Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

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L’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica ” offre ampie riflessioni su numerose questioni attuali. La rivista dei gesuiti pubblica un saggio scritto dall’attuale pontefice quando nel 1984 era rettore del Collegio Massimo di San José.

Padre Bergoglio riflette sul pluralismo teologico a partire dalle considerazioni dei teologi von Balthasar e Lehmann che in alcune loro opere hanno riflettuto su “come si possa conservare la necessaria unità di confessione della fede accanto a un pluralismo coltivato con tanta profusione”.

Padre Bergoglio, sulla scia dei citati teologi, cerca una soluzione che si tenga lontana da due tentazioni. “Da una parte, c’è l’errore di voler ridurre tutto a un denominatore comune, cosa che, in fondo, implica che la pluralità venga considerata una realtà negativa”.

“Dall’altra parte – scrive ancora Padre Bergolio – il pluralismo non sembra così inoffensivo e neutrale come alcuni lo considerano a prima vista. Se infatti giungesse a non preoccuparsi dell’unità della fede, questo comporterebbe la ri- nuncia alla verità, l’accontentarsi di prospettive parziali e unilaterali”.

La rivista poi dedica un articolo a firma di Padre Paul A. Soukup al “fenomeno” di Youtube che lo scorso 14 febbraio ha compiuto 10 anni. Il gesuita, attraverso una carrellata di opinioni di studiosi che si occupano di comunicazione, mette in evidenza le peculiarità e i pregi della nota “piattaforma” virtuale.

Secondo J. Miles, ad esempio, “il sistema YouTube combina in sé alcuni elementi chiave che ne hanno garantito la repentina popolarità: è un sito per la condivisione di video; è un sito di social network; è un sito per la pubblicità e per il marketing”.

L’autore analizza poi i tipi di approccio allo studio di YouTube, le modalità con cui le persone lo utilizzano e l’osservazione sociologica attraverso YouTube.

Un’altro articolo di Padre Giancarlo Pani si sofferma sulla figura di Malala, la ragazza di 15 anni che lo scorso dicembre ha vinto il premio Nobel per la pace in virtù del suo impegno a favore dell’istruzione delle donne.

Scrive l’autore: “Il caso di Malala ha commosso il mondo: a 15 anni è stata vittima di un attentato. La sua colpa è quella di aver affermato fin da piccola il diritto della donna a studiare e ad andare a scuola. Attraverso il suo blog faceva propaganda all’istruzione da quando aveva 11 anni, ne rilevava l’importanza per i più poveri e per le bambine, soprattutto denunciava le violenze contro gli insegnanti da parte dei talebani”.

E poi ancora articoli su Oscar Romero, sul nuovo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sull’Anno della Vita Consacrata e sui 20 nuovi Cardinali creati da Papa Francesco nell’ultimo Concistoro… Insomma, un numero da non perdere!

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Il Pontefice passa poi a descrivere la visione cristiana della società e dello stato. Scrive Leone XIII: “Il vivere in una società civile è insito nella natura stessa dell’uomo: e poiché egli non può, nell’isolamento, procurarsi né il vitto né il vestiario necessario alla vita, né raggiungere la perfezione intellettuale e morale, per disposizione provvidenziale nasce atto a congiungersi e a riunirsi con gli altri uomini, tanto nella società domestica quanto nella società civile, la quale sola può fornirgli tutto quanto basta perfettamente alla vita”.

Sulla scia del tradizionale insegnamento aristotelico, il Papa ricorda che l’uomo è un “animale sociale”: egli da solo non riuscirebbe a sentirsi realizzato, né a livello spirituale, né a livello materiale. Egli dunque ha bisogno di istituzioni come la famiglia o lo stato perché la sua naturale vocazione alla relazione possa realizzarsi.

Dopo aver spiegato come l’origine divina della società, il Pontefice spiega che allo stesso modo è di origine divina l’autorità che alcuni esercitano perché la collettività persegua il suo fine: “E poiché non può reggersi alcuna società, senza qualcuno che sia a capo di tutti e che spinga ciascuno, con efficace e coerente impulso, verso un fine comune, ne consegue che alla convivenza civile è necessaria un’autorità che la governi: e questa, non diversamente dalla società, proviene dalla natura e perciò da Dio stesso. Ne consegue che il potere pubblico per se stesso non può provenire che da Dio”.

