Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Nicola Rosetti

Francisco Goya nel 1814 al termine della guerra d’indipendenza spagnola dall’invasore francese dipinse la celebre tela “3 maggio 1808″ conservata oggi al Museo del Prado di Madrid. Ho potuto ammirare personalmente quest’opera e devo dire che fra tutti i capolavori che, un po’ per passione, un po’ per lavoro, ho avuto la possibilità di osservare, questa è quella che senza dubbio mi ha suscitato una particolare emozione.

Il dipinto rappresenta una drammatica esecuzione. Le milizie francesi stanno fucilando alcuni popolani madrileni. Di questi ultimi, al contrario dei primi, scorgiamo i volti pieni di terrore. Alle uniformi dei soldati si contrappongono gli abiti semplici e variegati dei civili che sono già stati uccisi o che stanno per morire. Fra essi si scorge anche un frate. La luce di una lanterna, parzialmente coperta dalle figure dei soldati, illumina invece a giorno le vittime e fra queste in particolare l’uomo che attende il colpo fatale spalancando le braccia verso il cielo, quel cielo buio che ammanta la città dalla quale sono stati prelevati.

Si può parlare di un’opera d’arte solo quando l’artista riesce a toccare il cuore dello spettatore indirizzandolo verso qualcosa di più grande e credo che Goya sia riuscito in questo rappresentando magistralmente il dramma dell’uomo contemporaneo, quello del 1808 come quello del 2012.

La cultura dei lumi voleva staccare l’uomo dalle sue radici, dalle sue abitudini e dalle sue certezze ed ecco perché l’esecuzione avviene lontano dalla città. Madrid, con le sue case che evocano la vita di tutti i giorni e col suo campanile che ci ricorda la dimensione religiosa della vita, si vede in lontananza, è avvolta dalle tenebre come a significare che per l’esercito invasore la vita degli spagnoli deve uscire dal buio.

Ed ecco allora in primo piano l’esercito francese, venuto a portare la luce, simbolizzata dalla lanterna. Questa luce però è morte per il popolo spagnolo. Il plotone di esecuzione è rigidamente inquadrato e forma una vera e propria macchina di morte. Quegli uomini non hanno nulla di umano ed è per questo che il pittore non ce ne fa scorgere il volto.

Essi stessi coprono quella luce che sono venuti a portare. È come se con un sol colpo Goya avesse messo in mostra tutta la contraddizione di uomini che si proclamano paladini della liberà, dell’uguaglianza e della fraternità.

Vogliono portare la libertà, eppure hanno prelevato con la forza dalle loro case uomini inermi ed ora li stanno trucidando. Fra tutte le libertà esaltano quella di religione, eppure stanno per dare alla chiesa un nuovo martire nella figura del frate. Dicono che vogliono l’uguaglianza, ma le loro uniformi ci parlano solo di una grigia omologazione. Sono a favore della fraternità eppure non esitano a sgominare i loro simili.

Fra tutte le figure dei condannati si staglia quella dell’uomo che spalanca le braccia come un novello Cristo in croce, vittima di un odio cieco e feroce come quello di chi disse: “È meglio che muoia uno solo per il popolo piuttosto che perisca l’intera nazione” (Gv 11,50).

Non vive forse un analogo dramma l’uomo contemporaneo? Ad opera di alcune elites intellettuali, egli è stato allontanato dal suo back-ground culturale e religioso con la (falsa) promessa di un mondo nuovo e trasfigurato e si ritrova invece in una immensa solitudine, amalgamato ad una massa indistinta e oppresso da una schiacciante burocrazia.

È forse ammirando questo quadro che si può trovare la forza e il coraggio di un nuovo sguardo che ci consenta di trovare le risposte ai problemi dell’uomo odierno.

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In questi giorni, come ogni anno, nelle nostre case stiamo allestendo il presepe. Può essere allora utile per ognuno di noi rispolverarne la storia e il significato.

Il primo presepe della storia fu “inventato” da San Francesco la notte di Natale del 1223. Egli si trovava a Greccio e, impossibilitato a visitare la terra dove Gesù vide la luce, decise di ricreare la scena della natività in quel piccolo paese. Si deve dunque al Poverello di Assisi il primo presepe vivente.

Alla fine del XIII secolo Nicola IV, nostro conterraneo (era infatti nativo di Lisciano) e primo francescano della storia divenuto Pontefice, sulla scia del Santo di Assisi, commissionò allo scultore Arnolfo di Cambio la realizzazione del primo presepe fatto di statuine.

Questo primo presepe venne per molto tempo conservato nella cappella “Sistina” di Santa Maria Maggiore (da non confondere con la Cappella Sistina dei Musei Vaticani!) in prossimità della tomba di un altro francescano divenuto Papa, anche egli originario delle Marche, e più precisamente di Grottammare. Stiamo ovviamente parlando di Sisto V. Oggi il presepe di Arnolfo di Cambio è ospitato nel Museo di Santa Maria Maggiore.

Veniamo ora all’iconografia e cerchiamo di distinguere gli elementi che ricaviamo dai vangeli da quelli che la tradizione e la pietà hanno successivamente aggiunto. Ricordiamo anche che i vangeli che ci parlano della nascita di Gesù, quello di Matteo e quello di Luca, sono stati scritti dopo la morte e resurrezione del Signore Gesù e che quindi, in un certo senso, questi eventi hanno illuminato gli scrittori sacri mentre componevano i loro testi. Diciamo quindi subito che molte delle cose che Matteo e Luca scrivono, anticipano e prefigurano il destino di Gesù.

Iniziamo dalla grotta. Leggendo il testo del Vangelo di Luca si dice che Maria partorì il bambino, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia. Da quest’ultimo particolare possiamo dedurre che il luogo in cui il Salvatore ha visto la luce fosse proprio una grotta, infatti le grotte erano usate come stalle.

