Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Nicola Rosetti

Secondo il pensiero comune la scienza e la fede si oppongono a vicenda. All’apparenza uno scienziato non potrebbe essere credente. Abbiamo sentito su questo argomento il parere di Francesco Agnoli autore del libro “Scienziati, dunque credenti” edito da Cantagalli

Francesco, nel tuo libro parti da un dato: la scienza è nata nell’Europa cristiana e in modo particolare in Italia. Ci puoi spiegare come mai proprio il nostro continente è stato il grembo fecondo per lo sviluppo della scienza?

Sarò breve: perché nascesse la scienza occorreva che la credenza in un Dio creatore sostituisse il politeismo pagano, che porta sempre alla magia e all’astrologia. Occorreva che vi fosse una chiara distinzione tra l’uomo e la natura, e che l’uomo, come è chiaro dal Genesi, fosse riconosciuto e si riconoscesse come “re del creato”. Inoltre bisognava che fosse affermata la bontà del creato tutto, compresa la materia (bontà molto chiara nella visione biblica, ma per esempio assente nelle visioni gnostiche ed orientali). Ancora: occorreva che il Dio adorato fosse un Dio Ragione, Logos, creatore quindi di un mondo intelleggibile, ordinato, e non di una realtà assurda, incomprensibile, impenetrabile

Quali sono stati gli scienziati cristiani più importanti e in quali ambiti della scienza si sono maggiormente distinti?

Direi che sino all’Ottocento, tutti gli scienziati, non uno escluso, sono cristiani. Anche i famosi ateologi alla Dawkins ammettono che era un cattolico sincero anche Galilei. Cristiani erano Keplero e Newton (protestanti), Galvani, Volta e Pasteur (cattolici)….Cattolici, per arrivare all’oggi, sono, per stare al nostro paese, l’ultimo premio Nobel italiano per la fisica, Carlo Rubbia, e l’unica medaglia Fields italiana per la matematica, Enrico Bombieri… Quanto agli ecclesiastici: Niccolò Stenone, padre della geologia e della cristallografia, si fece sacerdote e vescovo; Benedetto Castelli, forse il più intimo amico di Galilei, padre dell’idraulica, era un monaco benedettino; Lazzaro Spallanzani, il padre della biologia, era un sacerdote; Gerolamo Saccheri, padre delle geometrie non euclidee, era un gesuita; padre Francesco Lana de Terzi, padre dell’aeronautica, era un gesuita; Gregor Mendel, padre della genetica, era un monaco; padre Secchi, uno dei padri dell’astrofisica, era anch’egli gesuita… padre Andrea Bina, inventore del primo sismografo moderno, era un monaco, mentre Giuseppe Mercalli, cui dobbiamo la famosa “scala Mercalli” era un sacerdote diocesano… Persino nel campo delle invenzioni più moderne gli ecclesiastici sono super rappresentati: l’abate Chappe è l’inventore del primo telegrafo; il monaco Cassinelli, del primo fax (detto pantelegrafo); il padre scolopio Eugenio Barsanti dell’Addolorata del motore a scoppio…. Potrei davvero continuare a lungo…

Secondo l’opinione comune la teoria eliocentrica e quella del Big Bang sono state o sono in contrasto con la fede cattolica, ma le cose non stanno così, vero? Sono sciocchezze, senza fondamento. Copernico era un laureato in diritto canonico, ed un ecclesiastico. Il suo capolavoro, De revolutionibus orbium coelestium, era dedicato al papa Paolo III (del resto i più celebri osservatori astronomici italiani sono nati da uomini di Chiesa, o con il contributo della Chiesa, a partire da quello più antico, quello di Bologna, nello stato pontificio); quanto al big bang, fu teorizzato dal sacerdote gesuita belga, Georges Eduard Lemaitre… a lungo osteggiato proprio perché la teoria del big bang sembrava ad alcuni troppo biblica (nel mio libro dedico ampio spazio a questo tema)

Come è nato l’equivoco sul rapporto fede-scienza?

E’ nato molto avanti, a partire da alcuni illuministi materialisti settecenteschi; è poi stato rinverdito dal positivismo (Lombroso, teorie del cosiddetto “razzismo scientifico”, antropometria…) e soprattutto dalle ideologie del Novecento: sia Mussolini (soprattutto in gioventù), che Hitler, che Lenin e Stalin, erano fermamente convinti di rappresentare la modernità, contro la Chiesa oscurantista e nemica della scienza. Del resto sia il marxismo che il nazismo si consideravano dottrine “scientifiche” (mentre erano solo riduzionismi, in quanto il primo riduceva tutto a materia; il secondo tutto al sangue ed al suolo, quindi, ancora, alla materia…). L’unico scienziato ucciso dalle nostre parti, fu Lavoisier, dai laicissimi giacobini; il paese in cui invece la persecuzione agli scienziati fu sistematica, fu la Russia: tutti coloro che si rifacevano a Mendel in biologia e a Lemaitre, in astronomia, venivano osteggiati, privati delle cattedere, e talora uccisi…

