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Il conclave che ha eletto Papa Francesco era in cerca di un pontefice in gerado di portare nella Chiesa le necessarie riforme che avrebbero dovuto rinvigorire la sua azione evangelizzatrice. Ma quale è l’idea di riforma che ha Papa Francesco? A questa domanda ha risposto padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, nell’ultimo numero della rivista dei gesuiti che uscirà sabato 10 ottobre.

Padre Spadaro parte da una lettera che il fondatore dei gesuiti scrisse ai suoi confratelli che partecipavano come esperti al Concilio di Trento. Il religioso osserva: “La cosa interessante è che egli (Ignazio di Loyola, ndr) non entra per nulla in questioni dottrinali e teologiche, ma si preoccupa della testimonianza di vita che i gesuiti avrebbero dovuto dare. Questo già dà un’idea di come Ignazio intendesse la riforma della Chiesa. Per lui non si trattava innanzitutto di toccarne la struttura, ma di riformare le persone dal di dentro”.

Papa Francesco è un figlio spirituale di Ignazio di Loyola e dunque “la sua idea della riforma della Chiesa corrisponde alla visione ignaziana. La riforma è un processo davvero spirituale che cambia anche le strutture per connaturalità”.

Questo discorso vale anche per il Papa che, nell’intervista concessa proprio a padre Spadaro il 19 agosto 2013, si è definito come un peccatore guardato dalla misericordia di Dio. In questa sua definizione, Papa Francesco si è ispirato alla “XXXII Congregazione Generale della
Compagnia di Gesù. Il primo decreto emanato da quell’assemblea mondiale di rappresentanti dell’Ordine inizia con la domanda: «Che cosa vuol dire essere gesuita?». La risposta è: «Vuol dire riconoscersi peccatore, ma chiamato da Dio a essere compagno di Gesù Cristo, come lo fu Ignazio»”.

Alla luce di ciò, prosegue padre Spadaro, “la domanda su quale sia il «programma» di Papa Francesco non ha senso. Il Papa non ha idee chiare e distinte da applicare al reale, ma avanza sulla base di una esperienza spirituale e di preghiera che condivide nel dialogo e nella consultazione”.

Questo significa che la riforma della Chiesa richieda tempo e che quindi “compito del riformatore è dunque quello di iniziare o accompagnare i processi storici. Questo è uno dei princìpi fondamentali della visione bergogliana: il tempo è superiore allo spazio (cfr EG 222-225). Riformare significa avviare processi aperti e non «tagliare teste» o conquistare spazi di potere”.

Per il direttore de La Civiltà Cattolica, nel pontificato di Bergoglio è possibile cogliere in controluce l’azione del superiore gesuita. Infatti: “Francesco è il Papa dei processi, degli «esercizi». Come il superiore di una comunità, che deve essere «guida dei processi e non mero amministratore». Questa è, a suo avviso, la forma del vero «governo spirituale». Il pontificato bergogliano e la sua volontà di riforma non sono e non saranno solamente di ordine «amministrativo», ma di avviamento e di accompagnamento di processi: alcuni rapidi e folgoranti, altri estremamente lenti”.

Un tale modo si operare «implica abbandonarsi alla volontà di Dio, e questo a sua volta comporta rinunciare a controllare i processi con criteri meramente umani». E ancora: «Nei processi, aspettare significa credere che Dio è più grande di noi stessi, che è lo “stesso Spirito che ci governa” (ES 365), che è il “Padrone” a far crescere il seme».

Per padre Spadaro, in una tale visione si può scorgere identità di vedute con quanto emerso dalla XXXIV Congregazione Generale della Compagnia di Gesù, svoltasi nel 1995: «Nell’esercizio del loro ministero sacerdotale, i gesuiti cercano di scoprire ciò che Dio ha già operato nella vita delle persone, delle società e delle culture, e di discernere come Dio proseguirà la sua opera» (n. 177).

E dunque “Bergoglio vede sfumature e gradualità; cerca di riconoscere la presenza dello Spirito nella realtà umana e culturale, il seme già piantato della sua presenza negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali.

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Mercoledì 12 agosto, presso l’area dell’ex Galoppatoio, suor Maria Gloria Riva ha tenuto una meditazione sulle parole del Vangelo di Matteo “Non abbiate paura, sono io”, parole scelte come tema per la tredicesima edizione de “L’Avvenimento in Piazza”, manifestazione organizzata dal Movimento Fides Vita.

