Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

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Mercoledì 10 dicembre, presso l’Istituto Patristico Augustinianum è avvenuta la presentazione del volume “La santità è possibile. Nascono per non morire”, del cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. L’opera raccoglie gli scritti dell’alto prelato che riguardano 124 figure fra Santi, Beati e Servi di Dio.

L’incontro è stato introdotto da padre Edmondo A. Caruana, O. Carm., responsabile editoriale della LIbreria Editrice Vaticana, che ha spiegato al pubblico presente in sala come questo sia il trentaquattresimo libro scritto dal Cardinale, frutto di 10 anni di servizio presso la Congregazione per le Cause dei Santi.

Ha preso poi la parole il Prof. Roberto Morozzo della Rocca, ordinario di Storia contemporanea presso l’università Roma Tre, che ha parlato delle molteplici definizioni che si possono dare della santità: essa infatti può essere definita da un punto di vista biblico, letterario o prettamente spirituale.

È indubbio che la santità si manifesti in modo molto vario: ci sono santi che si sono dedicati alle opere di carità, altri all’educazione e all’istruzione, altri alla vita contemplativa, altri si sono dedicati all’educazione dei figli, ecc. Allo stesso tempo, ogni forma di santità ha la caratteristica di essere una interazione fra la grazia di Dio e l’impegno dell’uomo. Grazie a questo mix, nell’uomo si compie una trasfigurazione e si realizza la divinizzazione, come sottolinea il cristianesimo orientale.

Durante il pontificato di Giovanni Paolo II sono stati proclamati 482 santi e 1183 beati. Cifre da record che mostrano la particolare attenzione del Papa polacco per il tema della santità. Le cerimonie di canonizzazione sono spesso avvenute durante i viaggi apostolici di Papa Wojtyla, perché egli voleva mostrare, anche a “livello geografico”, l’universalità della santità e proporre ai fedeli che visitava dei “santi autoctoni”. Questo modo di operare di Giovanni Paolo II va visto come una scelta pastorale e non, come spesso viene descritta in alcuni ambienti accademici, come una sorta di politica ecclesiastica.

Purtroppo è ancora molto diffusa la mentalità per cui la santità sia riservata solo ad alcune categorie di persone, come ad esempio i religiosi. Al contrario, molti dei santi proclamati negli ultimi decenni sono laici. Ciò è stato possibile grazie al Concilio Vaticano II, che nella Costituzione Dogmatica “Lumen Gentium”, al capitolo V, ha affermato il principio della vocazione universale alla santità. Inoltre non è da trascurare il ruolo dei movimenti ecclesiali che hanno tracciato, e continuano a tracciare, percorsi di santificazione.

È intervenuto poi padre Raffaele Di Muro, Ofm Conv., professore di Spiritualità presso le Pontificie Facoltà Teologiche “San Bonaventura” e “Teresianum”, uno fra i massimi conoscitori della figura di San Massimiliano Kolbe, che ha definito l’opera poderosa, non solo per il numero di pagine, ma soprattutto per la caratura teologica, frutto di anni di esperienza a continuo contatto con i santi.

Secondo il religioso, il libro mostra come i santi abbiano affrontato le situazioni più avverse e, lasciandosi guidare dalla bontà di Dio, ne siano usciti sempre a testa alta. Sul volto dei santi traspare una pienezza di umanità e un senso di profonda gioia, spesso non troppo recepita dall’immaginario comune. La vita dei santi è la più grande apologia che si possa fare del cristianesimo, come ha ricordato anche papa Benedetto XVI, e non potrebbe esistere senza l’intervento di Dio nella vita degli uomini.

In conclusione ha preso la parola l’autore che, nel ricordare come la santità scaturisca dalla vocazione battesimale e sia dunque aperta a tutti, ha ricordato alcuni particolari canonizzazioni avvenute durante il suo servizio: per la prima volta nella bimillenaria storia della Chiesa sono stati proclamati santi due bambini che non hanno subito il martirio. Inoltre, sempre per la prima volta, due coppie di sposi sono saliti agli onori dell’altare. Infine, l’80% dei santi proclamati ha subito il martirio.

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Si avvicinano le vacanze natalizie e come ogni anno non mancano polemiche su quelle scuole nelle quali è impedito l’allestimento dei presepi. Le ultime notizie su questo tema giungono da Bergamo, dove Luciano Mastrorocco, preside dell’Istituto Comprensivo De Amicis, non ha nei fatti permesso la presenza di presepi nei locali dell’istituto.

Da quello che è dato capire, il preside ha agito di propria iniziativa, a suo dire in accordo col corpo docenti, e non a seguito delle lamentele di genitori di alunni stranieri. Ci sembra opportuno evidenziare questo fatto, perché a nostro avviso il problema non riguarda la convivenza fra italiani e stranieri, ma il modo di intendere l’integrazione, la reciprocità e la laicità di alcuni nostri concittadini che occupano posti di rilievo nella società.

