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ROMA – Mercoledì 11 marzo, presso la Sala Marconi della Radio Vaticana è stato presentato il volume SELFIE. Dialogo sulla Chiesa con il teologo di tre Papi (ed. Cantagalli), una sorta di dialogo fra la giornalista Monica Mondo e il Card. Georges Cottier, già Teologo della Casa Pontificia.

Dopo il saluto di Padre Federico Lombardi, Direttore della Sala Stampa Vaticana, ha preso la parola proprio il Card. Cottier che ha voluto riassumere il libro attraverso tre concetti chiave.

Per prima cosa si è soffermato sul tema del dialogo sottolineando che tutti ne parlano, ma esso spesso si riduce a somma di monologhi. Invece, cristianamente inteso, il dialogo è annuncio del vangelo considerando la storia personale di chi ci ascolta, perché il cristianesimo non si rivolge alle masse, ma alla persona.

L’alto prelato ha continuato la sua riflessione sul tema della santità, che è stata intesa, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, come la via ordinaria che ogni cristiano deve percorrere e non una corsia preferenziale riservata a personale specializzato.

Infine Sua Eminenza ha parlato del cambiamento e delle riforme, che, pur aprendosi alle novità, permettono alla Chiesa di mantenere un senso profondissimo della vera tradizione che mantiene sempre vivo l’insegnamento di Gesù Cristo.

Ha preso poi la parola Enzo Romeo, caporedattore vaticanista del Tg2, che ha sottolineato come la Mondo abbia in un certo senso vestito i panni della “cattolica smarrita” al fine di provocare le risposte del Card. Cottier, il quale, anche su argomenti particolarmente spinosi, ha saputo dare delle risposte pacate, ben sapendo che “le verità di fede come tali non possono essere imposte dalle leggi umane”. Pertanto, sarà compito del cristiano essere testimone di speranza che riesca a ridestare nell’uomo secolarizzato di oggi la tensione verso l’infinito.

È stata poi la volta di Mons, Marcelo Sanchez Sorondo, Cancelliere della Pontifica Accademia
delle Scienze Sociali che ha ringraziato il Card. Cottier per aver parlato nel libro anche di temi dei quali si sente sempre meno parlare come la grazia e l’anima, argomenti che Cottier ha saputo affrontare anche grazie alla profonda conoscenza di autori contemporanei.

È intervenuto poi Philippe Chenaux, Ordinario di Storia della Chiesa Moderna e Contemporanea presso la Pontificia Università Lateranense, il quale, più di 30 anni fa, ha avuto Padre Cottier come suo professore di filosofia all’Università di Friburgo. Il docente ha individuato 2 momenti fondamentali della storia recente della Chiesa nei quali il Cottier ha dato significativi contributi: il Concilio, al quale ha partecipato in qualità di perito, e poi il Giubileo del 2000, periodo nel quale ha ricoperto il ruolo di Segretario della Commissione Teologica. Insomma, il Card. Cottier è stato un protagonista della “stagione montinana” e di quella “wojtylana” e non a caso due capitoli del libro sono dedicati proprio ai due pontefici. In particolare il padre Cottier ha avuto come maestri il Card. Journet e il filosofo Maritain, due figure fondamentali anche per Paolo VI.

Ignazio Ingrao, vaticanista di Panorama, ha notato come nel libro si respirano i temi del Concilio, si discute su come conciliare la “Chiesa del dialogo” con la “Chiesa dell’apologetica” e, venendo ai nostri giorni, se la Chiesa sia debole sul fronte dell’identità? Cottier allontana ogni dubbio e afferma che non dobbiamo avere paura del confronto col mondo perché alla fine è sempre la grazia che converte e l’apologetica svolge solo il compito di preparare la strada. Colpisce nella visione del Card. Cottier che si contempli in futuro la presenza di donne nel collegio cardinalizio.