Suor Maria Gloria Riva, Superiora delle monache dell’adorazione eucaristica di San Marino è originaria di Monza. Dopo gli studi artistici ha lavorato presso una casa editrice e ha anche recitato con compagnia teatrale di Milano. Dal 1984 è consacrata e segue la spiritualità di madre Maria Maddalena dell’Incarnazione.

L’intervento di Suor Maria Gloria è iniziato con una meditazione su Gv 6,16-21, l’episodio nel quale Gesù cammina sulle acque. La religiosa ha poi illustrato come questo brano sia stato rappresentato in modo assai diverso nel corso dei secoli.

Mentre nella parrocchia protestante di Saint Pierre le Jeune di Strasburgo la nave di Pietro è salda, nonostante le potenze demoniache e i flutti vogliano rovesciarla, al contrario, il pittore Pietro Annigoni (1947) rappresenta la navicella in modo instabile, quasi sul punto di essere sopraffatta dalla tempesta.

Diversa è anche la rappresentazione del Cristo: se nel primo caso egli si erge ieratico e maestoso sulle acque, nel secondo egli appare, sì pieno di luce, ma sullo sfondo e la sua luce si rifrange sulle acque, diventando un tutt’uno con esse.

Tutto ciò, ha spiegato magistralmente Suor Maria Gloria, è frutto di diverse sensibilità. Mentre nel passato l’uomo, pur attraversato da mille difficoltà, vedeva in Cristo e nella sua Chiesa dei mezzi di sicura salvezza, l’uomo contemporaneo non nutre più questa certezza, finendo per sentirsi spaesato e smarrito nel mezzo delle avversità della vita. Addirittura arriva a temere, non solo la tempesta, ma anche Colui che è in grado di sedarla.

La riflessione di suor Maria Gloria è poi proseguita mettendo a confronto L’Urlo di Munch (1893) con l’Ecce Homo (1939) di Georges Rouault. Per la religiosa, L’urlo può essere assunto come icona dell’uomo postmoderno, solo e in preda alla disperazione nel mezzo di un paesaggio fluido, dalle tinte forti e confuse. Sono gli stessi colori utilizzati dal pittore francese Georges Rouault che però rappresenta il volto sereno di Cristo, ispirato a quello della Sindone.

Suor Maria Gloria ha poi concluso la sua meditazione mostrando al pubblico il Cristo alla porta di Antonio Martinotti, nel quale il figlio di Dio viene rappresentato come colui che con discrezione chiede di entrare nella nostra vita per poterle dare compimento e significato. Davanti ad un Dio così rispettoso, non si può avere paura, ma si deve accoglierlo per farsi abbracciare dal suo amore.

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Padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, ha intervistato Ioannis Zizioulas, metropolita di Pergamo e uno dei più insigni teologi del mondo ortodosso, chiedendogli un riflessione sull’enciclica Laudato si’. Il testo integrale, del quale offriamo ampi stralci, può essere letto nel numero de La Civiltà Cattolica che uscirà domani 11 luglio. L’importante esponente ortodosso ha preso parte alla presentazione ufficiale dell’enciclica papale avvenuta nell’Aula del Sinodo lo scorso 18 giugno.

Secondo Zizioulas, l’enciclica propone all’uomo di essere custode del creato e non dominatore, “quest’ultima concezione ha trovato supporto, nei tempi moderni, soprattutto nell’antropologia dell’Illuminismo e in alcuni teologi occidentali, specialmente di area protestante”.

Per Zizioulas questa visione strumentale della natura affonda le sue radici nel platonismo che sopravvalutava l’anima a scapito del corpo e di tutto ciò che è materiale. Al contrario, il cristianesimo annuncia la salvezza integrale dell’uomo, sia della sua componente spirituale, sia di quella materiale. Addirittura, “San Metodio d’Olimpo, nel IV secolo, in polemica con Origene, sosteneva che non era possibile che Dio facesse risorgere i corpi se non salvava anche la creazione materiale nella sua interezza”.