In un comunicato del preside, apparso sul sito della scuola, si può leggere: “La nostra comunità, quella scolastica, si avvale dell’apporto di culture, pensieri, idee, atteggiamenti, storie, tradizioni che provengono dalla complessità di un mondo aperto e dialogante”.

Ci si può legittimamente chiedere: come mai in questa comunità scolastica, specchio di un mondo aperto e dialogante, non ci sia spazio per la cultura, i pensieri, le idee, gli atteggiamenti, le storie e legate all’avvenimento cristiano al quale si richiamano non pochi alunni che la frequentano?

Inoltre, il presepe, realizzato per la prima volta dall’italianissimo Francesco di Assisi, è un’espressione tipica dell’arte e della creatività del nostro popolo: perché tutto ciò non può trovare posto accanto alle altre tradizioni e culture dei bambini di altri paesi?

Scrive ancora il preside: “Tutto ciò che attiene alla vita delle persone, alla loro cultura, al loro immaginario, si incontra nella scuola, ambiente che diventa crocevia di esperienze e narrazioni le più diverse e che gli insegnanti sapientemente mettono a confronto perché l’esperienza di uno diventi patrimonio dell’altro“. Ma come riesce a trovare attuazione tutto ciò, se a una parte di alunni viene impedito di presentare quello che è un tratto caratteristico della propria cultura?

Tutti i nodi vengono al pettine quando il preside afferma: “Cerchiamo di pensare per potenzialità, cosa impossibile se cominciamo ad assumere i limiti delle appartenenze religiose”. Nella sua visione dunque, le diverse appartenenza religiose non sono tasselli che vanno a costruire un puzzle variopinto e plurale, ma limiti che di fatto vanno ignorati e annullati. Ma allora tutto quel discorso sull’apertura e sul dialogo non si va a fare benedire?

Infine, secondo il preside “non possiamo assumere l’impegno di celebrare ricorrenze religiose, perché questo va oltre il nostro compito”. Ma allora dovremmo abolire anche le vacanze natalizie e su questo punto non diciamo nulla, magari sarebbe interessante chiedere cosa ne pensano gli alunni, cristiani e non! Battute a parte, pensiamo che oscurare i simboli e le espressioni culturali di un popolo non sia mai un segno di civiltà, perché la convivenza civile si costruisce attraverso la reciprocità.

Concludiamo dicendo che, contrariamente alle intenzioni inclusive del preside, la scelta di non allestire il presepe non favorisce l’integrazione, perché agli alunni stranieri è tolta la possibilità di conoscere gli usi e i costumi dei loro compagni italiani.

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Oggi 4 dicembre, giorno in cui la chiesa festeggia San Giovanni Damasceno, si costituisce l’omonima “Compagnia di San Giovanni Damasceno“, un punto di ritrovo virtuale su facebook per tutti coloro che sono interessati a diffondere la fede attraverso l’arte.

Il gruppo raccoglia già 150 persone. Ci sono sacerdoti che realizzano dipinti e sculture, catechisti che annunciano il vangelo attraverso le opere d’arte, insegnanti di religione che durante le loro lezioni usano le riproduzioni di quadri, autori che scrivono libri di arte sacra, guide che accompagnano fedeli e turisti nei musei diocesani, parroci che organizzano visite in alcune chiese che hanno non solo un’interesse religioso, ma anche storico e artistico.

Spesso, tutte queste persone, non per propria volontà, si trovano sole nel portare avanti le loro lodevoli attività. Davanti a questa varietà di esperienze ci si è domandato: “Perché non fare qualcosa per aggregare quanti sono accomunati dallo stesso interesse per la fede e per l’arte?”.

Ed ecco che è nata, in modo spontaneo e dal basso, questa nuova realtà. Quando si è trattato di scegliere il nome, la mente si è subito indirizzata verso San Giovanni Damasceno, il teologo dell’immagine che, primo fra tutti, ha elaborato un pensiero sistematico sul ruolo dell’arte all’interno della religione cristiana.

Ma che cosa faranno concretamente coloro che entreranno in questo gruppo facebook? In maniera molto semplice, condivideranno su questa piazza virtuale articoli, schede bibliografiche, link, foto, video sui temi che sono di comune interesse, in maniera tale che tutti si possano arricchire dell’esperienza altrui.

Fanno già parte della Compagnia nomi importanti come Rodolfo Papa, docente di Storia delle teorie estetiche presso la Pontificia Università Urbaniana, artista, storico dell’arte e Accademico Ordinario Pontificio e Don Gianluca Busi, iconografo e membro della commissione per l’arte sacra della Diocesi di Bologna che hanno già condiviso nel gruppo i loro significativi contributi.

Se anche tu sei interessato all’arte sacra, che aspetti!? Basta cliccare sul gruppo “Compagnia di San Giovanni Damasceno” e iscriversi al gruppo!

