Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. G.K.C.

Articoli

Lo storico Tacito, nella sua opera “Annales”, riferisce di come Nerone, per scrollarsi di dosso la responsabilità dell’incendio di Roma avvenuto nel luglio del 64, incolpò ingiustamente i cristiani. L’autore prosegue dicendo: “Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell’incendio, quanto per odio del genere umano”.

Su queste ultime parole, che ci colpiscono particolarmente, vorremmo fermare la nostra riflessione. I cristiani vengono accusati di odiare il genere umano, eppure la loro religione si fonda sulla certezza che Dio è padre di tutti gli uomini, sull’amore verso il prossimo e verso Dio, sulla emulazione della vita di Cristo che si è offerto per amore. Tutto il cristianesimo può essere sintetizzato nell’espressione giovannea “Dio è Amore”.

Siamo all’inizio della storia del Cristianesimo, con tutta quella freschezza e quella vivacità che sono tipiche di ogni cosa nuova. Siamo lontani dalle efferatezze che verranno compiute parecchi secoli dopo nel nome di Cristo. Come possono dunque i cristiani essere accusati dagli antichi romani di odiare il genere umano?

L’accusa pare tanto più illogica se si seguita a leggere cosa scrive Tacito: “Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte”.

Sembra di leggere il copione di un film horror: nei confronti dei cristiani viene messa in atto una vera e propria macchina di morte. Ed è impossibile non cogliere il paradosso: le vittime cristiane vengono accusate di odiare il genere umano dai loro perfidi carnefici!

Con tutti gli opportuni distinguo, si può tracciare un parallelismo con quanto accade ai nostri giorni. Certo, i cristiani non subiscono le terribili sorti dei loro “antenati nella fede” (almeno in Occidente), ma sembra che l’accusa di odio verso il genere umano sia comunque rimasta.

Oggi i cristiani sono gli unici (o i pochi) a difendere la cultura della vita e si sforzano, con tutti i loro limiti, di proporre uno stile pienamente umano. Eppure, molto spesso, sono dipinti nel dibattito pubblico come nemici del genere umano, proprio da coloro che sono forieri di una cultura che è contro l’uomo stesso.

Come ai tempi antichi Nerone non poteva presentarsi ai membri del popolo dicendo di aver bruciato le loro case per ingigantire il proprio palazzo, così oggi, chi propone una cultura contraria alla dignità della persona umana non può farlo esplicitamente e maschera i propri interessi sotto la bandiera della libertà, individuando come nemici della stessa libertà i cristiani.

Share

Padre Adolfo Nicolás, Superiore generale della Compagnia di Gesù, ha visitato il 14 gennaio 2016 il “Centro Astalli – Servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia”, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Riportiamo ampi stralci del suo intervento, definito coraggioso da Antonio Spadaro, Direttore de La Civiltà Cattolica. Sull’ultimo numero della celebre rivista, in uscita proprio oggi, potrete leggere il testo in versione integrale.

Il Generale dei Gesuiti ha così esordito: “Bisogna essere grati ai migranti venuti in Italia e in Europa certamente per un motivo: ci aiutano a scoprire il mondo. Ho vissuto in Giappone per più di trent’anni e ho lavorato per quattro anni in un centro per migranti, la cui maggioranza non ha documenti in regola. Parlo dunque per esperienza vissuta. E, proprio alla luce di ciò che ho vissuto, lo confermo: le migrazioni sono una sorgente di benefici per i vari Paesi, e lo sono state da sempre, nonostante le difficoltà e le incomprensioni. La comunicazione tra le varie civiltà avviene, infatti, attraverso i rifugiati e i migranti: è così che si è creato il mondo che conosciamo. Non si è trattato soltanto di aggiungere culture a culture: è avvenuto un vero e proprio scambio”.

Secondo il religioso, l’immigrazione è stata determinante per la nascita e lo sviluppo della democrazia: “Sono i migranti che hanno creato un Paese come gli Stati Uniti, un Paese nel quale si è sviluppata la democrazia. Questo non è avvenuto per caso: è proprio perché si è creato un melting pot, una mescolanza di culture e di persone, che è nato un Paese così. E, ovviamente, potremmo fare altri esempi nel mondo: l’Argentina, ad esempio, e così via”.

In tal senso, ha continuato padre Nicolás, i migranti “ci possono aiutare ad aprire il cuore, ad essere più grandi di noi stessi. Si tratta di un grande dono. Quindi essi non sono semplicemente «ospiti», ma gente che può dare un contributo al vivere civile, e che offre un apporto notevole alla cultura e alle sue evoluzioni profonde”.

