. A un certo punto della sua vita egli sentiva di avere raggiunto la felicità nel suo amore per Beatrice. Come ha scritto nel sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, Beatrice è “venuta da cielo in terra a miracol mostrare”, cioè è come un riverbero sulla terra dello splendore divino.
Beatrice però all’età di 24 anni si spegne: per il Poeta è un colpo durissimo. Dante inizia a cercare consolazione nella letteratura. Come è possibile che quella donna, quasi un ponte fra l’umano e l’infinito, abbia cessato di vivere? Perché dopo la sua morte, Dante si è rifugiato in altro, pur avendo provato per lei il massimo dell’amore possibile?
Sono domande che si pongono in maniera forte in Dante, che il poeta affronta alla luce della propria fede e che lo portano a scrivere la Divina Commedia, un vero e proprio percorso di purificazione attraverso l’esercizio letterario che lo porterà a “vedere Dio”, l’unico in grado di saziare in modo definitivo la fame di infinito che abita nel cuore dell’uomo.
Nembrini rilegge in chiave umana l’opera di Dante e questo permette a chi legge i suoi volumi di immedesimarsi nel poeta e di sentirlo vicino, quasi come un compagno di strada. Le forme letterarie della Divina Commedia diventano allora mezzi espressivi che servono al poeta per esprimere i suoi sentimenti: al centro di tutto c’è l’uomo, la sua esistenza, il suo porsi delle domande davanti al proprio destino e una tale lettura non può che essere affascinante.
Non mancano nei volumi di Nembrini raffronti con altri grandi della letteratura, in particolare Leopardi che nella sua produzione artistica canta le stesse esigenze del cuore di Dante, pur non arrivando alle stesse conclusioni.
La Divina Commedia, scritta da un uomo di fede, è commentata da un altro uomo di fede che svolge quella che possiamo definire una “lettura credente”. Questa operazione è quantomai necessaria ai nostri giorni se vogliamo restituire splendore a gran parte della letteratura che è stata elaborata in un contesto di fede e che non può essere letta nella sua pienezza se non attraverso uno sguardo cristiano.
Capita spesso che agli alunni delle superiori lo studio della Divina Commedia risulti pesante, noioso e faticoso. Doversi confrontare con un testo scritto parecchi secoli fa e di notevole mole non è certo facile. Se in più si aggiunge che l’analisi del testo è soprattutto incentrata su questioni stilistiche e figure retoriche, allora la noia è garantita.
Franco Nembrini, rettore del Centro scolastico La Traccia di Calcinate (BG), ha tentato un’altra strada. Nel suo Dante, poeta del desiderio (edito da Itaca in tre volumi: Inferno, Purgatorio e Paradiso) l’autore mostra come sia proprio il tema del desiderio a farci riscoprire e innamorare dell’opera del Sommo Poeta.
Non solo la Divina Commedia, ma tutta l’opera dantesca e la stessa vita dell’Alighieri viene riletta alla luce del desiderio, che può essere definito come la pasta di cui è fatto l’uomo. Infatti, come descritto da Dante nel Convivio, l’uomo è sempre mosso dal desiderio, sin da quando è bambino.
All’inizio il suo interesse si rivolge verso cose piccole e di poco significato e poi, una volta cresciuto, egli brama sempre di più. Eppure, nessuna delle cose che cerca è in grado di soddisfare il suo desiderio ed è proprio per questo che continua a cercare la felicità altrove: sempre in cerca e sempre insoddisfatto perché il suo cuore è destinato all’Infinito.
Questa esperienza che ogni uomo prova è la stessa nella quale si è imbattuto Dante. A un certo punto della sua vita egli sentiva di avere raggiunto la felicità nel suo amore per Beatrice. Come ha scritto nel sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, Beatrice è “venuta da cielo in terra a miracol mostrare”, cioè è come un riverbero sulla terra dello splendore divino.
Beatrice però all’età di 24 anni si spegne: per il Poeta è un colpo durissimo. Dante inizia a cercare consolazione nella letteratura. Come è possibile che quella donna, quasi un ponte fra l’umano e l’infinito, abbia cessato di vivere? Perché dopo la sua morte, Dante si è rifugiato in altro, pur avendo provato per lei il massimo dell’amore possibile?