Per Papa Pecci, l’autorità nella società umana è così importante che addirittura è un riflesso dell’autorità divina. Meglio ancora, attraverso l’autorità umana è possibile scorgere il mistero della sovranità divina: “Così come nelle cose visibili Dio creò le cause seconde perché vi si potessero scorgere in qualche modo la natura e l’azione divina, e perché indicassero il fine ultimo al quale sono dirette tutte le cose, allo stesso modo volle che nella società civile esistesse un potere sovrano, i cui depositari rimandassero in qualche modo l’immagine della potestà divina e della divina provvidenza sul genere umano”.

In questo passaggio Leone XIII sembra instaurare un’analogia fra la “sacramentalità della natura” e la “sacramentalità del potere”: come per San Paolo attraverso le perfezioni della Creazione si può risalire alla perfezione del Creatore, così attraverso il potere degli uomini si può risalire a quello di Dio.

Queste espressioni sono particolarmente difficili da comprendere per noi uomini d’oggi abituati a vivere in un contesto democratico ed effettivamente Leone XIII sembra influenzato dal contesto storico nel quale viveva. Egli però non si lega in modo statico e definitivo ai modelli del passato e relativizza la forma dello stato in vista del bene comune. Egli accetta ogni forma di governo, purché questa miri al bene dei cittadini. Il documento apre di fatto a nuove forme di potere e di gestione dello stato, come quelle ispirate ai principi democratici: “Il diritto d’imperio, poi, non è di per sé legato necessariamente ad alcuna particolare forma di governo: questo potrà a buon diritto assumere l’una o l’altra forma, purché effettivamente idonea all’utilità e al bene pubblico”.

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All’inizio di dicembre abbiamo dato vita alla Compagnia di San Giovanni Damasceno che raccoglie insegnanti di religione, musei diocesani, iconografi, esperti di iconologia e quanti sono interessati a far conoscere la religione attraverso l’affascinante mondo dell’arte. La convinzione dell’importanza di questa piccola, ma speriamo significativa, esperienza si rafforza quando leggiamo notizie come quella riportata da Tempi.

Stando a quanto descritto dalla testata milanese, il tribunale amministrativo di Grenoble (Francia) ha stabilito la rimozione di una statua della Madonna sita presso un parco nella cittadina di Publier, perché violerebbe la laicità dello stato.

La vicenda appare del tutto paradossale poiché “la statua e il terreno su cui poggia sono stati comprati dalla parrocchia”, come assicura un sacerdote del piccolo paesino. Dunque non siamo solo davanti a un caso di furia iconoclasta, ma addirittura di violazione della proprietà privata.

A intentare la causa contro la pericolosissima (per la laicità francese!) statua della Madonna è stata la Federazione del Libero Pensiero, che già dal nome fa capire in che modo, purtroppo, oggi tante persone intendano la libertà!

È preoccupante che un fatto del genere accada non in una remota parte del mondo, ma nella civilissima Francia. Effettivamente, se la statua verrà rimossa, non sarà difficile vedere in questo episodio un parallelismo con quanto accaduto nel 2001 in Afganistan, dove i talebani distrussero le gigantesche e antichissime statue di Buddha.

E un ulteriore parallelismo si può vedere proprio nella vita di San Giovanni Damasceno, che può essere considerato il primo teologo dell’immagine, al quale abbiamo dedicato la nostra Compagnia. Infatti, il nostro scrisse parecchio in favore delle sacre immagini, poiché il loro culto era mal sopportato dall’Imperatore Romano d’Oriente Leone III Isaurico.

Allora, come oggi, il potere civile commetteva una grave ingerenza nella sfera religiosa. Allora, come oggi, è necessario promuovere o, come in questo caso, difendere la bellezza, perché ad essere messa in discussione è la nostra stessa civiltà.

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ROMA – Via del Corso è la strada principale del centro di Roma. Chi la percorre in direzione sud vede stagliarsi sullo sfondo l’Altare della Patria, l’opera che celebra l’unità d’Italia e Vittorio Emanuele II, suo primo re.

La storia di questo monumento, che proprio da Vittorio Emanuele II prende anche il nome di “Vittoriano”, è abbastanza curiosa e va inquadrata nella storia dei rapporti fra lo stato italiano e la chiesa cattolica.

Come è noto, Vittorio Emanuele II portò a compimento l’unità d’Italia, facendo scomparire dal palcoscenico della storia il millenario Stato della Chiesa. Inoltre, durante il suo regno, il parlamento italiano varò una serie di leggi anticlericali. Insomma, in poche parole, fra Stato e Chiesa, durante il Risorgimento, e negli anni successivi, non correva affatto buon sangue.