Il Superiore ha poi messo in evidenza il contributo che ogni continente dà a tutta l’umanità: “Un vescovo giapponese, riferendosi al versetto del Vangelo «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), diceva che l’insegnamento di Gesù si può applicare anche ad altre religioni. Adesso, come Superiore generale dei gesuiti, devo viaggiare spesso in tutto il mondo, e constato che questo vescovo aveva ragione. L’Asia, in particolare, si può considerare la «via». È infatti in Asia che si cerca sempre il percorso, il «come»: come fare yoga, come concentrarsi, come meditare. Yoga, zen, le religioni, il judo — ritenuto il cammino dei deboli, perché si serve della forza degli altri — sono tutti considerati come cammini. Senza creare opposizioni, bisogna considerare che l’Europa e gli Stati Uniti sono preoccupati soprattutto per la «verità»; l’America Latina e l’Africa sono preoccupate per la «vita»”.

Dalla particolare condizione dell’immigrato, ha concluso il religioso, emergono allo stesso tempo debolezze e punti di forza: “Inoltre, essi ci mostrano la parte più debole, ma anche la parte più forte dell’umanità. La più debole, perché hanno sperimentato. la paura, la violenza, la solitudine e i pregiudizi degli altri: questo fa parte della loro esperienza, lo sappiamo bene. Ma ci mostrano anche la parte più forte dell’umanità: ci fanno capire come superare la paura con il coraggio di correre dei rischi che non tutti sono in grado di correre. Essi hanno imparato a non essere bloccati dalle difficoltà nella loro voglia di futuro. Hanno saputo superare la solitudine con la solidarietà, aiutando gli altri, e hanno mostrato che l’umanità è debole, ma può anche essere forte. Ci hanno dimostrato persino che ci sono valori e realtà più profonde di quelle che abbiamo perduto. E questo accade quando si vivono situazioni estreme”.

Share

Oggi è il Darwin Day, il giorno nel quale nel mondo si ricorda la nascita dello scienziato e naturalista Charles Darwin (1809-1882), noto per aver formulato la teoria dell’evoluzione. Nell’immaginario comune, Darwin non è visto di buon occhio dalla Chiesa perché questi, con le sue scoperte scientifiche, avrebbe smontato la favoletta della creazione. Ma le cose stanno davvero così? È necessario ricordare che la Chiesa non ha condannato con un apposito documento le teorie di Darwin, anche per evitare un nuovo “caso Galilei”. Tuttavia, la Chiesa ha avuto nei confronti della teoria dell’evoluzione una certa prudenza, non tanto perché questa contraddice il racconto della Genesi, quanto piuttosto per le sue implicazioni antropologiche e filosofiche.

Il cuore della questione sembra essere magistralmente colto dalle parole dello scrittore inglese Chesterton che qui sotto riportiamo. Le parole che leggeremo sono contenute in un articolo (cfr. G.K.C., il pozzo e le pozzanghere, Lindau, Pavona 2012, pp. 80-81.) che in realtà parla della sopravvivenza della religione nel mondo moderno, ma è illuminante per mettere a fuoco le riserve che si possono avere, non tanto sulla teoria dell’evoluzione, quanto sulla sua errata interpretazione.

Infatti, Chesterton mette subito in luce il fatto che temi centrali della teoria darwiniana come “selezione naturale” e “lotta per la vita” siano stati generalmente compresi male, dando vita a logiche spietate. Ed egli ha proprio ragione se pensiamo a come il fraintendimento della teoria di Darwin abbia contribuito alla nascita e allo sviluppo di varie ideologie totalitarie come il nazismo, il comunismo e il liberismo, dove la lotta per la vita viene rispettivamente declinata in lotta della razza ariana contro le altre razze, dei proletari contro i borghesi e dei ricchi contro i poveri. Ma lasciamo la parola all’illustre scrittore.

“Tra i 1000 pasticci che la moda materialista riuscì a cavare dalla famosa teoria (di Darwin), ci fu l’idea, condivisa da molti, che la lotta per l’esistenza dovesse essere necessariamente una vera lotta tra i candidati alla sopravvivenza: letteralmente, una competizione all’ultimo sangue. Aleggiava nell’aria l’idea che la creatura più forte avrebbe primeggiato sulle altre con la violenza. L’idea che questo fosse l’unico metodo di miglioramento venne ovunque accolta come una buona notizia per gli uomini cattivi; cattivi governanti, cattivi dirigenti, sfruttatori, truffatori e tutti gli altri.

L’energico promotore finanziario si sentì in diritto di paragonarsi modestamente a un mammut che calpesta altri mammut in una specie di giungla primordiale. Uomini d’affari distrussero altri uomini d’affari, nella straordinaria consolazione che anche i cavalli preistorici divorarono altri cavalli preistorici. Il ricco scoprì tutto a un tratto che affamare e derubare i poveri non era soltanto conveniente, ma anche cosmico, perché gli pterodattili possono avere usato le loro piccole mani per strapparsi gli occhi l’un l’altro. La scienza, questo essere senza nome, dichiarò che il più debole dovesse essere messo al muro, in particolare a Wall Street.