Gianni Valente, giornalista di Vatican Insider, ha ricordato come abbia avuto un intenso dialogo col Card. Cottier quando teneva su 30 Giorni la rubrica “Ecclesiam Suam”. Gianni Valente ha soprattutto apprezzato la capacità di fare degli opportuni distinguo, tipico della forma mentis domenicana, come, ad esempio quelli che riguardano la cura e la bellezza della liturgia che è altra cosa rispetto a “l’ideologia del merletto”, così come una cosa è la gioia di vivere in maniera vitale la familiarità con Maria altro è fidarsi di collezionisti di messaggi privati. Una tale capacità di discernimento consente al cristianesimo di non scadere nell’ideologia. Gianni Valente apprezza anche il fatto che la visione del Card. Cottier rifugge il pericolo della tentazione di costruire una chiesa d’elites, che opera attraverso truppe scelte che ritengono come ultimo criterio di verità l’antipatia che il mondo nutre verso di esse.

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Dopo essersi soffermato sulle glorie del passato, Leone XIII traccia le linee guida per i cattolici del suo tempo e afferma che “l’astenersi del tutto dal partecipare alla vita politica sarebbe altrettanto colpevole quanto negare il proprio contributo operoso al bene comune: tanto più in quanto i cattolici, proprio in ragione della dottrina che professano, sono impegnati ad agire con particolare scrupolo e integrità”.

Il Papa è cosciente di non trovarsi più nel favorevole contesto socio-culturale del medio evo, sa che nel suo tempo il fatto cristiano non è scontato, si rende conto che ciò che era acquisito nel medio evo è da conquistare nel suo tempo. Mentre nell’aetas christiana le istituzioni politiche erano naturalmente inclini alla tutela e alla promozione dei valori religiosi, nell’Ottocento, grazie all’affermarsi delle idee democratiche, non c’è accordo attorno all’idea cristiana di società. Pertanto il Papa deve ridefinire il valore e il ruolo della presenza cristiana in questi nuovi quadri di civiltà.

Egli invita a non astenersi dalle nuove forme di vita civile, perché ciò significherebbe privare la società del positivo contributo offerto dalla visione cristiana del mondo. In maniera molto pragmatica il Pontefice sostiene che se i cattolici “si tengono in disparte, prenderanno facilmente il potere uomini, le cui opinioni danno ben poco affidamento di poter giovare allo Stato. E ciò sarebbe dannoso anche per la religione, poiché acquisterebbero moltissimo potere coloro che osteggiano la Chiesa, pochissimo quelli che l’amano”.

Pertanto è evidente “come i cattolici abbiano validi motivi per prendere parte alla vita politica: essi non lo fanno né lo debbono fare per assecondare quanto vi è di riprovevole nei metodi di governo attuali, ma per rivolgere questi stessi metodi, ogni volta che sia possibile, al vero e autentico bene pubblico, con il proposito di infondere in tutte le vene del corpo sociale, come linfa e sangue donatore di vita, la sapienza e la forza benefica della religione cattolica”.

Il pontefice mostra una certa diffidenza verso il metodo democratico. Possiamo comprendere le sue riserve alla luce della storia: le istanze democratiche nate nel corso della Rivoluzione Francese spesso hanno finito per accanirsi, non solo contro le distorsioni della religione, ma contro la religione stessa. Le preoccupazioni di Leone XIII sono legate più alle vicende storiche che al metodo democratico in se stesso. Egli tuttavia esorta i cattolici a entrare nell’agone politico, come abbiamo letto “con il proposito di infondere in tutte le vene del corpo sociale, come linfa e sangue donatore di vita, la sapienza e la forza benefica della religione cattolica”

Il Papa esorta i fedeli ad agire come i primi cristiani che si trovavano in un clima culturale, se si vuole, ancora più ostile. Eppure grazie al loro testimonianza di vita riuscirono in un’impresa che umanamente si direbbe impossibile. Scrive Leone XIII: “Non diversamente accadde nei primi secoli dell’era cristiana. I principi e lo spirito dei popoli pagani erano allora quanto mai lontani dallo spirito e dai principi evangelici; tuttavia era dato vedere i cristiani, in mezzo alla superstizione, incorrotti e sempre coerenti con se stessi, introdursi animosamente ovunque intravedessero un varco”.