Quando Vittorio Emanuele II morì nel 1878, si pensò subito di ricordare il Padre della Patria con un imponente monumento. In quel clima di frizione al quale si accennava, lo Stato combatteva la sua battaglia anticlericale anche a livello simbolico e per questo fu bandito un concorso per la costruzione del Vittoriano che doveva essere realizzato come “un complesso da erigere sull’altura settentrionale del Campidoglio, in asse con la via del Corso; una statua equestre in bronzo del re; uno sfondo architettonico di almeno trenta metri di lunghezza e ventinove d’altezza, lasciato libero nella forma ma atto a coprire gli edifici retrostanti e la laterale basilica di Santa Maria in Aracoeli“.

Come si può notare, le imponenti dimensioni dell’opera, oltre a celebrare il Padre della Patria, dovevano oscurare la retrostante basilica di Santa Maria in Aracoeli, la chiesa che, prima dell’edificazione del Vittoriano, dominava la città ed era ben visibile da Via del Corso.

Il nome dell’Aracoeli ha un particolare significato. Deriva infatti da una leggenda che narra come l’imperatore Augusto abbia visto in questo luogo la Madonna che gli diceva: “Questo sarà l’altare (ara) del Figlio di Dio”, volendogli così indicare la fine del paganesimo e la venuta del cristianesimo.

Risulta dunque ancora più chiara l’intenzione dei banditori del concorso: sostituire il cristiano Altare di Dio con il laico Altare della Patria. Il monumento dava anche significativamente le spalle all’edificio sacro, come a dire che la nuova Italia si sarebbe dovuta lasciare alle spalle la sua storia religiosa.

Concludiamo col le significative parole di Primo Levi che, qualche anno prima dell’inaugurazione ufficiale avvenuta il 4 giugno 1911 ad opera di Vittorio Emanuele III, scrisse che “L’Italia era nell’obbligo di elevare la terza Roma vicino alle due prime”: nelle intenzioni della monarchia, attraverso il simbolismo del Vittoriano, la “Roma Sabauda” avrebbe dovuto superare in fasto la “Roma Imperiale” e la “Roma Papale”.

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ROMA – Giovedì 22 gennaio nell’Aula della Conciliazione, presso il Vicariato di Roma, il Professor Rodolfo Papa, Docente di Estetica presso la Pontificia Università Urbaniana, ha tenuto una relazione nell’ambito del ciclo delle letture teologiche sui grandi classici della letteratura. Ora il testo è disponibile nel suo blog.

La serata era dedicata a Manzoni e il professor Papa si è soffermato sul primo e sul trentatreesimo capitolo de I Promessi Sposi. Non è poi così usuale che un esperto di iconologia si presti all’interpretazione di testi di letteratura e dunque l’analisi che egli ha condotto è risultata del tutto originale.

Rodolfo Papa, che da anni concentra i suoi studi sull’iconologia, cioè la scienza che si sforza di leggere le opere d’arte alla luce della simbologia, dei testi e dei contesti storici, ha letto i suddetti brani come se fossero dei dipinti.

In effetti Manzoni nel primo capitolo esordisce col descrivere il luogo dove ha inizio la storia, una narrazione così precisa e particolareggiata che quasi sembra di vedere “quel ramo del lago di Como”. Secondo il docente, il “quadro di parole” dipinto da Manzoni va letto alla luce della concezione dell’arte del Cardinale Federico Borromeo il quale vedeva nella produzione artistica un mezzo per dilettare, insegnare e scuotere l’anima.

Ma sicuramente la parte più apprezzata del contributo del professor Papa è stata quella riguardante il trentatreesimo capito nel quale si parla di Renzo che si addentra in una vigna di proprietà di un amico. Manzoni si dilunga nella descrizione di numerose piante, una descrizione che a una superficiale lettura potrebbe anche risultare ridondante e noiosa.

Ma ecco che l’intervento del professor Papa ha donato luce e ha restituito profondità di significato ad una pagina che altrimenti poteva risultare piacevole solo ad un esperto di botanica! Il docente si è addentrato nella spiegazione simbolica delle singole piante citate dal Manzoni, rimandando a testi patristici, medioevali o comunque di spiritualità che hanno permesso di capire il senso quasi mistico di questa pagina.