Dall’ingenuo razionalismo del XVIII secolo al puro scientismo del XIX secolo si è verificato un rapido declino e degrado nel senso di responsabilità del ricco. Il grande Jefferson quando, con riluttanza, legalizzò la schiavitù, disse di temere per il suo paese, poiché sapeva che Dio è giusto. Qualche tempo dopo, il profittatore fu fiero di se stesso quando legalizzò l’usura e la frode finanziaria, poiché sapeva che la natura è ingiusta.

Comunque siano andate le cose la gente che parlava in questo modo di cavalli cannibali e di ostriche competitive non comprese la tesi di Darwin. Per il darwinismo il punto non era che un uccello dal becco più lungo riesce a infilzare gli altri uccelli e ha il vantaggio del duellante che combatte con la spada più lunga. Il punto era che l’uccello con il becco più lungo arriva ai vermi che stanno in un buco più profondo e che gli uccelli senza quel becco muoiono, e così, una volta rimasto solo, quell’uccello fondò la razza degli “uccelli dal becco lungo”.

Il punto allora è che il più adatto all’ambiente non ha avuto bisogno di lottare contro il meno adatto. Colui che è destinato a sopravvivere non deve fare altro che sopravvivere, mentre gli altri non possono farlo. Egli è sopravvissuto perché lui solo alle caratteristiche e gli organi necessari alla sopravvivenza”.

Share

Come ogni anno, in questo periodo le famiglie stanno iscrivendo i loro figli a scuola. All’atto dell’iscrizione, va anche effettuata la scelta se avvalersi o meno dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC). È dunque questo un tempo particolarmente opportuno per riflettere sulla presenza di questa materia all’interno dell’ordinamento scolastico italiano.

Partiamo proprio dal dato della scelta. Nell’anno scolastico 2014/2015, circa l’88% degli studenti che frequentano le scuole statali italiane si è avvalso dell’IRC. Il dato è molto interessante perché, se si considera che la pratica religiosa in Italia si attesta attorno al 15%, possiamo affermare che gli studenti si avvalgono dell’IRC non necessariamente a seguito della propria adesione alla Chiesa. E in effetti l’IRC, nel rispetto della laicità dello stato, ha sì dei contenuti confessionali, ma impartiti in modo laico: si tratta di un’ora di cultura (e non di catechesi) aperta agli alunni di qualsiasi credo religioso o che anche non ne abbiano alcuno.

L’IRC è l’unica materia scolastica che può essere scelta e, se volessimo parlare di “indice di gradimento”, dovremmo arrenderci all’evidenza che l’88% è segno di un alto interesse per questa disciplina. Eppure attorno a questa materia da sempre c’è un grande dibattito: c’è chi la vede incompatibile con la laicità dello stato e vorrebbe dunque abolirla e chi invece vorrebbe sostituirla con Storia delle religioni.

Vorremmo riflettere su quest’ultima proposta. Coloro che si fanno promotori di tale cambiamento, vorrebbero che (1) si studiasse una più generica storia delle religioni, (2) obbligatoria per tutti gli alunni e (3) impartita da insegnanti formati solo dallo stato.

(1) Per quanto riguarda il primo punto è subito necessario un chiarimento. La Storia delle religioni non sarebbe semplicemente un’estensione dell’oggetto di studio (da una sola religione, il cristianesimo, a tutte le religioni), ma proprio un’altra materia. Si tratterebbe di un cambiamento non tanto quantitativo, ma qualitativo.

Infatti, la Storia delle religioni illustra l’aspetto fenomenico delle varie esperienze religiose, senza la pretesa di volerne spiegare l’essenza, si sofferma sugli aspetti visibili, negando la propria competenza sulla sfera invisibile. Una materia così strutturata non renderebbe ragione della complessità del mondo religioso per come esso si autocomprende nelle sue molteplici declinazioni.

Inoltre, da un punto di vista culturale e didattico, non avrebbe molto senso dedicare lo stesso numero di ore all’insegnamento del cristianesimo e, per esempio, del buddismo, perché, come è noto, è stato il cristianesimo a plasmare la civiltà occidentale: non è possibile parlare di letteratura, di storia, di arte, di musica italiane ed europee senza conoscere il cristianesimo. Sarebbe un po’ come chiedere l’insegnamento di tutte le lingue del mondo e non solo dell’italiano e delle principali lingue comunitarie. Questo non implica nessun giudizio di valore su altre esperienze religiose.

A tal proposito, possiamo citare il caso della Gran Bretagna, dove per molto tempo c’è stato un insegnamento religioso molto simile a quello della Storia delle religioni. Pochi anni fa, il governo è intervenuto per far sì che il 75% delle ore di lezione fossero dedicate al cristianesimo.

Chi invoca l’introduzione della Storia delle religioni, molto spesso accompagna questa richiesta esprimendo il desiderio di adeguarsi a quanto avviene in Europa, ma, in realtà, nella metà degli stati europei si insegna religione con modalità analoghe a quelle italiane e, dunque, o ignora la realtà dei fatti o mente sapendo di mentire.