Il particolare della grotta prefigura la morte di Gesù: egli infatti, dopo essere stato tolto dalla croce, venne deposto in un sepolcro. Anche le fasce ci suggeriscono che egli sarà avvolto in teli funebri secondo le usanze ebraiche. È particolarmente significativo l’uso che Luca fa dell’espressione “avvolto in fasce”. Una prima volta egli dice che Maria partorì il bambino, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia. Poi dice che un angelo annuncia a dei pastori la nascita del Messia e che questi dice loro che lo troveranno avvolto in fasce mentre giace nella mangiatoia. La narrazione lucana prosegue dicendo che i partori andarono e trovarono il bambino nella mangiatoia, senza nominare stavolta le fasce. È come se l’evangelista ci volesse indicare che Gesù per due giorni sarà prigioniero della morte e il terzo risorgerà.

Veniamo ora alla mangiatoia. È il luogo dove si poneva il cibo da dare agli animali. Ma anche qui non siamo davanti a qualcosa di casuale. Infatti quel bambino che lì giace, darà il suo corpo come cibo di salvezza per gli uomini. La reliquia della mangiatoia si trova in una zona ipogea sotto l’altare maggiore di Santa Maria Maggiore. E’ molto significativo che la statua del Papa Pio IX, che ha voluto questa sistemazione, sia inginocchiato davanti alla reliquia della mangiatoia ma guardi allo stesso tempo l’altare, dove durante ogni messa si rinnova il mistero dell’incarnazione e Gesù si dona come cibo di salvezza.

E che dire del bue e dell’asinello? Non pochi giornali nelle passate settimane hanno riportato la notizia che Benedetto XVI vorrebbe ridisegnare l’iconografia del presepe abolendo questi due animali. Come ormai troppo spesso accade, il Papa non ha per nulla affermato una cosa del genere e ce ne possiamo accorgere leggendo pagina 83 del suo nuovo libro dedicato all’infanzia di Gesù: “Nessuna raffigurazione del presepe rinuncerà al bue e all’asino”!

Il Papa invece ha ricordato come del bue e dell’asino non si parli nel vangelo di Luca (e neppure in quello di Matteo), ma ha spiegato che la loro presenza è dovuta alla attenta e meditata lettura della Bibbia. Infatti all’inizio del libero del profeta Isaia troviamo la seguente frase: “Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone”. Il bue che conosce il suo proprietario è Israele, il popolo eletto, che conosce Dio, mentre l’asino che conosce la greppia è il simbolo dei pagani che conoscono il mondo fisico. Dunque il bue e l’asino sono il simbolo di tutta l’umanità (ebrei e non ebrei) che veglia su Gesù e lo adora.

Passiamo ora ad elementi  riferiti dall’evangelista Matteo. Il 6 gennaio metteremo nel presepe i tre re magi, uno bianco, uno nero e uno giallo e questo è però un dato tradizionale! Infatti se leggiamo attentamente il testo del primo vangelo, ci accorgiamo che esso parla di alcuni (non tre!) magi (non re!) venuti dall’oriente (e non dall’Europa, dall’Africa e dall’Asia come invece suggerisce il colore della loro pelle!). Tradizionali sono anche i loro nomi Gaspare, Melchiorre e Baldassare.

Spesso vengono rappresentati uno imberbe, uno con la barba scura e uno con la barba bianca a voler rappresentare tutto l’arco della vita. Giunsero a Betlemme, ci riferisce sempre Matteo, seguendo una stella, ma non una cometa come quella che mettiamo nel Presepe. Il primo a rappresentare una stella cometa sul luogo della nascita di Gesù fu Giotto.

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Angela Pellicciari si è resa nota al pubblico, e in particolare a quello cattolico, per le sue pubblicazioni sul Risorgimento nelle quali ha messo in luce gli aspetti meno noti di questo periodo della storia italiana, dando particolare risalto alle contraddizioni di diversi Padri della Patria.

L’autrice ha sempre portato avanti le sue tesi storiografiche fondandosi su documenti dell’epoca e, se si può essere in disaccordo col suo pensiero, difficilmente la si può accusare di non sostenere i suoi convincimenti su solide basi.

Il Risorgimento è figlio della Rivoluzione Francese che a sua volta affonda le radici nella Rivoluzione Protestante, fenomeno  che la Pellicciari ha voluto studiare nella sua ultima fatica intitolata “Martin Lutero”, edita da Cantagalli.

L’autrice è d’accordo con il pensiero di Pio XII che vede un filo rosso che lega la Rivoluzione Protestante, quella Francese e quella Comunista e cita una frase di Papa Pacelli: “Si è partiti col dire Cristo sì, Chiesa no (protestantesimo ndr). Poi Dio sì e Cristo no (illuminismo ndr). Finalmente il grido empio: Dio è morto, anzi, Dio non è mail esistito (comunismo ndr)” (p. 78).

La Chiesa era brutta e cattiva, perseguitava ferocemente  chi non era in linea col suo credo ed è per questo che si levò contro di essa la voce del paladino della libertà e della libera opinione Martin Lutero. Questa, in modo molto semplicistico, è la favola che ci hanno spesso insegnato a scuola e che l’autrice smonta partendo sempre dalle fonti, in primo luogo dagli scritti dello stesso Lutero.

Il lettore tuttavia si accosterà al testo ben distinguendo la figura di Lutero dai Luterani di oggi essendo in ciò guidato da quanto affermato dal decreto conciliare Unitatis Redintegratio che al numero 3, fra l’altro, afferma: “Quelli poi che ora nascono e sono istruiti nella fede di Cristo in tali comunità, non possono essere accusati di peccato di separazione, e la Chiesa cattolica li circonda di fraterno rispetto e di amore”.

Inoltre, leggere una pagina di storia, non è come leggere una pagina della Sacra Scrittura. Mentre quest’ultima può essere letta su due livelli, quello del testo in sé (RACCONTO) e quello del testo per me (SIGNIFICATO), una pagina di storia, specialmente quella che racconta fatti accaduti parecchi secoli fa, è chiusa nel passato e nel passato è anche incatenato il giudizio che di quel periodo storico possiamo dare.