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Leone XIII pubblicò il primo novembre 1885 l’enciclica Immortale Dei nella quale il Pontefice trattava della costituzione cristiana degli stati. Come è noto, la rivoluzione francese aveva segnato la fine dell’anciene regime, fondato sull’alleanza fra trono e altare, e l’inizio di un nuovo modo di concepire i rapporti fra politica e religione, che avrebbe portato alla progressiva separazione fra Stato e Chiesa.

Il documento pontificio cerca allora di descrivere il compito dei cristiani in questo mutato clima socio-politico, restando da una parte ancorato agli aspetti positivi dell’antica civiltà cristiana e dall’altra aperto a ridefinire nuove modalità di presenza dei cristiani nel mondo.

Si tratta di un documento profetico e attuale ed è per questo che vorremmo rileggerne alcuni passaggi. Il documento inizia con queste parole: “Quell’immortale opera di Dio misericordioso che è la Chiesa, sebbene in sé e per sua natura si proponga come scopo la salvezza delle anime e il raggiungimento della felicità celeste, pure anche nel campo delle cose terrene reca tali e tanti benefìci, quali più numerosi e maggiori non potrebbe se fosse stata istituita al precipuo e prioritario scopo di tutelare e assicurare la prosperità di questa vita terrena”.

Leone XIII descrive in poche parole e in maniera magistrale la storia della Chiesa, una comunità che, nella visione del Pontefice, ha uno scopo primario ed essenziale e cioè quello di fare avvicinare il maggior numero di persone al Dio che salva.

Ma qual è la conseguenza di ciò? La fede nel Dio che salva si mette in atto attraverso la carità viva ed operante ed ecco che abbiamo quella moltitudine di santi che si sono dedicati alle più svariate attività umane: ci sono cristiani che si sono dedicati alla cura dei malati, facendo progredire la medicina. Altri che, nel desiderio di conoscere le le leggi impresse dal Creatore nella natura, si sono dedicati alle scienze. Altri che si sono impegnati nella condivisione del sapere favorendo la nascita di scuole e università. Altri ancora che si sono presi cura degli orfani e dei poveri e hanno dato vita alle prime istituzioni di carattere sociale.

In tutti questi casi, la fede e la carità hanno finito per plasmare una civiltà, una cultura e hanno arrecato dei benefici dei quali tutt’ora oggi beneficiamo e questo perché l’adesione alla fede cristiana comporta un processo che parte nell’intimo dell’animo e finisce per coinvolgere ciò che è esterno. Dunque, questa “presa di posizione per Cristo”, lungi dall’essere un’esperienza intimistica e quasi un affare privato, diventa visibile e tangibile. Si tratta come di un “eccesso di grazia” per cui ciò che é spirituale finisce per avere un inevitabile riverbero di bene anche in ciò che è materiale.

Eppure questo “effluvio di bene”, ai tempi di Leone XIII come ai nostri giorni, è sistematicamente ignorato. Scrive infatti il Papa Pecci: “Eppure resiste quella tradizionale e oltraggiosa accusa secondo cui la Chiesa sarebbe in contrasto con gl’interessi dello Stato e del tutto incapace di dare un contributo a quelle esigenze di benessere e di decoro, cui a buon diritto e naturalmente tende ogni società ben ordinata”.

In tutta la modernità si assiste a questa sorta di pregiudizio nei confronti dell’avvenimento cristiano ritenuto d’ostacolo al progresso della società. Ma come è possibile pensare ciò di quella religione che promuove fra le sue norme principi naturali, solo per dirne alcuni, come il rispetto della vita e della proprietà privata?inoltre la “legge della Chiesa”, non solo si limita, come fa la “legge dello Stato” ad imporre dei precetti dall’esterno, ma va a lavorare sulla coscienza, sulla parte più interna dell’animo umano, per cui il credente, per sentirsi realizzato, non solo rispetta le regole, ma si fa promotore di iniziative che, animate dal fuoco della carità, migliorano l’intera società.

Tali pregiudizi, nota il Pontefice, accompagnano tutta la storia del cristianesimo sin dai suoi albori. Scrive infatti Leone XIII: “Sappiamo che fin dai primi tempi della Chiesa i cristiani erano perseguitati in nome di analogo, iniquo pregiudizio, e che si soleva anche additarli all’odio e al sospetto come nemici dell’impero: allora il popolo amava far ricadere sul nome cristiano la colpa di qualunque sventura si fosse abbattuta sullo Stato”.