Non si deve tuttavia scambiare quest’opera di evangelizzazione come una corsa ad accaparrare dei posti. La presenza dei cristiani del mondo non aveva lo scopo di una battaglia ideologica. Ne è prova il fatto che molti cristiani, davanti all’incompatibilità fra gli onori di questo mondo e la propria fede, hanno rinunciato persi o alla propria vita per seguire Cristo: “Esempio di fedeltà ai principi, obbedienti all’imperio delle leggi fino a che ciò non fosse in contrasto con la legge divina, diffondevano in ogni luogo un mirabile splendore di santità; si impegnavano ad aiutare i fratelli, a convertire tutti gli altri alla sapienza di Cristo, pronti tuttavia a ritirarsi e ad affrontare intrepidamente la morte, qualora non fosse stato loro possibile conservare gli onori, le magistrature e i comandi senza venir meno alla virtù”.

Agendo in tal modo, scrive ancora il Papa, i cristiani “fecero sì che il cristianesimo penetrasse rapidamente non solo nelle famiglie, ma anche nell’esercito, nel Senato e nello stesso palazzo imperiale”.

Con tutti gli opportuni distinguo del caso, possiamo vedere un parallelismo fra quanto descritto da Leone XIII e i nostri tempi. Certo, il passaggio dal paganesimo al cristianesimo avvenne in un contesto comunque di “sacralità”. Gli uomini di oggi invece vivono spesso lontani da riferimenti di carattere religioso”. Le persone che si rifanno a una visione religiosa spesso vivono la propria fede in modo intimistico, mancano referenti cristiani in settori di vitale importanza come quelli dell’istruzione, della comunicazione e della politica, per cui c’è tanto tanto lavoro da fare!

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ROMA – Si è svolta martedì 3 marzo alle ore 18 presso la Basilica di San Bartolomeo all’Isola, la presentazione del volume Dio vive in città – Verso una nuova pastorale urbana, del sacerdote e teologo argentino Carlos María Galli, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. L’incontro, che ha visto l’intervento di numerosi e illustri relatori, è stato introdotto da don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana.

Mons. Galantino, Segretario Generale della Cei, ha sottolineato come il titolo del volume sia un interrogativo su come Dio sia presente in città e su come possa essere percepito e accolto in un contesto urbano. Le moderne metropoli infatti si presentano come materialiste, consumiste, edoniste, indifferenti ed egoiste e in ultima analisi non sono aperte alla trascendenza. Eppure, nonostante tutto, in questo contesto Dio vive. Anche nei piccoli centri si vive in modo urbano, poiché i mezzi di comunicazione hanno permesso di combattere l’isolamento. In tale contesto si deve svolgere la missione della “chiesa in uscita”. Secondo il prelato, spesso si abusa di questa espressione, senza comprenderne a fondo il significato: “chiesa in uscita” non vuol dire uscire con l’elmetto per annettere le “periferie”, ma comprendere la provocazione dell’uomo della strada per ripensare la propria azione pastorale.

Guzmán Carriquiry, segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina, dopo aver elogiato l’opera di padre Antonio Spadaro e del prof. Andrea Riccardi per i loro contributi nella comprensione della teologia latino-americana, ha sottolineato come sia indispensabile andare al background spirituale del pastore Bergoglio per capire il suo attuale magistero e il suo stile. Bisogna infatti conoscere la storia della Chiesa latino-americana dopo il Concilio, ispirata a una teologia che non è stata una semplice riedizione della teologia europea. Al tema del quale il volume si occupa, Bergoglio ha dedicato ben due congressi quando era vescovo di Buenos Aires. Papa Francesco è il primo Papa nella storia moderna a provenire da una megalopoli e conosce dunque a fondo i desideri, i problemi e le angosce dell’uomo urbano.

Padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, ha messo in evidenza come Papa Francesco, seguendo l’insegnamento di Ignazio di Loyola, veda Dio vitalmente mescolato in mezzo a tutti e unito a ciascuno. Di conseguenza, Dio vive già nella nostra città e ci spinge – proprio mentre ci riflettiamo – a uscire incontro a lui per per scoprirlo, per costruire relazioni di prossimità, per accompagnarlo nella sua crescita e per incarnare il fermento della sua Parola in opere concrete. In tale visione, il mondo è il cantiere di Dio e la città non è centro, ma poliedro di periferie.

Suor Mary Melone, rettore della Pontificia Università Antonianum, ha riflettuto sulla forma del “Dio urbano” non certo un Dio giudice o un Dio indifferente, ma un Dio appassionato della vita dell’uomo. Nel volume infatti le parole “vita” e “comunione” sono i termini più ricorrenti. Dio indica la strada per una vita piena, autentica, egli vuole rendere accessibile all’uomo la vita in pienezza che può essere tale solo se è una vita di comunione. In tal senso, la Chiesa è chiamata a realizzare una nuova Pentecoste, nella quale le diversità siano assunte e amalgamate in contrapposizione con l’uniformità autoreferenziale di Babele.

Ha preso poi la parola il prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, il quale ha letto il libro in volo durante il viaggio fra Buenos Aires e San Paolo, fra due megalopoli. Il merito del volume è quello di affrontare il tema della chiesa con la città contemporanea. Questa sfida deve portare la Chiesa a evitare ogni ripiegamento e autoghettizzazione delle identità. Secondo Riccardi, un primo abbozzo di pastorale urbana si sarebbe potuta affermare grazie all’esperienza dei preti operai, ma il contesto storico non ha permesso lo sviluppo di questa realtà.

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Il pontificato di Leone XIII si colloca in un momento di grandi trasformazioni culturali e sociali. Quando egli sale al Soglio di Pietro, non sono neppure passati 100 anni dalla Rivoluzione Francese. Inoltre egli è il primo Pontefice a governare la Chiesa senza essere sovrano dello Stato Pontificio. È dunque normale che alle sue aperture, delle quali abbiamo parlato, si affianchino visioni più tradizionali. Egli ha in mente la grande civiltà cristiana sviluppatasi durante il Medio Evo, una civiltà fiorita anche grazie alla stretta collaborazione fra politica e religione.

Scrive infatti Papa Pecci: “Dalla religione, con la quale si onora Dio, dipendono le condizioni della società; tra l’una e l’altra intercorrono, per molti versi, un’affinità e una parentela. Per questo è necessario che tra le due potestà esista una certa coordinazione, la quale viene giustamente paragonata a quella che collega l’anima e il corpo nell’uomo”.

Questa “aetas christiana” viene così descritta da Leone XIII: “Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato, quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi”.

Vorremmo commentare queste parole di Leone XIII accostandole a quelle di un testo del magistero più recente. Se leggiamo la Lumen Gentium al numero 31 si dice che i laici devono “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” e che “sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo”. Comparando questi due testi, sembra che quello che i sacri pastori hanno auspicato durante il Concilio Vaticano II, sia già accaduto nel Medio Evo, almeno in quello rappresentato da Leone XIII.

Per Papa Pecci questi sono gli effetti dell’impatto che il Vangelo ha avuto col vecchio continente: “Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla superstizione alla verità; che abbia vittoriosamente respinto le invasioni dei Maomettani; che abbia tenuto il primato della civiltà; che abbia sempre saputo offrirsi agli altri popoli come guida e maestra per ogni onorevole impresa; che abbia donato veri e molteplici esempi di libertà ai popoli; che abbia con grande sapienza creato numerose istituzioni a sollievo delle umane miserie; per tutto ciò deve senza dubbio molta gratitudine alla religione, che ebbe auspice in tante imprese e che l’aiutò nel portarle a termine”.