Per il teologo ortodosso, un’errata interpretazione del versetto “soggiogate e dominate la terra” (Gen 1,28) è alla base dell’attuale crisi ecologia. Tuttavia è anche alla teologia che spetta il compito “di correggere questo atteggiamento e di promuovere il vero insegnamento biblico e patristico, che mette in risalto la sacralità e il valore di tutta la creazione, compresi gli animali e l’ambiente naturale e materiale, che gli esseri umani devono rispettare e trattare come un dono di Dio, che è l’unico sovrano della creazione”.

Il metropolita di Pergamo ha poi illustrato come il tema ecologico sia stato affrontato negli ultimi decenni nel mondo ortodosso, ricordando come nel 1989 l’allora Patriarca Ecumenico Dimitrios abbia scritto un’enciclica sul tema ecologico e come l’attuale Patriarca Ecumenico Bartolomeo abbia promosso simposi internazionali e seminari di studio su questioni ambientali.

Secondo Zizioulas, sensibilità per l’ambiente nel mondo ortodosso deriva essenzialmente da due cause. “La prima è la vita eucaristica e liturgica: nella Santa Eucaristia la creazione materiale è santificata dal divenire il Corpo di Cristo, e l’essere umano agisce come «sacerdote» della creazione. L’altra fonte è la tradizione ascetica, che pone limiti all’avidità umana e all’egoismo, cause della crisi ecologica del nostro tempo”.

Zizoulas ha poi ricordato in che modo la Chiesa cattolica si sia affiancata a quella ortodossa nella difesa della nostra casa comune con la dichiarazione congiunta di Venezia (2012) e con quella di Gerusalemme (2014) siglate da Giovanni Paolo II e da Papa Francesco col Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo. Questo particolare forma di “ecumenismo esistenziale”, cioè di comune volontà di risolvere insieme i problemi dell’uomo odierno, potrebbe portare in futuro cattolici e ortodossi a pregare insieme per il bene della terra.

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I jihadisti nelle loro azioni terroristiche non hanno risparmiato opere d’arte e tutto ciò che gravita attorno al mondo delle immagini. Basta pensare che nel 2001 i talebani fecero saltare in aria con la dinamite i giganteschi buddha di Bamiyan, in Afghanistan. Nel 2004 uccisero il regista olandese Theo Van Gogh. Infine, quest’anno si sono accaniti a Parigi contro i vignettisti di Charlie Hebdo e contro inermi turisti che stavano visitando il Museo del Bardo di Tunisi.

Questa serie di circostanze ha portato padre Giovanni Sale a riflettere sul tema dell’aniconismo nell’islam e su quello dell’iconoclastia nel contesto terroristico. Il saggio è apparso sull’ultimo numero de La Civiltà Cattolica che esce proprio oggi.

Per padre Sale, “l’iconoclastia praticata dai militanti dell’Isis, e negli anni passati dai talebani afghani, non ha il suo fondamento dottrinale nell’aniconismo praticato dall’islam tradizionale sia sunnita sia sciita, ma trova la sua origine in alcune correnti dell’islamismo salafita o radicale, come ad esempio quello di matrice wahhabita”.

Infatti, solo un versetto del Corano tratta in modo molto sbrigativo del tema delle immagini: “O voi che credete, in verità il vino, il maysir, le pietre idolatriche, le frecce divinatorie sono sozzure, opere di Satana; evitatele” (Corano V, 90). Pertanto “secondo gli studiosi della materia, non esiste nel Corano un preciso divieto circa le raffigurazioni, anche se viene esplicitamente condannata l’adorazione degli idoli, come già in precedenza era avvenuto nella Bibbia”.

Un divieto più esplicito, afferma ancora padre Sale, appare per la prima volta in alcuni hadith, i detti attribuiti al profeta Maometto e ai suoi seguaci”, nei quali le immagini vengono proibite. Esse infatti “sono illecite e proibite perché contaminano la sacralità dello spazio rituale della preghiera e perché attraverso la loro creazione si ha la pretesa di emulare un atto che appartiene soltanto a Dio, cioè quello di creare esseri viventi”.

È invece con l’affermarsi del whhabismo che l’aniconismo assume le forme della violenta iconoclastia. Questo movimento, ricorda il gesuita, “si sviluppò nella penisola arabica nel secolo XVIII ad opera di un predicatore carismatico, ibn Abd al-Wahhab (1703-92), che si rifaceva alle dottrine religiose insegnate da uno studioso medievale, Ahmad ibn Taymiya (morto nel 1328).