Questo pregiudizio, per quanto illogico e immotivato, si è fatto strada, divenendo addirittura un “sistema”. Continua infatti il Papa: “Anzi, in questi ultimi tempi cominciò a prevalere e a farsi dominante ovunque quello che chiamano nuovo diritto, che proclamano essere come il frutto di un secolo ormai adulto, maturato attraverso il progredire della libertà”.

Il progredire della libertà, sganciata dalla responsabilità e dalla verità, ha fatto sorgere un nuova nuova forma di diritti, non direttamente collegati con la natura dell’uomo, ma piuttosto con un suo desiderio di emancipazione. Come non cogliere nelle parole di Leone XIII una profondissima analogia con i tempi odierni? Non è forse tutta la nostra epoca dominata dal senso dell’uomo adulto, cioè distaccato e indipendente da tutto ciò che gli sta attorno?

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ROMA – Si è svolta lunedì 26 gennaio alle ore 16.30 presso l’Aula Magna dell’Istituto Patristico Augustinianum di Roma la presentazione de La Sacra Bibbia – Testo bilingue. Latino-Italiano, pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana a cura di monsignor Fortunato Frezza, canonico vaticano e dottore in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma, già sottosegretario del Sinodo dei Vescovi. Numerosi gli alti prelati presenti in sala: fra gli altrii cardinali Baldisseri, Farina, O’Brien e Saraiva Martins; gli arcivescovi De Andrea, Farhat e Marra, il vescovo Fabene.

L’incontro si è aperto con i saluti di don Giuseppe Costa, Direttore della Lev, che ha introdotto il primo relatore, il Card. Giuseppe Betori, ricordando le sue competenze bibliche, in particolare per ciò che riguarda il libro degli Atti degli Apostoli.

La parola è poi passata proprio a Sua Eminenza che ha spiegato come questo volume presenti la bibbia in forma bilingue, italiana e latina. La prima è la traduzione voluta dalla Cei nel 2008, dopo 12 anni di attenti studi, l’altra è una riedizione della Nova Vulgata pubblicata nel 2005.

La traduzione della bibbia è stata un evento fondante per la lingua slava, per quella tedesca e per quella inglese. Diverso è il caso italiano. Se è vero che ci furono traduzioni in italiano sia prima che dopo il Concilio di Trento, è altrettanto vero che un largo uso della bibbia in italiano si è affermato solo dopo il Vaticano II.

Secondo il prelato, l’attuale traduzione della bibbia è un po’ più letteralista delle precedenti traduzioni e meglio si adatta al contesto liturgico.

Per quanto riguarda la Nova Vulgata, essa si rifà inevitabilmente alla traduzione di Girolamo, il quale, come egli scrive in una lettera indirizzata al senatore Pammachio attorno al 395, non ha tradotto “parola per parola”, ma “idea per idea” richiamandosi così a Cicerone. Non si tratta di svincolarsi dal significato, ma di renderlo in forme fruibili per un pubblico con categorie culturali diverse da quelle originali.

Cesare Mirabelli, Presidente Emerito della Corte Costituzionale, ha apprezzato l’alto valore scientifico e culturale dell’opera, evidenziandone anche il carattere ecumenico. Infatti il volume è edito in collaborazione con la American Bible Socety.

È intervenuto infine il Prof. Romano Penna, Docente Emerito di Esegesi del Nuovo Testamento presso la Pontificia Università Lateranense, che si è soffermato sull’alto valore culturale dell’opera di traduzione. Ogni traduzione è il primo luogo dell’interpretazione e la scelta di un vocabolo è già un giudizio di valore sul testo originale.

L’opera della traduzione comporta un’ermeneutica del linguaggio come già sostenuto da Gadamer. Il traduttore si mette davanti al testo con le sue precomprensioni e, nonostante queste, si sforza di “Dire quasi la stessa cosa”, per usare un’espressione divenuta titolo di un volume di Umberto Eco.

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I contenuti dell’Insegnamento della Religione Cattolica sono facilmente raccordabili con quelli di tutte le altre materie. Nella mia esperienza di insegnamento ho trovato molto utile creare un collegamento con la Storia dell’Arte.

Quando ho iniziato ad insegnare nelle scuole elementari, dovendo parlare a bambini molto piccoli, ero alla ricerca di un metodo che mi aiutasse a comunicare concetti non sempre così semplici. Quando raccontavo gli episodi della bibbia, vedevo che c’era sempre una certa difficoltà nella concentrazione e nel ricordare le storie che avevo spiegato.