Sono domande che si pongono in maniera forte in Dante, che il poeta affronta alla luce della propria fede e che lo portano a scrivere la Divina Commedia, un vero e proprio percorso di purificazione attraverso l’esercizio letterario che lo porterà a “vedere Dio”, l’unico in grado di saziare in modo definitivo la fame di infinito che abita nel cuore dell’uomo.
Nembrini rilegge in chiave umana l’opera di Dante e questo permette a chi legge i suoi volumi di immedesimarsi nel poeta e di sentirlo vicino, quasi come un compagno di strada. Le forme letterarie della Divina Commedia diventano allora mezzi espressivi che servono al poeta per esprimere i suoi sentimenti: al centro di tutto c’è l’uomo, la sua esistenza, il suo porsi delle domande davanti al proprio destino e una tale lettura non può che essere affascinante.
Non mancano nei volumi di Nembrini raffronti con altri grandi della letteratura, in particolare Leopardi che nella sua produzione artistica canta le stesse esigenze del cuore di Dante, pur non arrivando alle stesse conclusioni.
La Divina Commedia, scritta da un uomo di fede, è commentata da un altro uomo di fede che svolge quella che possiamo definire una “lettura credente”. Questa operazione è quantomai necessaria ai nostri giorni se vogliamo restituire splendore a gran parte della letteratura che è stata elaborata in un contesto di fede e che non può essere letta nella sua pienezza se non attraverso uno sguardo cristiano.
Queste e tante altre curiosità si trovano nel bel libro Mangiare da Dio scritto a quattro mani da don Andrea Ciucci e da don Paolo Sartor. I due preti buongustai giungono così al terzo volume dedicato al rapporto religione-cibo dopo A tavola con Abramo (2012) e In cucina con i Santi (2013).
Mangiare da Dio, come suggerisce il sottotitolo 50 ricette da San Paolo a Papa Francesco, racconta la Storia della Chiesa sotto la prospettiva culinaria. Gli autori, seguendo la tradizionale suddivisione della Storia della Chiesa (antica, medioevale, moderna e contemporanea), hanno diviso il libro in quattro parti, proponendo ricette ad hoc.
Se per qualche animo puritano l’accostamento della religione al cibo può sembrare azzardato, è necessario ricordare, come qualcuno ha già detto, che Gesù le cose più belle le ha fatte a tavola! Ed è davvero così: basta pensare al miracolo dell’acqua trasformata in vino a Cana, ai pasti consumati assieme ai peccatori, per arrivare al dono di sé attraverso i segni del pane e del vino durante l’Ultima Cena.
È impossibile non soffermarsi sulla modalità che Gesù ha scelto di comunicarsi a noi attraverso la via del cibo e questo può destare meraviglia, stupore e addirittura scandalo, come ci racconta Giovanni nel suo vangelo (cfr. Gv 6). Egli ha anche parlato di se stesso come “il pane vivo sceso dal cielo”. Perché Gesù, fra tante vie, ha scelto proprio questa?
Innanzitutto il cibo, come è ovvio, ci nutre e ci fa vivere, quindi, è come se egli ci volesse dire: “Voi avete bisogno di me come il cibo che mangiare, sono indispensabile per la vostra vita”. In secondo luogo il cibo crea livelli di prossimità: pensiamo a tutte quelle volte in cui andiamo a mangiare una pizza con gli amici, oppure quando, per corteggiare una donna la invitiamo a cena: il cibo crea unione e familiarità fra coloro che si siedono a tavola. Per questo, quando partecipiamo all’Eucaristia, noi ci cibiamo del suo corpo e del suo sangue per diventare tutti una cosa sola con lui.
Il volume mostra come, nel corso dei secoli, anche i discepoli di Gesù abbiano dato molta importanza al cibo. Basta pensare alle ricette dispensate da Benedetto da Norcia per i suoi monaci che consumavano i pasti ascoltando brani della scrittura sulla scia delle parole di Gesù “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Ma pensiamo anche al cibo frugale che accompagnava e sosteneva i pellegrini diretti verso Santiago, Roma o Gerusalemme.
La Solennità dei santi Pietro e Paolo ci dà l’opportunità di riflettere su un’immagine che ricorre spesso nella storia dell’arte: la concordia apostolorum. Si tratta di un’immagine tanto semplice quanto profonda nel suo significato. Essa rappresenta i due apostoli Pietro e Paolo nell’atto di abbracciarsi.