Se da una parte è vero che la storia è maestra di vita, dall’altra è anche vero che fra i fatti narrati e valutati dall’autrice e l’uomo di oggi sono trascorsi parecchi secoli nei quali c’è stato uno sviluppo spirituale e culturale. Perciò potremo trarre giovamento dalla lettura di questo testo solo se  pienamente contestualizzato.

Fatte queste opportune premesse, vediamo allora alcuni interessanti spunti per la riflessione che emergono dal testo.

rompe con la millenaria tradizione ecclesiastica e porta avanti la sua battaglia a suon di versetti biblici. Il protestantesimo infatti si basa sul principio che può essere oggetto di fede solo ciò che è fondato nella Sacra Scrittura. Non tutto però nella Bibbia soddisfa il pensiero di Lutero e dunque il “riformatore” non esita a definire una “ lettera di paglia” la Lettera di Giacomo che esalta il valore delle opera a scapito del principio della “sola fede” sostenuto da Lutero! (p. 67).

Con ciò l’autrice mette in evidenza l’approccio “ideologico” alla Scrittura di Lutero. Egli non fa parlare la Sacra Pagina, ma espunge da essa i versetti che più si confanno al suo pensiero religioso.

La stessa cosa si può dire per quanto riguarda l’interpretazione del testo sacro. Per Lutero infatti ogni fedele deve leggere la Sacra Scrittura da solo senza la mediazione della Chiesa. Questo è il suo pensiero, eppure nella stessa Bibbia si legge: “Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana fu mai creata una profezia, ma mossa da Dio” (cfr 2 Pt 1,20-21) (p. 72).

Quando poi ognuno inevitabilmente inizia a leggere a modo suo le Sacre Scritture, iniziano a sorgere altre comunità cristiane oltre a quella luterana. Non avevano forse ragione i latini nel dire “tot capita tot sententiae”!?

Come reagisce Lutero a questo pullulare di nuove comunità cristiane? Nel 1531 afferma: “Non è permesso che un Tizio qualunque venga fuori di sua testa, crei una sua propria dottrina, si spacci per un maestro Pallottola e voglia farla da maestro e biasimar chi gli piaccia”! (p. 65).

Ma non si era egli stesso analogamente opposto all’autorità del Papa qualche anno prima vestendo i panni di quel Tizio che ora biasiama?!

E  questa sorta di intolleranza non si arresta alle sole parole: per placare la rivolta dei contadini di Munster che avevano dato vita ad una chiesa separata da quella luterana, Lutero non si fa troppi scrupoli e infiamma l’animo dei principi tedeschi  che reprimeranno i dissidenti con la forza provocando la morte di circa 100.000 di essi

Sono proprio i principi tedeschi che diventano le nuove guide della cristianità riformata da Lutero dopo che il riformatore ha di fatto abolito l’autorità ecclesiastica. È nel pensiero di Lutero che si deve vedere la genesi dello stato moderno, quella forma di comunità politica che si pone sopra ogni uomo e sopra ogni altra istituzione senza alcun vincolo.

Con Lutero la fede da pubblica diventa fatto privato, intimistico, che riguarda solo ed esclusivamente la coscienza. Anche il culto risente di questa visione e Lutero ne abolisce ogni esteriorità e visibilità. La Pellicciari arriva a definire, non a torto, Lutero come il primo iconoclasta moderno (p. 89)

Il libro dunque ha l’indubbio pregio di poterci far riflettere su una pagina di storia spesso mal raccontata e può aiutarci a diradare le ombre dei luoghi comuni che si sono annidate nei nostri “cassettini della memoria”.

Il contributo dell’autrice aiuterà sicuramente a riconoscere nell’opera di Lutero una rivoluzione ecclesiale e non una riforma come troppo spesso viene ancora definita in linea con quanto già affermato dallo storico della Chiesa Jedin

Una riforma che ha finito per spaccare in due l’Europa come ci ricorda anche l’immagine scelta dalla Pellicciari per la copertina

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L’ultima sala che visitiamo prende il nome da uno dei dipinti in essa contenuti. Fu decorata da Raffaello e dagli allievi della sua scuola fra il 1514 e il 1517 durante il pontificato di Leone X che volle utilizzare questo ambiente come sala da pranzo. Il Pontefice volle celebrare due omonimi pontefici Leone III  e Leone IV, entrambi raffigurati con le sembianze del Papa committente.Nel primo affresco vediamo rappresentata la battaglia di Ostia combattuta nell’849. La flotta cristiana combatte, sconfiggendola, quella saracena nei pressi della foce del Tevere. Sulla sinistra si riconosce il castello di Ostia. Al Papa Leone IV, seduto su un trono, vengono condotti i prigionieri del contingente nemico. Il tema di questo dipinto si deve alla preoccupazione del Papa per l’Europa che a quel tempo era minacciata dai turchi.

Leone IV è il protagonista anche del successivo affresco che dà il nome a tutta la sala. Il Pontefice affacciato da suo palazzo, rispondendo alla richiesta di aiuto di numerose donne, con la sua benedizione sta spegnendo un incendio divampato nell’847 nel rione Borgo. Accanto al palazzo papale possiamo scorgere l’antica basilica di San Pietro. In primo piano vediamo le bellezze di Roma che vanno in rovina: il Tempio di Marte Ultore a sinistra e quello di Saturno a destra. Anche questa scena è dettata dal contesto storico e vuole mostrare il carattere pacifico della Santa Sede che cerca di moderare le rivalità fra le grandi potenze europee.

