Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Archivi del mese: ottobre 2019

«Credo in una scuola laica, ritengo che le scuole debbano essere laiche e permettere a tutte le culture di esprimersi non esporre un simbolo in particolare». Con queste parole il Ministro Lorenzo Fioramonti ha sollevato un vespaio di polemiche sull’annosa questione che riguarda la presenza dei simboli religiosi – e in particolare il crocefisso – negli spazi pubblici.

Molti hanno osservato, anche sui social, che i veri problemi della scuola sono altri: strutture fatiscenti e pericolose, dispersione scolastica, mancanza di tecnologie avanzate o anche del materiale di base di cui ogni scuola dovrebbe essere fornita. Tutti problemi reali che chi vive nel mondo della scuola conosce.

Tuttavia la querelle sul crocefisso, per il suo alto valore simbolico, non va elusa e pertanto, volendo riflettere nel merito, ci domandiamo: la Croce mette a repentaglio la laicità della scuola?
Sembra che coloro che la invocano per rimuovere il crocefisso dalle aule ignorino il fatto che se oggi possono parlare di laicità è proprio grazie a colui che da quella croce pende. È stato infatti Gesù il primo nella storia a distinguere la sfera religiosa dalla sfera politica quando affermò: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). Fino alla sua venuta, nel mondo dominava una commistione fra religione e politica che tendeva a sacralizzare figure come quelle dell’Imperatore o del Faraone.

In che modo poi il Ministro concepisce la convivenza fra culture diverse?
Una risposta a tale domanda tocca inevitabilmente il tema dell’integrazione. Le mutate condizioni storiche e sociali mostrano un Paese diverso da quello del passato nel quale la quasi totalità della popolazione si riconosceva nella religione cattolica. I cattolici continuano a essere la maggioranza relativa: secondo rilevamenti statistici del 2017, il 74,4% degli italiani, pari a circa 45 milioni di persone, dichiara di appartenere alla religione cattolica. Solo il 3% degli italiani si professa di altra religione. Alla luce di questi dati è difficilmente sostenibile pensare che la proficua convivenza fra culture diverse possa passare attraverso la cancellazione di quel simbolo nel quale la stragrande maggioranza degli italiani ancora si riconosce.

A ben vedere tutto in Italia parla della presenza del cristianesimo: dal giorno di riposo settimanale, alle feste del Natale e della Pasqua, dalle opere d’arte nelle chiese al vasto repertorio di musica sacra, dalle opere sociali a quelle di carattere medico e sanitario. La nostra cultura è inscindibilmente legata al cattolicesimo e il crocefisso rappresenta una sintesi di tutto ciò. Di questo era ben cosciente il filosofo laico Benedetto Croce che nel 1942 scrisse il saggio Perché non possiamo non dirci “cristiani”.

Persino L’Unità, il quotidiano del Partito Comunista Italiano, difese la presenza del crocefisso a scuola in un articolo del 22 marzo 1988, firmato da Natalia Ginzburg. La scrittrice di origine ebraica, militante e deputata del PCI scrisse: «II crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo forse smettere di dire cosi?».

Se non si abbraccia una visione ideologica anche gli atei, gli agnostici o coloro che appartengono ad un altra religione riconoscono il valore storico e culturale del crocefisso e obiettivamente non si può che guardare che con immensa stima un uomo che in mezzo a atroci sofferenze ha saputo trovare parole di perdono e di riconciliazione per i suoi aguzzini.

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