Pietro, generalmente sulla sinistra, viene rappresentato come un anziano canuto con i capelli ricci e corti. Paolo invece ha la fronte stempiata e una lunga barba “a punta”. I due nimbi degli apostoli si uniscono a formare un cuore: da qui il nome “concordia” che vuol appunto dire “con un unico cuore”.
Il nuovo testamento ci prestenta i due apostoli come personaggi molto diversi fra loro, sia per il loro carattere che per la loro funzione nella primitiva comunità cristiana. Mentre Pietro aveva conosciuto di persona Gesù e aveva da lui ricevuto il primato sugli altri apostoli, Paolo è diventato discepolo dopo avere avuto una “visione” del Signore. Pietro è stato un “apostolo della prima ora” che ha conosciuto il “Gesù storico”, Paolo ha invece fatto esperienza del “Cristo della fede”.
Nel seguire Gesù non c’ è stata solo una diversità di tempi, ma anche di modi: mentre Pietro, con tutte le umane difficoltà, ha aderito senza riserve, Paolo all’inizio era un persecutore dei cristiani.
Diversa era anche la loro formazione: Pietro era un pescatore, appartenente a quello che oggi definiremmo “ceto medio” e molto probabilmente non aveva avuto una grande preparazione teologica come invece era accaduto a Paolo che apparteneva al partito dei farisei e dunque, fin da giovane, si era prodigato nello studio delle Scritture.
Diverso fu anche il loro tipo di apostolato nel seno della Chiesa: mentre Pietro aveva ricevuto da Gesù stesso l’autorità di guidare la neonata comunità cristiana, Paolo si distinse per il suo zelo missionario e per il desiderio di portare l’annuncio di Cristo morto e risorto per ogni dove.
Pietro, soprattutto in un primo momento, annunciò la buona novella ai Giudei. Paolo invece fece scoprire Cristo ai Gentili, cioè a coloro che non appartenevano al popolo eletto, ma alle “genti”. I due apostoli diventano così le icone delle due anime della chiesa primitiva l’ecclesia ex circumcisione, (proveniente dai Giudei) e l’ecclesia ex gentibus (proveniente dai pagani).
Due figure completamente diverse dunque, eppure unite dall’unico amore per Cristo, un amore che giungerà fino all’effusione del sangue: Pietro morirà crocifisso a testa in giù, non ritenendosi degno di morire come il suo maestro, Paolo, invece, godendo del privilegio concesso ai cittadini romani, verrà decapitato.
Insomma, la concordia apostolorum evoca la cattolicità dell’evento cristiano, il suo tenere insieme anche realtà molto diverse e si può dire che la concordia apostolorum si manifesta nella conciliatio oppositorum.
La coppia dei santi Pietro e Paolo sostituisce quella dei fratelli Romolo e Remo: come Romolo e Remo fondarono la Roma Pagana, i Santi Pietro e Paolo, fratelli nella fede, fortificarono e contribuirono a fondare la Roma Cristiana.
È inoltre interessante notare come questo tema iconografico sia stato ripreso molti secoli dopo per rappresentare San Domenico e San Francesco: il primo, fondatore dell’ordine dei predicatori, mosso dal desiderio di annunciare Cristo attraverso la sapienza e lo studio, l’altro, fondatore dei frati minori, ardente di carità verso gli ultimi. Due carismi diversi che vivono nell’unica chiesa come plasticamente rappresentato, ad esempio, dal Beato Angelico.
Dopo Nascere. Il Natale nell’arte (2012) e Dio storia dell’uomo. Dalla parola all’immagine (2013) il gesuita Andrea dall’Asta continua a riflettere sull’impatto che l’evento Cristo ha avuto sul mondo dell’arte col suo ultimo La croce e il volto. Percorsi di arte, cinema e teologia, un volume dedicato alla rappresentazione del mistero della croce.
Seguendo il metodo adottato nei precedenti volumi, l’autore mostra come il crocefisso sia stato raffigurato nel corso dei secoli nei modi più diversi, sotto l’influsso delle varie sensibilità religiose e teologiche. Il pregio di queste opere è quello di non essere dei semplici manuali di storia dell’arte, ma delle letture iconologiche, verrebbe quasi da dire delle meditazioni, delle opere d’arte proposte.