Tali insegnamenti, argomenta ancora padre Sale, “sostanzialmente professano «la scienza dell’unicità di Dio», intesa in modo radicale. Tutto ciò che distoglie il fedele da questa verità, come ad esempio il culto degli angeli, degli spiriti o la visita alle tombe dei giusti (compresa quella del Profeta) o di particolari moschee, è considerato idolatria”.

Il redattore de La Civiltà Cattolica conclude dicendo che “Alla luce di quanto detto, appare chiaro come le recenti devastazioni e distruzioni di monumenti antichi, nonché l’uccisione di turisti stranieri che visitano luoghi di cultura da parte dei militanti dell’Isis, non vadano lette in riferimento alla tradizione aniconica islamica, comune anche all’ebraismo, e neppure alla sua storia, spesso ispirata alla tolleranza e alla «protezione» dei membri della religione del libro, quanto all’adozione di princìpi rigoristi tratti dalla dottrina wahhabita, interpretata acriticamente e fuori dal controllo di istituzioni religiose consolidate e legittime”.

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ROMA – Mercoledì 11 marzo, presso la Sala Marconi della Radio Vaticana è stato presentato il volume SELFIE. Dialogo sulla Chiesa con il teologo di tre Papi (ed. Cantagalli), una sorta di dialogo fra la giornalista Monica Mondo e il Card. Georges Cottier, già Teologo della Casa Pontificia.

Dopo il saluto di Padre Federico Lombardi, Direttore della Sala Stampa Vaticana, ha preso la parola proprio il Card. Cottier che ha voluto riassumere il libro attraverso tre concetti chiave.

Per prima cosa si è soffermato sul tema del dialogo sottolineando che tutti ne parlano, ma esso spesso si riduce a somma di monologhi. Invece, cristianamente inteso, il dialogo è annuncio del vangelo considerando la storia personale di chi ci ascolta, perché il cristianesimo non si rivolge alle masse, ma alla persona.

L’alto prelato ha continuato la sua riflessione sul tema della santità, che è stata intesa, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, come la via ordinaria che ogni cristiano deve percorrere e non una corsia preferenziale riservata a personale specializzato.

Infine Sua Eminenza ha parlato del cambiamento e delle riforme, che, pur aprendosi alle novità, permettono alla Chiesa di mantenere un senso profondissimo della vera tradizione che mantiene sempre vivo l’insegnamento di Gesù Cristo.

Ha preso poi la parola Enzo Romeo, caporedattore vaticanista del Tg2, che ha sottolineato come la Mondo abbia in un certo senso vestito i panni della “cattolica smarrita” al fine di provocare le risposte del Card. Cottier, il quale, anche su argomenti particolarmente spinosi, ha saputo dare delle risposte pacate, ben sapendo che “le verità di fede come tali non possono essere imposte dalle leggi umane”. Pertanto, sarà compito del cristiano essere testimone di speranza che riesca a ridestare nell’uomo secolarizzato di oggi la tensione verso l’infinito.

È stata poi la volta di Mons, Marcelo Sanchez Sorondo, Cancelliere della Pontifica Accademia
delle Scienze Sociali che ha ringraziato il Card. Cottier per aver parlato nel libro anche di temi dei quali si sente sempre meno parlare come la grazia e l’anima, argomenti che Cottier ha saputo affrontare anche grazie alla profonda conoscenza di autori contemporanei.

È intervenuto poi Philippe Chenaux, Ordinario di Storia della Chiesa Moderna e Contemporanea presso la Pontificia Università Lateranense, il quale, più di 30 anni fa, ha avuto Padre Cottier come suo professore di filosofia all’Università di Friburgo. Il docente ha individuato 2 momenti fondamentali della storia recente della Chiesa nei quali il Cottier ha dato significativi contributi: il Concilio, al quale ha partecipato in qualità di perito, e poi il Giubileo del 2000, periodo nel quale ha ricoperto il ruolo di Segretario della Commissione Teologica. Insomma, il Card. Cottier è stato un protagonista della “stagione montinana” e di quella “wojtylana” e non a caso due capitoli del libro sono dedicati proprio ai due pontefici. In particolare il padre Cottier ha avuto come maestri il Card. Journet e il filosofo Maritain, due figure fondamentali anche per Paolo VI.