Alla luce di tutto ciò, il Pontefice non poteva che esclamare: “Si deve infatti attribuire il valore di legge eterna a quella grandissima sentenza scritta da Ivo di Chartres al pontefice Pasquale II: “Quando regno e sacerdozio procedono concordi, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la concordia viene meno, non soltanto non crescono le piccole cose, ma anche le grandi volgono miseramente in rovina” .

Ciò che si va dicendo, dunque, che la Chiesa sia ostile alle più recenti costituzioni civili, e che rifiuti tutti indistintamente i ritrovati della scienza contemporanea, non è che una vana e meschina calunnia.

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Nella seconda parte dell’intervista, Rodolfo Papa continua a rispondere alle domande del giornalista Francis Denis che gli ha domandato se nella storia dell’arte ci sia un culmine, un’età di massimo splendore, da ritenere unica e irripetibile.

Il professor Papa passa poi a descrivere la visione estetica di Papa Francesco il quale, riprendendo i temi del decreto conciliare Inter Mirifica sugli strumenti di comunicazione sociale, insiste sull’inscindibile binomio etica-estetica.

In particolare, Papa Francesco, al numero 167 della Evangelii Gaudium esorta i pastori a utilizzare nelle loro omelie le immagini presenti in chiesa.

Secondo Rodolfo Papa, nonostante viviamo immersi in quella che da più parti è stata definita la società delle immagini, la nostra cultura è profondamente “iconofoba”, poiché le immagini sono prevalentemente realizzate per essere consumate. Di qui la responsabilità degli artisti sacri nel produrre immagini che non siano oggetto di consumo ma che sappiano rimandare a qualcosa di altro.

Il pittore si intrattiene inoltre sulla grande responsabilità che la Chiesa ha nella produzione di opere d’arte che riescano ad “educare” l’uomo contemporaneo al Vero, al Bene e al Bello e fa delle considerazioni perché ciò possa concretamente avvenire.

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Dopo aver descritto la visione cristiana sullo stato e sul potere politico, Leone XIII si occupa del ruolo della Chiesa nella umana società e in particolare davanti allo stato. Leone XIII vive nel contesto dell’affermazione degli stati nazionali, sempre più ispirate a principi liberali che tendono ad escludere la religione dal discorso pubblico. Il pontefice vuole allora definire il compito della Chiesa e il suo “status” davanti allo strapotere di questi stati.

Scrive infatti il Papa: “Pertanto tutto ciò che nelle cose umane abbia in qualche modo a che fare col sacro, tutto ciò che riguardi la salvezza delle anime o il culto di Dio, che sia tale per sua natura o che tale appaia per il fine a cui si riferisce, tutto ciò cade sotto l’autorità e il giudizio della Chiesa: tutto il resto, che abbraccia la sfera civile e politica, è giusto che sia sottoposto all’autorità civile, poiché Gesù Cristo ha voluto che ciò che è di Cesare sia dato a Cesare e ciò che è di Dio a Dio”.

Fra la sfera politica e quella religiosa esiste una distinzione formulata per la prima volta nella storia da Gesù Cristo nella celeberrima frase ricordata dal Papa: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Questa massima, oltre ad affermare la diversità dei campi d’azione, sottolinea comunque un certo primato della religione e della coscienza rispetto ai diritti dello Stato, in quanto evidentemente Dio e Cesare non stanno sullo stesso piano.

Prima dell’avvento del cristianesimo tutte le società erano dominate da una forma di sincretismo fra politica e religione per cui il capo politico era allo stesso tempo capo religioso. Basta pensare all’imperatore romano che rivestiva il ruolo di capo dello stato e quello di pontefice massimo della religione pagana.

Le cose cambiano con l’affermarsi del cristianesimo che desacralizza il potere politico e crea una distinzione di ruoli: si affermano così nel medio evo 2 poteri, quello religioso, detenuto dal Papa, e quello politico, esercitato dall’Imperatore. Afferma infatti Leone XIII: “Dunque Dio volle ripartito tra due poteri il governo del genere umano, cioè il potere ecclesiastico e quello civile, l’uno preposto alle cose divine, l’altro alle umane. Entrambi sono sovrani nella propria sfera; entrambi hanno limiti definiti alla propria azione, fissati dalla natura e dal fine immediato di ciascuno; sicché si può delimitare una sorta di orbita, all’interno della quale ciascuno agisce sulla base del proprio diritto”.