Decisi così di farmi aiutare da un supporto visivo. La scuola dove insegnavo era provvista di Lavagne Interattive Multimediali e così fu facile poter raccontare le storie della bibbia attraverso delle immagini artistiche che precedentemente avevo selezionato.

Durante la fase di preparazione delle lezioni, ho dato vita a una sorta di caccia all’immagine più adatta da proporre ai miei alunni. Si trattava di scegliere, fra le tantissime opere d’arte a disposizione, quelle più aderenti al testo biblico. È stato un lavoro arricchente, non solo per i miei alunni, ma anche per me, perché mi ha portato a conoscere uno straordinario patrimonio artistico che troppo a lungo avevo ignorato.

Insegnando a Roma, nella scelta delle immagini, ho cercato di selezionare quelle che gli alunni avrebbero prima o poi potuto ammirare di persona. Anzi, mi venne in mente di proporre immagini che poi avremmo potuto vedere durante una gita scolastica.

Ad esempio dovendo parlare in terza elementare della Creazione, della liberazione degli ebrei dalla schiavitù d’Egitto, ho adoperato i dipinti della Cappella Sistina. Dopo un lungo lavoro durato tutto l’anno, ho portato insieme agli altri colleghi gli alunni in visita ai Musei Vaticani. I bambini non avevano una guida, ma grazie a quello che avevano visto e studiato in classe sono riusciti ad essere le guide di loro stessi!

Non si tratta ovviamente di fare storia dell’arte, per questo gli alunni hanno un insegnante specifico. Si tratta invece di insegnare religione cattolica attraverso un canale visivo. L’immagine, più che la parola, rimane scolpita nella mente degli allievi. Inoltre l’immagine permette di parlare e visualizzare concetti altrimenti inaccessibili a bambini che hanno al massimo 10 anni: sarebbe assai complicato parlare dell’eternità di Dio, invece grazie alla figura con la barba lunga e fluente realizzata da Michelangelo si può almeno provare ad introdurre il discorso.

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Dopo le splendide performance che lo hanno visto interpretare alcuni testi della Divina Commedia e della Costituzione, Roberto Benigni si è cimentato nella lettura dei dieci comandamenti, così come la bibbia li descrive nel libro dell’Esodo.

Lo spettacolo è iniziato con un riferimento del comico toscano alle recenti vicende giudiziarie legate a mafia capitale: “Sono felice di essere a Roma, di vedervi tutti a piede libero: con l’aria che tira, siete gli unici in tutta la città, abbiamo fatto fatica a trovare tutte le persone incensurate”. Si è creato così un collegamento fra lo spettacolo e l’attualità, facendo intendere che i dieci comandamenti sono estremamente attuali e parlano all’uomo di ieri come a quello di oggi.

Benigni ha intrattenuto per due ore il pubblico e bisogna riconoscere che non è affatto semplice tenere incollati milioni di telespettatori quando si parla di certi argomenti. Sicuramente l’attore ci era già riuscito, come ricordavamo, con la Divina Commedia e con la Costituzione, dunque questa volta si è mosso su un terreno apparentemente più semplice.

Ma perché le persone sono affascinate da queste ri-letture di Benigni? Che si tratti di brani elaborati da Dante, dai padri costituenti o dall’autore sacro, l’attore dà anima alle parole, le torna a leggere con lo stesso spirito col quale vennero scritte, ridonando loro vita e freschezza. In ogni caso questi testi hanno impresso sulla carta emozioni, passioni, sentimenti che sono comuni agli uomini di tutti i tempi ed è per questo che possono essere considerati, nonostante la noia con la quale spesso li avviciniamo, degli “evergreen”.

La lettura e la spiegazione dei primi tre comandamenti è stata preceduta dal racconto del contesto nel quale i dieci comandamenti vennero dati. Benigni, seguendo la narrazione biblica, ha spiegato come i dieci comandamenti siano stati consegnanti a Mosè durante la fuga degli ebrei dall’Egitto, quando il popolo eletto stava facendo un’esperienza di liberazione. Essi si vanno dunque a inserire in un orizzonte di salvezza: non sono comandamenti, come spesso li avvertiamo, che vogliono opprimere l’uomo, ma che al contrario lo vogliono liberare.