Ignazio Ingrao, vaticanista di Panorama, ha notato come nel libro si respirano i temi del Concilio, si discute su come conciliare la “Chiesa del dialogo” con la “Chiesa dell’apologetica” e, venendo ai nostri giorni, se la Chiesa sia debole sul fronte dell’identità? Cottier allontana ogni dubbio e afferma che non dobbiamo avere paura del confronto col mondo perché alla fine è sempre la grazia che converte e l’apologetica svolge solo il compito di preparare la strada. Colpisce nella visione del Card. Cottier che si contempli in futuro la presenza di donne nel collegio cardinalizio.

Gianni Valente, giornalista di Vatican Insider, ha ricordato come abbia avuto un intenso dialogo col Card. Cottier quando teneva su 30 Giorni la rubrica “Ecclesiam Suam”. Gianni Valente ha soprattutto apprezzato la capacità di fare degli opportuni distinguo, tipico della forma mentis domenicana, come, ad esempio quelli che riguardano la cura e la bellezza della liturgia che è altra cosa rispetto a “l’ideologia del merletto”, così come una cosa è la gioia di vivere in maniera vitale la familiarità con Maria altro è fidarsi di collezionisti di messaggi privati. Una tale capacità di discernimento consente al cristianesimo di non scadere nell’ideologia. Gianni Valente apprezza anche il fatto che la visione del Card. Cottier rifugge il pericolo della tentazione di costruire una chiesa d’elites, che opera attraverso truppe scelte che ritengono come ultimo criterio di verità l’antipatia che il mondo nutre verso di esse.

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Dopo essersi soffermato sulle glorie del passato, Leone XIII traccia le linee guida per i cattolici del suo tempo e afferma che “l’astenersi del tutto dal partecipare alla vita politica sarebbe altrettanto colpevole quanto negare il proprio contributo operoso al bene comune: tanto più in quanto i cattolici, proprio in ragione della dottrina che professano, sono impegnati ad agire con particolare scrupolo e integrità”.

Il Papa è cosciente di non trovarsi più nel favorevole contesto socio-culturale del medio evo, sa che nel suo tempo il fatto cristiano non è scontato, si rende conto che ciò che era acquisito nel medio evo è da conquistare nel suo tempo. Mentre nell’aetas christiana le istituzioni politiche erano naturalmente inclini alla tutela e alla promozione dei valori religiosi, nell’Ottocento, grazie all’affermarsi delle idee democratiche, non c’è accordo attorno all’idea cristiana di società. Pertanto il Papa deve ridefinire il valore e il ruolo della presenza cristiana in questi nuovi quadri di civiltà.

Egli invita a non astenersi dalle nuove forme di vita civile, perché ciò significherebbe privare la società del positivo contributo offerto dalla visione cristiana del mondo. In maniera molto pragmatica il Pontefice sostiene che se i cattolici “si tengono in disparte, prenderanno facilmente il potere uomini, le cui opinioni danno ben poco affidamento di poter giovare allo Stato. E ciò sarebbe dannoso anche per la religione, poiché acquisterebbero moltissimo potere coloro che osteggiano la Chiesa, pochissimo quelli che l’amano”.

Pertanto è evidente “come i cattolici abbiano validi motivi per prendere parte alla vita politica: essi non lo fanno né lo debbono fare per assecondare quanto vi è di riprovevole nei metodi di governo attuali, ma per rivolgere questi stessi metodi, ogni volta che sia possibile, al vero e autentico bene pubblico, con il proposito di infondere in tutte le vene del corpo sociale, come linfa e sangue donatore di vita, la sapienza e la forza benefica della religione cattolica”.

Il pontefice mostra una certa diffidenza verso il metodo democratico. Possiamo comprendere le sue riserve alla luce della storia: le istanze democratiche nate nel corso della Rivoluzione Francese spesso hanno finito per accanirsi, non solo contro le distorsioni della religione, ma contro la religione stessa. Le preoccupazioni di Leone XIII sono legate più alle vicende storiche che al metodo democratico in se stesso. Egli tuttavia esorta i cattolici a entrare nell’agone politico, come abbiamo letto “con il proposito di infondere in tutte le vene del corpo sociale, come linfa e sangue donatore di vita, la sapienza e la forza benefica della religione cattolica”

Il Papa esorta i fedeli ad agire come i primi cristiani che si trovavano in un clima culturale, se si vuole, ancora più ostile. Eppure grazie al loro testimonianza di vita riuscirono in un’impresa che umanamente si direbbe impossibile. Scrive Leone XIII: “Non diversamente accadde nei primi secoli dell’era cristiana. I principi e lo spirito dei popoli pagani erano allora quanto mai lontani dallo spirito e dai principi evangelici; tuttavia era dato vedere i cristiani, in mezzo alla superstizione, incorrotti e sempre coerenti con se stessi, introdursi animosamente ovunque intravedessero un varco”.