(2) Per quanto riguarda l’obbligatorietà, è importante notare che il mondo della religione si interessa delle più importanti questioni che riguardano l’uomo: da dove proviene, quale sia il suo destino, il senso della vita, ecc. È importante salvaguardare la libertà di scelta in materia religiosa, proprio come prevede l’attuale normativa. Una Storia delle religioni obbligatoria per tutti, andrebbe a ledere in un certo senso il principio della libertà religiosa.

Chi oggi si avvale dell’IRC è cosciente di scegliere una materia i cui contenuti fanno esplicito riferimento all’insegnamento della Chiesa Cattolica, al punto che, se l’insegnante non li proponesse in tal modo, perderebbe l’idoneità all’insegnamento. Questi contenuti potranno essere liberamente rielaborati dagli alunni che potranno farli propri, accettarli in parte o rifiutarli in toto.

Un insegnante di Storia delle religioni (appunto storia) saprebbe trasmettere in modo oggettivo e imparziale i contenuti della religione cattolica, secondo il modo nel quale la chiesa si autoconcepisce? Infine, chi ha detto che la Storia delle religioni sarebbe unanimemente accettata? Siamo sicuri che, ad esempio, uno studente musulmano accetterebbe di farsi insegnare cosa sia l’Islam da uno che non sia il suo imam?

(3) Per quanto riguarda il personale che insegna religione, è opportuno ricordare quanto afferma l’articolo 7 della nostra Costituzione: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.

Questo articolo, che non riguarda solo il campo dell’insegnamento ma più in generale i rapporti fra lo Stato e la Chiesa, riconosce che lo Stato non ha un campo di azione illimitato: c’è una zona nella quale l’autorità dello Stato si deve fermare.

In questa zona rientra sicuramente tutto ciò che riguarda l’istruzione e l’educazione religiosa. Giustamente in Italia non esistono facoltà di teologia (cattolica) statali, perché è compito specifico della Chiesa promuovere e coltivare questo tipo di studi.

Spesso, in maniera polemica e strumentale, ci si chiede quanto costino gli insegnanti di religione (che, è bene ricordare, sono pagati perché svolgono un lavoro!), ma nessuno fa mai notare che per la loro formazione lo stato non ha speso un centesimo.

Per quanto possa essere paradossale per la sensibilità moderna, è molto più laico gestire l’insegnamento religioso con le comunità religiose presenti in uno stato, piuttosto che affidare in maniera esclusiva allo stato una materia che si vorrebbe, solo nelle intenzioni, neutra e per tutti.

Share

Padre Philip Endean dedica sull’ultimo numero de La Civiltà Cattolica un saggio nel quale si confronta la figura di Ignazio, fondatore dell’Ordine dei Gesuiti, e Lutero, iniziatore della Riforma Protestante.

Secondo il religioso “l’idea di Ignazio come di un personaggio della Controriforma, di un uomo il cui scopo principale era respingere le forze della Riforma protestante, è ancora profondamente radicata nel nostro immaginario collettivo”.

Ma il compito di contrastare l’azione dei protestanti fu piuttosto una preoccupazione della “seconda generazione” dei gesuiti piuttosto che del loro fondatore. Nota infatti padre Endean che se si legge l’Autobiografia di Ignazio, non vi si troverà mai la parola “luterani”.

In questo suo libro, Ignazio fa piuttosto un’esposizione di episodi personali e che riguardano il suo rapporto con Dio. Vi si trovano non poche analogie con con i problemi esistenziali e la sensibilità di Lutero, anche se poi le risposte saranno profondamente diverse.

Il gesuita spiega come, per un periodo della sua vita, Ignazio fu tormentato da eccessivi scrupoli e ricorresse più volte alla confessione, senza tuttavia trovare soddisfazione, fino a quando all’improvviso si sentì interiormente trasformato. Anche Lutero visse una situazione simile, trovando la pace solo nella cosiddetta “esperienza della torre”.

Dunque, nonostante le differenze, vi sono spiccate somiglianze. Una crisi determinata da un intenso e quasi patologico senso di colpa viene improvvisamente superata con la consapevolezza che è Dio che opera realmente la nostra redenzione, ed è Dio che ci accetta proprio come siamo. In entrambi i casi, questo conduce a una totale trasformazione della comprensione. Per Ignazio ogni cosa sembra nuova; per Lutero si manifesta un aspetto completamente nuovo di tutta la Scrittura”.