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San Giovanni Damasceno, l’ultimo padre della Chiesa vissuto in oriente a cavallo fra il VII e l’VIII secolo ha elaborato una particolare teologia dell’immagine che costituirà l’impalcatura per le definizioni dogmatiche sulla liceità delle immagini durante il VII concilio ecumenico tenutosi a Nicea nel 787. Questa visione teologica finirà per essere una peculiarità del cristianesimo.

Il Damasceno è nato nella Siria occupata dall’islam, una religione aniconica, e ha sviluppato le sue riflessioni durante la lotta iconoclasta voluta dall’Imperatore di Costantinopoli Leone III Isaurico. Dunque, da un punto di vista storico, è sorprendente come egli sia riuscito a maturare una visione dell’immagine in un clima culturale così ostile.

Innanzitutto per il Damasceno l’immagine è qualcosa di voluto da Dio sin dalla Creazione, poiché egli stesso “è stato il primo che ha fatto un’immagine ed ha mostrato delle immagini. Infatti egli ha creato l’uomo secondo la sua immagine”.

Ma se Dio si fosse limitato a ciò e fosse rimasto nelle altezze dei cieli, per noi sarebbe stato impossibile rappresentarlo. San Giovanni Damasceno infatti si chiede: “Come sarà raffigurato l’invisibile? Come sarà ritratto ciò che è senza figura? Come sarà delineato ciò che non ha quantità, né grandezza, né limiti?”.

È solo grazie al Mistero dell’Incarnazione che il divino si può rappresentare e ciò che per sua natura è invisibile diventa visibile. Scrive infatti il nostro: “Invece, è chiaro che, quando tu abbia visto che colui che è incorporeo è diventato un uomo a causa tua, allora farai l’immagine della sua forma umana… ed esporrai alla vista colui che ha accettato di essere visto”.

Per San Giovanni Damasceno le immagini di Cristo che noi produciamo ci consentono di continuare l’esperienza che fecero gli apostoli e i discepoli, infatti essi “videro corporalmente il Cristo, le sue sofferenze e i suoi miracoli, ed udirono le sue parole: anche noi desideriamo vedere e udire. Quelli videro faccia a faccia, poiché egli era presente corporalmente. Ma noi, poiché egli non è presente corporalmente, attraverso i libri udiamo le sue parole e attraverso la pittura delle immagini, contempliamo l’effigie della sua figura corporea”.

Il binomio parola-immagine ci permette di entrare in comunione con Cristo che ha scelto proprio la via dell’incarnazione per donarsi all’uomo: “Come attraverso le parole sensibili noi udiamo con orecchie corporee e pensiamo le cose spirituali, così attraverso la visione corporea ci eleviamo alla visione spirituale. Per questo il Cristo assunse corpo ed anima e cioè perché l’uomo ha corpo ed anima”.

Così concepito, il rapporto con Dio non è un vago spiritualismo. Anzi il Damasceno si sente in dovere di rimproverare che si avvicina al Dio cristiano soltanto attraverso l’anima: “Se tu dici che bisogna accostarsi a Dio soltanto con la mente, allora elimina tutte le cose materiali, le lampade, l’incenso profumato, la stessa preghiera espressa attraverso la voce, gli stessi sacramenti divini che sono compiuti con la materia, pane, il vino, l’olio dell’unzione, la figura della croce”.

Se rappresentiamo Cristo, possiamo rappresentare anche tutti quelli che lo hanno seguito. Scrive infatti San Giovanni: “Se gli amici di Cristo sono destinati ad essere eredi di Dio, coeredi di Cristo e partecipi della gloria e del regno di Dio, come essi possono non essere compartecipi della sua gloria sulla terra?”.

Grazie a queste premesse logiche e teologiche, sia in oriente che in occidente, si assisterà a un’incredibile sviluppo delle arti figurative. Ma nelle vicende di San Giovanni Damasceno non è da trascurare il suo rapporto con il potere politico, verso il quale ha sviluppato un atteggiamento simile a quello che fu dei martiri.

Egli, da una parte, voleva rispettare l’autorità civile dell’imperatore, dall’altra, rivendicava la propria libertà nelle cose di Dio e si rivols a Leone III Isaurico con queste parole: “Ora noi siamo sottoposti a te negli affari della vita materiale, nei tributi, nelle imposte, nei commerci, per i quali a te è stato affidato il potere su di noi. Ma nell’ordinamento ecclesiastico noi abbiamo i pastori che ci hanno annunziato la parola e hanno posto il loro sigillo alla legge ecclesiastica”.

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ROMA – Giovedì 27 novembre, presso la libreria Feltrinelli sita in via Appia Nuova è stato presentato dallo stesso autore “I tre giorni di Pompei”, ultima fatica di Alberto Angela, che è possibile acquistare in tutte le librerie a partire da mercoledì scorso.