Infatti i vari capolavori degli artisti vengono analizzati non solo da un punto di vista estetico, ma da quello umano e religioso. Se pensiamo che essi sono in gran parte soggetti di arte sacra, cioè collocati negli spazi liturgici delle chiese per favorire il culto e la pietà, questa particolare lettura diventa indispensabile per comprendere fino in fondo il senso di tali opere.
L’autore spiega dunque come si sia passati dalla rappresentazione del Christus Triumphans dei primi secoli al Christus Patiens del XIII secolo: se all’inizio della storia del cristianesimo la croce è glorioso simbolo del Cristo e il Signore Gesù viene rappresentato sul patibolo come un sovrano sul suo trono, a partire dal XIII secolo, sotto l’influsso della spiritualità francescana, il Figlio di Dio viene raffigurato come dolente, come colui che in modo umano subisce il dramma della morte.
Alla luce di ciò possiamo comprendere anche alcuni dettagli dell’iconografia del crocifisso, come il particolare degli occhi: se in un primo momento il Cristo ha sempre gli occhi aperti, come segno della vittoria sulla morte, come nel Crocifisso di San Damiano (p. 45), in seguito, nell’arte medioevale, ha gli occhi chiusi poiché si è addormentato nel sonno della morte, come rappresentato da Giunta Pisano (p. 50).
Ma la riflessione artistica sulla morte di Gesù non si esaurisce nel Medioevo o nel Rinascimento. Forse spesso siamo abituati ad identificare l’arte sacra con le espressioni artistiche del passato ignorando come nell’epoca contemporanea il dramma della croce abbia continuato a scuotere gli artisti. Dall’Asta, che è un grande studioso dell’arte contemporanea, ci propone così una riflessione sulla produzione artistica di Georges Rouault, di Marc Chagall, di Pablo Picasso, di Giacomo Manzù, Nicola De Maria e molti altri.
Rispetto ai precedenti lavori già citati, Dall’Asta si sofferma anche sulla rappresentazione della morte di Gesù nel cinema. Per il gesuita, anche se non tutte le opere cinematografiche che si occupano in qualche modo della morte di Gesù riesconono a scuotere nel profondo l’animo dello spettatore, è comunque indubbio che fanno “emergere come la figura di Gesù sia stata e sia tuttora uno degli archetipi più riconoscibili nel mondo moderno” (p. 178).
Il testo di Dall’Asta può essere un utile strumento per tutti coloro si sono recati in pellegrinaggio a Torino per l’ostensione della Sindone e vogliono continuare a meditare sulla Passione di Cristo, poiché, come dimostrato da un altro gesuita, il padre Heinrich Pfeiffer, il volto sindonico, assieme a quello di Manoppello, costituisce l’archetipo di tutte le rappresentazioni di Cristo.
ROMA – Mercoledì 13 maggio alle ore 19.00 presso la parrocchia San Roberto Bellarmino è stato presentato il volume La Parola secondo Giovanni. Riflessioni sul lessico del quarto Vangelo del Prof. Tito Pasqualetti, prima docente di lettere classiche presso il Liceo Classico Leopardi e poi preside del Liceo Scientifico di San Benedetto del Tronto.
Si è confrontato col l’autore don Enrico Ghezzi, noto biblista e insigne studioso dell’opera giovannea. L’incontro è stato moderato dal Prof. Sergio Ventura, docente di Religione Cattolica presso il Liceo Classico Tasso.
Pasqualetti ha esordito raccontando come sia nato il libro: a seguito del suo pensionamento, ha avuto modo di leggere il Vangelo di Giovanni nell’originale greco. Si è trattato di una seconda lettura, visto che, all’inizio della sua carriera, aveva scelto di far leggere delle pagine di Giovanni ai suoi alunni del ginnasio in un’edizione pubblicata dalla Sei.
Il volume, seguendo la narrazione evangelica, analizza il significato dei termini più importanti usati da Giovanni. Pasqualetti si è avvicinato al testo con un approccio letterario e filologico rilevando come i vocaboli di Giovanni, in molti casi, conservino i significati del greco classico, mentre, in altri, assumono una connotazione originale oppure sono proprio inventati dal quarto evangelista.
Ad esempio, la parola “doxa“, che nel greco classico vuol dire “opinione”, in Giovanni assume il significato di “gloria”. Oppure Giovanni ha inventato il sostantivo “agape” (=amore). Infatti, nel greco classico esiste solo il verbo “agapao”, ma col significato di “salutare”.Si può dunque affermare, senza timore di essere smentiti, che col vangelo nascono una nuova lingua e un nuovo pensiro.