Questa modo di distinguere i poteri, tipico della visione cattolica, può essere sintetizzato nel principio “Libera Chiesa E Libero Stato” che è poi confluito nell’articolo 7 della nostra Costituzione che afferma: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Il lettore attento non mancherà di notare che, non solo i concetti espressi dal Pontefice, ma addirittura anche i vocaboli utilizzati nella Immortale Dei sono entrati a far parte della nostra Costituzione. Si guardi ad esempio alla parola “sovrani”.

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L’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica ” offre ampie riflessioni su numerose questioni attuali. La rivista dei gesuiti pubblica un saggio scritto dall’attuale pontefice quando nel 1984 era rettore del Collegio Massimo di San José.

Padre Bergoglio riflette sul pluralismo teologico a partire dalle considerazioni dei teologi von Balthasar e Lehmann che in alcune loro opere hanno riflettuto su “come si possa conservare la necessaria unità di confessione della fede accanto a un pluralismo coltivato con tanta profusione”.

Padre Bergoglio, sulla scia dei citati teologi, cerca una soluzione che si tenga lontana da due tentazioni. “Da una parte, c’è l’errore di voler ridurre tutto a un denominatore comune, cosa che, in fondo, implica che la pluralità venga considerata una realtà negativa”.

“Dall’altra parte – scrive ancora Padre Bergolio – il pluralismo non sembra così inoffensivo e neutrale come alcuni lo considerano a prima vista. Se infatti giungesse a non preoccuparsi dell’unità della fede, questo comporterebbe la ri- nuncia alla verità, l’accontentarsi di prospettive parziali e unilaterali”.

La rivista poi dedica un articolo a firma di Padre Paul A. Soukup al “fenomeno” di Youtube che lo scorso 14 febbraio ha compiuto 10 anni. Il gesuita, attraverso una carrellata di opinioni di studiosi che si occupano di comunicazione, mette in evidenza le peculiarità e i pregi della nota “piattaforma” virtuale.

Secondo J. Miles, ad esempio, “il sistema YouTube combina in sé alcuni elementi chiave che ne hanno garantito la repentina popolarità: è un sito per la condivisione di video; è un sito di social network; è un sito per la pubblicità e per il marketing”.

L’autore analizza poi i tipi di approccio allo studio di YouTube, le modalità con cui le persone lo utilizzano e l’osservazione sociologica attraverso YouTube.

Un’altro articolo di Padre Giancarlo Pani si sofferma sulla figura di Malala, la ragazza di 15 anni che lo scorso dicembre ha vinto il premio Nobel per la pace in virtù del suo impegno a favore dell’istruzione delle donne.

Scrive l’autore: “Il caso di Malala ha commosso il mondo: a 15 anni è stata vittima di un attentato. La sua colpa è quella di aver affermato fin da piccola il diritto della donna a studiare e ad andare a scuola. Attraverso il suo blog faceva propaganda all’istruzione da quando aveva 11 anni, ne rilevava l’importanza per i più poveri e per le bambine, soprattutto denunciava le violenze contro gli insegnanti da parte dei talebani”.

E poi ancora articoli su Oscar Romero, sul nuovo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sull’Anno della Vita Consacrata e sui 20 nuovi Cardinali creati da Papa Francesco nell’ultimo Concistoro… Insomma, un numero da non perdere!

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Il Pontefice passa poi a descrivere la visione cristiana della società e dello stato. Scrive Leone XIII: “Il vivere in una società civile è insito nella natura stessa dell’uomo: e poiché egli non può, nell’isolamento, procurarsi né il vitto né il vestiario necessario alla vita, né raggiungere la perfezione intellettuale e morale, per disposizione provvidenziale nasce atto a congiungersi e a riunirsi con gli altri uomini, tanto nella società domestica quanto nella società civile, la quale sola può fornirgli tutto quanto basta perfettamente alla vita”.