In una sala gremita, il noto conduttore ha esordito dicendo che questo è il libro che avrebbe sempre voluto scrivere e che è il frutto di più di 20 anni di studi e ricerche condotti sul posto. Il volume non è una monografia di singoli aspetti di Pompei, ma, per quanto possibile, cerca di comporre un collage di tutta la città.

Uno degli intenti dell’opera è quello di sfatare molti i luoghi comuni sulla fine di Pompei, che sono stati in parte alimentati da alcuni colossal. Tanto per iniziare, gli abitanti di Pompei, e delle altre città che vennero distrutte insieme ad essa, non vedevano il Vesuvio come noi oggi lo vediamo e che, nella sua conformazione, è proprio il frutto di ciò che accadde nel 79 d.C.

A proposito della data, secondo l’autore, i tragici fatti di Pompei non avvennero il 24 agosto, ma due mesi più tardi, poiché durante gli scavi archeologici sono stati rinvenuti cibi che venivano consumati in autunno come castagne, noci edatteri. Inoltre i corpi delle persone ritrovate erano avvolti da vestiti pesanti. La data del 24 agosto è probabilmente frutto di un errore di trascrizione dei più antichi documenti legati a questa vicenda.

Secondo Alberto Angela anche il mito della fiorente città è da rivedere. Infatti Pompei era già stata violentemente colpita da un terremoto nel 62 d.C., i ricchi si erano trasferiti e avevano lasciato le proprie case ai liberti. Da un punto di vista economico, il vino prodotto a Pompei aveva perso in importanza a favore di quello prodotto nelle Gallie (anche allora c’era la rivalità fra vini francesi e italiani!).

Nell’immaginario comune si pensa che la città sia stata distrutta dalla lava, in realtà non fu così. Pompei fu sommersa da lapilli e pezzi di pietra pomice che si riversarono in abbondanza sulla città a seguito di una grande esplosione avvenuta attorno alle tredici del 24 ottobre. Pompei venne investita da una valanga di gas spinta a una velocità di circa 150 km/h, la temperatura raggiunse i 500 gradi e la potenza dell’esplosione fu pari a quella di 50.000 bombe atomiche gettate su Hiroshima.

Si calcola che nei territori interessati circa 20.000 persone persero la vita, di cui 12.000 a Pompei e 4.000 a Ercolano. Pompei, proprio per quella fase di decadenza di cui si accennava prima, non venne mai ricostruita.

Ma il libro non parla solo di morte. Piero Angela si è sforzato di ricostruire quella che era la vita di una città di 2000 anni fa, tragicamente conservata dalla calamità che la distrusse.

La ricchezza delle notizie è accompagnata dallo stile divulgativo che contraddistingue l’attività professionale dell’autore.

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ROMA – Giovedì 20 novembre alle 16.30 presso la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura – Seraphicum avverrà la cerimonia di premiazione del “Premio De Carli”, promosso dall’Associazione Culturale Giuseppe De Carli – Per l’informazione religiosa. Nell’ambito della manifestazione, verrà presentato il volume “Dio è comunicazione per eccellenza. Giuseppe De Carli professionista a servizio della verità” edito dalle Edizioni Santa Croce.

Per conoscere meglio l’associazione, il premio e il libro, abbiamo intervistato la Dott.ssa Elisabetta Lo Iacono, Presidente dell’Associazione e docente di Mass media presso la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura Seraphicum, e il Dott. Giovanni Tridente, Professore Incaricato di “Etica Informativa” ed “Analisi e Pratica dell’informazione” presso la Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce, che hanno curato il volume presentato.

Dott.ssa Lo Iacono, come é nata l’Associazione Culturale Giuseppe De Carli e il premio ad essa collegato?

L’associazione è nata nel gennaio del 2012 con lo scopo di ricordare la grande figura umana e professionale di Giuseppe De Carli, ma anche con la volontà di fare tesoro dei suoi insegnamenti e, in particolare, di tenere viva questa eredità soprattutto a favore dei più giovani verso i quali indirizzava sempre la sua attenzione e fiducia, atteggiamento non così comune nell’ambiente giornalistico.

Valutando le iniziative da promuovere per il perseguimento di questi obiettivi, abbiamo pensato all’opportunità di creare un Premio che mettesse in luce quei lavori, nell’ambito dell’informazione religiosa, realizzati secondo quella professionalità e sensibilità che caratterizzavano l’operato di De Carli. Quest’anno, peraltro, abbiamo ampliato il numero dei premiati, un modo per portare alla ribalta un maggior numero di lavori: i primi tre delle categorie testi scritti, filmati e giovani.