Salvezza e Scrittura diventano temi centrali nella vita di fede di molti personaggi del ‘500, sia in ambito cattolico che protestante. Il tutto è reso possibile anche grazie all’invenzione della stampa: “Le persone cominciarono a interessarsi del problema della salvezza, dell’esperienza personale di Dio, della Bibbia. Questo movimento si manifestò sia tra i cattolici sia tra i protestanti. Questa idea di cristianesimo che «diventa» basato sul Vangelo può sembrare paradossale, ma bisognerebbe ricordare che soltanto nel XVI secolo, dopo l’invenzione della stampa, divenne possibile, almeno per le persone di alto rango, leggere di fatto le Scritture. Il cristianesimo prima di allora deve essere stato molto diverso da quello che possiamo immaginare. E sia Ignazio sia Lutero ebbero esperienze di conversione basate sulla lettura di un libro stampato”.

Nell’immaginario comune Lutero è il simbolo della ribellione all’autorità ecclesiastica, mentre Ignazio è il campione della fedeltà e dell’obbedienza alla Chiesa, eppure, fa notare padre Endean, non mancarono nella vita del Fondatore dei Gesuiti momenti di difficoltà con l’autorità ecclesiastica: “Tradizionalmente, Ignazio appare come un uomo di assoluta obbedienza alla Chiesa e ai suoi funzionari. Dimentichiamo troppo facilmente che egli ebbe più volte gravi diffcoltà con le autorità ecclesiastiche dall’epoca dei suoi studi in poi. Sembra che nel 1545 ci sia stata in Portogallo una campagna di amatoria nei confronti della Compagnia, e Ignazio scrisse al re del Portogallo ricordando tutta la storia delle sue difficoltà. Egli dovette affrontare quattro processi in Spagna, due a Parigi, uno a Venezia e uno a Roma, sebbene l’ultimo fosse contro l’intera Compagnia, quando nella città si di use la voce che «i compagni» fossero addirittura predicatori luterani camuffati”.

Share

Fra due anni ricorrerà il quinto centenario della riforma protestante e già sin da ora si può osservare un rinnovato interesse verso Lutero e i temi della riforma protestante. Alla luce di ciò, anche sul prossimo numero de La Civiltà Cattolica sarà possibile leggere un saggio, a firma di padre Giancarlo Pani, sulla centralità della lettera di San Paolo ai Romani nel pensiero di Lutero.

Lutero insegnava a leggere e a commentare la Bibbia nella università di Wittenberg, recentemente fondata dal Principe di Sassonia Federico il Saggio. Dopo essersi dedicato alla spiegazione dei Salmi, le sue lezioni si incentrarono sulla Lettera ai Romani. La sua non fu una lettura meramente esegetica, ma esistenziale, trovando nelle parole di Paolo una risposta alla propria inquietudine.

Lutero, studiando l’opera di Paolo e i relativi commenti di Sant’Agostino, si avvicina ai temi della giustificazione, della grazia e della fede che diventeranno centrali nella riforma protestante.

Scrive padre Pani: “Lutero vuole mettere in evidenza quale sia il peccato più grande nell’uomo. Esso non consiste solo nella ribellione alla legge di Dio e nell’attaccamento ai beni temporali, bensì nel credere di poter divenire irreprensibili con le proprie forze: non è raro vedere che i giudei e gli eretici rinunciano ai beni mondani, ma pochi sanno rinunciare alle virtù, ai beni spirituali, ai meriti, che costituiscono un impedimento molto più grande per accogliere la grazia di Cristo. Questa infatti si riceve solo nella fede e per la misericordia di Dio. La salvezza non viene dallo sforzo dell’uomo, come ritengono gli “iustitiarii”: un termine, questo, forse inventato, certo valorizzato in modo straordinario da Lutero, per indicare coloro che pretendono di poter essere giusti con il proprio impegno spirituale. La conclusione è lapidaria: La santità è dono della misericordia”.

È interessante notare come, per Lutero, la Lettera ai Romani sia stata una sorta di porta per la comprensione dell’intera Scrittura. Scrive infatti ancora il religioso: “Il primo pregio di Lutero è proprio quello di aver messo in luce, sia pure attraverso tortuosi itinerari, l’evangelo di Paolo, il più antico scrittore nel Nuovo Testamento e il primo interprete del messaggio cristiano. Per lui la Lettera apre all’intelligenza dell’intera Sacra Scrittura, la quale deve intendersi tutta di Cristo”.

Come è già stato detto, la riflessione di Lutero sui temi della giustificazione, della grazia e della fede, segue quella di Paolo e di Agostino eppure questa volta ci troviamo dinnanzi a qualcosa di diverso se non addirittura rivoluzionario. Infatti, come sappiamo, la teologia luterana segnerà in qualche modo la fine del Medioevo e darà inizio all’età moderna, scardinando le basi della civiltà. Scrive infatti padre Pani: “Se l’esegesi data da Lutero della giustificazione per la sola fede aveva antichissime radici nella storia del cristianesimo, l’effetto che essa ebbe nel Cinquecento fu dirompente. L’interpretazione, infatti, escludendo nel modo più assoluto qualsiasi merito da parte dell’uomo per la salvezza, metteva in discussione la pietà cristiana che era alla base della vita della Chiesa, dell’impegno dei laici e degli appartenenti agli Ordini religiosi, delle opere di carità e di assistenza”.