Sulla scia del tradizionale insegnamento aristotelico, il Papa ricorda che l’uomo è un “animale sociale”: egli da solo non riuscirebbe a sentirsi realizzato, né a livello spirituale, né a livello materiale. Egli dunque ha bisogno di istituzioni come la famiglia o lo stato perché la sua naturale vocazione alla relazione possa realizzarsi.

Dopo aver spiegato come l’origine divina della società, il Pontefice spiega che allo stesso modo è di origine divina l’autorità che alcuni esercitano perché la collettività persegua il suo fine: “E poiché non può reggersi alcuna società, senza qualcuno che sia a capo di tutti e che spinga ciascuno, con efficace e coerente impulso, verso un fine comune, ne consegue che alla convivenza civile è necessaria un’autorità che la governi: e questa, non diversamente dalla società, proviene dalla natura e perciò da Dio stesso. Ne consegue che il potere pubblico per se stesso non può provenire che da Dio”.

Per Papa Pecci, l’autorità nella società umana è così importante che addirittura è un riflesso dell’autorità divina. Meglio ancora, attraverso l’autorità umana è possibile scorgere il mistero della sovranità divina: “Così come nelle cose visibili Dio creò le cause seconde perché vi si potessero scorgere in qualche modo la natura e l’azione divina, e perché indicassero il fine ultimo al quale sono dirette tutte le cose, allo stesso modo volle che nella società civile esistesse un potere sovrano, i cui depositari rimandassero in qualche modo l’immagine della potestà divina e della divina provvidenza sul genere umano”.

In questo passaggio Leone XIII sembra instaurare un’analogia fra la “sacramentalità della natura” e la “sacramentalità del potere”: come per San Paolo attraverso le perfezioni della Creazione si può risalire alla perfezione del Creatore, così attraverso il potere degli uomini si può risalire a quello di Dio.

Queste espressioni sono particolarmente difficili da comprendere per noi uomini d’oggi abituati a vivere in un contesto democratico ed effettivamente Leone XIII sembra influenzato dal contesto storico nel quale viveva. Egli però non si lega in modo statico e definitivo ai modelli del passato e relativizza la forma dello stato in vista del bene comune. Egli accetta ogni forma di governo, purché questa miri al bene dei cittadini. Il documento apre di fatto a nuove forme di potere e di gestione dello stato, come quelle ispirate ai principi democratici: “Il diritto d’imperio, poi, non è di per sé legato necessariamente ad alcuna particolare forma di governo: questo potrà a buon diritto assumere l’una o l’altra forma, purché effettivamente idonea all’utilità e al bene pubblico”.

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All’inizio di dicembre abbiamo dato vita alla Compagnia di San Giovanni Damasceno che raccoglie insegnanti di religione, musei diocesani, iconografi, esperti di iconologia e quanti sono interessati a far conoscere la religione attraverso l’affascinante mondo dell’arte. La convinzione dell’importanza di questa piccola, ma speriamo significativa, esperienza si rafforza quando leggiamo notizie come quella riportata da Tempi.

Stando a quanto descritto dalla testata milanese, il tribunale amministrativo di Grenoble (Francia) ha stabilito la rimozione di una statua della Madonna sita presso un parco nella cittadina di Publier, perché violerebbe la laicità dello stato.

La vicenda appare del tutto paradossale poiché “la statua e il terreno su cui poggia sono stati comprati dalla parrocchia”, come assicura un sacerdote del piccolo paesino. Dunque non siamo solo davanti a un caso di furia iconoclasta, ma addirittura di violazione della proprietà privata.

A intentare la causa contro la pericolosissima (per la laicità francese!) statua della Madonna è stata la Federazione del Libero Pensiero, che già dal nome fa capire in che modo, purtroppo, oggi tante persone intendano la libertà!