Nella terza parete è rappresentato un episodio chiave della storia europea: durante la notte di Natale dell’anno 800, il Papa Leone III incorona Carlo Magno Imperatore. Il Pontefice, assiso in trono e attorniato da un gran numero di vescovi, pone sulla testa del sovrano francese inginocchiato la corona imperiale, mentre un giovane paggio regge quella reale appena deposta. L’affresco allude al concordato stipulato nel 1515 a Bologna fra lo Stato della Chiesa e il Regno di Francia. Se infatti si presta attenzione, si possono scorgere nei volti di Leone III e di Carlo Magno le sembianze del Papa Leone X e del Re Francesco I

L’ultima scena rappresentata nella sala ha ancora una volta come protagonista Papa Leone IV e rappresenta un episodio accaduto due giorni prima dell’incoronazione di Carlo Magno. Il pontefice, assistito da due diaconi, giura, ponendo le mani sul libro dei Vangeli posto sull’altare, di rispondere delle sue azioni solo davanti a Dio e non intende discolparsi dalle false accuse mossegli dai nipoti del Papa Adriano I. A rafforzare l’idea che il Pontefice può essere giudicato solo da Dio, nel paliotto dell’altare è raffigurata la martire Caterina che non viene lesa dalle ruote dentate che i suoi carnefici hanno predisposto per torturarla. Assistono al giuramento l’imperatore Carlo V, l’altro personaggio di primo piano nel quadro politico del ’500 insieme a Francesco I, che ci dà le spalle e indossa una catena d’oro e vari Vescovi. L’affresco vuole ricordare la conferma, avvenuta durante il quinto concilio Lateranense, della Bolla Unam Sanctam con la quale il Papa Bonifacio VIII si proclamava suprema autorità civile e spirituale

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Ammiriamo ora la “Disputa del Sacramento”. Mentre la “Scuola di Atene” rappresenta il Vero Razionale, cioè la verità che l’uomo può cogliere a partire da se stesso, la “Disputa del Sacramento” rappresenta il Vero Rivelato, cioè la verità che l’uomo può cogliere a partire da Dio che si fa conoscere alla sua creatura. Il dipinto è impostato su un asse verticale ( Dio Padre , Cristo, lo Spirito Santo e il Santissimo Sacramento) e su tre assi che si dipanano dal Padre Eterno, dal Figlio e dall’Ostia consacrata.Partiamo dall’alto. Il Padre Eterno ha in testa un nimbo quadrato, ha la barba lunga e folta, indossa una tunica verde e celeste. Con la mano destra benedice, mentre nella sinistra tiene in mano un globo, simbolo della sua onnipotenza. Egli domina tutta la scena dall’empireo insieme a degli angeli sospesi fra le nuvole.

Sotto il Padre Eterno, il Figlio Gesù, assiso su un trono di nubi condiviso con sua Madre alla sinistra e San Giovanni Battista alla destra, ci mostra le ferite della Passione. Indossa una veste bianca, simbolo di Resurrezione. Alla sua gloria partecipano numerosi santi. A partire da sinistra riconosciamo Pietro, vestito con i colori giallo e blu caratteristici della famiglia Della Rovere, che tiene in mano le chiavi del Paradiso, Adamo, seminudo, con le gambe accavallate, Giovanni Evangelista, vestito di rosso e di verde, mentre scrive il suo Vangelo, il Re Davide con una cetra in mano e  il Diacono Lorenzo. Dall’altra parte riconosciamo invece il diacono Stefano con la dalmatica e la palma del martirio, Mosè col volto raggiante che mostra le tavole della Legge, l’Evangelista Matteo, Abramo col coltello del sacrificio in mano e Paolo con la spada e le sue lettere nella mano sinistra.

Sotto al Cristo, notiamo, avvolto in un clipeo di luce, la colomba, simbolo dello Spirito Santo. Alla sua destra e alla sua sinistra degli angeli portano in gloria i quattro Vangeli.

Fin qui Raffaello ha rappresentato la Chiesa Trionfante del Paradiso. Tutti i soggetti rappresentati hanno uno sguardo sereno perché contemplano direttamente la gloria di Dio. Più animata invece la parte bassa del dipinto dove numerosi ecclesiastici, rappresentati della Chiesa Militante, si interrogano sul Mistero Eucaristico. Il centro della scena è dominato dall’Ostia contenuta in un ostensorio adagiato su un altare con dei fregi gialli su sfondo blu. I due personaggi più vicini all’altare, posti specularmente a Platone e ad Aristotele che si trovano nel dipinto di fronte, imitano i due filosofi greci: uno indica l’Ostia mentre l’altro indica il cielo come a dire che l’Eucaristia ha allo stesso tempo un aspetto materiale terreno e uno spirituale celeste. Forse mai il mistero eucaristico è stato meglio rappresentato nell’arte!

Sulla sinistra scorgiamo un personaggio con le sembianze del Bramante, appoggiato su una balaustra, mentre sta invitando il personaggio vestito di giallo e di blu, Francesco Maria Della Rovere ( lo stesso che abbiamo notato nella Scuola di Atene) a leggere su un libro. Il Della Rovere sembra che risponda quasi infastidito al Bramante, indicandogli come via maestra quella della contemplazione e dell’adorazione.

Fra i numerosi personaggi riusciamo anche a notare tre pontefici, cinque vescovi fra i quali Ambrogio ed Agostino, San Tommaso d’Aquino vestito da domenicano e San Bonaventura in abito cardinalizio e persino Dante Alighieri, considerato al tempo non solo poeta ma anche teologo.

L’ultimo dipinto che ammiriamo, il Parnaso, rappresenta la categoria platonica del Bello. Secondo la mitologia greca, su questo monte dimoravano le muse. Al centro del dipinto vediamo il dio Apollo mentre suona la lira da braccio. Gli stanno vicino le nove muse, riconoscibili dai caratteristici attributi. Attorno a questo nucleo ci sono alcuni dei più importanti poeti dell’umanità: il cieco Omero e alle sue spalle Virgilio che mostra a Dante Alighieri la Musa della Commedia

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La terza stanza che oggi conosciamo insieme è la stanza della Segnatura, così chiamata perché qui si riuniva il Tribunale della “Segnatura Graziae et Iustitiae” presieduto dal Pontefice, anche se all’inizio il Papa aveva pensato di adibire questo spazio a suo studio privato. Raffaello lavorò in questo ambiente fra il 1508 e il 1511 su commissione di Giulio II.