Benigni si è poi avvicinato al testo con un metodo “esegetico” spiegando parola per parola i primi tre comandamenti, cioè quelli che riguardano i nostri doveri verso Dio.

L’attore si è soffermato su determinate parole sulle quali generalmente non si riflette, come quel “Dio tuo” inserito in quello che è stato definito “biglietto da visita di Dio”. Benigni ha paragonato l’espressione al modo di chiamarsi di chi è innamorato: “Amore mio”. Con la sua spiegazione, l’attore ha vivacemente descritto quello che dovrebbe essere il rapporto fra Dio e il credente: un’appassionata e coinvolgente esperienza d’amore, fatta anche di gelosia, perché sì, il Dio della rivelazione biblica è un Dio geloso.

Magistrale la lettura del secondo comandamento. Benigni ha illustrato come il comandamento non riguardi solo la bestemmia, sicuramente volgare e deprecabile, ma tutto ciò che intende piegare il nome di Dio alle bassezze umane come l’odio e la prevaricazione. L’attore ha citato le crociate e l’inquisizione, ma non ha mancato di citare l’Isis che “usa il nome di Dio per terrorizzare gli uomini, ma questo è un delirio di dio, è un inno alla morte”. Un’affermazione coraggiosa nel contesto culturale occidentale, sempre pronto a recriminare, giustamente, le proprie colpe del passato e allo stesso tempo così poco attento alla drammaticità del presente.

Infine per quanto riguarda il terzo comandamento, Benigni ha evidenziato la rivoluzione di Dio: in un momento della storia dove c’erano padroni, schiavi, principi e sudditi, il Dio della Bibbia azzera le differenze e chiama ogni singolo uomo, addirittura anche gli animali, al riposarsi godendo di Dio.

 

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Il 12 dicembre su ilfattoquotidiano.it è uscito un articolo dal titolo “Salerno, ora di religione ‘contesa': guerra tra la scuola e la famiglia di uno studente“. Il pezzo tratta della battaglia legale fra una scuola e la famiglia di un alunno che, non avvalendosi dell’insegnamento della religione cattolica, non si è vista garantire lo svolgimento dell’attività alternativa, come previsto dalla legge. Nell’articolo sembra però che a finire sotto il mirino sia proprio l’insegnamento della Religione cattolica e pertanto riteniamo utile qualche chiarimento.

L’articolo inizia con queste parole: “Si potrebbe definire una guerra di religione quella in corso a Salerno tra la famiglia di uno studente e l’istituto comprensivo Calcedonia della città. Al centro dello scontro, che finirà in tribunale, l’ora di insegnamento della religione cattolica”.

In realtà al centro dello scontro, non c’è l’insegnamento della religione cattolica, ma la mancata attivazione dell’attività alternativa, come affermato dal legale della famiglia secondo il quale “non sarebbe stata assicurata l’attività alternativa prevista dalla Legge per chi non si avvale dell’ora di religione”.

Da parte sua, la preside dell’istituto, secondo la ricostruzione de ilfattoquotidiano.it , ha dichiarato: “…posso assicurare che quel bambino non hai mai fatto l’ora di insegnamento di religione cattolica. Ho agli atti le dichiarazioni dei docenti, compresa quella della maestra di religione che conferma di non aver mai visto il bambino in classe. A questo punto l’avvocato può dire quel che vuole ma io posso dimostrare il contrario”.

E ancora: “In questo istituto quando all’atto di iscrizione i genitori esercitano il diritto di non fare religione organizziamo l’attività alternativa con la famiglia. Quel bambino non è l’unico; abbiamo ragazzini musulmani e di altre religioni: ci comportiamo con tutti allo stesso modo”.

Da quanto riportato, non è del tutto chiaro come la vicenda si sia effettivamente svolta: se davvero è stata organizzata l’attività alternativa, perché la famiglia dell’alunno in questione si è rivolta a un legale? E perché chiedere all’insegnante di religione se il bambino sia mai stato in classe durante l’insegnamento della religione cattolica? Non sarebbe bastato rivolgersi all’insegnante che ha svolto l’attività alternativa?

Ad ogni modo, una cosa risulta chiara e cioè che è del tutto fuorviante parlare di “ora di religione contesa” o di “guerra di religione”, ingenerando l’idea che sia colpa dell’insegnamento della religione cattolica se a un alunno non è stato garantito un diritto, che invece dovrebbe essere garantito dall’istituzione scolastica.

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