Non si deve tuttavia scambiare quest’opera di evangelizzazione come una corsa ad accaparrare dei posti. La presenza dei cristiani del mondo non aveva lo scopo di una battaglia ideologica. Ne è prova il fatto che molti cristiani, davanti all’incompatibilità fra gli onori di questo mondo e la propria fede, hanno rinunciato persi o alla propria vita per seguire Cristo: “Esempio di fedeltà ai principi, obbedienti all’imperio delle leggi fino a che ciò non fosse in contrasto con la legge divina, diffondevano in ogni luogo un mirabile splendore di santità; si impegnavano ad aiutare i fratelli, a convertire tutti gli altri alla sapienza di Cristo, pronti tuttavia a ritirarsi e ad affrontare intrepidamente la morte, qualora non fosse stato loro possibile conservare gli onori, le magistrature e i comandi senza venir meno alla virtù”.

Agendo in tal modo, scrive ancora il Papa, i cristiani “fecero sì che il cristianesimo penetrasse rapidamente non solo nelle famiglie, ma anche nell’esercito, nel Senato e nello stesso palazzo imperiale”.

Con tutti gli opportuni distinguo del caso, possiamo vedere un parallelismo fra quanto descritto da Leone XIII e i nostri tempi. Certo, il passaggio dal paganesimo al cristianesimo avvenne in un contesto comunque di “sacralità”. Gli uomini di oggi invece vivono spesso lontani da riferimenti di carattere religioso”. Le persone che si rifanno a una visione religiosa spesso vivono la propria fede in modo intimistico, mancano referenti cristiani in settori di vitale importanza come quelli dell’istruzione, della comunicazione e della politica, per cui c’è tanto tanto lavoro da fare!

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ROMA – Si è svolta martedì 3 marzo alle ore 18 presso la Basilica di San Bartolomeo all’Isola, la presentazione del volume Dio vive in città – Verso una nuova pastorale urbana, del sacerdote e teologo argentino Carlos María Galli, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. L’incontro, che ha visto l’intervento di numerosi e illustri relatori, è stato introdotto da don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana.

Mons. Galantino, Segretario Generale della Cei, ha sottolineato come il titolo del volume sia un interrogativo su come Dio sia presente in città e su come possa essere percepito e accolto in un contesto urbano. Le moderne metropoli infatti si presentano come materialiste, consumiste, edoniste, indifferenti ed egoiste e in ultima analisi non sono aperte alla trascendenza. Eppure, nonostante tutto, in questo contesto Dio vive. Anche nei piccoli centri si vive in modo urbano, poiché i mezzi di comunicazione hanno permesso di combattere l’isolamento. In tale contesto si deve svolgere la missione della “chiesa in uscita”. Secondo il prelato, spesso si abusa di questa espressione, senza comprenderne a fondo il significato: “chiesa in uscita” non vuol dire uscire con l’elmetto per annettere le “periferie”, ma comprendere la provocazione dell’uomo della strada per ripensare la propria azione pastorale.

Guzmán Carriquiry, segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina, dopo aver elogiato l’opera di padre Antonio Spadaro e del prof. Andrea Riccardi per i loro contributi nella comprensione della teologia latino-americana, ha sottolineato come sia indispensabile andare al background spirituale del pastore Bergoglio per capire il suo attuale magistero e il suo stile. Bisogna infatti conoscere la storia della Chiesa latino-americana dopo il Concilio, ispirata a una teologia che non è stata una semplice riedizione della teologia europea. Al tema del quale il volume si occupa, Bergoglio ha dedicato ben due congressi quando era vescovo di Buenos Aires. Papa Francesco è il primo Papa nella storia moderna a provenire da una megalopoli e conosce dunque a fondo i desideri, i problemi e le angosce dell’uomo urbano.

Padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, ha messo in evidenza come Papa Francesco, seguendo l’insegnamento di Ignazio di Loyola, veda Dio vitalmente mescolato in mezzo a tutti e unito a ciascuno. Di conseguenza, Dio vive già nella nostra città e ci spinge – proprio mentre ci riflettiamo – a uscire incontro a lui per per scoprirlo, per costruire relazioni di prossimità, per accompagnarlo nella sua crescita e per incarnare il fermento della sua Parola in opere concrete. In tale visione, il mondo è il cantiere di Dio e la città non è centro, ma poliedro di periferie.

Suor Mary Melone, rettore della Pontificia Università Antonianum, ha riflettuto sulla forma del “Dio urbano” non certo un Dio giudice o un Dio indifferente, ma un Dio appassionato della vita dell’uomo. Nel volume infatti le parole “vita” e “comunione” sono i termini più ricorrenti. Dio indica la strada per una vita piena, autentica, egli vuole rendere accessibile all’uomo la vita in pienezza che può essere tale solo se è una vita di comunione. In tal senso, la Chiesa è chiamata a realizzare una nuova Pentecoste, nella quale le diversità siano assunte e amalgamate in contrapposizione con l’uniformità autoreferenziale di Babele.

Ha preso poi la parola il prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, il quale ha letto il libro in volo durante il viaggio fra Buenos Aires e San Paolo, fra due megalopoli. Il merito del volume è quello di affrontare il tema della chiesa con la città contemporanea. Questa sfida deve portare la Chiesa a evitare ogni ripiegamento e autoghettizzazione delle identità. Secondo Riccardi, un primo abbozzo di pastorale urbana si sarebbe potuta affermare grazie all’esperienza dei preti operai, ma il contesto storico non ha permesso lo sviluppo di questa realtà.

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Il pontificato di Leone XIII si colloca in un momento di grandi trasformazioni culturali e sociali. Quando egli sale al Soglio di Pietro, non sono neppure passati 100 anni dalla Rivoluzione Francese. Inoltre egli è il primo Pontefice a governare la Chiesa senza essere sovrano dello Stato Pontificio. È dunque normale che alle sue aperture, delle quali abbiamo parlato, si affianchino visioni più tradizionali. Egli ha in mente la grande civiltà cristiana sviluppatasi durante il Medio Evo, una civiltà fiorita anche grazie alla stretta collaborazione fra politica e religione.

Scrive infatti Papa Pecci: “Dalla religione, con la quale si onora Dio, dipendono le condizioni della società; tra l’una e l’altra intercorrono, per molti versi, un’affinità e una parentela. Per questo è necessario che tra le due potestà esista una certa coordinazione, la quale viene giustamente paragonata a quella che collega l’anima e il corpo nell’uomo”.

Questa “aetas christiana” viene così descritta da Leone XIII: “Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato, quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi”.

Vorremmo commentare queste parole di Leone XIII accostandole a quelle di un testo del magistero più recente. Se leggiamo la Lumen Gentium al numero 31 si dice che i laici devono “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” e che “sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo”. Comparando questi due testi, sembra che quello che i sacri pastori hanno auspicato durante il Concilio Vaticano II, sia già accaduto nel Medio Evo, almeno in quello rappresentato da Leone XIII.

Per Papa Pecci questi sono gli effetti dell’impatto che il Vangelo ha avuto col vecchio continente: “Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla superstizione alla verità; che abbia vittoriosamente respinto le invasioni dei Maomettani; che abbia tenuto il primato della civiltà; che abbia sempre saputo offrirsi agli altri popoli come guida e maestra per ogni onorevole impresa; che abbia donato veri e molteplici esempi di libertà ai popoli; che abbia con grande sapienza creato numerose istituzioni a sollievo delle umane miserie; per tutto ciò deve senza dubbio molta gratitudine alla religione, che ebbe auspice in tante imprese e che l’aiutò nel portarle a termine”.

Alla luce di tutto ciò, il Pontefice non poteva che esclamare: “Si deve infatti attribuire il valore di legge eterna a quella grandissima sentenza scritta da Ivo di Chartres al pontefice Pasquale II: “Quando regno e sacerdozio procedono concordi, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la concordia viene meno, non soltanto non crescono le piccole cose, ma anche le grandi volgono miseramente in rovina” .

Ciò che si va dicendo, dunque, che la Chiesa sia ostile alle più recenti costituzioni civili, e che rifiuti tutti indistintamente i ritrovati della scienza contemporanea, non è che una vana e meschina calunnia.