Il programma iconografico è stato influenzato da due fattori: il ritorno in auge della filosofia platonica agli inizi del ’500 e il fatto che questa corrente di pensiero era sostenuta dai francescani dalle cui fila proveniva Giulio II. Raffaello ha infatti dipinto sulle pareti qualcosa che rappresentasse:

1) il Vero nella sua dimensione umana (filosofia) e nella sua dimensione rivelata (teologia);

2) il Bene (Virtù e Giustizia);

3) il Bello (Poesia).

Partiamo dal Vero nella sua dimensione umana. Nella Scuola di Atene sono rappresentati vari filosofi greci. Essi sono inseriti in una struttura che ricorda la vicina Basilica di San Pietro, come a dire che la Chiesa ha protetto e custodito il desiderio degli uomini di giungere al Vero. La presenza di questa struttura sta anche a dire lo sforzo che l’uomo mette per conoscere la Verità. Nei pilasti vediamo le statue di due divinità greche legate alla filosofia: su quello di sinistra Apollo con la lira in mano, mentre su quello di sinistra Minerva con l’elmo in testa e lo scudo in mano.

I personaggi principali della complessa composizione sono Platone ed Aristotele posizionati nel punto di fuga. Raffaello ha rappresentato Platone (che ha le sembianze di Leonardo da Vinci) con il braccio destro alzato che indica il mondo delle idee, mentre col braccio sinistro regge il Timeo. Aristotele invece distende il braccio in avanti tenendo il palmo della mano verso il basso ad indicare il mondo concreto. Il filosofo regge col braccio sinistro il libro dell’Etica. Il gesto di Platone e quello di Aristotele vanno letti insieme come la capacità dell’uomo di cogliere la totalità della realtà. Le due figure si stanno idealmente muovendo verso il dipinto che hanno di fronte come a dire che la filosofia conduce verso la teologia.

Sulla sinistra scorgiamo una figura di profilo, vestita di verde, che sta parlando con un gruppo di 5 persone. Si tratta di Socrate. Il filosofo sta discutendo con i suoi interlocutori col tipico gesto della adlocutio, cioè sta contando con le dita i ragionamenti che sta sviluppando.

Se abbassiamo di poco lo sguardo notiamo un uomo dai lineamenti gentili, vestito di bianco che guarda lo spettatore. Questo personaggio, che ritroveremo anche nella Disputa sul Sacramento, è con tutta probabilità Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino e nipote di Giulio II.

Spostiamo ora la nostra attenzione sulla destra. Possiamo riconoscere in questi due volti i due artisti che hanno lavorato in questa stanza: il Sodoma, che ha dipinto la volta, con un cappello bianco e un abito bianco e nero e Raffaello. Vicino ai due artisti di spalle c’è Tolomeo, erroneamente dipinto con una corona, che regge un globo. L’altro personaggio che invece regge il globo stellare è Zoroastro. Il personaggio inchinato che sta indicando una piccola lavagna è Euclide con le sembianze di Bramante.

Sulle scale sono seduti due filosofi: quello sulla destra col vestito lacerato è Diogene, mentre con lo sguardo pensoso e assorto è Eraclito che ha le sembianze di Michelangelo.

Passiamo ora alla parete dove sono raffigurate le Virtù e la Giustizia. Nella lunetta in alto possiamo osservare tre donne che rappresentano altrettante virtù. La prima da sinistra è la Fortezza che indossa un’armatura e accarezza un leone. Vicino ad essa si trova un albero di rovere che allude alla famiglia di Giulio II. Al centro si trova invece la Prudenza che si guarda alle spalle per mezzo di uno specchio. Sulla destra vediamo invece la temperanza che regge le briglie moderatrici. Il quartetto delle Virtù Cardinali è completato dalla Giustizia che è rappresentata nella volta. Tre dei cinque angeli che compaiono nella lunetta rappresentano invece le Virtù Teologali. L’angelo che coglie i frutti dall’albero rappresenta la Carità, quello che regge la fiaccola rappresenta la Speranza, mentre quello che indica il cielo allude alla Fede.

Dalle corretta applicazione delle virtù procede il Diritto qui rappresentato nella sua duplice forma di Diritto Civile e di Diritto Canonico. Nel dipinto a sinistra, a rappresentare il Diritto Civile, vediamo il giurista Triboniano che consegna il Codice di Diritto Civile all’Imperatore Giustiniano. Nel dipinto di destra invece, a rappresentare il Diritto Canonico, vediamo il domenicano San Raimondo di Penafort che consegna le Decretali al Papa Gregorio IX che ha le sembianze di Giulio II. Il cardinale a sinistra che regge il piviale del Papa è Giovanni de’ Medici, futuro Leone X.

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Raffaello dipinse questa stanza in un momento non troppo felice della vita di Giulio II. Il Pontefice infatti era tornato a Roma dopo una campagna militare nella quale aveva perso la città di Bologna. Giulio II dunque volle far decorare la stanza con delle scene che mostrassero la protezione accordata da Dio alla sua Chiesa.Il primo dipinto mostra l’aiuto che Dio offre in difesa del patrimonio della Chiesa. Raffaello ha rappresentato il brano dell’Antico Testamento (2 Mac 3) in cui il Sommo Sacerdote Onia, che vediamo sullo sfondo, chiede a Dio di intervenire contro l’usurpatore Eliodoro che si è introdotto nel Tempio per rubarne il bottino. Il Sommo Sacerdote, vestito con i colori giallo e blu della famiglia Della Rovere, alla quale il Papa apparteneva, si trova nel Santo, è inginocchiato davanti al tavolo della preposizione, posto vicino alla menorah. Sulla destra tre angeli mandati da Dio, di cui uno a cavallo, scacciano Eliodoro dal Tempio. Sulla sinistra Giulio II assiste alla scena seduto sulla sedia gestatoria.