La cerimonia di premiazione, inoltre, rappresenta anche un’occasione di dibattito e riflessione su questo particolare ambito dell’informazione, attraverso il coinvolgimento di personalità del mondo ecclesiastico e del giornalismo, per creare un terreno di confronto utile a un crescente dialogo e collaborazione ai fini di un’adeguata comprensione e trasmissione degli eventi ecclesiali che, come ci ricorda papa Francesco, necessitano di una particolare ermeneutica.

Può presentare ai nostri lettori il volume “Dio è comunicazione per eccellenza”?

L’intenso dibattito sviluppato nel corso della cerimonia dell’anno scorso, attorno allo stato dell’informazione religiosa, ci ha fatto pensare a una pubblicazione che ne raccogliesse gli atti, rappresentando di fatto una dettagliata testimonianza su questo primo evento: da coloro che hanno portato il proprio saluto ricordando De Carli agli ospiti della tavola rotonda, dai vincitori alle immagini che raccontano i momenti salienti ed emozionanti della giornata.

Ovviamente non manca una parte introduttiva sull’Associazione, i suoi obiettivi, la biografia di De Carli per conoscerne a fondo la figura, così come la bibliografia.

Degna di interesse anche l’appendice che riporta le relazioni della giornata di studio, organizzata lo scorso giugno con la Pontificia Università della Santa Croce, sul tema “I viaggi dei Papi: tra diplomazia e comunicazione”, con le relazioni di mons. Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario di papa Ratzinger, e di Marco Tosatti, Vaticanista di La Stampa-Vatican Insider.

Una pubblicazione che, senza troppe pretese, punta a documentare il primo passo importante di questa Associazione, su un percorso che abbiamo intrapreso in ricordo e come omaggio a Giuseppe De Carli, ma anche a servizio dell’informazione religiosa, un ambito nel quale, da cattolici e operatori dei media, crediamo fortemente.

Dott. Tridente, perché avete dato al volume questo titolo?

“Dio è comunicazione per eccellenza” era una delle consapevolezze a cui era giunto Giuseppe De Carli nel corso della sua carriera. Tra l’altro, oltre alla preparazione in Filosofia, aveva deciso di conseguire un baccellierato proprio in Teologia. Giuseppe era convinto che per essere un buon informatore di ciò che attiene alla sfera religiosa occorreva innanzitutto formarsi, acquisire la preparazione adeguata per fornire un servizio utile, chiaro e soprattutto veritiero.

Dire che “Dio è comunicazione per eccellenza” significa anche tracciare l’orizzonte verso cui un comunicatore cattolico deve tendere: essere in un certo senso all’altezza di questa professione e svolgere un compito di “eccellenza”, per assomigliare quanto più possibile a Dio, in quanto trasmettitore di verità.

Se Dio è comunicazione per eccellenza, chi è il giornalista?

Il giornalista ha un compito arduo ed è quello di servire la verità. Molte volte questa verità non è facilmente raggiungibile, risulta annebbiata, difficile da far emergere per tante ragioni. A questa verità appartengono anche le questioni di fede. In questo, però, l’informatore religioso non farà della facile partigianeria, ma si sforzerà di utilizzare tutti i mezzi a disposizione per portare ad altri la ricchezza che caratterizza queste acquisizioni.

Tra i mezzi utili, come dicevamo, c’è innanzitutto la formazione, che richiede la consapevolezza umile dei propri limiti e tanta voglia di mettersi in gioco ogni giorno. Soltanto in questo modo, ciò che apparentemente è solo una professione si converte in un servizio disinteressato a favore dei propri lettori, ascoltatori e spettatori.

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Nell’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica” che uscirà sabato 15 novembre, il gesuita Mario Imperatori dedica un’ampia riflessione sul rapporto esistente fra il Papa, Vescovo di Roma, e la chiesa universale, alla luce delle diverse sensibilità ecclesiologiche della chiesa cattolica e di quella ortodossa. Mentre per la chiesa cattolica si può parlare di un modello improntato alla «centralizzazione romana», per quella ortodossa si può parlare di una «tentazione nazionalista». Questi due approcci hanno luci ed ombre che sono messi in evidenza dall’autore.

Per Imperatori “con «centralizzazione romana» intendiamo qui il modo con il quale il primato petrino è stato concretamente esercitato in Occidente a partire dalla fine della lotta delle investiture, culminate nel Dictatus Papae di Gregorio VII”.

Il religioso spiega che la «centralizzazione romana» ha permesso alla chiesa cattolica “la liberazione dall’abbraccio soffocante del potere politico in nome della libertas Ecclesiae. Il che, sotto il regime di cristianità, ha evitato alla Chiesa occidentale di soccombere al cesaropapismo, mentre durante la modernità essa ha potuto evitare di venir infeudata prima allo Stato moderno, e poi al nazionalismo.