Share

Anche quest’anno, con un po’ di anticipo rispetto al solito, è scoppiata la polemica su come festeggiare – e se festeggiare – il Natale nelle scuole.

Il primo caso si è verificato in una scuola di Casazza (BG) dove la prof.ssa Antonia Savio, preside dell’istituto, avrebbe impedito di inserire il brano Adeste Fideles in uno spettacolo che si dovrà svolgere pochi giorni prima delle vacanze natalizie. Contattata dalla stampa, la preside, fra l’altro, ha dichiarato: “È tutto falso. Nessuno ha vietato niente a nessuno. 240 bambini avrebbero dovuto imparare a cantare in latino una canzone difficile come Adeste fideles”.

Dunque, secondo la responsabile dell’istituto, nessuna polemica contro il celebre canto natalizio, ma solo una preoccupazione di “natura didattica” legata alla difficoltà della lingua latina. Eppure è strano che una simile preoccupazione possa venire dalla prof.ssa Savio che, come possiamo leggere nel suo curriculum vitae pubblicato sul sito della sua scuola, dal 2007 al 2010 è stata Direttore di corsi di lingua araba per adulti e alunni e Direttore di corso di lingua rumena per alunni!

Il secondo episodio si è verificato a Rozzano (MI), dove il prof. Marco Parma, dirigente dell’Istituto Comprensivo Garofani, alle tradizionali manifestazioni legate al Natale ha preferito organizzare un Concerto d’Inverno per il 21 gennaio. A differenza del primo caso, il preside non ha cercato di smentire o minimizzare, ma si è giustificato dicendo: “A me interessa che a scuola ogni momento sia condivisibile per tutti e che nulla possa creare imbarazzo o disagio a qualcuno”.

Verrebbe da chiedere al prof. Parma: Ma perché bisogna inventarsi dal nulla una festa per tutti che poi, non avendo nessuna radice storica, finisce per essere la festa di nessuno? Perché non consentire agli alunni stranieri la possibilità di conoscere le usanze del paese che li ospita? Vogliamo che questi ragazzi crescano nel nostro paese senza sentirsi parte di esso? Non si potrebbe poi chiedere agli alunni stranieri di spiegare, in un altro momento, usi e costumi dei loro paesi di origine, anziché autocensurarsi?

La vera integrazione avviene “per addizione” e attraverso la reciprocità. Il dialogo si costruisce quando le identità si confrontano e si compongono e non certo con l’annullamento di una di esse.
Che cosa accadrebbe se prendessimo sul serio la posizione del Prof. Parma e la applicassimo in maniera coerente?. Innanzitutto dovremmo iniziare ad abolire le vacanze di Natale e dovremmo tenere le scuole aperte per chi non festeggia la nascita di Gesù!

E poi magari non dovremmo più parlare di domenica (Giorno del Signore), ma di Giorno del Sole, come fanno gli inglesi. Anzi no, dovremmo sostituire la settimana, troppo legata al racconto della genesi, con la più neutra decade e alla fin fine, per non legare il tempo alla nascita di Cristo, saremmo obbligati a contare gli anni dalla fondazione di Roma!

È poi importante notare che le proteste non sono giunte da genitori di alunni stranieri, ma da responsabili di istituzioni dello stato italiano. Ogni tentativo di strumentalizzare queste vicende in chiave anti-immigrati risulta dunque del tutto fuorviante. Anzi, ad esempio, alcuni genitori musulmani sono stati intervistati e hanno dichiarato di non provare alcun disagio davanti a presepi e concerti natalizi.

Si tratta dunque di capire bene che la responsabilità delle solite polemiche nel periodo natalizio sono da attribuire a nostri connazionali che, con la scusa della tolleranza e del rispetto verso le altre religioni, vorrebbero abolire i simboli e le tradizioni tipiche della nostra cultura.

Share

Da quando ho iniziato a insegnare religione a scuola, ho sempre fatto utilizzo dell’arte sacra per far conoscere ai miei alunni i contenuti della materia e spesso mi capita di accompagnarli durante le visite didattiche nelle chiese più importanti di Roma. Questo tipo di lavoro, per il suo contenuto culturale, è sempre stato apprezzato dai ragazzi, dalle famiglie e dai colleghi.

Sono rimasto dunque molto colpito dalla scelta del Consiglio di Interclasse della scuola elementare Matteotti di Firenze che ha deciso di annullare la visita degli alunni alla mostra “Bellezza divina”, allestita a Palazzo Strozzi e dedicata alla raffigurazione del sacro nell’arte moderna e contemporanea, nella quale è possibile ammirare opere di Picasso, Van Gogh, Fontana, Munch e Chagall. Dal verbale di interclasse risulterebbe che la visita sarebbe stata sospesa al fine di “venire incontro alla sensibilità delle famiglie non cattoliche verso il tema religioso della mostra”.