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Benedetto XVI sta visitando in questi giorni il Libano con la speranza che la sua presenza possa essere un contributo per la pace in medio oriente e un conforto per i tanti cristiani che in queste terre vivono in situazioni di estrema difficoltà, se non addirittura di vera e propria persecuzione. Abbiamo parlato di questa condizione dei cristiani con Rodolfo Casadei che ha conosciuto da vicino queste realtà

Rodolfo Casadei, nato a Forlì nel 1958, laureato in filosofia nell’Università di Bologna nel 1982, coniugato con 2 figli, è giornalista professionista dal 1991. Ha lavorato come redattore nel mensile Mondo e Missione fra il 1985 e il 1998, occupandosi dei temi del sottosviluppo e dell’Africa, dove ha compiuto numerosi viaggi. Dal 1998 è inviato speciale del settimanale Tempi, per il quale ha svolto reportage nei maggiori paesi europei, in Medio ed Estremo oriente e in America latina. Suoi articoli e servizi su temi dell’attualità internazionale sono apparsi su Avvenire, L’Osservatore Romano, Sette del Corriere della Sera, Il Giornale, L’Eco di Bergamo, Jesus, Il Sabato, Trenta Giorni, Tracce, sul mensile Usa Inside the Vatican. Attualmente collabora coi quotidiani Il Foglio e Il Giornale del Popolo (CH). Ha narrato molte vicende di persecuzione e di speranza in “Tribolati ma non schiacciati” (Lindau)

Quanti paesi ha visitato per svolgere il suo lavoro?

Tanti. Quando lavoravo con padre Piero Gheddo a Mondo e Missione ero l’incaricato per l’Africa, al settimanale Tempi sono l’Inviato Speciale internazionale. Sei-sette missioni all’anno le faccio normalmente. Non è tantissimo, ma la qualità è più importante della quantità. Poi ci sono gli inviati più bravi, che tengono insieme l’una e l’altra cosa.

Lei è sposato e ha dei figli. Cosa la spinge a compiere i suoi viaggi nonostante i molti rischi connessi con la sua attività di giornalista di frontiera?

Sono sempre prudente, quando mi muovo ho buoni appoggi sul posto. Ci sono mestieri molto più pericolosi del mio: muratore, operaio, contadino, agente di pubblica sicurezza, ecc. I miei familiari sanno che sono prudente e sono d’accordo con me che la vita non vale per sé, ma per lo scopo che ha, per la missione che è data a ciascuno: dal disabile paralizzato in un letto al pilota di aereo che fa il giro del mondo tutte le settimane. Sono giornalista, sono cristiano. Quello che faccio è la logica conseguenza della mia identità.

In quale paese le condizioni di vita dei cristiani sono maggiormente difficili?

Fra quelli che ho visitato, l’Iraq.

Quale è l’animo dei cristiani e con quali sentimenti affrontano tutte le difficoltà che incontrano?

Alcuni di loro sono persone comuni, che reagiscono in base all’istinto di sopravvivenza: mi chiedono se posso aiutarli ad abbandonare il paese, se posso fare loro avere un visto per l’Europa. Altri invece approfondiscono la fede proprio sotto la pressione della persecuzione. La persecuzione diventa una chiamata alla santità, alla quale rispondono positivamente.

Fra le tante storie di sofferenza che ha raccontato, quale le è rimasta più impressa nel cuore?

Mi hanno colpito tutte. Ma se devo ricordarne una, mi viene in mente Surur, una ragazza cristiana di Baghdad. L’hanno violentata e uccisa dentro casa, a pochi metri dai suoi genitori. Si rifiutava di cedere alle minacce di chi voleva imporle di portare il velo a scuola. Aveva smesso di andare a lezione per restare coerente con la sua coscienza e per non creare pericoli a chi frequentava la scuola. Era una ragazzina di 16 anni. Spero di incontrarla nell’eternità.

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ROMA – A partire da giovedì 11 ottobre l’Istituto Superiore di Scienze Religiose che fa capo alla Pontificia Università “Regina Apostolorum” di Roma darà inizio ad un corso dal titolo “Pregare con le icone”. Abbiamo chiesto a Padre Marcelo Antonio Bravo Pereira LC, preside dell’Istituto di illustrarci i contenuti più importanti che il corso offrirà agli studenti.

Padre Marcelo Antonio è nato il 15 maggio 1970 a Santiago del Cile, il 24 dicembre 2003 è stato ordinato sacerdote e dal 2011 è Preside dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose

Il corso si aprirà con delle lezioni dedicate alla “teologia della bellezza”. Ci può spiegare il senso di questa espressione?