La seconda scena mostra l’aiuto che Dio offre in difesa della fede della Chiesa. Raffaello ha dipinto il Miracolo di Bolsena che è all’origine della festa del Corpus Domini. Sull’altare della chiesa di Santa Cristina a Bolsena, il sacerdote boemo Pietro sta celebrando la messa, ma dubita della reale presenza di Cristo nell’ostia e da questa stillano alcune gocce di sangue che macchiano il corporale. Davanti all’altare, il Papa Urbano IV, con le sembianze di Giulio II assiste devotamente inginocchiato sul faldistorio al miracolo appena avvenuto.

Il terzo dipinto mostra l’aiuto che Dio offre allo Stato della Chiesa. Raffaello ha rappresentato in questo dipinto lo storico incontro fra Papa Leone Magno e il re degli Unni Attila. Grazie a questo evento, gli Unni non invasero l’Italia. Leone Magno, che ha le sembianze di Leone X, è seduto su un cavallo bianco ed è accompagnato da alcuni dignitari pontifici. Il re degli Unni invece è seduto su un cavallo nero. I santi Pietro e Paolo assistono dal cielo la scena e intervengono in favore di Papa Leone. L’incontro è avvenuto nei pressi di Mantova, qui però il pittore ha voluto ambientare la scena nei pressi di Roma, visto che sullo sfondo vediamo il Colosseo

Il quarto ed ultimo affresco, il vero gioiello della sala, mostra l’aiuto che Dio offre al Capo della Chiesa, cioè al Papa. Raffaello, traendo spunto da un brano degli Atti degli Apostoli (At 12), ha dipinto la fuga di San Pietro dal carcere. La scena ha inizio nel centro: un angelo libera Pietro dalle catene, nonostante nella prigione ci siano due soldati. Sulla destra lo stesso angelo accompagna Pietro, tenendolo per mano, fuori dal carcere mentre altri due soldati dormono. Sulla sinistra quattro soldati si muovono animatamente perché hanno intuito che il prigioniero si sta dando alla fuga. In questa composizione possiamo notare tre fonti luminose: quella naturale della luna, quella artificiale della fiaccola di un soldato, e quella divina dell’angelo che compare per ben due volte. Solo quest’ultima salva Pietro. La scena è di particolare importanza nella storia dell’arte perché rappresenta il primo notturno e doveva essere anche cara a Giulio II visto che, prima di ascendere al pontificato, egli era il titolare della chiesa di San Pietro in Vincoli, dove sono custodite le catene che, secondo la tradizione, hanno tenuto prigioniero il Principe degli Apostoli.

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ARTE – Con l’articolo di oggi cominciamo a scoprire un altro gioiello di Roma, anche questo, come la Cappella Sistina, inserito nel circuito dei Musei Vaticani. Si tratta delle Stanze di Raffaello: quattro sale dipinte dall’Urbinate e dai suoi allievi sotto i pontificati di Giulio II e di Leone X.

Iniziamo la visita dalla stanza che è stata decorata per ultima dagli allievi di Raffaello, dopo la morte del maestro: la Sala di Costantino. Sulle quattro pareti vengono narrate le storie del primo imperatore romano convertito al cristianesimo. Questo ambiente veniva utilizzato dai pontefici come sala di rappresentanza.

Nel primo dipinto Giulio Romano illustra la visione di Costantino. Il comandate romano sta incitando i suoi soldati prima della battaglia ( 28 ottobre 312), quando a un certo punto vede nel cielo una croce con scritto in greco: “Con questo segno vincerai”. Sullo sfondo si notano 4 elementi che visivamente ci fanno cogliere tutta la storia di Roma.

Scorgiamo infatti una piramide, la cosiddetta “”Meta Romuli”, ovvero la tomba del fondatore di Roma che nell’antichità si doveva collocare dove oggi sorge la chiesa di Santa Maria in Traspontina in via della Conciliazione. Questa tomba dunque ci ricorda l’inizio della storia di Roma. Vediamo poi un altro monumento funebre, la tomba di Adriano, l’attuale Castel Sant’Angelo.

La Mole Adriana ci ricorda la Roma imperiale e pagana. Andando ancora oltre possiamo osservare il Ponte Milvio, dove il giorno dopo Costantino combatterà la battaglia contro il suo rivale Massenzio. Il Ponte Milvio rappresenta il momento di passaggio dalla Roma pagana alla Roma cristiana. Infine vediamo il Monte Vaticano, dove Costantino farà costruire in seguito la Basilica di San Pietro. Esso rappresenta la Roma cristiana.

Giulio Romano con la collaborazione di Giovanni Francesco Penni ha realizzato la successiva scena: la battaglia di Ponte Milvio. I soldati, su ordine di Costantino, hanno issato sulle loro insegne il simbolo della croce e stanno combattendo contro i loro nemici sul Ponte Milvio che si vede nella parte destra della composizione. Costantino conduce la battaglia cavalcando un cavallo bianco mentre il suo rivale Massenzio affoga, insieme al suo cavallo, nel fiume Tevere.

La sorte di Massenzio fa tornare in mente quella del Faraone Egiziano e del suo esercito. È evidente il parallelismo che gli artisti hanno voluto creare: come Dio favorì gli ebrei salvandoli dal Faraone, così Dio ha appoggiato Costantino contro Massenzio. I tre angeli che assistono alla battaglia infatti stanno proprio a significare questo privilegio.