È preoccupante che un fatto del genere accada non in una remota parte del mondo, ma nella civilissima Francia. Effettivamente, se la statua verrà rimossa, non sarà difficile vedere in questo episodio un parallelismo con quanto accaduto nel 2001 in Afganistan, dove i talebani distrussero le gigantesche e antichissime statue di Buddha.

E un ulteriore parallelismo si può vedere proprio nella vita di San Giovanni Damasceno, che può essere considerato il primo teologo dell’immagine, al quale abbiamo dedicato la nostra Compagnia. Infatti, il nostro scrisse parecchio in favore delle sacre immagini, poiché il loro culto era mal sopportato dall’Imperatore Romano d’Oriente Leone III Isaurico.

Allora, come oggi, il potere civile commetteva una grave ingerenza nella sfera religiosa. Allora, come oggi, è necessario promuovere o, come in questo caso, difendere la bellezza, perché ad essere messa in discussione è la nostra stessa civiltà.

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ROMA – Via del Corso è la strada principale del centro di Roma. Chi la percorre in direzione sud vede stagliarsi sullo sfondo l’Altare della Patria, l’opera che celebra l’unità d’Italia e Vittorio Emanuele II, suo primo re.

La storia di questo monumento, che proprio da Vittorio Emanuele II prende anche il nome di “Vittoriano”, è abbastanza curiosa e va inquadrata nella storia dei rapporti fra lo stato italiano e la chiesa cattolica.

Come è noto, Vittorio Emanuele II portò a compimento l’unità d’Italia, facendo scomparire dal palcoscenico della storia il millenario Stato della Chiesa. Inoltre, durante il suo regno, il parlamento italiano varò una serie di leggi anticlericali. Insomma, in poche parole, fra Stato e Chiesa, durante il Risorgimento, e negli anni successivi, non correva affatto buon sangue.

Quando Vittorio Emanuele II morì nel 1878, si pensò subito di ricordare il Padre della Patria con un imponente monumento. In quel clima di frizione al quale si accennava, lo Stato combatteva la sua battaglia anticlericale anche a livello simbolico e per questo fu bandito un concorso per la costruzione del Vittoriano che doveva essere realizzato come “un complesso da erigere sull’altura settentrionale del Campidoglio, in asse con la via del Corso; una statua equestre in bronzo del re; uno sfondo architettonico di almeno trenta metri di lunghezza e ventinove d’altezza, lasciato libero nella forma ma atto a coprire gli edifici retrostanti e la laterale basilica di Santa Maria in Aracoeli“.

Come si può notare, le imponenti dimensioni dell’opera, oltre a celebrare il Padre della Patria, dovevano oscurare la retrostante basilica di Santa Maria in Aracoeli, la chiesa che, prima dell’edificazione del Vittoriano, dominava la città ed era ben visibile da Via del Corso.

Il nome dell’Aracoeli ha un particolare significato. Deriva infatti da una leggenda che narra come l’imperatore Augusto abbia visto in questo luogo la Madonna che gli diceva: “Questo sarà l’altare (ara) del Figlio di Dio”, volendogli così indicare la fine del paganesimo e la venuta del cristianesimo.

Risulta dunque ancora più chiara l’intenzione dei banditori del concorso: sostituire il cristiano Altare di Dio con il laico Altare della Patria. Il monumento dava anche significativamente le spalle all’edificio sacro, come a dire che la nuova Italia si sarebbe dovuta lasciare alle spalle la sua storia religiosa.

Concludiamo col le significative parole di Primo Levi che, qualche anno prima dell’inaugurazione ufficiale avvenuta il 4 giugno 1911 ad opera di Vittorio Emanuele III, scrisse che “L’Italia era nell’obbligo di elevare la terza Roma vicino alle due prime”: nelle intenzioni della monarchia, attraverso il simbolismo del Vittoriano, la “Roma Sabauda” avrebbe dovuto superare in fasto la “Roma Imperiale” e la “Roma Papale”.

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