Però dall’altra parte, prosegue l’autore, la «centralizzazione romana» ha avuto un ruolo frenante “rispetto ai tentativi di riforma cattolica durante i secoli XV-XVI, e quello scatenante rispetto all’allontanamento del mondo tedesco dalla Chiesa, culminato nel dramma della riforma luterana”, inoltre “esso ha anche contribuito non poco a oscurare il ruolo istituzionale dei vescovi, indubbiamente centrale nel corso del primo millennio e di fondamentale importanza dal punto di vista teologico”.

A porre rimedio a questi limiti è intervenuto il Concilio Vaticano II che “ha svolto una cruciale funzione teologica riequilibratrice. E lo ha fatto cercando di integrare il primato definito dal Vaticano I all’interno di una più ampia teologia del ministero episcopale, che lo stesso Vaticano I non aveva potuto sviluppare, e tutta centrata sull’affermazione del carattere sacramentale dell’ordinazione episcopale e sull’esistenza del Collegio dei vescovi”.

Padre Imperatori passa poi a considerare l’approccio ortodosso spiegando che “con «tentazione nazionalista» intendiamo qui una diffusa modalità di esercizio del ministero episcopale presente negli ultimi due secoli del secondo millennio in non poche Chiese ortodosse. Possiamo definirla come un adattamento, nel particolare contesto dello sviluppo dell’idea dello Stato nazionale moderno, del tradizionale cesaropapismo orientale, tale per cui una Chiesa particolare tende a restringere il proprio orizzonte cattolico identificandolo sempre più con quello di una cultura e di una nazione particolari”.

Questa «tentazione nazionalista» è stata però bilanciata da una “gestione” collegiale della chiesa grazie al Santo Sinodo che riunisce i vescovi locali della chiesa ortodossa e “questo ha contribuito non poco a mantenere viva, al di là di tutti i pur reali condizionamenti politici, la consapevolezza di una communio Ecclesiarum tendenzialmente universale, attutendo in questo modo le fin troppo reali derive nazionaliste nel corso della modernità”.

Alla luce di tutto ciò, l’autore si domanda se ci sia “un legame tra Roma e l’universalità teologica, cioè specificamente ecclesiale, che il suo vescovo è incaricato di rappresentare e di custodire” e individua questo elemento nelle “figure teologiche di Pietro e di Paolo: il primo, in quanto «apostolo dei circoncisi» (Gal 2,8); il secondo, in quanto gli fu «affidato il Vangelo per i non circoncisi» (Gal 2,7)” .

Secondo padre Imperatori, la peculiarità della chiesa romana sta nella sua universalità realizzata dalla comunione di ebrei e gentili “ed è ugualmente significativo il fatto che né Pietro né Paolo abbiano fondato questa comunità: ciò conferma che la loro importanza non è affatto legata alla fondazione storica della comunità romana, ma a quella teologica, rappresentata dalla missione che unisce indissolubilmente questi apostoli tra loro”.

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CITTÀ DEL VATICANO – Papa Francesco lunedì 27 ottobre è intervenuto durante la sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze e, parlando dell’origine dell’universo, ha fra l’altro affermato: “Il Big-Bang, che oggi si pone all’origine del mondo, non contraddice l’intervento creatore divino ma lo esige”.

Le parole del Pontefice sono state accolte con meraviglia da più parti. Nell’opinione pubblica infatti esiste un divario fra la sfera religiosa e quella scientifica. Nei più soggiace la convinzione che il pensiero religioso sia inconciliabile con quello scientifico e non poche persone affermano di credere alla scienza, ritenendo di mettere la parola “fine” sulle credenze religiose. Ma le cose stanno davvero così?

In realtà, se si indaga un po’ più a fondo, si scoprirà che la teoria del Big Bang è stata formulata nel 1927 dal sacerdote belga Georges Edouard Lemaître che parlò di “ipotesi dell’atomo primigenio”. Solo una ventina d’anni dopo, lo scienziato Fred Hoyle diede a questa teoria scientifica il nome di Big Bang, col quale oggi è nota.

Ma quello del Big Bang non è l’unico caso di teoria scientifica nata grazie al contributo di un religioso. Se si va a sfogliare un libro di storia della scienza, si potrà vedere come il pensiero cristiano abbia notevolmente influito sulla nascita e sullo sviluppo di questa disciplina.

Infatti parliamo di scienza, in senso moderno, a partire da Galileo Galilei. Lo scienziato pisano, come afferma nei suoi scritti, voleva scoprire nella natura le impronte del Creatore. Nella visione cristiana Dio ha creato l’universo con ordine e ha impresso nella natura delle leggi ben precise. Pensiamo, solo a titolo d’esempio, al sole che sorge sempre a est e tramonta sempre a ovest.

Con il suo background di credente, Galilei si è accostato alla natura per capirne i meccanismi e scorgere in essi qualcosa che rimandasse al Creatore. Possiamo quindi dire che la scienza moderna è nata dall’atto di fede in Dio Creatore di Galileo Galilei, come ha sostenuto lo scienziato Antonino Zichichi nel suo volume, ormai di qualche anno fa, “Perché io credo in colui che ha creato il mondo”.