Un tale approccio permette di avvicinare maggiormente la mente dell’autore del quarto vangelo. Il Prof. Pasqualetti ha sottolineato come questo tipo di lavoro consenta una comprensione più profonda e una maggiore aderenza al testo originale. Lo studioso ha portato a titolo d’esempio un episodio personale.
Quando era bambino al catechismo, ascoltando la parabola del figliuol prodigo (nel vangelo di Luca), aveva sentito che il protagonista del racconto si cibava di ghiande. Ha scoperto poi che nell’originale greco si parla invece di carrubbe, un cibo sicuramente molto più gustoso del primo!
Ma passando dalle carrubbe a un nutrimento molto più importante per il cristiano, quello eucaristico, il Prof. Pasqualetti ha sottolineato come nel sesto capitolo ci si imbatta nel verbo “trogo” che propriamente vuol dire “rosicchiare” ed è riferito alla carne che Gesù darà per la salvezza del mondo. Ciò indica lo stile realistico del linguaggio di Giovanni che a volte non disprezza l’uso di parole di uso popolare.
Ha preso poi la parola don Enrico Ghezzi che ha fornito una lettura teologica sottolineando come già dal secondo secolo, con Clemente Alessandrino, il Vangelo di Giovanni sia stato definito spirituale: esso racconta in primo luogo dell’intimità fra Gesù e suo Padre, la stessa intimità che Gesù partecipa ai suoi discepoli. Infine questo amore dei discepoli diventa fonte di evangelizzazione.
Don Ghezzi si è poi soffermato sulla parola Logos, domandandosi come mai Giovanni abbia usato proprio questo termine e non, ad esempio, Sophia (=Sapienza). Il biblista ha sottolineato come questo vocabolo sia una sorta di ponte fra il cristianesimo e la cultura greca diffusa nel Mediterraneo e in particolare nell’area anatolica, dove il vangelo si è formato.
Il Logos infatti era per i greci un principio spirituale immanente al mondo. Nel momento in cui Giovanni afferma che il Logos era presso Dio e che questo stesso Logos si è fatto carne, si compie un’operazione culturale straordinaria e impensabile per il mondo antico.
GROTTAMMARE – Presso il salone Sacro Cuore della Parrocchia Sant’Agostino si è svolta la presentazione del libro Sulle strade del mondo di Enzo Farinella, collaboratore dell’Ansa e corrispondente di Radio Vaticana in Irlanda.
Il Dott. Farinella, originario della Sicilia, ma da oltre 40 anni residente a Dublino, sta concentrando tutte le sue forze per far conoscere una pagina di storia spesso molto sottovalutata, non solo in Europa, ma nella stessa Irlanda. Attraverso una serie di libri, alcuni già scritti, altri in cantiere, Farinella sta facendo riscoprire il contributo che il monachesimo irlandese ha portato all’intera Europa.
Il vecchio continente infatti, fra il V e l’XI secolo diventò cristiano grazie a tre fattori: la conversione dei re, il monachesimo benedettino e quello irlandese. Caratteristica di quest’ultimo fu la peregrinatio pro Christo: migliaia di monaci lasciarono la loro terra per diffondere il vangelo nel Europa continentale.
Fra questi possiamo ricordare San Colombano che, partito dal monastero di Bangor, attraversò la Francia, la Svizzera per concludere la sua vita a Bobbio, dove ancora riposano i suoi resti mortali. Durante la sua peregrinatio, fondò monasteri che, oltre a essere luoghi di preghiera, divennero importanti centri culturali: basta pensare che Bobbio è stata definita “la Montecassino del Nord”.
È sorprendente notare come i monaci irlandesi, ispirati dai valori del Vangelo, furono antesignani di molti temi che oggi sono al centro del dibattito pubblico. Fra i molti esempi che si potrebbero fare, il Dott. Farinella ha citato quelli di Adamnano e di Cutberto.
Il monaco Adamnano, che fu abate del monastero di Iona, a quel tempo uno fra i più importanti centri culturali e religiosi d’Europa, nel 697 emanò la Lex innocentium che proibiva di colpire donne, bambini e quanti non fossero strettamente coinvolti nelle operazioni militari in caso di guerra. Si tratta della prima forma di quello che oggi chiameremmo diritto umanitario i cui principi sono enunciati nella Convenzione di Ginevra (1949).