La notizia è stata ampiamente commentata sui social come twitter e facebook. Gli utenti hanno nella stragrande maggioranza dei casi biasimato la scelta operata dall’istituto. Molti hanno giustamente notato come l’arte italiana ed europea sia in gran parte dedicata a temi religiosi: basta pensare a capolavori come gli affreschi di Giotto, alle tele di Caravaggio o alle sculture di Bernini, solo per citarne alcuni. Non è possibile parlare di arte glissando l’argomento religioso. Questo è un dato di fatto, a prescindere dalle proprie convinzioni religiose.

Non pochi utenti hanno espresso il loro disagio verso coloro che vengono nel nostro paese senza accettarne la cultura. Ma, se si fa attenzione, questo tipo di commento è fuori luogo. Infatti nella notizia lanciata dal Quotidiano Nazionale, non si fa alcun riferimento a lamentele da parte di genitori di alunni stranieri o comunque non cattolici. La decisione è stata presa da una parte del corpo docente della scuola.

È dunque legittimo pensare che in questo caso, in maniera analoga a quanto già tante volte avvenuto in episodi simili, una parte della componente docente, con la scusa del rispetto verso le altre culture, si è fatta promotrice di una moderna forma di oscurantismo che vuole negare le radici della nostra civiltà e della nostra cultura.

Il ricordo è subito andato ad un episodio che ho vissuto in prima persona qualche anno fa. Stavo presentando alla classe un’uscita didattica che avremmo fatto a Santa Maria Maggiore. In quella classe c’era un alunno musulmano. Una collega, presente in classe, si sentì in obbligo di dire al ragazzino che la visita era a carattere culturale, che non si sarebbero fatte delle preghiere ecc. L’alunno, sorpreso per quelle parole, disse alla maestra che per lui non c’era nessun problema e che anzi, poche settimane prima era stato col padre a Padova e aveva visitato molte chiese!

Sorgono spontanee delle domande: che rapporto abbiamo col nostro passato? La nostra società riconosce il cattolicesimo come parte integrante del proprio patrimonio o lo espunge in modo ideologico dal proprio contesto culturale? La scuola riesce a fare un’opera di sintesi fra le espressioni della cultura cristiana e le altre espressioni culturali presenti nel nostro Paese?

Quanto accaduto a Firenze potrebbe avviare una riflessione su questi temi e quello che è stato un episodio infelice per la scuola italiana potrebbe essere il punto di partenza per un rinnovato interesse verso un patrimonio che troppo spesso abbiamo ignorato o sottovalutato.

Share

Tempi non facili per circa 10.000 insegnanti di religione cattolica a tempo determinato che operano in tutta Italia e che costituiscono quasi la metà dell’intero corpo docenti di questa materia. Se infatti solo pochi fortunati nel mese di settembre sono riusciti ad avere regolarmente accreditato lo stipendio, per la stragrande maggioranza non è andata così.

Ad oggi, ancora un abbondante numero di docenti non ha visto accreditato la liquidazione del mese scorso. È per esempio il caso della maestra Oriella Pietra, docente in una scuola primaria di Milano, che ha dichiarato: “Sono sbigottita dal fatto che dopo trentasette anni di servizio possano accadere cose del genere”.

È vero, sono soldi che prima o poi il Ministero dell’Economia e delle Finanze liquiderà (Mef), ma nel frattempo i docenti devono fare i conti con la vita di tutti i giorni, come ci ha detto un’altra docente di scuola primaria: “Ho ricevuto l’ultimo stipendio ad agosto e poi niente più. Per questo motivo non sono riuscita a pagare l’affitto. Fortunatamente ho incontrato la comprensione della proprietaria della casa nella quale alloggio. So che molti altri insegnanti purtroppo sono nella mia stessa situazione”.

Sono stati più fortunati altri docenti che hanno percepito il compenso fra gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre e che tuttavia hanno riscontrato anomalie nelle cifre erogate, spesso inferiori di alcune centinaia di euro rispetto a quello che dovrebbe essere il regolare importo.

Tutta colpa del nuovo sistema di pagamento per gli insegnanti di religione. Fino allo scorso anno le scuole inviavano agli uffici competenti del Mef i contratti annuali cartacei. Quest’anno, invece, i contratti sono stati inseriti attraverso il sistema informatico SIDI, come avviene per tutti gli altri docenti. Questo passaggio al sistema digitale però ha comportato disguidi e anomalie. Evidentemente il sistema non è stato settato in maniera tale da evitare disagi ad un numero così cospicuo di lavoratori.

Tutto risolto col mese di ottobre? Nient’affatto! Molti docenti che si aspettavano il conguaglio di quanto non versato a settembre sono rimasti delusi. Non solo non hanno ricevuto gli arretrati, ma in non pochi casi si sono visti liquidare una cifra inferiore a quella si settembre! È il caso della maestra Nicolina Viceconti, docente di scuola primaria di Roma, che, da quanto prospettato dal Mef, ad ottobre percepirà 120 euro in meno.