Galileo Galilei, che pur fu condannato dalla Chiesa per complesse vicende sulle quali ora non possiamo soffermarci, è passato alla storia per aver ripreso e sostenuto la teoria eliocentrica formulata da Niccolò Copernico. Non tutti sanno però che il Copernico era un canonico polacco e che egli espose la sua teoria in un libro, il De revolutionibus orbium coelestium, dedicato al Papa Paolo III. Si può dunque asserire contro il luogo comune, in maniera semplice, ma non per questo non veritiera, che la teoria copernicana non è nata né fuori, né contro la Chiesa.

Forse il campo dell’astronomia è quello nel quale maggiormente si sono dilettati gli uomini di religione – e in particolare i Gesuiti – se è vero che circa una quarantina di crateri lunari portano il nome di altrettanti figli di Sant’Ignazio ai quali piaceva stare col naso all’insù. Ad un Papa poi, Gregorio XIII, si deve il calendario che, proprio da lui, prende il nome di “gregoriano” e che è di gran lunga il più utilizzato nel mondo. Egli chiamò un equipe di esperti in Vaticano affinché perfezionasse il calendario giuliano.

E se dal cielo scendiamo sulla terra, possiamo ricordare che fu il monaco agostiniano Gregor Mendel a formulare le prime leggi della genetica dopo aver osservato gli incroci fra alcune piantine nell’orto del monastero di San Tommaso a Brno (attualmente nella Repubblica Ceca). Possiamo anche menzionare il sacerdote milanese don Giuseppe Mercalli che diede il nome alla nota Scala che serve a misurare l’intensità dei terremoti…

E la carrellata sui nomi di illustri credenti che si interessarono di scienza potrebbe andare ancora avanti, dimostrando che forse aveva proprio ragione Papa Leone XIII quando, nel motu proprio “Ut mysticam” del 14 marzo 1891, scrisse: “Per gettare disprezzo e odio sulla mistica Sposa di Cristo, che è vera luce, i figli delle tenebre sono soliti di calunniarla di fronte agli ignoranti e chiamarla amica dell’oscurantismo, fomentatrice d’ignoranza, nemica della scienza e del progresso, rovesciando la verità dei fatti”.

Per saperne di più si legga il bel volume “Scienziati, dunque credenti” di Francesco Agnoli.

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Venerdì 24 ottobre alle ore 21.15 nel teatro della parrocchia San Filippo Neri, il vescovo diocesano Mons. Carlo Bresciani ha tracciato il profilo umano, spirituale e culturale del neo-beato Paolo VI.

Mons. Bresciani ha risposto alle domande di Luigi Mattioli, responsabile diocesano del Rinnovamento nello Spirito, seguendo un percorso di tipo storico e soffermandosi in modo particolare sulla formazione, sul servizio prestato presso la Segreteria di Stato, sull’esperienza di pastore nella diocesi ambrosiana e, infine, sul pontificato di Montini.

Mons. Bresciani ha arricchito la sua presentazione con alcune letture tratte dal volume “Paolo VI. Una biografia” edito dall’Istituto Paolo VI e con molti aneddoti che hanno contribuito a far conoscere in modo ancora più approfondito la statura di Paolo VI.

Mons. Bresciani ha esordito raccontando ciò che gli ha detto Papa Francesco durante un incontro avvenuto nello scorso maggio. Il Santo Padre gli ha confidato di non sapere se presiedere la cerimonia di beatificazione con la casula bianca oppure con quella rossa, usata per onorare i martiri.

Sì perché nella vita di Montini non sono mancate grandi sofferenze sia prima sia, soprattuto, durante il Pontificato. Infatti Paolo VI si è trovato a guidare la Chiesa in un momento molto delicato della storia: sul versante intraecclesiale portò a termine il Concilio e dovette gestire tutte le sfide del post-concilio, mentre, su quello extraecclesiale, si trovò nel bel mezzo della rivoluzione del ’68 e negli ultimi anni della sua vita assistette alla morte del suo amico Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse.

Ma soprattuto egli versò il sangue per Cristo. Infatti, durante il viaggio a Manila, il 28 novembre 1970, Benjamin Mendoza, un pittore boliviano, tentò di uccidere il Papa ferendolo in modo molto grave al costato con un pugnale. Nonostante la ferita riportata fosse importante, il Papa proseguì il suo viaggio apostolico senza stravolgere affatto il programma e questo perché – ha ricordato Mons. Bresciani – era caratteristico del suo tratto umano non far pesare sugli altri le proprie sofferenze.

La maglietta insanguinata che il Pontefice indossava quel giorno è stata esposta sull’altare in Piazza San Pietro, durante la cerimonia di beatificazione, segno di quel martirio di cui il Papa ha parlato a Mons. Bresciani.