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Nella seconda parte dell’intervista, Rodolfo Papa continua a rispondere alle domande del giornalista Francis Denis che gli ha domandato se nella storia dell’arte ci sia un culmine, un’età di massimo splendore, da ritenere unica e irripetibile.

Il professor Papa passa poi a descrivere la visione estetica di Papa Francesco il quale, riprendendo i temi del decreto conciliare Inter Mirifica sugli strumenti di comunicazione sociale, insiste sull’inscindibile binomio etica-estetica.

In particolare, Papa Francesco, al numero 167 della Evangelii Gaudium esorta i pastori a utilizzare nelle loro omelie le immagini presenti in chiesa.

Secondo Rodolfo Papa, nonostante viviamo immersi in quella che da più parti è stata definita la società delle immagini, la nostra cultura è profondamente “iconofoba”, poiché le immagini sono prevalentemente realizzate per essere consumate. Di qui la responsabilità degli artisti sacri nel produrre immagini che non siano oggetto di consumo ma che sappiano rimandare a qualcosa di altro.

Il pittore si intrattiene inoltre sulla grande responsabilità che la Chiesa ha nella produzione di opere d’arte che riescano ad “educare” l’uomo contemporaneo al Vero, al Bene e al Bello e fa delle considerazioni perché ciò possa concretamente avvenire.

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Dopo aver descritto la visione cristiana sullo stato e sul potere politico, Leone XIII si occupa del ruolo della Chiesa nella umana società e in particolare davanti allo stato. Leone XIII vive nel contesto dell’affermazione degli stati nazionali, sempre più ispirate a principi liberali che tendono ad escludere la religione dal discorso pubblico. Il pontefice vuole allora definire il compito della Chiesa e il suo “status” davanti allo strapotere di questi stati.

Scrive infatti il Papa: “Pertanto tutto ciò che nelle cose umane abbia in qualche modo a che fare col sacro, tutto ciò che riguardi la salvezza delle anime o il culto di Dio, che sia tale per sua natura o che tale appaia per il fine a cui si riferisce, tutto ciò cade sotto l’autorità e il giudizio della Chiesa: tutto il resto, che abbraccia la sfera civile e politica, è giusto che sia sottoposto all’autorità civile, poiché Gesù Cristo ha voluto che ciò che è di Cesare sia dato a Cesare e ciò che è di Dio a Dio”.

Fra la sfera politica e quella religiosa esiste una distinzione formulata per la prima volta nella storia da Gesù Cristo nella celeberrima frase ricordata dal Papa: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Questa massima, oltre ad affermare la diversità dei campi d’azione, sottolinea comunque un certo primato della religione e della coscienza rispetto ai diritti dello Stato, in quanto evidentemente Dio e Cesare non stanno sullo stesso piano.

Prima dell’avvento del cristianesimo tutte le società erano dominate da una forma di sincretismo fra politica e religione per cui il capo politico era allo stesso tempo capo religioso. Basta pensare all’imperatore romano che rivestiva il ruolo di capo dello stato e quello di pontefice massimo della religione pagana.

Le cose cambiano con l’affermarsi del cristianesimo che desacralizza il potere politico e crea una distinzione di ruoli: si affermano così nel medio evo 2 poteri, quello religioso, detenuto dal Papa, e quello politico, esercitato dall’Imperatore. Afferma infatti Leone XIII: “Dunque Dio volle ripartito tra due poteri il governo del genere umano, cioè il potere ecclesiastico e quello civile, l’uno preposto alle cose divine, l’altro alle umane. Entrambi sono sovrani nella propria sfera; entrambi hanno limiti definiti alla propria azione, fissati dalla natura e dal fine immediato di ciascuno; sicché si può delimitare una sorta di orbita, all’interno della quale ciascuno agisce sulla base del proprio diritto”.

Questa modo di distinguere i poteri, tipico della visione cattolica, può essere sintetizzato nel principio “Libera Chiesa E Libero Stato” che è poi confluito nell’articolo 7 della nostra Costituzione che afferma: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Il lettore attento non mancherà di notare che, non solo i concetti espressi dal Pontefice, ma addirittura anche i vocaboli utilizzati nella Immortale Dei sono entrati a far parte della nostra Costituzione. Si guardi ad esempio alla parola “sovrani”.

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