Sono moltissimi i docenti che si trovano in quest’ultima situazione e non è ancora molto chiaro capire il perché in quanto, al momento, è possibile visualizzare sul sito della pubblica amministrazione solo l’importo e non il cedolino di ottobre.

È davvero imbarazzante che in questa situazione si trovino anche insegnanti che addirittura fra qualche mese andranno in pensione! Speriamo che la situazione si possa risolvere al più presto e che sia posto rimedio al disagio procurato a centinaia e centinaia di famiglie.

Share

A seguito del nostro articolo sui disagi provati dagli insegnanti di religione a causa di ritardi e anomalie negli stipendi di settembre e ottobre, l’Onorevole Antonio Palmieri ha presentato un’interrogazione all’Onorevole Stefania Giannini, responsabile del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), che ha risposto per mezzo del Sottosegretario Davide Faraone durante una riunione della Commissione Cultura.

L’onorevole Faraone ha esordito dicendo che dall’anno scolastico 2015/2016, e precisamente dal primo settembre 2015, al fine di semplificare le relative procedure di registrazione, è stato avviato un nuovo sistema informatico di gestione giuridica e retributiva dei contratti temporanei della scuola, compresi i contratti di lavoro degli incaricati per l’insegnamento della religione cattolica”.

L’Onorevole Faraone ha poi continuato ricordando che “l contratti degli incaricati di religione vengono, quindi, inseriti nel sistema informativo MIUR dalle istituzioni scolastiche ed inviati, automaticamente, al servizio NoiPA per il pagamento, dopo specifica convalida da parte del dirigente scolastico. Dall’inizio di questo anno scolastico sono stati inviati al MEF 20.366 contratti relativi agli incaricati di religione che hanno superato tutte le opportune verifiche di correttezza.

Pertanto, al Sottosegretario del MIUR “Non risultano, quindi, malfunzionamenti, di carattere generale, delle specifiche procedure del sistema informativo”. E tuttavia l’Onorevole ha ammesso che “Naturalmente non può escludersi il verificarsi di errori nell’attività di registrazione dei contratti a sistema. Tali errori posso, a volte, comportare la necessità di annullare l’inserimento o la modifica delle informazioni non corrette, al fine di consentire una nuova trasmissione al MEF per il pagamento. È possibile, quindi, che in taluni casi, considerando la tempistica delle emissioni, si possa verificare uno slittamento del pagamento al mese successivo, mese nel quale è, poi, possibile comunque recuperare anche eventuali discordanze sul numero di giorni disservizio prestati”.

Per quanto riguarda la tempistica dei pagamenti, l’Onorevole Faraone ha sottolineato “che nel mese di settembre scorso, in accordo con il MEF, proprio al fine di assicurare il maggior numero possibile di contratti in pagamento, sono state concordate due emissioni straordinarie, precisamente il 18 e il 25 settembre, in aggiunta a quella ordinariamente prevista, che sono state liquidate, rispettivamente, il 29 settembre e il 2 ottobre. Inoltre tutti i contratti che sono stati acquisiti dal sistema NoiPA dopo il 25 settembre sono rientrati nell’emissione del 9 ottobre che verrà liquidata il 18 dello stesso mese”.

Infine l’Onorevole Faraone ha assicurato che il MIUR “dall’avvio della nuova procedura, sta svolgendo un monitoraggio costante dello stato di tutti i contratti inseriti a sistema e è in continuo contatto con le strutture MEF al fine di rimuovere tempestivamente eventuali problemi, anche contattando la singola istituzione scolastica, con l’obiettivo di assicurare la massima celerità del pagamento”.

Nonostante le parole del Sottosegretario Faraone, la situazione non sembra così rosea. Sono moltissimi i docenti che continuano a lamentarsi dei disservizi. Ancora alcuni non hanno percepito lo stipendio di settembre e, non visualizzando sul portale NoiPa l’importo di ottobre, hanno poche speranze che le cose vadano meglio questo mese. Altri, più fortunati, sono riusciti ad ottenere l’accredito del mese di settembre, ma, inspiegabilmente, ad ottobre sarà liquidata una cifra significativamente inferiore al mese precedente: si parla di 150-200 euro in meno, in alcuni casi anche più.

Un dato è certo: in questa situazione di confusione sono centinaia le famiglie che stanno subendo danni a causa dei disservizi e che non riescono a far fronte alle spese ordinarie. L’Onorevole Palmieri, nel caso in cui la situazione non sarà risolta entro un mese, farà un’altra interrogazione parlamentare per chiedere lumi ai responsabili del MIUR. Speriamo solo che, trattandosi di insegnanti di religione, non ci sia bisogno di un miracolo…

Share