Mons. Bresciani ha poi evidenziato come Papa Montini abbia segnato il percorso che la Chiesa avrebbe compiuto negli anni successivi. Paolo VI, infatti, è stato il primo Papa che è tornato nella Terra di Gesù, il primo Papa che ha viaggiato in tutti e cinque i continenti, il primo Papa che ha parlato davanti all’assemblea dell’ONU. Sulle sue orme si sono mossi poi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Secondo Mons. Bresciani, anche Papa Francesco sta seguendo il solco di Paolo VI. Il Papa venuto dalla fine del mondo, non solo si richiama costantemente al magistero montiniano, ma vive in uno stile di povertà che fu caratteristico anche di Paolo VI il quale, ad esempio, fu l’ultimo Papa ad indossare la tiara: egli infatti, dopo essere stato incoronato, vendette la preziosa corona e destinò il ricavato in favore dei poveri. Con lo stesso spirito e al fine di mostrare il principale carattere di servizio del ministero petrino, abolì la corte pontificia che faceva sembrare il Papa più un principe mondano che il Vicario di Gesù Cristo.

Questa sobrietà – ha proseguito Mons. Bresciani – ha contraddistinto la figura di Montini già quando era arcivescovo di Milano. Non aveva un portafoglio e non portava con sé del denaro. Un giorno si trovò con altri prelati a fare una colletta. Non avendo neppure una moneta da donare, con molta discrezione e senza farsi notare da quelli che gli stavano intorno, depose nella raccolta il proprio anello episcopale.

In conclusione Mons. Bresciani ha ricordato come il più grande dramma vissuto da Paolo VI fu quello di non essere capito da quel mondo col quale, in ogni modo, si sforzò di dialogare.

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ROMA – Si è svolto giovedì 23 ottobre alle 17.30 presso l’Aula Benedetto XVI della Pontificia Università della Santa Croce l’incontro di presentazione del volume “Il bene che fanno gli affari” di Robert G. Kennedy, professore di etica commerciale e Dottrina Sociale Cattolica e preside del “Center for Cathlolic Studies” della University of St. Thomas (St. Paul, Minnesota, USA). Il volume è uscito a gennaio per i tipi di Fede &Cultura.

Ha aperto i lavori Juan Andrés Mercado, professore di etica applicata e vice direttore accademico del “Markets, Culture and Ethics Research Center” della Pontificia Università della Santa Croce.

Dopo l’introduzione svolta dall’autore, ha preso la parola Salvatore Rebecchini, che oltre ad aver curato la prefazione del libro, è componente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust). L’insigne relatore ha definito il volume di taglio apologetico, perché aiuta a chiarire il ruolo della ricchezza all’interno della visione cristiana. Creare ricchezza – significa – portare un ordine maggiore nella creazione, utilizzando l’intelligenza umana dell’ingegno per svelare i segreti della natura e per escogitare nuovi modi per soddisfare i bisogni umani (cfr. p. 81).

Rebecchini ha definito l’opera di Kennedy molto utile anche per l’attività che svolge. L’Antitrust, infatti, da una parte pone delle regole perché il business funzioni, dall’altra tende a rimuovere quegli ostacoli che impediscono lo sviluppo e la crescita.

È stata poi la volta di Giovanni Scanagatta, segretario generale nazionale dell’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti che ha sottolineato come sia necessario parlare di pensiero sociale della Chiesa non a partire dalla Rerum Novarum di Leone XIII, ma dal vangelo stesso, passando per i padri della chiesa. Questi hanno prestato particolare attenzione al tema della distribuzione delle ricchezze, mentre in seguito gli economisti, a partire da Adam Smith col suo saggio “La ricchezza delle nazioni”, si sono concentrati sulla produzione della ricchezza, fino ad arrivare agli eccessi dell’utilitarismo di Jeremy Bentham. Questa “divergenza di interessi”, non ha permesso lo sviluppo di un vero e proprio pensiero economico.

In ambito cattolico una svolta si è avuta con Giovanni Paolo II che attraverso le encicliche sociali Laborem exercens (1981), Sollecitudo rei socialis (1987) e Centesimus annus (1991) ha parlato in termini positivi della libertà di intraprendere e degli imprenditori come attori dello sviluppo, esprimendosi in termini di economia di impresa più che di economia di mercato. Sulla stessa scia si è posto Benedetto XVI nella Caritas in veritate (2009), parlando per una cinquantina di volte di “imprese” e “impenditori”.

Scanagatta ha infine delineato quale sia il compito degli imprenditori cristiani, quello cioè di far conoscere, diffondere e testimoniare la dottrina sociale della chiesa, rendendo l’impresa responsabile nei confronti dei dipendenti e del contesto nel quale opera secondo il modello economico descritto da Robert Edward Freeman, perché un’impresa che si ispira a criteri etici, si fa un buon nome e sul lungo termine viene premiata dal mercato.

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