La teologia della bellezza, cioè fare una riflessione su Dio come Bellezza parte per noi cristiani dal mistero dell’Incarnazione. Una definizione di bellezza ci è stata tramandata da San Tommaso d’Aquino. La bellezza è infatti “quod visum placet”, ciò che essendo visto piace. La bellezza consiste in una certa armonia delle parti in un insieme. Per esempio, l’armonia che c’è nella contemplazione di una scogliera bagnata dalle onde con in fondo il cielo diafano illuminato dal sole. Come vede tutto fa riferimento alla sensibilità. In quale senso si può dire che Dio è bello se non è sensibile? Ecco qua che con l’Incarnazione del Verbo in Gesù di Nazareth l’eterno si fa sensibile. “Cerco il tuo volto Signore”; questo desiderio del popolo d’Israele si fa realtà nel volto umano del Figlio di Dio. Lui è il più bello tra i figli degli uomini. Nel suo aspetto fisico, nel suo volto, si scorge una bellezza più grande, la bellezza spirituale, la bellezza di un amore incondizionato che lo porta alla donazione totale di sé nella croce. L’icona s’inserisce in questa contemplazione del volto di Cristo. Chi si accosta a un icona cerca il vero volto di Gesù. L’iconografo è un credente prima di essere un artista. È un ricercatore della bellezza di Dio fatto uomo.

Può spiegare ai nostri lettori quali sono le più importanti differenze fra la pittura sacra occidentale e le icone?

Bisogna partire da una premessa, leicone non appartengono alla sola tradizione orientale. In occidente, soprattutto a Roma possiamo ammirare icone già dal VIII secolo. Basti pensare all’icona acheropita della Scala Santa presso il Laterano. Quando la Chiesa era unita e respirava con i suoi due polmoni – a dire di Giovanni Paolo II – c’è stato un interscambio artistico e religioso molto fecondo. Inoltre grandi artisti – e grandi credenti – occidentali si ispirarono a forme della tradizione iconografica occidentale e orientale. Duccio di Buoninsegna e Giotto seguono canoni e forme proprie delle icone. Insomma, l’icona è patrimonio di tutta la cristianità.

Detto questo si potrebbero trovare alcune differenze. L’icona tende a spiritualizzare le figure. Lecolloca in uno spazio aureo di grande solennità. Nell’icona il Verbo incarnato con la sua divinità viene a noi e ci interpella. La pittura sacra occidentale per contro tende a umanizzare la divinità, a farla concreta. I volti, l’espressività del corpo e lo spazio indicano che veramente il Verbo è della nostra natura. L’icona, inoltre, è un’immagine che ci contempla anziché noi contempliamo l’icona. Si parla qui di “prospettiva rovesciata”. Nella prospettiva normale della pittura occidentale il punto di fuga è nel quadro e da lì si apre a noi. Nell’icona accade il contrario: la divinità con la sua apertura viene incontro al punto singolare, cioè allo spettatore, all’uomo che si apre alla fede.

Finalmente, la pittura religiosa occidentale porta il segno caratteristico del pittore. È una creazione. L’iconografo non è creativo, non immagina e disegna secondo la propria ispirazione. Lui cerca, non l’immagine soggettiva del Cristo o della Madonna. Lui cerca il vero volto di Cristo. Ecco perché le icone tentano di riprodurre sempre e con fedeltà i modelli antichi, perché più vicini al vero volto del Signore.

Quali nozioni sono indispensabili per avvicinarsi al mondo delle icone?

Innanzitutto la fede. L’icona ha una finalità mistagogica, cioè, di avvio verso il mistero trascendente di Dio. Chi si accosta all’icona deve credere fermamente nel Dio fatto uomo. Deve avere una sensibilità contemplativa e di ascolto, perché davanti ad un icona non si deve andare a imporre i propri pregiudizi religiosi o artistici, ma a contemplare, a vedere, a toccare l’orlo del mantello del Signore.

Nel corso “pregare con le icone” si forniscono conoscenze teoriche sulla tecnica delle icone, la preparazione della tavolozza, sulla storia delle icone, ma il nucleo centrale e il traguardo principale è insegnare a pregare con questi oggetti sacri che la tradizione cristiana ha conservato e custodito gelosamente.

In che modo le icone sono legate alla preghiera e alla liturgia?

Le icone sono strettamente legatealla liturgia. Basta entrare in una chiesa bizantina per ammirare l’iconostasi, cioè la parete che separa la navata dal “bema” o presbiterio. Secondo il celebre aforisma di san Leone Magno, “ciò che era visibile nel nostro Redentore è passato ai suoi misteri”, è nel mistero sacramentale e liturgico dove il Verbo incarnato si fa vicino a noi con la sua potenza redentrice e dove l’uomo si unisce a Cristo, sommo Sacerdote, e ai cori angelici per rendere la lode e la gloria al Padre, nello Spirito Santo. L’incontro con l’icona è un atto liturgico perché riproduce nella concretezza dell’esistenza umana la lode e la gloria che la creatura deve al suo Creatore.

Quali sono e dove si trovano le più importanti icone presenti in Italia?

L’Italia ha un patrimonio iconografico di valore incalcolabile. Del VI s. è l’icona della Vergine con il Bambino (una“odighitria”, cioè che indica Gesù come via) custodito alla Chiesa di santa Maria nuova, a Roma. A Santa Maria in Trastevere c’è un capolavoro iconografico, la Madre di Dio in trono o Madonna della Clemenza (“glycophilousa”), senza dimenticare icone di valore storico-religioso come la “Odighitria” davanti alla quale sant’Ignazio di Loyola e la sua compagnia fecero voto alla Madonna. In Italia si potrebbero citare la basilica di san Marco a Venezia, Ravenna, e un po’ ovunque.

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