Gli allievi di Raffaello hanno poi dipinto sulla terza parete il leggendario Battesimo di Costantino. Secondo la leggenda (che non ha corrispondenze con la verità storica), Costantino è stato battezzato dal Papa Silvestro, che qui ha le sembianze di Clemente VII, nel battistero lateranense. Su due colonne vediamo appoggiati i due uomini più potenti del ’500: su quella di sinistra l’Imperatore Carlo V, mentre su quella di destra il re francese Francesco I.

Nell’ultimo dipinto vediamo rappresentata la Donazione di Costantino. In una struttura che ricorda l’antica basilica di San Pietro, l’imperatore inginocchiato dona a Papa Silvestro, che siede su un trono, la città di Roma.

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Durante il Convegno Fides Vita abbiamo avuto la possibilità di avvicinare e intervistare Paul Bhatti, Ministro pakistano per l’Armonia Nazionale e fratello di Shahbaz Bhatti, vittima dell’odio anticristiano

Vorrei iniziare questa intervista ricordando suo fratello Shabaz Bhatti, l’uomo politico che ha pagato col sangue la difesa delle minoranze religiose in Pakistan. Anche se la Chiesa non lo ha ancora ufficialmente riconosciuto come tale, egli è a tutti gli effetti un martire dei nostri giorni. Perdere un fratello deve essere stato drammatico per lei. La fede le ha portato conforto, è riuscita a darle consolazione?

ShahBaz era mio fratello minore e ha dato una testimonianza molto forte. Noi crediamo, come è evidente nelle sue dichiarazioni e anche nella la sua lotta, che lui è a tutti gli effetti è martire. Il Vaticano lo ha conosciuto come tale anche se la procedura legale richiede un determinato tempo e un particolare percorso prima di un riconoscimento ufficiale. Dopo l’assassinio di mio fratello ho incontrato il Papa e lui mi ha fatto le condoglianze e mi ha subito detto che considerava Shahbaz come un martire. Perciò noi, insieme con la chiesa, siamo convinti che egli abbia vissuto il suo sacrificio come un martire. Per me chiaramente ci sono due aspetti: da una parte, come fratello col quale avevo un legame affettuoso molto forte, è stato molto scioccante, molto molto triste perché per me oltre che un fratello era un amico  e sapevo che stava portando avanti un lavoro importante. D’altra parte quando oggi vedo che lui, con la sua testimonianza, ha trasmesso un messaggio a tutto mi faccio coraggio e lo ricordo con onore.

Quali erano i sentimenti di suo fratello mentre ricopriva l’incarico di ministro per le minoranze etniche? Era sereno o consapevole dei rischi ai quali andava incontro?

Lui parlava molto di dialogo interreligioso e oltre al dialogo cercava di attuare una relazione interreligiosa in modo tale da far convivere le diversità e questo è particolarmente difficile in una parte del mondo dove regnano l’estremismo, il fanatismo, il terrorismo e la violenza. Un conto è essere un politico e dare testimonianza in occidente e un conto è esserlo dove sai benissimo che da un momento all’altro ti possono sparare. Nonostante questo Shahbaz ha avuto coraggio, si è impegnato con convinzione per perseguire la pace e lo ha fatto senza mai nascondere la sua fede cristiana

Il dialogo interreligioso è portato avanti solo dai cattolici oppure è un cammino condiviso anche dagli altri gruppi religiosi?

Ora c’è una certa condivisione ma  l iniziativa è partita dai cattolici e particolarmente da mio fratello. Poi hanno aderito molti musulmani moderati. Come cattolici abbiamo cercato di creare un tavolo per intraprendere il dialogo interreligioso ed ora molti sono musulmani, indù, buddisti, sik e membri di altre comunità religiose minoritarie che si sono seduti ad esso

Il Papa ha ricordato in più di una circostanza il sacrificio di suo fratello. La voce del Santo Padre giunge in Pakistan ed è di sostegno alla comunità cattolica lì presente?

Certo. Sicuramente il Papa è una voce importante e una parola detta da lui infonde forza ai cristiani. Specialmente quando il Papa ha parlato di mio fratello e del suo martirio, ciò è stato di molto aiuto per la nostra famiglia e per tutta la comunità cristiana

Uno dei valori fondamentali dell’occidente è la tolleranza. L’uomo europeo la dà per scontata, ma purtroppo non è così in tutte le parti del mondo. In Pakistan per esempio i cristiani vivono fra molte difficoltà. Ci può descrivere quali sono le maggiori sofferenze che i nostri fratelli nella fede devono affrontare?

In Pakistan attualmente i cristiani vivono una situazione molto difficile perché tutto il paese è instabile: oltre ad aver avuto 2 guerre con l’India, l’invasione sovietica,  ora il nostro paese lotta contro il terrorismo insieme agli occidentali. In questo clima instabile sono nati alcuni gruppi estremisti che nelle scuole fanno il lavaggio del cervello ai bambini che imparano così una ideologia anticristiana. Di conseguenza si è formato in una parte della popolazione, non tutta, una forte odio verso i cristiani. Quando c’è un malinteso fra due persone, se una è musulmana e l’altra cristiana, quest’ultima si sente debole. In alcuni casi addirittura sono stati bruciati dei villaggi, e alcuni cristiani sono stati arsi vivi. Tutto questo accede perché ci sono generazioni cresciute nell’odio

Quali sono i rapporti fra il Pakistan e l’Italia? Ricevete dal nostro paese qualche aiuto nel campo della tutela della libertà religiosa?

Sì, direi che ci sono buoni rapporti anche perché avendo vissuto per molti anni in Italia, vengo considerato dal vostro Paese più italiano che pakistano! Rapporti abbastanza profondi, prima del governo monti avevo ottimi rapporti col ministro degli affari esteri Frattini, uno dei ministri più vicini a mio fratello. Frattini è andato in Paskistan a trovare mio fratello un paio di volte. Siamo anche andati insieme in Francia in un convegno con tutti i ministri degli affari esteri europei. Quando vado in parlamento ho un accoglienza molto notevole. Anche con l’attuale ministro siamo in buone comunicazioni. Anche se purtroppo l’Italia sta attraversando momenti difficili, il governo italiano è comunque vicino

I cristiani pakistani si sentono abbandonati dall’occidente?