Invece il monaco Cutberto di Lindisfarne, ha ricordato ancora Farinella, è noto per aver emanato la prima legge a tutela dell’ambiente. Infatti in un suo scritto del 675 cercò di proteggere l’edredone, un volatile che, proprio in ricordo del nostro monaco, viene chiamato “uccello di Cuddy”. Esso nidifica ancora nei pressi del monastero di Landisfarne ed è diventato il simbolo di tutta la regione britannica.
Non essendo stata colonizzata dai romani, l’Irlanda vide diffondersi il cristianesimo senza il martirio. Quello che i romani non riuscirono a fare con le armi, i cristiani lo fecero con la forza della fede: in pochi anni tutta l’isola fu conquistata a Cristo.
Purtroppo però, ha osservato ancora Farinella, nella storia irlandese non sono mancate vicende molto dolorose, soprattutto a causa dei vicini inglesi che hanno occupato per secoli l’isola. Come è anche descritto nel libro, gli inglesi arrivarono a premiare con cinque sterline chiunque avesse portato la testa di un prete o addirittura con 10 sterline chi fosse riuscito a decollare un vescovo.
A proposito di vescovi, molti di essi furono reclusi nel XVII secolo nella colonia penale di Inisbofin. Il vescovo si Clonfert, Walter Linch, riuscì a fuggire e portò con sé un quadro della Madonna e giunse a Györ, in Ungheria. Questa tela, che ancora oggi si può ammirare nella cattedrale, il 17 marzo 1697, nel pieno della persecuzione contro gli irlandesi, pianse sangue.
Da quanto si è detto, si comprende come un po’ ovunque in Europa sia possibile trovare tracce della presenza dei monaci irlandesi. La riscoperta di questo importante apporto ci farà sicuramente sentire un po’ più europei.
Nell’imminenza della Pasqua, proponiamo questo video nel quale don Gianluca Busi, iconografo, membro della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra di Bologna e uno dei principali animatori della Compagnia di San Giovanni Damasceno, spiega come il mistero pasquale sia stato rappresentato nel corso dei secoli.
Secondo il sacerdote, siamo abituati ad immaginare la resurrezione così come ce la propone Piero della Francesca e cioè col Cristo che esce dalla tomba glorioso e vincitore. Tuttavia, una simile rappresentazione è lontana dalle fonti evangeliche e dalle raffigurazioni dei primi cristiani.
Infatti, stando ai vangeli, nessuno ha visto Gesù nell’atto di risorgere. Piuttosto la Sacra Pagina si sofferma sulle esperienze che i discepoli hanno fatto del Risorto che a loro si è manifestato. Nei primi secoli poi, i cristiani hanno rappresentato il principale mistero cristiano attraverso simboli e metafore.
A partire dal VI secolo si afferma l’immagine di Cristo che scende negli inferi e libera Adamo ed Eva. Nel XIV secolo Ambrogio Lorenzetti dipinge per la prima volta il Cristo che esce dal sepolcro. Questa modo di parlare della resurrezione si afferma in modo ancora più compiuto con Andrea del Castagno che rappresenta il risorto osservato da un uomo.
n occasione della festa dell’Annunciazione proponiamo un video di don Gianluca Busi, iconografo, membro della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra di Bologna e uno dei principali animatori della Compagnia di San Giovanni Damasceno.
Nella prima parte, don Gianluca mostra come il tema dell’annunciazione sia stato rappresentato da artisti come Simone Martini, il Beato Angelico, Filippo Lippi e Leonardo da Vinci.
Nella seconda parte Don Claudio Arletti, parroco di Maranello e biblista, si sofferma sul tema della libertà, senza la quale non ci sarebbe stata l’Incarnazione.
Infine don Gianluca analizza un’icona dell’annunciazione realizzata dagli iconografi contemporanei Laura Renzi e Giovanni Raffa che si sono ispirati a quella realizzata nel XIV secolo da Andrej Rublëv.
Don Gianluca, grazie all’ausilio delle immagini e a una profonda lettura iconologica, ci introduce nel mistero dell’incarnazione e ci fa apprezzare il valore catechetico delle opere d’arte.