Questa è una bella domanda ed è molto complesso rispondere perché da una parte i cristiani vorrebbero essere appoggiati dall’occidente e da un lato questo darebbe  un certo supporto e incoraggiamento; dall’altro è controproducente poiché i cristiani del Pakistan prima di tutto si devono sentire pakistani e non occidentali. Quando per qualsiasi cosa l’occidente interviene allora ciò può acuire la divisione. Noi col dialogo interreligioso vogliamo che  il Pakistan sia un paese dove le diversità riescano a vivere insieme. Le influenze dall’esterno non sono molto positive come per esempio nel caso di Asia Bibi: nonostante tutte le pressioni internazionali, non si è ancora riuscita a liberarla. Io ho fatto un appello affinché non si parli di Asia Bibi come di una causa dell’occidente perché magari col silenzio si può risolvere la questione a livello locale.

La situazione sta migliorando? Quali sono le più importanti iniziative che lei in qualità di ministro per l’armonia nazionale ha preso?

La situazione sta migliorando nonostante si sentono a volte notizie scoraggianti. In una società come quella pakistana ci vuole un po’ di tempo. Stiamo promuovendo il dialogo interreligioso ma anche la convivenza interreligiosa. Il ministero e la mia associazione hanno creato dei comitati formati dagli imam delle scuole religiose musulmane, dai vescovi cristiani e dai capi delle altre comunità religiose. Tutti insieme ci incontriamo e discutiamo su come intraprendere concretamente la via della pace. Io ho l’autorità di fare delle leggi sulla tolleranza religiosa, ma prima di emanare una legge ne parlo con questo comitato perché sia una legge il più possibile condivisa. Sto organizzando un convegno internazionale sul dialogo interreligioso in gennaio e abbiamo invitato esponenti del mondo occidentale e del mondo arabo. Dall’Italia verranno alcuni ministri come l’Onorevole Riccardi, il ministro degli affari esteri. Ci saranno poi leader religiosi musulmani importanti che si siederanno al tavolo con noi per formulare delle proposte per ridurre l’intolleranza in Pakistan

I leader musulmani pakistani prendono posizione in favore dei cristiani quando vengono ingiustamente perseguitati?

Sì ci sono capi religiosi che prendono le difese dei cristiani, ora stanno addirittura aumentando Recentemente abbiamo avuto il caso di una bambina, Rimsha, accusata di blasfemia. Ho seguito personalmente questo caso e ho contattato i leader musulmani per chiedere la loro collaborazione. Molti fedeli musulmani si stavano preparando a perseguitare i cristiani, ma i loro capi mi hanno ascoltato e il loro intervento ha scongiurato il peggio.

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Abbiamo intervistato Paolo Lorizzo che scrive  su ZENIT alcuni articoli che fanno conoscere al grande pubblico  l’archeologia cristiana.

Molte chiese di Roma nascondono beni archeologici di grande valore storico e religioso. A che punto si trova la conoscenza da parte del grande pubblico di questi beni? Sono sufficientemente visitati dai fedeli e dai turisti, oppure necessitano di essere maggiormente pubblicizzati?

La maggior parte di essi sono conosciuti, ma a Roma sono presenti anche piccoli angoli, nicchie, veri e propri “gioiellini” che il grande pubblico purtroppo  ignora. E uno degli obiettivi principali della mia collaborazione con ZENIT è proprio quello di far conoscere questi beni per rendere lo spettatore ancora più vicino a queste aree che, pur non essendo incluse negli itinerari classici, sono di grande interesse

Qual è lo scavo archeologico che lei ha visitato che maggiormente l’ha colpita?

Ci sono molti contesti ecclesiali che sono di grandissima rilevanza, potrei citare qualche catacomba  e in particolare quella dei santi Marcellino e Pietro, una delle realtà veramente più interessanti dal punto di vista  della fede e una delle più vaste. Mi sento particolarmente attratto  dalle piccole chiese dimenticate come per esempio quella di San Bernardo alle Terme, alla quale ho recentemente dedicato un articolo si ZENIT, che si trova dietro alle terme di Diocleziano: ogni volta che ci entro, pur non avendo nulla di così appariscente dal punto di vista archeologico, mi trasmette quell’emozione carica di quasi 1700 anni di storia . La trasformazione in spazio religioso non ha cancellato del tutto, anzi ha conservato, la forma del predente spazio termale

L’archeologia cristiana può essere una via di catechesi? La vista a qualche scavo archeologico può toccare l’ambito della fede?

Sì certamente, l’importante è che si apprezzi l’aspetto artistico integrandolo con quello storico spirituale. Quando noi vediamo una bella statua, un bel monumento, o qualsiasi cosa che trasmette emozione, riusciamo a percepire  il vero significato della parte storica artistica, vivendolo con il nostro sentimento, quindi con l’anima. Questa integrazione dell’aspetto spirituale con quello artistico è necessaria per poter cogliere in modo completo quelle strutture che sono state costruite per celebrare i sacramenti della Chiesa.

Secondo lei nella scuola statale è abbastanza approfondito il discorso religioso che c’è dietro a certi beni archeologici oppure si deve lavorare ancora molto in tal senso? C’è una lettura superficiale delle testimonianze archeologiche presenti a Roma?

Sicuramente la scuola si adopera molto per far conoscere i beni archeologici, storici e religiosi presenti a Roma.  Io credo però che questo slancio debba partire dalla famiglia. Le scuole fanno molto per avvicinare i ragazzi a queste realtà, per esempio  approvano dei progetti, ma se non c’è quella spinta, quella forza che viene dalla famiglia, molto spesso non si riesce a far capire l’essenza di un bene archeologico o artistico.

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